La tecnoscienza all’assalto del vivente

Sebbene possa apparire distante, il seguente testo ha molto a che fare con la liberazione animale. L’agricoltura (peggio ancora quella industriale e ipertecnologica) e le biotecnologie, sono una delle numerose frontiere dello sfruttamento animale e della Natura da parte della specie umana. Nonostante la fonte di tale testo sia evidentemente non antispecista e si concentri su concetti come il “bene comune” e su argomentazioni ecologiste, esso rappresenta una ricca fonte di informazioni (compreso un excursus storico) su ciò che sta drammaticamente accadendo nei campi e nei laboratori e che riguarda molto da vicino gli Animali e i viventi tutti.

Testo tratto dall’opuscolo “Appello ai colibrì. Contro i nuovi OGM e l’agricoltura 4.0” edito dal Collettivo Terra e libertà.


La tecnoscienza all’assalto del vivente

L’agricoltura si fa industria

L’agricoltura industriale affermatasi a partire dagli anni ’50 ha trasformato l’ambiente agrario a immagine del settore industriale, imponendo una visione semplificatrice di input e output al posto dell’idea di equilibrio tra gli esseri viventi che compongono la madre Terra.

Alla complessità della fertilità del suolo si è imposta la gestione dei nutrienti chimici, con il suolo, da ambiente ricco di biodiversità, ridotto a mero supporto fisico.

Il cibo viene così considerato come una delle tante merci da fabbricare con l’apporto di grandi quantitativi di prodotti di sintesi che legano indissolubilmente l’agricoltura ai combustibili fossili. La chimica, come parte integrante dell’agricoltura (non è un caso che le grandi multinazionali si occupino di agricoltura, chimica e salute), ha aumentato la produzione delle colture, ma ne ha allo stesso tempo manifestato l’insostenibilità. Erbicidi, insetticidi, fungicidi e fertilizzanti sono solo alcuni dei più noti prodotti che l’industria ha distribuito massicciamente partendo dalla fine della Seconda Guerra mondiale (1). I prodotti della terra, non più ottenuti con la ricchezza dei suoli originati dalla disgregazione delle rocce e dall’attività dei microrganismi, bensì con sali minerali sintetici (soprattutto azoto, potassio e fosforo), perdono di conseguenza le loro qualità. Tanto più il cibo viene prodotto dall’innovazione capitalistica, allontanandosi di fatto dalla natura e dal lavoro dei contadini, tanto più diventa scadente. Una perdita di qualità che si affianca a quella di varietà (dal 1900 ad oggi, il 75% della diversità genetica delle piante coltivate si è persa, sostituite da varietà uniformi) (2). Sempre meno alimenti risultano essere il cibo base per l’umanità. Le crisi ambientale e alimentare, oltre ad essere fortemente intrecciate tra loro, trovano nell’odierna agricoltura non una soluzione ma una delle cause. Le pratiche intensive hanno degradato i suoli riducendo la sostanza organica e quindi la capacità naturale di trattenerne l’umidità e aumentando l’erosione (3). L’estensione delle monocolture ha favorito la diffusione di parassiti, piante spontanee che l’utilizzo di crescenti dosi di biocidi ha reso sempre più resistenti. L’ambiente semplificato e privato della sua complessità ecologica diventa così più vulnerabile agli stravolgimenti climatici e all’arrivo di nuove specie ad essi collegate.

L’ambiente agrario con i suoi elementi di biodiversità, frutto di diverse tecniche agricole millenarie e del lavoro di comunità rurali, è stato via via soppiantato da estese monocolture e dalla meccanizzazione che ha tolto dal campo ogni ostacolo presente, dalle siepi ai boschetti, dai muretti a secco ai contadini. La trasformazione capitalistica dell’agricoltura ha portato allo sviluppo di grandi fattorie e alla separazione dei mezzi di sussistenza dagli uomini e donne che, se non resi schiavi della terra, sono stati ridotti a meri braccianti o costretti ad emigrare. Un processo, quello dell’accorpamento tra aziende, che si sta affermando anche in Trentino ma che in altre parti del mondo è già una tremenda realtà.

Dalla zappa ai camici bianchi

L’applicazione dell’ingegneria genetica all’agricoltura è un ulteriore passo in avanti.

L’argomento più diffuso, tanto tra i genetisti quanto da parte delle multinazionali biotech, per giustificare l’utilizzo delle biotecnologie agrarie è che l’alterazione dei genomi delle piante attraverso l’ingegneria genetica sarebbe semplicemente la continuazione di ciò che l’essere umano ha sempre fatto fin dai tempi del Neolitico, con il valore aggiunto delle affascinanti scoperte biotecnologiche attuali.

«L’uomo nella sua esistenza da 12.000 anni ha addomesticato le piante e le ha accompagnate nell’evoluzione. Lo ha fatto in molti modi, soprattutto incrociandole, selezionandole, prelevando di volta in volta le piante giuste, […] perché avevano i caratteri di interesse, e oggi ha una grande possibilità che è quella di assistere l’evoluzione attraverso una nuova tecnica molecolare […]» spiega Mario Pezzotti, dirigente del Centro Ricerca della Fondazione Edmund Mach (4).

Falso. L’unica reale continuità è con l’agricoltura industriale che di fatto ha nel suo DNA la spoliazione dei beni comuni e delle capacità di autorganizzarsi delle civiltà contadine, sfruttando al contempo la terra e il lavoratore. Le biotecnologie agrarie amplificano queste caratteristiche perfezionandole e rendendole tanto imprevedibili quanto irreversibili (si pensi solo alla possibilità di incrocio con altre varietà non GM). Non c’è nulla di più lontano dall’approccio e dalla specializzazione dell’élite tecno-scientifica di quel processo libero e collettivo di selezione locale delle varietà agricole che avveniva nelle campagne prima dell’avvento dell’agricoltura industriale.

Un paradigma riduzionista

Il paradigma riduzionista che caratterizza alcuni ambiti della Scienza Moderna si basa su di una “concezione da Lego”, secondo la quale un fenomeno complesso può esser compreso nella sua interezza analizzando e sommando le sue singole parti senza tener conto delle proprietà che derivano dall’insieme. Questa visione meccanicistica, che concepisce il vivente come una macchina, non può essere applicata ai sistemi complessi quali sono gli organismi viventi. È in questo orizzonte che si muove l’innovazione tecnologica genetica. Un esempio: l’inserimento artificiale di un gene all’interno del genoma è un’operazione che considera le funzioni di quel gene autonome e a sé stanti rispetto alle relazioni che vi sono tra i geni e tra questi e l’ambiente, nonostante siano queste relazioni a formare le caratteristiche di un organismo. Gli esseri viventi non possono essere ridotti ad una somma di geni. Infatti ogni specie è caratterizzata da un’enorme diversità che solo in minima parte può essere descritta dai geni. Il determinismo genetico sfocia nel semplicismo. E non va dimenticato che la maggior parte dei genetisti considera utile solamente una piccola percentuale del genoma (intorno all’1,5-2%) per svolgere delle funzioni. Il restante 98% è definito “DNA spazzatura”, ovvero trascurabile. Questo è l’approccio dei tecnici della manipolazione: adeguare il sistema vivente alla loro idea di mondo, trasformando il pianeta Terra stesso in un laboratorio. Questa tendenza avviene senza porsi limiti etico-sociali, in una spirale che porta all’applicazione di tutto ciò che è tecnicamente possibile, con una potenza distruttiva mai raggiunta prima. Per questo non è possibile definire la Scienza neutrale e al di sopra delle parti.

OGM, NGT, TEA: nomi diversi per la stessa nocività

Con il progetto BIOTECH (5) il Parlamento italiano ha stanziato 6 milioni di euro dal 2018 al 2021 per lo sviluppo dei nuovi OGM in Italia. Il finanziamento è stato diretto dal CREA (Consiglio per la ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria – il più importante centro di ricerca pubblico italiano nel campo agroalimentare) che ha poi aperto la partecipazione ad altri centri di ricerca distribuiti su tutto il territorio nazionale, compresa la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (FEM o FMACH), con l’intento di sviluppare tali competenze per le maggiori varietà coltivate in Italia. Il cuore del progetto nazionale ha riguardato la ricerca nel «miglioramento genetico» con le nuove tecnologie cosiddette TEA (ovvero Tecnologie di Evoluzione Assistita), fabbricando una quindicina di nuove piante. Con TEA ci si riferisce a quegli organismi modificati geneticamente aggiungendo geni prelevati dalla stessa specie o da specie affini (cisgenesi) oppure modificando la sequenza di un gene potendolo anche “silenziare” (editing genetico).

Non solo. Il progetto ha avuto come obiettivo anche la diffusione della cultura della modificazione genetica in Italia. Per questo sono stati coinvolti il mondo scientifico, la politica, gli studenti, i giornalisti, organizzando più di 40 «eventi», dibattiti, pubblicazioni su riviste di divulgazione scientifica, alla conquista dei cuori e delle menti della popolazione.

Non è quindi un caso che la Società italiana di genetica agraria (SIGA) abbia deciso di chiamare TEA quelle che nel resto del mondo sono chiamate «nuove tecniche di breeding» o «nuove tecniche genomiche». Un linguaggio che cerca di mascherare ciò che deve essere accettato dalla cosiddetta opinione pubblica. Non è un caso nemmeno che Luca De Carlo, presidente della Commissione agricoltura al Senato, abbia dichiarato: «Ora dobbiamo far comprendere all’opinione pubblica che le TEA non sono Ogm». La propaganda dice: gli organismi geneticamente modificati creati con la transgenesi, ovvero con il trasferimento di geni tra specie diverse, sono altra cosa da quelli basati sulla cisgenesi o sull’editing genetico.

In realtà non esiste alcuna differenza tra OGM creati con la transgenesi, la cisgenesi o con l’editing genetico (ovvero con le cosiddette “forbici molecolari” che permettono di intervenire con precisione – in realtà molti studi dicono proprio il contrario (6) – sul DNA). OGM, TEA o NBT: di fatto di alterazione o modificazione del DNA delle piante si tratta. Usare il termine OGM vorrebbe dire risollevare una questione che in anni passati ha creato una mobilitazione ampia e partecipata che ha permesso di evitare fino ad ora la coltivazione di questi organismi in Italia. Nonostante ciò, in questi anni gli OGM non sono mai spariti veramente: ne sono un esempio i mangimi utilizzati per il bestiame e tutti i cibi che da regolamento devono indicare in etichetta la presenza di OGM solamente se la percentuale è superiore allo 0,9. Ed è per questo che la regolamentazione europea basata sul principio di precauzione non è stata e non sarà sufficiente. Gli OGM sono una nocività sociale ed ecologica e per questo vanno combattuti, non regolamentati.

Le sperimentazioni in laboratorio non si sono mai fermate, ma adesso i biotecnologi hanno la necessità di uscire dai laboratori perché solamente in campo aperto le varietà modificate potranno essere “valutate”. Fino a poco tempo fa non era consentita la sperimentazione di OGM all’aperto, ma il progetto BIOTECH ha dimostrato quanto l’intreccio tra la ricerca (pubblica e privata), la politica e gli interessi industriali abbia contribuito a sviluppare le ricerche sulle biotecnologie “verdi”. Mancava solo il passo della politica. Ed è ciò che è stato ottenuto con l’emendamento al Decreto Siccità approvato il 30 maggio scorso, grazie al quale, con un vero e proprio blitz(termine usato da Raffaele Nevi, promotore di Forza Italia di un disegno di legge in materia) e nella ormai assodata logica emergenziale, si è dato il via alla sperimentazione all’aperto dei nuovi OGM in Italia. Operazione che ha trovato il plauso di tutti i sindacati agricoli (Coldiretti, critica nei confronti della carne sintetica ma a favore della modificazione genetica (7), Confagricoltura e CIA), le associazioni dei sementieri (Assosementi) e dei chimici (Federchimica). Questo porterà alla vera e propria prova in campo delle varietà geneticamente modificate con il conseguente inquinamento genetico delle altre colture. Intanto, il 5 luglio scorso, la Commissione europea ha proposto di «esentare le nuove biotecnologie dalle regole su etichettatura, tracciabilità e valutazione del rischio previste dalla direttiva sugli OGM» (8). Tradotto: i nuovi OGM non vanno considerati tali a livello normativo, aprendo così la strada alla loro coltivazione vera e propria (non solo a fini sperimentali).

La biodiversità come terra di conquista

Gli organismi geneticamente modificati sono il frutto di una specializzazione tecno-scientifica che ha un obiettivo ben preciso: privatizzare le piante per poterle lanciare sul mercato. Il tecno-scienziato interviene sui meccanismi più profondi e delicati della natura per poterli piegare ai propri scopi e trarne profitto. Il vivente, da libero e di tutti, diventa luogo di conquista per pochi istituti di ricerca e grandi multinazionali. La logica dei brevetti spinge verso la produzione artificiale del vivente, la quale estende a sua volta la sfera di ciò che è brevettabile (9). Come dice Luigi Cattivelli, direttore del CREA (sezione Genomica e Bioinformatica): «Il fattore limitante tra qualche anno sarà il brevetto dei geni da usare per fare le TEA» (10). All’interno della competizione internazionale, sono questi i veri interessi che emergono. Sviluppare e scoprire nuove tecnologie per arrivare primi. E l’accaparramento della biodiversità agricola è la nuova frontiera di conquista per la predisposizione di nuove varietà brevettabili. Inoltre il sistema di Digital Sequence Information (DSI), ovvero il trasferimento digitale di sequenze di informazioni genetiche relative ai semi, permette la produzione di nuove varietà senza lo scambio fisico di materiale biologico. La sequenza genica non necessita più che la pianta sia sottratta dal Paese depositario, ma può essere scansionata sul posto. La sequenza così ottenuta è caricata sul web e, attraverso dei sintetizzatori di DNA, può esser ricomposta in qualsiasi altro luogo (11). Con queste tecnologie ubiquitarie la biopirateria si smaterializza e il controllo della vita passa anche attraverso il colonialismo digitale.

I veri interessi

In risposta alle crisi climatiche, economiche, legate alla guerra e quindi alle forniture di derrate alimentari, si dà l’illusione che le soluzioni tecniche possano rimuovere i problemi di natura politica e sociale. La soluzione alla fame nel mondo, la risposta ai cambiamenti climatici, la riduzione dell’impiego di insetticidi sono solo alcune delle menzogne che vengono utilizzate per rinverdire un’innovazione tecnologica che appartiene al modo di produzione capitalistico. Ieri con le sementi ibride e i “vecchi” OGM, oggi con le TEA.

Per quanto riguarda la fame nel mondo, gli OGM, da quando si sono affermati a livello globale, hanno contribuito a costruire socialmente la miseria aumentando il potere delle multinazionali (nel 2018 le grandi multinazionali dell’agritech sono passate da sei a quattro e controllano il 62% della vendita di sementi (12). Del resto non poteva che andare così. Le sementi ibride prima e gli OGM oggi sono subordinati ai rapporti di forza politici ed economici.

Gli OGM, di vecchia o nuova generazione, sono destinati a vaste monocolture (altrimenti non si ricaverebbero profitti), le quali, oltre ad essere ecologicamente vulnerabili, possono esistere solo se supportate da enormi quantità di concimi e diserbanti ovvero dalla solita vecchia agricoltura estrattiva.

Oltre a ciò queste sementi sono colture biologicamente omogenee (ovvero varietà che al loro interno non presentano diversità genetica) e per questo motivo, anche se viene inserito il gene di «resistenza alla siccità», avranno scarse capacità di affrontare i cambiamenti climatici nel loro complesso. Contrariamente a quanto dice l’amministratore delegato di Syngenta, una delle quattro più grandi multinazionali agrochimiche e sementiere del Pianeta, secondo cui «di fronte alla minaccia di una crisi alimentare globale, è necessario rinunciare all’agricoltura biologica», è proprio la biodiversità agricola (ovvero quella sviluppata prima della «rivoluzione verde» (13), evoluta in decine di migliaia di anni con una enorme variabilità genetica, che permette di far fronte agli imprevisti. Gli OGM tendono all’omogeneità mentre gli equilibri dinamici della Natura si mantengono solo se c’è diversità. Sono impostazioni diametralmente opposte. La prima porta alla sterilità della vita con i conseguenti disastri ambientali e sociali.

Agricoltura 4.0

Non dimentichiamo l’agricoltura 4.0, che, attraverso il progetto Agritech promosso dall’Università degli Studi di Napoli Federico II e dalla Fondazione Mach, ha istituito un Centro Nazionale per lo sviluppo delle nuove tecnologie in agricoltura. Progetto che durerà fino al 31 agosto 2025 e per cui verranno stanziati 350 milioni di euro (320 provenienti dal PNRR) in «tecnologie abilitanti» come l’intelligenza artificiale e le produzioni avanzate per promuovere l’agricoltura di precisione. Nello specifico la FEM «contribuirà al miglioramento delle produzioni attraverso il miglioramento genetico delle colture in risposta a nuove emergenze sanitarie, i cambiamenti climatici e gli stress correlati, ed esplorazione delle risorse genetiche disponibili per lo sviluppo di nuove varietà resilienti e adattabili ai cambiamenti». Non è difficile da credere dato che, contrariamente all’immagine da cartolina di un territorio alpino fatto di meleti, vigneti e paesaggi turistici, il Trentino è una delle Province a più alta intensità di start-up, per il ruolo che vi giocano alcune Fondazioni e per i cospicui finanziamenti pubblici alla ricerca tecno-industriale.

E questo dimostra come la tanto decantata ricerca pubblica non sia affatto diretta al bene collettivo ma anzi si ponga al servizio del potere fornendo nuovi strumenti di dominio che intensificheranno enormemente lo sfruttamento della Natura e la progressiva espulsione dei contadini dalla terra.

Un mondo e il suo rovescio

Ridurre il mondo vivente alla Scienza, alle analisi statistiche, ai dati elaborati in forma automatizzata, allontana l’essere umano dalla madre Terra, da quel piacere intrinseco per l’attività umana che è fatto di odori, sapori, vita vissuta a contatto con le altre specie e che nessun sistema tecnologico applicato alla Natura riuscirà mai a soddisfare. È proprio questo scollegamento dalla Terra, prima con l’avvento di trattori sempre più grandi e poi con l’informatica, che pone l’uomo-macchina a rivaleggiare con la Natura minando al contempo la facoltà di distinguere il giusto dall’ingiusto, ciò che libera le potenzialità umane da ciò che le imprigiona tecnologicamente. Si va così a perdere quella visione d’insieme che, a partire dalle relazioni tra il suolo, le piante e l’ambiente, ci colloca non in sostituzione dell’ecosistema ma come sua parte integrante: umani-nella-Natura. È pura illusione quella di acquisire attraverso tecnologie sempre più sofisticate una maggiore libertà. Ciò che stiamo “conquistando” è di diventare degli strumenti passivi e dipendenti dalla prossima innovazione. Se quello che vogliamo non è una biosfera artificiale, sempre più povera e addomesticata, dobbiamo cominciare a costruire un mondo che parta da altre basi, fermando la diffusione degli organismi geneticamente modificati.

C’è più che mai bisogno di no che aiutano a crescere. Sradicare le tecno-piante, prima che i loro programmatori sradichino ogni seme di autonomia.

[…] sarebbe altrettanto giusto parlare di morte naturale per i soldati uccisi sul campo di battaglia che attribuire a una evoluzione normale, volontaria da parte degli indigeni, l’estinzione delle ultime tracce delle comunità di villaggio. È vero che esse sono pressoché estinte in quasi tutte le contrade dell’Europa occidentale, ma ciò è accaduto perché i decreti e la forza bruta le hanno soppresse. Gli accaparratori delle terre – signori o mercanti che fossero – non dovettero far altro che appoggiarsi alle leggi che essi stessi avevano dettato allo Stato per annettere ai loro domini le parti migliori dei beni comuni, approfittandone nel contempo per distruggere fino all’ultima vestigia delle autonomie comunali.

Elisée Reclus, L’uomo e la terra, 1905


1) A seguito della Seconda Guerra Mondiale le grandi scorte di sostanze a base di nitrato di ammonio usate per scopi bellici vengono convertite per l’uso agricolo. La tecnologia ha spesso un uso duale e la chimica non fa eccezione. L’uso militare che si intreccia con quello civile vale tanto per il nitrato di ammonio impiegato come esplosivo e per i fertilizzanti quanto per i gas nervini usati anche come pesticidi. La potenza distruttiva contro gli umani è anche una guerra alla natura ed entrambe ampliano l’incolmabile distanza tra il tecnomondo e la vita.

2) Rapporto della FAO sullo stato delle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura, 2010.

3) La recente alluvione in Romagna è stata così distruttiva non solo per l’effetto dei cambiamenti climatici e la cementificazione, ma anche per le condizioni attuali dei suoli. Il passaggio dall’agricoltura contadina all’agricoltura industriale ha provocato un impoverimento della sostanza organica nella Pianura Padana dal 2-3% all’1%, valore che, oltre a portare i terreni verso la desertificazione, conferisce una minore capacità di ritenzione idrica. Le profonde e intensive lavorazioni del terreno permesse dal passaggio di grandi macchinari hanno contribuito a compattare il terreno impedendo l’assorbimento dell’acqua. Non solo. Le varietà selezionate dalle ditte sementiere hanno puntato solo sulle rese ad ettaro eliminando altre caratteristiche delle piante tra cui la maggiore biomassa, utile per l’aumento della sostanza organica nei suoli. Profetico ciò che scriveva Franco Cazzola nella sua Storia delle campagne padane dall’Ottocento a oggi (Bruno Mondadori, Milano, 1998) su quanto il mondo tecnologicamente fuori misurasi riveli un mutamento rovinoso tanto delle attività umane quanto dell’ambiente agrario: «I potenti mezzi messi a disposizione dalla tecnica, per quanto avanzati possano essere, non riescono oggi a mantenere in vita o a ricostituire quel grande patrimonio collettivo di saperi della terra e dell’acqua, quella preordinata e quotidiana accumulazione di lavoro umano nella costruzione del paesaggio agrario che aveva fatto delle campagne padane, sia pure nel quadro di un permanente e lacerante conflitto sociale, uno dei punti più avanzati dello sviluppo agricolo europeo. Erano stati da sempre gli agricoltori, i mezzadri, e i miserabili braccianti della valle padana i più validi controllori del grande fiume e della straordinaria rete di acque che a esse affluiscono. Una volta venuta meno la loro vigile presenza, ossia nel momento in cui queste terre hanno cessato di essere campagna, la straordinaria artificialità dell’ambiente agrario padano può tradursi repentinamente in un grave pericolo per gli uomini e per le cose».

4) Dall’intervento a Rovereto durante il “Wired Next Fest”, il 7 maggio 2023, intitolato Una spinta all’evoluzione. Per una riflessione controcorrente su quel festival invitiamo alla lettura di alcuni testi: https://ilrovescio.info/2023/05/20/rovereto-una-domenica-tra-gli-umani-cablati/

5) Progetto «per un futuro migliore» di cui fanno parte, tra gli altri, Novartis, Sanofi, Genenta Science, Pfizer e AstraZeneca. Il cavallo di Troia per far passare l’ingegneria genetica come un dono nella città degli umani sono stati i vaccini biotecnologici. Questa la prima mossa: «Per sviluppare, autorizzare e rendere facilmente disponibili dei vaccini sicuri contro il Covid-19, il Parlamento ha adottato una deroga temporanea a certe regole sui test clinici. […] Certi vaccini o trattamenti contro il Covid-19 già in corso di sviluppo possono essere definiti come degli organismi geneticamente modificati (OGM) e sono quindi coperti dalle direttive europee in materia di OGM. […] una deroga a queste regole è necessaria per evitare ritardi significativi nella messa a punto di vaccini e di trattamenti in grado di salvare delle vite» (decisione adottata dal Parlamento europeo il 17 luglio 2020, in “deroga temporanea” alla direttiva 2001/18/ CE relativa alla disseminazione volontaria di organismi geneticamente modificati nell’ambiente e alla direttiva 2009/41/CE relativa all’utilizzo di microrganismi geneticamente modificati). Entrato il cavallo, la Commissione europea ha provveduto nei mesi successivi ad autorizzare l’importazione di nuove colture OGM (mais, soia, colza e cotone). Per quanto riguarda l’Italia, l’ultima mossa è stata ben camuffata dentro un emendamento al Decreto Siccità: i nuovi OGM si possono sperimentare in campo aperto. Mossa che a sua volta ha anticipato la proposta della Commissione europea (5 luglio 2023) di esentare le TEA dalla regolamentazione in materia di OGM.

6) Secondo una ricerca pubblicata su «Nature» nel 2017 (Unexpecteded mutations after CRISPR-Cas9 editing in vivo), l’inserimento di un gene con l’editing genetico ha indotto 1500 mutazioni e oltre 100 cancellazioni. Qui l’articolo: https://www.nature.com/articles/nmeth.4293.epd

7) Si fa riferimento alla raccolta firme contro la carne sintetica. Come dice Vandana Shiva, «nel momento in cui aprite le porte ai semi geneticamente modificati, il cibo artificiale è già arrivato. Le due istanze si contraddicono a vicenda» (https://www.pressenza.com/it/2023/06/vandana-shiva-sottoscrivo-lappello-per-il-ritiro-della-legge-che-sdogana-gli-ogm-in-italia/).

8) Cfr. https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/07/05/commissione-ue-deregulation-nuovi-ogm-multinazionali-privatizzazione-biodiversita/7217743/; https://www.lindipendente.online/2023/07/06/la-corsa-delle-multinazionali-ai-nuovi-ogm-139-brevetti-presentati-in-europa/

9) La Commissione europea non aveva ancora proposto di escludere le TEA dalla regolamentazione in materia di OGM, che le quattro più grandi imprese agrochimiche e sementiere del mondo – Corteva, Bayer-Monsanto, BASF e ChemChina – avevano già richiesto 139 brevetti relativi alle nuove biotecnologie per l’editing genomico sulle piante, al fine di acquisire la proprietà esclusiva di varietà vegetali geneticamente modificate per vent’anni e rivenderle agli agricoltori. Le applicazioni risultano quasi tutte in mano al settore privato, che si impadronisce del frutto delle scoperte più promettenti dei centri di ricerca, spesso pubblici. Tale sistema di vasi comunicanti lega in maniera indissolubile la ricerca pubblica con l’agribusiness e la brevettabilità del vivente. Si veda al riguardo: https://www.croceviaterra.it/wp/wp-content/uploads/2023/06/Report-NGT_Crocevia2023.pdf

10) In occasione del convegno organizzato dal CREA per presentare il position paper Nuove tecniche genomiche, genome editing e cisgenesi all’interno della giornata “Un’agricoltura produttiva, sostenibile e competitiva: il contributo della genetica vegetale avanzata”, avvenuta a Roma il 14 marzo 2023.

11) Paolo Groppo, La crisi agraria ed eco-genetica spiegata ai non specialisti, Meltemi, Milano, 2020.

12) Le “Big 4” sono le multinazionali Bayer (che ha acquisito Monsanto), ChemChina (che ha acquistato Syngenta), Corteva (nata da Dow Chemicals e DuPont) e BASF.

13) La «rivoluzione verde» ha portato un nuovo approccio all’agricoltura diretto soprattutto all’aumento della produzione. Tale cambiamento aveva anche una natura politica volta a espandere l’influenza degli Stati Uniti a livello internazionale. La prima volta che il termine «Rivoluzione Verde» venne utilizzato era il 1968, e fu pronunciato da William Gaud, l’allora direttore dell’USAID (l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale): «Questi e altri sviluppi nel campo dell’agricoltura contengono i frutti di una nuova rivoluzione. Non è una violenta rivoluzione rossa come quella dei sovietici, né è una rivoluzione bianca come quella dello scià iraniano. La chiamo la Rivoluzione Verde» (cit. da Francesca Romano, La rivoluzione verde e il mito dell’aumento della produttività. Perché più cibo non ha significato più benessere. Tesi di laurea Magistrale, Università Ca’ Foscari, Venezia, 2018).

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