Il biscotto antispecista

biscotto-antispecista

Fonte: Veganzetta

Se pensavate di aver visto ormai tutto, vi stupiremo con un effetto speciale: ecco a voi il biscotto antispecista.
Trovarsi tra le mani un prodotto alimentare la cui confezione reca una descrizione del genere, fa un certo effetto, inutile negarlo; si è già parlato molto in passato dell’esplosione del fenomeno vegan a livello commerciale, se n’è parlato mettendo in guardia gli entusiasti dello scaffale vegan da una grave deriva ideologica e di principi a favore del mero consumismo capitalista, paventando un possibile pericolo anche per l’ambito antispecista: come sempre però la realtà supera di gran lunga la fantasia.
Non si tratta di uno scherzo, l’immagine riporta un particolare della confezione di un prodotto alimentare in vendita nei punti vendita di una catena italiana di supermercati bio, e a tutti gli effetti è la prova provata che anche il termine “antispecismo” è entrato ufficialmente nelle grazie della GDO (Grande Distribuzione Organizzata).
Si parla di termini e non certo di concetti, per il semplice motivo che non è dato sapere quale sia il ragionamento che possa spingere delle persone a concepire una descrizione del genere, accostando l’antispecismo con un prodotto alimentare industriale. Allora perché non una marmellata antifascista? O una macedonia antisessista?
Ancora una volta è palese come la confusione più totale che vige intorno alla questione antispecista, possa arrecare danni a volte non calcolabili. La mancanza di una base teorica seria, chiara e condivisa utile a connotare la filosofia antispecista, non permette di interpretarla per quello che è: una visione rivoluzionaria della società umana e del rapporto Umano-Animale, non un ingredienti di un biscotto.

Come fare un sacco di soldi con la rivoluzione vegana

millionaire-settembre-rivoluzione-vegana

Fonte Veganzetta

La copertina del numero di settembre 2014 della rivista mensile di business Millionarie propone una ragazza bionda, sorridente e nuda, con il corpo completamente dipinto a mo’ di globo terracqueo, e con un cartello che le copre il bacino. Si potrebbe pensare alla solita trovata pubblicitaria sessista che usa il corpo delle donne per attirare l’attenzione (e lo è infatti), ma questa volta c’è anche un elemento in più che vale la pena analizzare: il cartello riposta in inglese la scritta “salva la Terra: diventa vegan“.
Che succede? Uno dei più famosi mensili italiani di business che si occupa di idee e risorse per lanciare nuove attività produttive, commerciali e speculative, si è trasformato in un opuscolo informativo sul veganismo? Nulla di tutto ciò.

Lo speciale dedicato a una fantomatica “rivoluzione vegana” consiste in una serie di indicazioni – sensate dal punto di vista capitalistico – sul come fare soldi sfruttando la moda dilagante del veganismo: “10 idee su cui puntare” suggerisce Millionarie. Dieci soluzioni per far soldi con le persone vegan. La trasformazione è compiuta, lo sdoganamento è totale: il veganismo non infastidisce o preoccupa più nessuno (tranne qualche dietologo o alimentarista prezzolato dalle aziende del comparto zootecnico o alimentare preoccupate della diminuzione di fatturato, o qualche regista in malafede in cerca di notorietà), l’idea vegan è una rivoluzione spuntata, innocua e accondiscendente, un fenomeno dilagante che interessa sempre più il mondo della produzione e del commercio, perché foriero di nuove opportunità per “fare soldi”. Nasce una nuova figura nel firmamento delle aziende della piccola e grande produzione: il vegan-consumatore (o la vegan-consumatrice per par condicio), una figura chimerica che fonde finalmente le caratteristiche del consumatore medio, con una patina etica che nobilita tutto ciò che ammanta: un prodotto vegano fa bene alla salute, alla Terra, agli Animali, e alle tasche di chi lo produce e lo commercializza a prezzi esorbitanti. Un consumatore “etico” dalla coscienza finalmente pulita e leggera, che può comprare e consumare con l’errata ma incrollabile convinzione che finalmente qualcosa di giusto viene fatto per gli altri, senza modificare di una virgola le nostre abitudini, senza rinunciare a nulla, e senza mettere in discussione l’impianto di base di una società del dominio, dei consumi e dello sfruttamento, che approfitta di ogni nuova occasione – anche quelle che vengono impropriamente chiamate rivoluzioni – per trarre nuovi stimoli per prosperare.
Chi pensa che questo sia l’inevitabile scotto da pagare per modificare il nostro rapporto con altri Animali, sbaglia enormemente, basti pensare per esempio a cosa significa l’olio di palma per milioni di Animali cacciati dalle loro zone di origine, uccisi o imprigionati, il tutto per ottenere uno degli ingredienti immancabili anche nella formulazione dei prodotti vegan; senza parlare poi delle devastazioni ambientali, delle stragi di Animali e dello sfruttamento dei suoli causati dalle produzioni estensive e iper-meccanizzate di vegetali per l’alimentazione umana.
Un sistema basato sull’interesse economico, e non sull’individuo non potrà mai essere un sistema giusto ed equo con i viventi, ciò a prescindere che esso sia contraddistinto da una pratica vegana o meno. Il vegan-consumismo nato e foraggiato per scopi quasi esclusivamente egoistici (la nostra salute, la nostra forma fisica, la lotta alle nostre cosiddette malattie del benessere, l’ecosistema da tutelare perché utile alla nostra sopravvivenza), diviene l’elemento cardine di un nuovo tipo di capitalismo: il vegan-capitalismo, basato su premesse etiche di facciata (e quindi ancora più pericoloso), ripulito e votato, come sempre, al guadagno.
Millionaire tutto ciò lo ha capito bene, come lo hanno già capito in molte/i; chi ancora stenta a capirlo paradossalmente sono le persone vegane, così felici e soddisfatte di trovare finalmente un’alternativa percorribile all’alimentazione carnea, inconsapevoli del fatto che stanno divenendo meramente una nuova categoria di consumatori da soddisfare in una società sempre più multiforme e sfaccettata, ma che obbedisce sempre e solo alle medesime ferree logiche di sempre. Con il veganismo molte persone, gruppi e azienda faranno soldi a palate, chi non starà meglio saranno come sempre gli Animali (ammesso e non concesso che la loro sorte davvero interessi alle nuove moltitudini di vegan) che, se non perderanno la vita in un macello, la perderanno in altri modi, o saranno costretti a vivere miseramente come prima seppur (forse) in numero ridotto rispetto alle ecatombi attuali. Ma questo – qualora effettivamente si avverasse – è davvero ciò per cui abbiamo lottato per tanto tempo? E’ realmente ciò che Donald Watson fondatore del veganismo moderno (etico e non dietetico) sperava? Sicuramente no. Per sua fortuna è morto da tempo, e si è risparmiato la pena di assistere a una deriva, che sa tanto di svendita al miglior offerente, di un’idealità.