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Il libro

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Cos’è l’antispecismo? Un libro per fare un po’ di chiarezza

Negli ultimi tempi il termine “antispecismo” sta dilagando sul web e sempre più spesso lo si ritrova citato negli articoli di giornali e riviste. Sono numerose le attività sul territorio, le manifestazioni e le feste, come pure le persone, che si autodefiniscono “antispeciste”. Tutto ciò dovrebbe rallegrare, e non poco, chi da anni tenta di vivere quotidianamente l’idea antispecista, e che ricorda assai bene l’isolamento subito in passato; ma è lecito domandarsi se il numero crescente di persone che al giorno d’oggi parla di antispecismo, abbia realmente compreso cosa esso significhi.
Chi si definisce antispecista e non è nemmeno vegan, o raccoglie firme per chiedere leggi in favore degli Animali alle istituzioni speciste, chi si occupa di diete, ricette di cucina e di prodotti privi di ingredienti animali, chi organizza eventi commerciali e li pubblicizza come antispecisti, chi partecipa alle manifestazioni antispeciste e al contempo aderisce a ideologie razziste, xenofobe, sessiste o discriminatorie, senza dubbio ha un proprio legittimo concetto del significante (il termine “antispecismo”) e del suo significato; nonostante ciò, pur rispettando e anzi stimolando le personali interpretazioni, sorge il dubbio che molte di queste persone non abbiano le idee chiare su quale siano le fondamenta della filosofia che l’antispecismo propone – chiaramente rivoluzionarie e antisistema – e che abbiano semplicemente arricchito il proprio vocabolario (per moda o per altre motivazioni) con termini che utilizzano in modo superficiale o addirittura improprio o errato.
L’esperienza ci insegna che ogni volta che un’idea, una nuova filosofia divengono d’uso comune, subiscono un inevitabile processo di banalizzazione e di omologazione per divenire utilizzabili dalla massa. Il senso comune si impossessa di un termine e lo fa proprio, lo introduce nel linguaggio, lo semplifica, ma spesso lo snatura stravolgendone le caratteristiche originarie. Questo è ciò che sta accadendo per il veganismo, il timore è che la stessa sorte stia toccando all’antispecismo.
Per tale motivo il progetto “Manifesto antispecista” dopo molti anni di presenza sul web con un testo aperto, e dopo ben quattordici revisioni operate anche e soprattutto grazie ai suggerimenti, le critiche e le proposte di lettrici e lettori, è diventato un libro: “Proposte per un Manifesto antispecista. Teoria, strategia, etica e utopia per una nuova società libera“. Un libro di 56 pagine edito da NFC Edizioni, di piccolo formato e di poche e soppesate definizioni, contenente un testo agevole e veloce, unitamente a una serie di 10 F.A.Q. (Frequently Asked Questions) sull’antispecismo. Il motivo principale per cui il testo diProposte per un Manifesto antispecista è divenuto una pubblicazione cartacea, è quindi il tentativo di fare chiarezza: l’idea antispecista – forse ora più che mai – ha bisogno di alcuni punti fondamentali in cui riconoscersi, di alcune basi su cui poggiare, di concetti sufficientemente chiari e di carattere generale, da poter essere perlomeno accettati, se non condivisi, e magari utilizzati per successive elaborazioni da chi si interessa della questione animale.

Il libro non ha alcuna volontà dogmatica e si propone con modestia come una raccolta di definizioni di base e considerazioni, utili a rendere accessibile la filosofia antispecista a chiunque. L’urgenza è e rimane quella di creare almeno una piattaforma comune di partenza, senza imporre alcunché, o arrogarsi il diritto di definire una linea di pensiero unica e immutabile. Proprio per evitare di porre dei “paletti concettuali” troppo stringenti, il testo del libro rimarrà aperto: verrà infatti pubblicato integralmente sul web, e sarà liberamente scaricabile, in modo da permettere a chi lo desidera di partecipare alle successive revisioni e modifiche dello stesso.
Chi conosce il progetto sa che quanto proposto è il risultato di un lungo lavoro di elaborazione e sintesi di testi, idee, proposte di pensatrici e pensatori che negli anni hanno discusso di antispecismo, unitamente a considerazioni e stimoli del curatore: il tutto per cercare fornire una piccola “bussola” utile a orientarsi nel complicato mondo antispecista, e soprattutto per comprendere che non esistono diversi antispecismi, ma una sola idea che ha molteplici forme ed è in continua evoluzione.


Per presentare e divulgare il testo si stanno organizzando una serie di incontri sul territorio, chi fosse interessata/o a organizzare una presentazione nella propria città o a distribuire il libro, può scrivere al suddetto indirizzo di email per accordi.

Proposte per un Manifesto antispecista

Teoria, strategia, etica e utopia per una nuova società libera

a cura di Adriano Fragano

Collana: NFC Edizioni
Formato: 12×19 cm
Pagine: 56
Prezzo: € 5,90
ISBN: 9788867260553

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Si può resistere all’invasione degli eserciti; non si resiste all’invasione delle idee.
Victor Hugo, “Storia di un delitto”

L’antispecismo è un’idea rivoluzionaria che se correttamente applicata, produrrebbe una radicale destrutturazione e trasformazione della società umana. Un’idea nuova e in continuo divenire, che necessita, per non rimanere relegata puramente in ambito teorico, di una logica e coerente applicazione nella prassi. Per tale motivo un testo aperto e collettivo può forse essere utile per chiarirsi… le idee. “Proposte per un Manifesto antispecista. Teoria, strategia, etica e utopia per una nuova società libera” è un progetto diretto, schematico e ragionato per fornire a chi s’interessa all’argomento, una serie di strumenti teorici il più possibile condivisibili. Il testo è frutto di anni di elaborazione d’interventi, scritti, conferenze, workshop e chiacchierate informali di pensatrici e pensatori italiani; il rapporto tra Umano e gli altri Animali, è un argomento sempre più considerato e dibattuto, la percezione che sia uno dei problemi più spinosi e fondamentali che dobbiamo affrontare, è ogni giorno più evidente.
Il libro offre a chi legge la possibilità di definire e chiarire dei concetti di base dell’antispecismo, e una serie di stimoli utili per l’avvio di un dibattito futuro su un’idea ancora in evoluzione, il tutto affiancato anche da dieci semplici F.A.Q. (risposte alle domande più frequenti) che permetteranno anche a chi non è a conoscenza delle tematiche antispeciste, di avvicinarsene agevolmente.
In una società liquida – come afferma il sociologo Zygmunt Baumann – dove ogni cosa cambia, si trasforma, si scompone e ricompone, e spesso perde d’identità, è sempre più urgente definire delle basi teoriche comuni e condivise di un’idea, per impedire che la stessa degeneri o venga fagocitata, “addomesticata” e usata dall’opportunismo imperante nella società contemporanea. Lungi dal voler fissare in modo dogmatico dei pilastri ideologici, il curatore del libro avanza definizioni e suggerimenti per tradurre l’idealità in una pratica di vita contraddistinta dalla giustizia interspecifica, libertà individuale, empatia, e dalla lotta all’antropocentrismo e alla società del dominio sui viventi. Il testo è giunto alla sua quattordicesima revisione, recependo critiche e contributi di molte persone.
Ne seguiranno altre, perché le idee non si fermano mai.


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Approfondimenti:

Si suggerisce di visionare “La cassetta degli attrezzi


 

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Proposte per un Manifesto antispecista di Manifesto antispecista è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale. Based on a work at www.manifestoantispecista.org.

35 Commenti

  1. Finalmente leggo le proposte per un manifesto.
    Non ero certa di voler aggiungere questi commenti in modo pubblico perché alla fine possono essere considerati inutili dettagli, un voler mettere puntini dove di i non ce n’è neppure.
    Quindi spero che non vengano mal interpretati, anche perché credo di poter condividere, di base, le idee che in questo libro si sono raccolte e ringrazio Adriano per averlo scritto.

    Così, queste sono alcune delle cose che ho pensato leggendolo…
    Si parla di esseri senzienti con i propri interessi da perseguire, interessi che devono essere rispettati. Del cambiamento che questo riconoscimento deve portare al loro “status etico” e del conseguente necessario mutamento dei rapporti.
    A mio parere non sono le caratteristiche che noi riconosciamo agli altri animali che dovrebbe portarci a riconsiderarli e riconsiderare di conseguenza il nostro rapporto con loro. Questo perché la valutazione che noi facciamo di loro è del tutto arbitraria, basata sulle nostre capacità di comprendere e analizzare, capacità limitate che progrediscono con il progredire della scienza ma che non possono e non potranno mai considerarsi certe nè tantomeno assolute.
    Inoltre non è la considerazione che possiamo avere di questo o di quell’altro animale che deve portarci, a mio parere, a decidere di non abusarne, bensì il semplice fatto di non avere alcun diritto di farlo, qualunque grado di senzienza possa avere colui/colei che abbiamo di fronte.
    E questo non sentirsi in diritto di sfruttare/abusare vale poi quindi per gli altri animali così come per le piante, l’ecosistema, l’intero mondo su cui poggiamo i piedi e dal quale dovrebbe essere lecito prendere solo ciò di cui necessitiamo, riportando il termine “necessità” al suo più essenziale significato, come anche sottolineavi tu.
    Non appropriarsi, non disporre dell’altro, qualunque altro esterno a noi, non sentire di averne il diritto.

    Non è solo questione di rispetto e tutela di altri animali e umani svantaggiati, inoltre. Secondo me in quelle due parole “liberazione animale” c’è già tutto. C’è già tutto nel momento in cui ci consideriamo parte di quel “animale” non perché ci sentiamo parte di una fascia svantaggiata, ma perché la liberazione non è solo quella dalle gabbie di una discriminazione subita, ma dalle gabbie di discriminazione perpetrata senza averne coscienza, a causa del meccanismo di cui non siamo altro che ingranaggi che allo stesso tempo triturano e sono triturati, anche quando l’apparenza ci vedrebbe libere persone più o meno benestanti, felici e libere. Liberi non siamo, per questo la liberazione ci riguarda tutti così tanto direttamente.

    Non “risorsa” ma “ricchezza”…
    Nè risorse nè ricchezze a mio parere perché il questo modo credo si tenga troppo centrato il punto di vista. Non “cose utili per” ma cose fini a se stesse. Ciò di cui il mondo è composto non è lì per noi nè per gli altri animali ma ha un senso proprio, non subordinato.
    Anche perché è sempre questione di punti di vista. A tal proposito citerei Michael Pollan e la sua intuizione giuntagli in un pomeriggio di maggio in cui la vista su ciò che aveva di fronte si è improvvisamente ribaltata. E così si è chiesto se fosse lui a desiderare di coltivare le piante che aveva scelto per il suo giardino oppure se quelle stesse piante non fossero evolute in modo tale da suscitare in lui, umano, il desiderio di prendersene cura, sfruttando questo suo desiderio a loro vantaggio per trarne protezione e accudimento, nonché maggiore possibilità di diffusione. Chi è utile a chi, dunque?

    Riguardo la compattezza e l’univocità di un movimento antispecista, anche io penso non sarebbe auspicabile perché non è la massa che si vuole, credo, ma menti autonomamente pensanti. Ho appena trovato una riflessione a proposito in un bell’articolo di Marco Reggio, dove però si riconduceva al problema dell’identità. Discorso che condivido, anche se la prima cosa che mi viene in mente e per cui un’ipotetica compattezza mi suona stonata risiede nel pensiero che la consapevolezza necessaria alla liberazione dalle gabbie mentali è fatta credo di necessità di interrogarsi e non di risposte preconfezionate o percorsi tracciati. La massa non è mai una cosa desiderabile, perché la massa è facilmente governabile, in una direzione o nel suo opposto, non lo sono invece i singoli individui capaci di analisi e valutazioni, di pensiero insomma.

  2. Anche io sono d’accordo con Annamaria ma non ho tanto insistito su questo aspetto perché so come la pensa Adriano sulla questione istituzioni e, da un certo punto di vista, lo comprendo. E’ vero che con le leggi si chiudono certi lager animali ma forse non cambia la testa della gente che resta profondamente specista. Avremmmo meno orrore in quanto certi comportamenti non si manifesterebbero più perché vietati, non perché la gente non si sentirebbe più di manifestarli. Comunque con le istituzioni cerco pure io di dialogare, fino allo sfinimento! Qualcuna risponde, talvolta con buoni risultati. Non si può certo dire che qualche passo avanti significativo non si sia fatto. Annamaria ha accennato al circo con animali che è uno degli esempi più chiari di questo dialogo. In certi Paesi non esiste più. Noi vorremmo che il NO al circo con animali partisse dal basso e che i tendoni fossero vuoti perché quello fosse ritenuto uno spettacolo ripugnante ma non so se accadrà mai. Certamente il nostro messaggio educativo deve essere diffuso ovunque ma che arrivi ovunque è dura. Nella prossima edizione del manifesto io e Annamaria proponiamo un’approfondimento del discorso istituzioni… Facciamo sudare Adriano…

    • Care Annamaria e Paola,

      Grazie per i commenti e per aver esposto le vostre posizioni e i vostri dubbi sulla questione antispecismo e istituzioni.
      Mi limiterò pertanto a esporre per sommi capi la mia posizione che spero possa essere utile, anche se l’argomento meriterebbe ben altri approfondimenti.

      Parliamo e ragioniamo di antispecismo, ma ancora non riusciamo appieno a comprenderne la portata dello specismo e addirittura a percepire appieno il ruolo fondamentale che ricopre nella società umana attuale. La società umana specista ci genera e ci educa: da essa abbiamo ricevuto un’educazione a una visione dell’esistenza che è esattamente ciò che tale società esige da noi. E’ chiaro che in tale situazione sia quasi impossibile svincolarsi dalle logiche speciste e seguire con coerenza e fino in fondo i nostri convincimenti antispecisti: la situazione sociale, culturale, politica e storica impongono continui atti di mediazione da parte nostra.
      Ciò solo per comprendere lo stato delle cose.
      Ciascuna persona antispecista ha chiaramente facoltà di decidere in perfetta autonomia cosa significhi “mediare” e fino a dove possa spingersi nella sua condiscendenza alla società specista in cui vive, ritengo però che vi siano dei limiti oggettivi, oltrepassando i quali l’idea stessa di antispecismo rischierebbe di perdere la sua identità.
      Proverò a spiegare l’importanza di tali limiti mediante un esempio.

      Poniamo di essere un movimento antirazzista che opera all’interno di una società civile dichiaratamente razzista (come il Sudafrica dell’apartheid); poniamo di dover decidere le linee strategiche di intervento per combattere il razzismo della nostra società e trasformarla in una società non razzista e libera. Come specificato in precedenza essendo antirazzisti costretti a vivere in una società umana razzista, dovremo cedere al compromesso per poter continuare a sussistere all’interno di tale società per combatterla dal suo interno. Con questi presupposti passiamo ora a considerare le vostre proposte: considerare un dialogo con le istituzioni razziste.
      La domanda che vorrei farvi a tal proposito è: in qualità di antirazziste vorreste avere a che fare con delle istituzioni dichiaratamente razziste, che emanano leggi razziste, che segregano, discriminano, perseguitano, controllano e dominano una parte della popolazione solo perché considerata di una razza diversa?

      L’attivista antispecista si dovrebbe opporre allo specismo radicato nella nostra cultura, politica, economia e nelle nostre istituzioni, tanto quanto un attivista antirazzista si opporrebbe ad una società dichiaratamente razzista come quella del Sudafrica dell’apartheid o quella schiavista statunitense antecedente alla guerra civile americana; i limiti a cui si faceva riferimento in precedenza, grazie a questi esempi, possono divenire più palesi e delineati: non è possibile mediare e collaborare con le istituzioni di una società umana che è dichiaratamente specista. Non si dovrebbe, pertanto, avanzare delle richieste alle istituzioni di una società umana specista perché provveda a sanare una situazione di assoluta ingiustizia che essa stessa rappresenta, mantiene in vigore e alimenta.
      Di sicuro la percezione dello specismo è ancor più problematica di quella del razzismo, si tratta di considerare esseri senzienti che non appartengono nemmeno alla nostra specie e che possono essere biologicamente lontanissimi da noi. Esseri che non conosciamo se non sommariamente, che non comprendiamo, che non possono difendersi e che non avanzano istanze; è quindi chiaro che le problematiche a cui far fronte siano numerosissime, nonostante ciò ritengo che il compito dell’attivismo antispecista sia quello di creare un conflitto culturale e sociale che causi una discontinuità con il passato e che permetta alle persone umane di reinterpretare il loro rapporto con gli Animali. I nostri soli referenti, pertanto, dovrebbero essere la società civile e le singole persone umane che, mediante una presa di coscienza individuale e collettiva, arrivino a costringere le istituzioni a prendere provvedimenti drastici, fino a giungere a un punto di rottura capace di minare la struttura stessa della società umana specista.

      Riprendendo il vostro esempio del circo. Voi stesse ammettete che una legge contro i circhi non cambierebbe la mentalità delle persone, le quali sarebbero semplicemente costrette dal potere esercitato delle istituzioni mediante le leggi, a non usare Animali nei circhi: ciò non eliminerebbe la causa del problema (l’idea che sia giusto e normale usare Animali nei circhi), ma solo una delle sue conseguenze (l’uso di Animali nei circhi). Di certo per migliaia di Animali una legge contro i circhi che li detengono significherebbe la salvezza, per tale motivo non è possibile affermare che una soluzione di questo tipo sia del tutto negativa, ma solo che in quanto antispecisti non dovremmo chiedere allo Stato specista di intervenire perché ciò significherebbe riconoscerlo come referente accettandone il ruolo, e puntare all’emanazione di una legge che non favorirebbe un reale progresso morale, ma costituirebbe solo un metodo coercitivo per correggere una pratica ingiusta.

      Ciò per cui si dovrebbe lottare è un circo che non sfrutta più gli Animali perché la gente non vuole più vedere spettacoli del genere, in quanto crudeli e ingiusti. Solo in questo modo potremmo aspirare alla scomparsa definitiva del circo con Animali.

      • Carissimi Adriano e Paola, mi rendo conto che il discorso potrebbe proseguire all’infinito e che ogni osservazione può essere controbattuta. Quello che io penso, comunque, è che ognuno di noi vive all’interno di una società che è assolutamente specista dalle fondamenta, oltrechè classista, ingiusta, spesso razzista e che è inevitabile, in qualche modo, usarne gli strumenti. Mi limito a questa osservazione: il pensiero comune e le leggi si pongono in un rapporto estremamente dialettico: il pensiero comune incide sui legislatori che dovranno prima o poi tenerne conto. Ma è anche vero che le leggi plasmano il pensiero: è fondamentale, per esempio, che la legge non contempli la condanna a morte, perchè questa realtà, con cui si convive, viene prima o poi introiettata, anche se non da tutti. Non posso aspettare che il pensiero comune evolva o involva ad ogni piè sospinto e in continuazione riproporre il problema aspettando che la coscienza di tutti arrivi alla convinzione condivisa che la condanna a morte non sia accettabile. A volte è il pensiero comune ad essere avanti, a volte sono le leggi. La condanna della pena di morte non ha certo risolto tutti i problemi, ma è assolutamente fondamentale; nei paesi occidentali dove è permessa, come gli Stati Uniti, è molto più complesso portare avanti un discorso di diritti umani: a pagarne un prezzo sono prima di tutto i condannati, in secondo luogo tutti coloro che si formano all’interno di un contestao del genere. Davvero dobbiamo aspettare una cultura che in modo omogeneo si esprima contro l’uso degli animali nei circhi, prima di pretenderne la fine? Non possiamo dimenticare che il loro uso nei circhi è proprio uno degli elementi che si frappone all’idea dell’inaccettabilità di questo stato di cose. Un abbraccio.

      • Caro Adriano, anch’io porto spesso l’esempio del razzismo e dei Paesi in cui il razzismo è riconosciuto e, come te, non lotterei affinché le persone discriminate fossero “trattate meglio” ma piuttosto che fossero trattate come quelle non discriminate, abolendo così la discriminazione razziale. Abbiamo la certezza che, abolendo la discriminazione razziale con la legge, la aboliremmo anche nella testa della gente? Certamente no, tant’è che il razzismo è vivo e vegeto anche dove è perseguitato per legge.
        Rispondo alla tua domanda “in qualità di antirazziste vorreste avere a che fare con delle istituzioni dichiaratamente razziste, che emanano leggi razziste, che segregano, discriminano, perseguitano, controllano e dominano una parte della popolazione solo perché considerata di una razza diversa?”
        E’ chiaro che io in queste istituzioni non mi riconosco e il mio “avere a che fare con loro” consisterebbe nel volerle ribaltare, come ribalterei il circo, privandolo degli animali. C’è poco da dialogare con un’istituzione razzista, come con un circo con animali però si possono fare denunce, controlli, referendum, mozioni…
        Come scrivi tu, sarebbe bello che “I nostri soli referenti, pertanto, dovrebbero essere la società civile e le singole persone umane che, mediante una presa di coscienza individuale e collettiva, arrivino a costringere le istituzioni a prendere provvedimenti drastici, fino a giungere a un punto di rottura capace di minare la struttura stessa della società umana specista.”
        Sono fiduciosa in questi referenti ma non credo debbano essere i “soli”. Certe volte mi parte proprio da dentro la voglia di protestare e non la trattengo, cadendo in quello che tu consideri un errore, cioè riconoscere lo Stato specista e dargli il potere coercitivo, ma vedo anche dei miglioramenti che salvano la vita degli animali e finisce che la parte emotiva di me prende il sopravvento.

  3. Commento al libro ricevuto via email e pubblicato con l’assenso della persona che lo ha inviato:

    Ciao Adriano.
    Ho letto la Proposta e ne condivido fondamentalmente i principi, i richiami alla giustizia, al pacifismo, alla nonviolenza, alla solidarietà, alla compassione, all’empatia, alla libertà, verso umani e non umani.
    C’è un unico punto in cui non mi trovo d’accordo nella prassi: vale a dire il rifiuto a rivolgersi alle istituzioni. E’ cosa che a me capita di fare: quando mi rivolgo alle amministrazioni comunali per sollecitare regolamenti a tutela degli animali, ai politici perché facciano leggi che vietino l’uso degli animali nei circhi, alle biblioteche perché dedichino settori alla letteratura antispecista, e via di seguito.
    Sono profondamente convinta che le cose cambieranno veramente solo in virtù di un rivolgimento totale, che è quello che nella Proposta viene descritto. Ma sono anche convinta che la metodologia non possa fare a meno di contatti con il potere.
    Si possono anche fare 10000 manifestazioni all’anno contro l’uso degli animali nei circhi, ma finché il parlamento non promulgherà una legge al proposito, la fatica sarà immensa e i risultati debolissimi. E una legge la può fare solo il parlamento.
    Immagino che la Proposta sia il frutto di infinite discussioni e che avrete a lungo parlato di tutto; ma per quanto io ci pensi, non riesco a pensare che la strada sia quella che alla fine avete indicato.

    Ci sarà modo di riconfrontarci, penso.
    A presto per tutto e buona giornata intanto.

    Annamaria

  4. Ho letto il libro in un baleno. E’ un utilissimo vademecum, significativo, chiaro nella forma e nel contenuto.
    Interessante il capitolo sulle considerazioni, e quello sulle definizioni: spesso viene confuso il concetto di maltrattamento con quello di sfruttamento ma qui è ben spiegato che cosa sia lo sfruttamento.
    Interessante la differenza tra animalismo e antispecismo: purtroppo vengono spesso confusi. Ci chiamano animalisti o animaliste ma noi sappiamo che non è corretto.
    Una cosa non mi è del tutto chiara. Nella FAQ 6 (pag.43) è scritto “il fine non giustifica mai i mezzi”. Non so se sia applicabile in assoluto questo principio. Per esempio, sono favorevole all’eutanasia, sia su esseri umani che su esseri non umani e mi sono trovata nella condizione di scegliere se mantenere in vita il mio cane o farlo morire. La sofferenza a cui andava incontro era inaccettabile, secondo me. Non so se lo sarebbe stata anche per lui, così ho deciso io e ho scelto di farlo morire. L’eutanasia, quindi ucciderlo, è stato un mezzo per giustificare un fine: la cessazione della sua sofferenza. Forse, in un certo senso, è stata anche quella un’affermazione del mio dominio e del mio controllo su di lui, cosa che l’antispecismo non accetta. Stessa cosa accade con le sterilizzazioni, gli aborti. Sono pratiche a cui sono favorevole ma mi pongo certamente qualche domanda: anche quelli sono mezzi piuttosto “critici” che giustificano un fine, secondo me giusto. Tutto ciò per dire che il fine non giustifica i mezzi, con le eccezioni che confermano la regola.
    Interessante anche la FAQ 8 con l’annosa questione sui (presunti) antispecisti fascisti, nazisti eccetera… Sono inquietanti solo a sentirli fare questa dichiarazione, eppure ci sono estremisti di destra che sbandierano il loro antispecismo.
    Interessante la FAQ 9 sul rapporto tra antispecismo e anticapitalismo. E’ vero che chi è antispecista deve essere certamente anticapitalista ma è altrettanto vero che ci sono moltissime persone che si vantano di combattere il capitalismo ma se guardi nel loro frigorifero, nel loro bagno, nel loro armadio e nella loro scarpiera trovi il regno del capitalismo.
    Mi piace la copertina con il possibile logo ufficiale del manifesto. Ce ne sono altri candidati? Chi deciderà?
    Oltre a ringraziare Adriano per l’ottimo lavoro fatto, mi associo ai ringraziamenti che Adriano fa a Monica Bertini, Ada Carcione, Luca Carli e Massimo Roccaforte.
    Ai Veganzettisti e alle Veganzettiste consiglio, non solo di leggerlo, ma di regalarlo: per noi quelle sono cose già note ma per la maggior parte della gente che ci circonda no.

    • Grazie Paola per il commento sul libro “Proposte per un Manifesto antispecista”.

      Il parere di lettrici e lettori è fondamentale per comprendere eventuali punti critici e per migliorare il testo che è aperto e che subirà future revisioni.
      Per quanto riguarda il concetto del fine che non giustifica mai i mezzi, il tutto è espresso cercando di far comprendere che mezzi e fini non sono disgiunti e che i mezzi stessi rappresentano già una concretizzazione del fine: l’applicazione di tale concetto nella realtà è ben altra cosa, purtroppo, e comporta sempre una considerevole dose di discrezionalità. Ciò che tu hai fatto per il tuo Cane è un gesto di amore e di rispetto: hai cercato di porre fine alla sofferenza di un essere senziente evidentemente condannato da una malattia in fase terminale. Decidere della vita degli altri è sempre una questione moralmente pesantissima, anche in questo non dovrebbero esserci differenze tra Umani e Animali. L’idea antispecista pone al centro l’individuo, non la vita in quanto tale: se e quando la qualità della vita di un individuo diviene inaccettabile, bisogna intervenire anche per porre fine alle sofferenze quando sono ormai inutili. Sul concetto di qualità della vita inaccettabile ci sarebbe molto da dibattere in ambito antispecista per arrivare a una visione il più possibile comune. La tua decisione forse è stata un’affermazione di dominio, forse no. Non potendo comprendere appieno gli Animali che si trovano in una situazione come quella da te descritta, non potremo mai conoscere in dettaglio le volontà, dobbiamo quindi agire con il massimo rispetto e la massima coerenza cercando di svilcolarci dalla nostra visione parziale e antropocentrica: la teoria pare semplice, la pratica è tutt’altra cosa.
      Le questioni sterilizzazione e aborto sono simili a quella dell’eutanasia e necessitano di un approfondimento, sia dal punto di vista delle prospettive future antispeciste, sia per questioni contingenti (la proliferazione di Animali cosiddetti “da compagnia” che poi subiscono abbandoni, maltrattamenti e sfruttamento); in ogni caso andrebbe tutelato l’individuo che dovrebbe poter vivere una vita dignitosa e libera, e non il concetto di vita come valore in sé.

      I tuoi dubbi sono del tutto legittimi e forse tali argomenti potrebbero divenire parte integrante del futuro testo del Manifesto, o magari specificandoli meglio nelle F.A.Q.

      Il logo proposto per il momento è l’unico, non vi sono altre proposte grafiche, in ogni caso non è nemmeno necessario che se ne adotti uno.
      Anche il logo, come tutte le altre proposte del libro, è passibile di modifiche provenienti da tutte le persone che vorranno intervenire e partecipare al lavoro collettivo.

      Grazie per il tuo interessante commento e per i tuoi utili consigli.

  5. Come giustamente Roberto fa notare gli Animali non sono nostri fratelli, o fratelli “minori” come qualcuno afferma, ma non sono nemmeno nostri amici, o non necessariamente, sono altri individui, altre popolazioni di individui, altre società non umane.
    In quanto esseri viventi e senzienti vanno rispettati, questo a prescindere dal grado di intelligenza – sempre e solo valutata secondo canoni umani – sensibilità, empatia e coscienza. Ciò che l’antispecismo evidenza non è il diritto degli altri a poter vivere, ma il dovere di noi Umani di contenerci, di controllarci e di reinterpretare il nostro ruolo in seno alla natura, ruolo che abbiamo stravolto e mistificato per millenni. Forse possiamo affermare che la pratica antispecista è una forma di autocontrollo e di autocritica e che l’idea antispecista, in fin dei conti, riguarda prettamente l’Umano, per una volta osservato attraverso una lente non antropocentrica.

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