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Teoria intersezionale e antispecismo: una critica

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Fonte: www.veganzetta.org/teoria-intersezionale-e-antispecismo-una-critica

Questo articolo inaugura su Veganzetta una serie di riflessioni critiche sul cosiddetto “movimento antispecista” come lo conosciamo attualmente e su alcune sue recenti tendenze, elaborazioni e proposte. In questo primo testo si propongono delle considerazioni di Aldo Sottofattori (storico esponente dell’antispecismo italiano, nonché autore in passato di numerosi articoli pubblicati su Veganzetta) sul rapporto tra intersezionalità e antispecismo, nel tentativo di comprendere – onestamente, serenamente e senza preconcetto alcuno – se la via dell’intersezionalità così come è stata intrapresa in ambito antispecista, abbia prospettive e una possibilità di sviluppo.
In coda al testo di Sottofattori, alcune considerazioni su quanto in esso proposto.
Ci si augura che sia gli argomenti affrontati da Sottofattori, sia le considerazioni sul suo articolo, possano essere di stimolo per l’avvio di un dibattito serio e propositivo sull’argomento.

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Teoria intersezionale e antispecismo: una critica

Esiste un dato di fatto: quelli che per semplicità possiamo chiamare “movimenti di emancipazione umana” – gruppi talvolta eccezionalmente estesi, con finalità e obiettivi di riforma più o meno radicale dello stato di cose esistente – non mostrano alcuna disponibilità ad accogliere le tesi e le condotte proposte dall’antispecismo. Questo non significa che non sia possibile cogliere proprio in quegli ambiti nuova linfa per il movimento di liberazione animale: tuttavia è possibile conquistare soltanto singoli soggetti dotati di sensibilità particolare. La tendenza all’ascolto dei movimenti, quando si manifesta, è soltanto di circostanza in onore al politically correct, ma non si traduce in altro se non in benevolenza di facciata.

A prima vista tale resistenza potrebbe essere interpretata come effetto di quell’inerzia culturale dovuta ad abitudini di lunga tradizione che richiede tempi adeguati per essere rimossa. Purtroppo, essa non si manifesta come semplice rifiuto, ma si accompagna a un complesso di argomentazioni e principi in antitesi alle tesi antispeciste.

Il movimento antispecista – o meglio, parte di esso – dimostra una ammirevole resistenza nel compiere un’azione di stalking verso gli altri movimenti per farsi integrare nelle azioni di cambiamento dell’esistente, ma più che ricevere rifiuti, riceve indifferenza. In altri termini questa componente dell’antispecismo si ostina a immaginarsi parte di un fronte più ampio, un po’ come l’amante respinto che non vuole accettare la dura realtà. Essa non riesce a prendere atto che quando nello spazio pubblico si criticano il mondo neoliberista e i suoi valori il discorso risulta rigorosamente circoscritto alla condizione degli esseri umani.

È importante capire il significato di queste parole: non si vogliono sottovalutare passioni e ragioni da condividere con altri attivisti ogni volta che si presenta un’occasione di lotta per l’affermazione di diritti; passioni e ragioni sono parte del bagaglio dell’attivista antispecista che si rinnova ogni volta che ci si relaziona nel corpo sociale. Il problema nasce quando a tale argomentazione si attribuiscono potenzialità strategiche tali da aprire spazi che non esistono, se non in una speranza meramente immaginativa. Pretendere che la percezione situata della propria posizione di oppresso generi una presa di coscienza capace di rispecchiarsi in altre condizioni è già problematica quando le diverse identità sono proprie degli esseri umani, ma di fronte alla barriera di specie si va a cozzare quasi regolarmente contro la barriera specista.

Preso atto del fenomeno, è possibile tentare di sviluppare una linea di ricerca in grado di andare oltre il rilievo empirico e spiegare sia le resistenze degli specisti, sia le pretese dell’antispecismo. È possibile che la spiegazione sia nascosta in un errore che paradossalmente si è formato proprio con lo sviluppo teorico di quest’ultimo.

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La teoria intersezionale, accettata pienamente dall’ultimo antispecismo, indica nell’uomo bianco, benestante, eterosessuale, in salute il soggetto che ha generato le classificazioni binarie con l’intento di stabilire un alto e un basso; in definitiva, la strutturazione gerarchica che ha instaurato il complesso delle oppressioni. Definito in questo modo, l’“Uomo” assomiglia molto al tipo la cui nascita viene posta da molti interpreti nel XVIII secolo, guarda caso il secolo di quell’Illuminismo così spesso maltrattato negli odierni ambienti progressisti e soggetto anch’esso a radicale decostruzione. Dalla critica all’Illuminismo, si passa poi al luogo della sua formazione, l’Occidente, che di fatto rappresenta il luogo in cui si è costituito (costruito) l’Uomo bianco con tutti i suoi attributi. L’Occidente diventa così il luogo di tutti i mali del mondo, tesi su cui, come vedremo, occorrerebbe riflettere attentamente.

A questo punto, l’antispecismo cerca una soluzione. Costruisce una sorta di confine umano mobile per mezzo del quale vengono “animalizzate” le categorie umane subalterne. La contemporanea tesi della fluidità del concetto di specie – se non addirittura la sua decostruzione – introduce il concetto di indistinzione dei soggetti oppressi. In fin dei conti sia gli umani subalterni, sia gli altri animali sono organismi desideranti che vogliono sottrarsi dalle forme oppressive. Il cerchio è chiuso: la violenza sugli (altri) animali, pur avendo caratteristiche proprie, è soggetta agli stessi meccanismi di oppressione subiti da altre identità; pertanto – considerato l’asse dominatori-dominati – gli animali possono essere inquadrati nel secondo termine e, a questo punto, la teoria intersezionale diventa lo strumento appropriato per stabilire alleanze1.

Ora, la tesi dell’“uomo” nato nel XVIII secolo sembra francamente insostenibile. Certamente in quel secolo è nato uno specifico tipo d’uomo. Ma l’Uomo esiste da quando è precipitato nella falsa percezione di sé come ente separato dalla natura. Quando ciò sia accaduto non è dato di sapere. Di certo la cultura giudaico-cristiana (che rispetto alle sue origini difficilmente potrebbe considerarsi occidentale) ha certificato questo distacco in termini piuttosto evidenti con il complesso e la propagazione di miti talmente conosciuti da non richiedere qui alcuna puntualizzazione. Oltre a ciò, ha determinato un’altra spettacolosa rivoluzione che rientra prepotentemente nella nostra discussione: ha linearizzato il tempo che fino a quel momento era ritenuto circolare, periodico e ripetitivo. Da quel momento, tra la creazione e la fine dei tempi, ci sarebbe stata una evoluzione continua degli eventi e la Storia si sarebbe messa in marcia. In particolare, è il ramo cristiano di tale tradizione che, conquistando e impregnando l’occidente geografico e trasformandolo via via nell’Occidente, determina enormi e imprevedibili sviluppi.

L’autopoiesi del “sistema Occidente” che ha preso il via dall’incidente cristiano ha creato nella Storia due binari che sono proceduti di pari passo, incrociandosi con continuità e agendo in perenne conflitto: il binario del potere che raggruppa tutte le forme di autorità manifestatesi nel tempo (ecclesiastiche, signorili, politiche o economiche ecc.) protese a esercitare un dominio – in senso generale e secondo mille forme – contro la natura e contro la specie degli umani; e il binario dei valori, costituito dall’ideale staffetta per mezzo della quale tutti i processi di emancipazione e di liberazione sono apparsi prima in Europa e poi in tutto il globo. Accettando questa tesi, ne conseguirebbe la profonda ambivalenza dell’Occidente che dovrebbe essere interpretato come un campo di tensione tra due forme evolutive, una negativa e l’altra positiva.

Le idee di emancipazione non si reggono da sole. Queste sono state sempre accompagnate e, anzi generate, da stati di profonda sofferenza o dalla percezione di subire gravi ingiustizie. Questo filone di idee ha costantemente aspirato a espungere dalla sua condizione, e in modo sistematico, tormenti, povertà, oppressioni e discriminazioni in qualunque modo si presentassero. Questo processo di liberazione, caratterizzato da movimenti collettivi e supportato da idee sempre più avanzate, si è sviluppato in Occidente, appartiene all’Occidente e, insieme con il criminale lato oscuro dell’espansione commerciale, è tracimato nel resto del mondo. Cosicché si può dire che, con l’esplosione dell’iperattività sistemica della società umana avvenuta nel XX secolo, si sono liberate tutte quelle condizioni che, potenzialmente, potrebbero fondersi in un processo di definitiva liberazione da qualsiasi forma di oppressione (umana).

Ora, si confrontano due modi di vedere il mondo: da una parte l’ormai famoso uomo bianco con le sue attribuzioni; dall’altra il magma caotico e multiforme del mondo a venire, insomma il complesso dei movimenti portatori di istanze di emancipazione (dal dominio, dal patriarcato, dal capitale ecc.). In mezzo ai due poli una composita entità: la grande massa dell’umanità compresa tra le sirene della cultura dominante, e i banditori, a vario titolo, del mondo a venire. Il gioco rappresenta la battaglia definitiva e stabilirà o il collasso del pianeta sotto l’azione antropogenica, o una qualche rinascita di (in) un futuro di cui non possiamo ancora definire i contorni.

La portata della guerra tra il mondo attuale e il mondo a venire non lascia alcuno spazio all’antispecismo, il quale, aspirando alla liberazione dell’animale (cioè degli enti che gli umani riassumono con tale termine) non può trovare nessuna possibilità ragionevole di ascolto in una condizione di conflitto totale (non credo che sia esagerato parlare di conflitto totale dato lo storico punto di svolta in cui si giocano i destini della specie umana che ancora non può chiamarsi “umanità”). Ma a ben vedere il problema dei liberazionisti non è quel soggetto sul quale si è a lungo appuntata l’attenzione dell’antispecismo e individuato nell’uomo, bianco, etero, benestante, sano ecc. Il signore in questione altro non è che il rappresentante di quel continuum storico che dalle prime manifestazioni neolitiche si ripresenta nella società moderna in una nuova relazione con i suoi simili caratterizzata da rapporti di sfruttamento inediti e particolari. È il cavernicolo che di moderno ha soltanto i panni. È il prolungamento del vecchio in forma nuova dentro l’epoca dei Lumi; è il problema dentro la comunità umana la quale sta maturando faticosamente potenzialità e percorsi di liberazione di (e da) se stessa. In fin dei conti, come è possibile definire specista chi “animalizza altri gruppi umani”? Perciò l’antropocentrismo, l’umanismo, l’universalismo specista, la fissazione della specificità di specie non vanno ricercati in questo antico troglodita che si ripresenta con vesti moderne, bensì nelle forme evolute dell’umanità che sono state costruite a partire dalla fondazione del ramo oscuro della cultura giudaico-cristiana. Ora, forse, possiamo vedere la radice del problema. Gli antispecisti devono deviare lo sguardo spostandolo dal punto sbagliato per individuare altrove il nodo, e cioè proprio in quei movimenti che vengono corteggiati in quanto ritenuti dei potenziali alleati.

E il soggetto che esprime il dominio? Quell’Uomo bianco con tutti i suoi attributi? Quel soggetto è semplicemente estraneo alla questione, ma non è nemmeno specista o viziato dall’antropocentrismo. È un soggetto che non ha linguaggio. O meglio, è il soggetto arcaico che, in parte addomesticato dalla cultura, impiega il linguaggio per nascondere i suoi fini. Non occorre il decostruzionismo per capire che quando parla di guerre umanitarie o benessere della popolazione attraverso l’economia di mercato o altre spettacolose architetture linguistiche con fini altruistici, si ponga in realtà fini esattamente opposti a quelli dichiarati. Il personaggio in questione è semplicemente avulso dal nostro problema. L’“uomo bianco” con tutte le sue stucchevoli attribuzioni – insomma, il modello continuamente reiterato – non si confronta con niente, né con nessuno essendo ancora dominato, egli stesso, dal controllo del tronco encefalico. Se esistesse solo lui, non potrebbe esserci mediazione linguistica e la relazione sarebbe basata esclusivamente sull’atto della guerra di tutti contro tutti.

Invece l’antispecismo ha come specchio lo specismo, cioè la teorizzazione della superiorità umana di fronte alla quale ogni ente risulta cosa, la teorizzazione che contiene al suo interno la speranza di una elevazione rispetto alla quale, ogni paragone con l’animalità è grave offesa. Che sia pregiudizio o ideologia di sfruttamento o entrambi, lo specismo si incarna nella speranza di liberazione dai limiti della natura perché all’origine, e a seguito delle evoluzioni storiche, si è nutrito di questa speranza. Nel popolo umano che aspira alla liberazione il linguaggio è autentico, specista, umanista e antropocentrico, ed esprime l’ansia della conquista di un’umanità finalmente compiuta, anche se si dibatte nella confusione sulla via da percorrere.

Insomma, l’antispecismo può sussistere in compresenza con lo specismo sia pure, attualmente, senza alcuna speranza di autentico ascolto. Antispecismo e specismo (a differenza dell’uomo arcaico) possiedono entrambi lo stesso linguaggio ma quando si confrontano si pongono su piani diversi e non si possono comprendere. È con la parte evoluta di questa specie sorprendente che è possibile potenzialmente confrontarsi, ma la condizione immatura non consente di giungere ad accordi o a stabilire piattaforme e ragionamenti comuni. Pertanto l’antispecismo deve accettare di essere corpo estraneo anche, e soprattutto, presso la parte migliore dell’umano. Deve combattere la sua battaglia sapendo di vivere un’ineliminabile solitudine. Questo significa lasciar cadere ogni speranza di trovare collettivi accoglienti e proseguire in una prospettiva tutta propria e semplificata rispetto alle pretese ambiziose degli ultimi tempi. L’antispecismo non necessita di alcun sviluppo teorico ulteriore, perché quello che ha alle spalle è sufficiente, persino ridondante. E, soprattutto, deve abbandonare in questo momento storico pretese intersezionali limitando il suo interesse agli animali non umani che, a seguito di troppe distrazioni, rischiano di essere dimenticati. Ciò non significa che gli attivisti per la liberazione animale non possano supportare le cause degli immigrati, del femminismo, del pacifismo, dell’ecologismo o di altri movimenti a carattere emancipazionista. È vero il contrario, è bene che sostengano quelle lotte se hanno modi, occasioni e risorse per poterlo fare. In primis perché sono lotte per obiettivi giusti. Poi perché solo in una società finalmente umanizzata, una società universale in cui la parola “umanità” acquista il suo significato autentico e in cui gli umani si liberano delle contraddizioni interne, si può intravvedere la possibilità di aprire spazi di dialogo e di nuove realizzazioni. Ma oggi la scelta di aderire a quelle lotte non potrebbe essere condotta in quanto antispecisti, ma da sostenitori del movimento al quale di volta in volta si partecipa.

Tutto ciò può sembrare in contraddizione con quanto detto finora. Se l’emancipazione umana è indubitabilmente antropocentrica come potrebbe, una volta realizzatasi, prestare ascolto all’antispecismo e acconsentire alla liberazione animale se non l’ha fatto prima? Credo che ciò accadrebbe perché l’antropocentrismo si dissolverebbe una volta che fosse conquistata la meta, in quanto rappresenta il mezzo, non il fine; il viaggio, non il traguardo; il viatico, non il ristoro finale. Perciò è probabile che una società umanizzata, liberata dalle angosce e dall’alienazione con la quale ha convissuto per un tempo interminabile, possa ritrovarsi a disporre di uno sguardo nuovo sul mondo, pieno di meraviglia e rivolto alla pacificazione con gli essenti con i quali è stata in conflitto e su sponde opposte per un tempo interminabile. Ma c’è un motivo ulteriore, più fondato e incoraggiante, che possiede una caratura strettamente materialistica. Ipotizzo che l’antropocentrismo svanirebbe perché, risolte le sue contraddizioni interne, l’umano si troverebbe di fronte a quelle esterne, la mancanza di soluzione delle quali lo farebbe riprecipitare nel caos. Se non rientrasse – pur con le sue caratteristiche di animale tecnologico – nella natura, nel rispetto delle sue leggi, nessuna giustizia o conquistata eguaglianza, nessuna fratellanza universale lo metterebbe al riparo da nuovi errori che rigenererebbero vecchi conflitti. In altri termini dovrebbe ricostruire il suo rapporto con il mondo e con gli altri animali sulla base di relazioni materiali costruite sulle leggi dell’evoluzione, che tuttora i movimenti di emancipazione, di qualunque natura essi siano, compresi quelli ambientalisti, ancora non sospettano (relazioni forse non sospettate nemmeno gli antispecisti).

Ora, però, nasce una domanda ragionevole: che fare, come antispecisti, in un contesto simile? Se il mondo è immaturo per la liberazione totale degli esseri viventi – e non soltanto della famiglia umana – che significato attribuire al proprio ruolo? Si può comunque fare molto anche partendo dall’assioma dell’autonomia del movimento di liberazione animale. Intanto esistono particolari settori di sfruttamento in bilico tra tradizioni e modernità. Se le prime lo implicano, la seconda può accettare il loro abbandono. In questo quadro si può lottare per l’eliminazione (ma sarebbe meglio dire “per l’accelerazione dell’eliminazione”) di settori di sfruttamento “non necessari” che continuano a essere mantenuti per inerzia. Ma la funzione più significativa del movimento antispecista consiste ancora nella diffusione di idee liberazioniste sapendo che non si tratta tanto di realizzarle (poiché come sostenuto, mancano le condizioni di fattibilità), quanto di rinforzarle. Occorre cercare e raccogliere una sensibilità diffusa che pure esiste perché non è ancora cristallizzata nelle grandi narrazioni della magnifica singolarità dei sapiens inculcata nei (dai) movimenti di emancipazione umanista. Senza dimenticare manifestazioni, proteste, incursioni, liberazioni, intimidazioni in ambiti deprecabili (perché no?) per mantenere viva e accrescere la presenza del movimento nello spazio pubblico. È necessario che la grande idea della liberazione animale rimanga viva nel tempo e proceda in parallelo con gli sviluppi degli avvenimenti umani. Fino al momento in cui possa finalmente dare un contributo fondamentale, in un futuro ancora indistinto, per compiere l’ultima rivoluzione.

Naturalmente niente garantisce che tutto possa svolgersi secondo questa prospettiva. Le difficoltà seguite al periodo d’oro hanno creato davvero tante defezioni e, per chi è rimasto, l’umore non è dei migliori. Risalire la china, recuperare i passati ardori e riuscire a mantenerli vivi significa oggi fare uno sforzo sovrumano. Certamente è possibile che la distruttività umana cancelli la possibilità di un mondo a venire. Ma esistono altre possibilità?

Aldo Sottofattori

www.criticadelleteologieeconomiche.net

Note:
1) In questo schema c’è già qualcosa che stride e che dovrebbe aprire interrogativi in coloro che lo adottano: l’antispecista non è il soggetto oppresso. La posizione situata sarebbe quella dell’animale, essendo quella dell’antispecista una specie di attività per conto di. Ma nel prosieguo sorvolerò su questo pur importante aspetto.

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Alcune considerazioni

a cura di Adriano Fragano

Prima di tutto ritengo importante chiarire che nel testo di Sottofattori non si mette in discussione in concetto di interconnessione delle lotte di liberazione, né Veganzetta intende farlo: esso rimane un elemento imprescindibile del pensiero e della strategia antispecista. Libertà, giustizia, rispetto delle diversità, diritto a una vita degna e piena, autodeterminazione, non possono avere una chiave di lettura parziale, ma sono dotati di una caratteristica di universalità: l’idea di una liberazione parziale o condizionata significherebbe la negazione del principio stesso. È chiaro dunque che nell’analisi proposta non si discute l’approccio alle lotte di liberazione dell’antispecismo, ma si considerano l’opportunità e le effettive possibilità di successo dell’idea secondo la quale grazie alla teoria intersezionale, l’antispecismo possa ottenere l’attenzione che desidera dai movimenti di liberazione intraumana.
Gli argomenti proposti da Sottofattori sono indubbiamente numerosi, controversi e complessi, possono piacere o meno, magari risultare disturbanti, ma di sicuro evidenziano una questione che esiste in ambito antispecista e che però – come troppo spesso accade – a tutt’oggi non è stata affrontata e dibattuta a sufficienza. Alla rapida propagazione dell’idea dell’intersezionalità, non è seguito un ampio dibattito pubblico in grado di coinvolgere le molte anime antispeciste, nel tentativo di elaborare una visione condivisa. A ciò è seguita una (non unanime) accettazione della proposta intersezionale, che ha lasciato aperti numerosi interrogativi.

Dei molti argomenti sollevati da Sottofattori, mi preme sottolinearne solo alcuni che considero particolarmente importanti.

Il primo argomento da sottolineare è la trappola del politically correct in cui l’antispecismo è caduto, ossia la tolleranza di circostanza da parte della quasi totalità di quelli che Sottofattori definisce «movimenti di emancipazione umana» nei confronti delle istanze antispeciste, che si traducono in una sorta di benevolenza di facciata. Tale situazione certifica di fatto il fallimento del tentativo di allargamento del fronte delle lotte di liberazione intraumane anche alla questione animale. Giustamente Sottofattori fa notare come sia possibile in questi ambiti, trovare nuova linfa per l’antispecismo, ma essa proverrebbe solo da singoli soggetti sensibili all’argomento per convinzione, percorso personale e/o predisposizione e non dalla globalità di tali ambienti. Sono senza alcun dubbio questi soggetti coloro ai quali il movimento antispecista si dovrebbe rivolgere.
Si potrebbe addirittura stabilire un parallelo tra l’atteggiamento di approccio alla società umana che parte del movimento vegano ha tenuto in questi ultimi decenni, con l’idea di allargamento del fronte mediante l’intersezionalità di parte del movimento antispecista: nel primo caso si è tentato di “veganizzare” attraverso argomenti indiretti l’intera società umana, nel secondo di “antispecistizzare” attraverso tematiche intersezionali i movimenti di liberazione umana.
Entrambi i tentativi sono da considerarsi simili ed errati. L’unica differenza è che mentre nel primo caso si sono adottate argomentazioni e strategie derivanti da un concetto di veganismo non aderente all’originario, nel secondo si è pensato di utilizzare l’intersezionalità (concettualmente giusta e auspicabile) per trovare spazi comuni di lotta che in questo momento storico non sono possibili, causando una sorta di infruttuosa “fuga in avanti”. Il problema è quindi interpretativo e di natura strategica: l’attribuzione a determinate argomentazioni (come quella intersezionale) di «potenzialità strategiche tali da aprire spazi che non esistono».

Quanto affermato conduce al secondo argomento che vorrei sottolineare, vale a dire del fatto che stiamo parlando di movimenti di emancipazione umana, che proprio in quanto tali considerano la lotta dal punto di vista teorico e ancor di più nella pratica, relegata all’ambito strettamente umano (e non potrebbe essere altrimenti). L’antropocentrismo che da tale impostazione deriva è palese e naturale, proprio perché attiviste ed attivisti che si occupano di queste lotte, hanno come finalità l’affermazione delle istanze di minoranze o di categorie di soggetti appartenenti all’umanità, all’interno della quale intendono avere spazi e ruoli che ritengono loro spettanti di diritto. Pertanto è chiaro che anche la più radicale delle visioni della società umana risente di quello che chiamo lo scoglio antropocentrico e che Sottofattori definisce più puntualmente la “barriera specista”. Scogli o barriere che chi si occupa di questioni di emancipazione umana non è tenuto automaticamente a considerare e a infrangere per ottenere lo scopo che si è prefisso. Un esempio pratico di quanto affermato lo si ritrova nelle frasi che spesso pronunciano coloro che subiscono violenze, costrizioni, trattamenti disumani e umilianti e che si battono per i propri diritti: «non siamo animali». In questa frase si riassume l’essenza delle lotte di liberazione umana che ancora si poggiano su un concetto d’identità umana contrappositiva, che ha fatto della distinzione dagli altri Animali la propria forza fondante: non siamo Animali e di conseguenza non possiamo essere trattati come loro.
Vorrei sottolineare inoltre un elemento che Sottofattori accenna in nota e che io considero di grande rilevanza, ossia la constatazione che la lotta antispecista agisce per interposta persona (per conto di) e senza delega alcuna (mai fornitaci dagli Animali). Vale a dire che non solo l’attivismo antispecista (formato da Umani) non lotta per l’affermazione di propri diritti o per determinati diritti di altri Umani, ma addirittura lotta contro la nostra posizione di dominio sugli altri viventi, quindi contro l’attuale condizione umana e contro i nostri stessi interessi di specie: tutti siamo specisti nessun Umano escluso. Queste peculiarità della lotta antispecista la rende unica e non confrontabile con altre tipologie di lotte di liberazione, men che meno con quelle attuali di liberazione umana.

Le peculiarità della lotta antispecista ci conducono al terzo argomento: ovvero l’antispecismo come “corpo estraneo”, come lotta solitaria diretta anche contro «la parte migliore dell’umano» intenta a combattere una lotta di liberazione tutta interna alla specie. Da questo la consapevolezza di dover procedere per ora in una «ineliminabile solitudine» che deve essere accettata per il bene della causa, riportando l’interesse principale sulla questione animale che ultimamente pare correre seri rischi di passare in secondo piano.
Non c’è alcuna volontà di auto isolazionismo o di elitarismo in tutto ciò, ma solo la convinzione che i tempi non sono ancora maturi per un serio passo verso l’intersezionalità.
Diversamente da Sottofattori, credo però che ritornare sui nostri passi non sia del tutto corretto né sufficiente, probabilmente servirebbero strumenti teorici meno impattanti sia sulla nostra lotta, sia su quella delle altre realtà con le quali intendiamo relazionarci; per tale motivo suggerisco l’adozione dell’interdiscorsività come proposto dalla psicologa antispecista Romina Kachanoski*: l’interdiscorso è un rapporto implicito o esplicito che un discorso ha nei confronti di altri discorsi, l’interdiscorsività è quindi quell’elemento, o quegli elementi, di un discorso che lo collegano ad altri. Grazie all’interdiscorsività potrebbe nascere così una nuova modalità più “neutra” e facile da accettare che l’antispecismo potrebbe proporre ai movimenti di emancipazione umana, mediante un interdiscorso risultato di molteplici singole argomentazioni tra loro diverse ma in vario modo collegate, che a loro volta si ritrovano concatenate alla globalità del discorso. In pratica non più intersezione, ma un discorso di discorsi che può riguardare – ad esempio – il concetto di libertà dei singoli individui protagonisti o destinatari delle molte lotte di liberazione intraumana, e quello riguardante la volontà di libertà degli Animali e il concetto di libertà antispecista: un’amalgama che potrebbe portare alla scoperta di molte argomentazioni e visioni comuni, come nel nostro caso il fatto incontestabile che il desiderio di libertà sia comune a tutti gli Animali e non solo all’Umano.
Peraltro l’interdiscorsità prevede che la scelta di un argomento di un discorso, comporti la relazione con altri discorsi già prodotti in precedenza: altri concetti già espressi in ambiti diversi che vengono riportati per divenire parte integrante di un nuovo discorso. Ciò faciliterebbe enormemente la costruzione di “ponti” tra discorsi diversi e tra concetti diversi di liberazione.
Costruendo nuove relazioni tra entità discorsive su concetti di carattere generale o grandi entità discorsive anche se provenienti da ambiti eterogenei (libertà, giustizia, diritto alla vita, rispetto dell’alterità ecc.), si potrebbe avviare un serio confronto sui motivi delle lotte sul piano teorico (discorsivo), salvaguardando al contempo la specificità, l’indipendenza, le strategie e l’identità dei singoli movimenti di liberazione (animale e umana). Nascerebbe così un discorso tra entità diverse (speciste e antispeciste) mediante argomenti comuni, senza l’obbligo da parte delle prime di dover accettare sin da subito tutti i cambiamenti che un’intersezione comporta, ciò fino a quando la società umana non fosse realmente pronta ad affrontare una reale intersezionalità delle lotte (qualora ve ne fosse realmente ancora bisogno), oppure – come propone Sottofattori – non avesse definitivamente risolto i suoi conflitti interni, potendo così finalmente affrontare e risolvere l’ingiusto rapporto che abbiamo con gli Animali, senza quindi più alcun bisogno di teorie intersezionali.

* Kachanoski, R. (novembre 2015), conferenza Violencia Especista: claves para su reconocimiento y erradicación, presso Università ISEC, Città del Messico.

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Indirizzo breve di questa pagina: http://www.manifestoantispecista.org/web/cflid

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