Definizione di antispecismo

Cogliendo l’occasione della bella foto inviata da Mauro Scalco (grazie di cuore!) che ritrae Victor mentre è alle prese con il testo di “Proposte per un Manifesto antispecista“, fornisco di seguito la definizione di antispecismo pubblicata nel libro alle pagine 13 e 14:

L’antispecismo è il movimento filosofico, politico e culturale che lotta contro lo specismo, l’antropocentrismo e l’ideologia del dominio veicolata dalla società umana. Come l’antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla presunzione dell’esistenza di razze umane e l’antisessismo respinge la discriminazione basata sul sesso, così l’antispecismo respinge la discriminazione basata sulla specie (definita specismo) e sostiene che l’appartenenza biologica alla specie umana non giustifica moralmente o eticamente il diritto di disporre della vita, della libertà e del corpo di un essere senziente di un’altra specie. Gli antispecisti lottano affinché le esigenze primarie degli Animali siano considerate fondamentali tanto quanto quelle degli Umani, cercando di destrutturare e ricostruire la società umana in base a criteri sensiocentrici ed ecocentrici, che non causino sofferenze evitabili alle specie viventi e al Pianeta. L’approccio antispecista ritiene (considerando tutte le dovute differenze e peculiarità) che: Continua a leggere

La “patria potestà” del concetto di antispecismo

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Si è concluso di recente il tour italiano di Peter Singer per la presentazione del suo nuovo libro “La cosa migliore che tu puoi fare. Cos’è l’altruismo efficace” edizioni Sonda. Il tour ha toccato città come Torino e Milano e rappresenta il ritorno in Italia del famoso filosofo dopo circa vent’anni.
Molti sono stati i titoli dei giornali dedicati all’evento (fortunatamente), molte le notizie riportate, alcune delle quali riguardanti l’antispecismo e purtroppo inesatte; proprio per tale ragione può essere utile fornire delle informazioni in merito.
Peter Singer è un filosofo australiano utilitarista, un saggista,  un docente universitario di bioetica ed è noto al grande pubblico per il libro “Liberazione animale” pubblicato per la prima volta nel 1975 e considerato un classico del pensiero liberazionista mondiale, ma non è – come si è scritto in molti giornali – il padre dell’antispecismo, ed è un errore scrivere – come ha fatto la rubrica del Corriere della Sera Veggoanch’io (sì, tu sì) – che “Proprio a Singer è attribuita infatti la patria potestà del concetto di antispecismo“.

Basterebbe leggere – o rileggere con maggiore attenzione – “liberazione animale” per comprendere come Singer ha avuto il grande merito di divulgare il concetto di specismo – e di conseguenza la sua visione antitetica che è l’antispecismo – che però era stato elaborato in precedenza (nel 1970) dallo psicologo inglese Richard Ryder.
Infatti nel primo capitolo del suo celebre libro, Singer introduce il concetto di specismo argomentandolo e dandogli così risonanza internazionale: egli scrive a proposito del neologismo “specismo” che “la parola non è elegante, ma non riesco a pensare a un termine migliore” (è probabile che per tale frase molti lettori siano stati indotti a pensare che fosse lui l’ideatore del termine), segue una definizione che si chiude con una nota (la numero 4) che alla fine del libro (la nota a cui si fa riferimento è dell’edizione italiana Net del 2003 a cura di Paola Cavalieri, N.d. R.) recita:

Devo il termine “specismo” a Richard Ryder. Dopo la prima edizione di questo libro esso è entrato nell’uso generale, e compare ora in The Oxford English Dictionary, seconda edizione, Clarendon Press, Oxford 1989.

Proprio ad Oxford nel 1970 Ryder rese pubblico un suo testo in cui si parlava per la prima volta del concetto di specismo, proponendo una prima elaborazione di questo complesso problema non solo dal punto di vista psicologico, ma anche animalista, perché l’interesse dello stesso Ryder per questa fondamentale tematica, scaturiva dal suo rifiuto all’utilizzo degli Animali nelle sperimentazioni scientifiche, rifiuto che lo portò in breve a divenire uno dei riferimenti teorici della liberazione animale.

In conclusione non s’intende sminuire la portata del lavoro di Singer e la sua importante opera di divulgazione liberazionista (allo stesso modo è giusto sottolineare che il pensiero del filosofo presenta numerose criticità e posizioni ben poco condivisibili), ma è giusto considerare che se proprio dobbiamo parlare di una paternità del concetto di antispecismo (lasciamo stare la patria potestà per favore), è a Ryder che si dovrebbe pensare, in quale formalizzando il concetto di specismo ha dato il via alle numerose elaborazioni successive e alla lotta antispecista moderna, che pur non disconoscendo le opere fondamentali, ha preso – e prenderà –  altre vie rispetto a tali concetti primigeni acquisendo, se vogliamo, molti altri padri e molte altre madri.

Peter Singer: “Oh mio dio questi vegani…”


Da Veganzetta:

Proponiamo la lettura di un interessante – anche se datato – testo pubblicato da Gary L. Francione sul suo sito web. In esso si affrontano alcuni argomenti che permettono di puntualizzare dei concetti utili per una riflessione di stampo antispecista (in coda all’articolo) sul veganismo e sulla pratica vegana.

Fonte: www.abolitionistapproach.com/peter-singer-oh-my-god-these-vegans
Di Gary L. Francione

Nel dibattito in corso tra coloro che promuovono l’approccio abolizionista e coloro che propongono quello welfarista, alcuni tra i welfaristi dichiarano il proprio supporto al veganismo, così c’è in realtà poca differenza tra loro riguardo al fatto di mangiare e usare prodotti d’origine animale.
Però a proposito del supporto al veganismo da parte dei welfaristi, è importante capire che la posizione di quest’ultimi è molto diversa da quella abolizionista.
L’abolizionista vede il veganismo come una base morale non negoziabile per un movimento che sostiene l’abolizione di ogni uso degli animali, anche se il trattamento degli stessi dovesse essere “umano”. L’abolizionismo assegna ai non umani un valore intrinseco e afferma che non dovremmo mai ucciderli per mangiarli, nemmeno se allevati e uccisi “in modo umano”. Il veganismo è visto come un fine – come un’espressione del principio d’abolizione. I vegan abolizionisti non avviano campagne per riforme welfariste per rendere presumibilmente lo sfruttamento degli animali più “umano”. Certo che è “meglio” infliggere meno sofferenza, ma in primo luogo non abbiamo giustificazioni morali per far del male. E’ “meglio” non picchiare la vittima di uno stupro, ma uno strupro senza percosse non è per questo più accettabile moralmente, e non significa che dobbiamo far campagne per ottenere uno stupro “umano”.
Gli abolizionisti guardano al veganismo come un importante mezzo di cambiamento e spendono il loro tempo e le loro risorse per educare gli altri al veganismo e al contempo alla necessità di fermare l’uso degli animali, anziché tentare di convincere la gente a mangiare uova “cage-free” o carne(1) prodotta da animali reclusi in recinti più grandi.
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Le balle dei giornalisti su Peter Singer

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«Se un bambino nasce con una massiccia emorragia cerebrale significa che resterà così gravemente disabile che in caso di sopravvivenza non sarà mai in grado nemmeno di riconoscere sua madre, non sarà in grado di interagire con nessun altro essere umano, se ne starà semplicemente sdraiato lì sul letto e potrà essere nutrito, ma questo è quel che avverrà, i dottori staccheranno il respiratore che tiene in vita il bambino. Non so se essi siano influenzati dalla necessità di ridurre i costi. Probabilmente sono influenzati semplicemente dal fatto che per i genitori quello sarà un fardello terribile, e per il figlio non ci sarà alcuna qualità della vita. Quindi stiamo già compiendo dei passi che portano alla terminazione consapevole e intenzionale della vita dei bambini gravemente disabili».

Questa è la frase attribuita a Peter Singer che viene citata nell’articolo www.tempi.it/peter-singer-ribadisce-giusto-sopprimere-i-bambini-gravemente-disabili-per-ridurre-i-costi-della-sanita.

Qualora la frase tradotta ripresa da un’intervista in inglese fosse vera (dubitare dei mezzi di informazione non solo è lecito, ma doveroso), testimonierebbe solo il fatto che Singer non è quel fanatico filosofo sostenitore dell’eugenetica che è stato dipinto da giornalisti ignoranti e faziosi. Si potrà essere d’accordo con la sua impostazione utilitarista o meno, sul suo calcolo tra costi e benefici e sulle relative implicazioni tipiche della filosofia utilitarista, ma non si tratta di sicuro della dimostrazione di una tendenza omicida del filosofo australiano. In ogni caso sarebbe utile – per amor di verità – informare i suddetti ignoranti che il termine “specismo” non è stato inventato da Peter Singer, come riportato nell’articolo di Tempi.it e anche nel testo (ben peggiore) de Il Giornale in cui l’autrice non si prende la briga di citare nemmeno una fonte, bensì dallo psicologo inglese da Richard Ryder nel 1970.

Riassumendo la logica dei media:

Singer è l’autore del famoso libro Liberazione animale
Singer propone di uccidere i neonati umani gravemente malati
Singer rispetta più la vita degli altri Animali che quella degli Umani
Ergo chi rispetta gli Animali, non intende rispettare gli Umani.