Siamo tutti Eichmann

carne - Siamo tutti Eichmann
Fonte Veganzetta

Di seguito un testo di Rosa Aimoni sul celebre libro di Hannah Arendt “La banalità del male”, a seguire alcune considerazioni a cura di Veganzetta sulla banalità dei nostri comportamenti quotidiani e sulle conseguenze che essi hanno sulla vita degli Animali.

La banalità del male di Hannah Arendt

di Rosa Aimoni

“La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”, saggio di Hannah Arendt, è entrato nella storia della filosofia perché supera le comuni definizioni di bene e di male. Hannah Arendt, filosofa ebrea, seguì in qualità di giornalista il processo che si tenne a Gerusalemme contro Eichmann, il criminale nazista condannato per essere stato il principale responsabile della cosiddetta “soluzione finale”.
Durante il processo, Eichmann mostrò al mondo la sua vera personalità che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non aveva nulla di demoniaco; in altre parole il male, secondo Hannah Arendt, non origina da un’innata malvagità ma dall’assenza totale di pensiero. Eichmann si rivelò una persona “banale”, il cui carattere palesava anche tratti burleschi e istrionici; da ciò la Arendt dedusse che il male “non è radicale, ma solo estremo”, come specifica anche nel saggio “Ebraismo e modernità” da lei stessa scritto. Furono proprio l’assenza di pensiero e l’incapacità di confutazione a rendere Eichmann un criminale.
Le persone che come lui non riflettono sono inclini ad eseguire gli ordini imposti dal potere senza nemmeno chiedersi se essi siano giusti o sbagliati; ecco cos’è la banalità del male, nient’altro che la totale assenza di idee. Tale mancanza rende la persona una marionetta che esegue, senza nemmeno discuterli, i dettàmi provenienti da coloro che comandano.
Dal pensiero della Arendt si ricava un ribaltamento delle categorie concettuali di bene e di male; esse non sono in antitesi perché, in realtà, non hanno niente in comune per potersi rapportare. Il bene è “radicale”, proviene dalla mente, dalla riflessione e dal cuore; il male, al contrario, non si fonda su nulla, nemmeno sull’odio, ma è causato solo dalla totale incapacità critica. Il saggio si sofferma anche sulla questione, non meno importante, della modalità con cui si è svolto il processo a carico di Eichmann. (…)

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Hannah Arendt (1906 – 1975), filosofa, allieva di Heidegger e Jaspers, emigrata nel 1933 dalla Germania alla Francia, e da qui in America nel 1940, a causa delle persecuzioni razziali, dal 1941 ha insegnato nelle più prestigiose università americane, pubblicando alcuni tra i più importanti testi del Novecento sul rapporto tra etica e politica. Nel 1961 segue, come inviata del The New Yorker, il processo Eichmann a Gerusalemme: il resoconto esce prima sulle colonne del giornale nel 1963, quindi, sempre nello stesso anno, in volume. Esso susciterà una grande ondata di proteste e una accesa polemica soprattutto da parte della comunità ebraica internazionale, a causa della particolare lettura che la Arendt, ebrea e tedesca, dà al fenomeno dell’Olocausto e dell’antisemitismo in Germania.

Otto Adolf Eichmann (1906 – 1962) fu colui che, nei quadri organizzativi della Germania hitleriana, ebbe il ruolo di realizzare logisticamente la “soluzione finale”, cioè lo sterminio degli ebrei al fine di rendere i territori tedeschi judenrein. Sfuggito al processo di Norimberga, rifugiato in Argentina, venne catturato dal servizio segreto israeliano, processato a Gerusalemme e condannato a morte.

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Alcune riflessioni in occasione del Giorno della memoria

“ (…) Eichmann non capì mai quello che stava facendo. E non era uno stupido, era semplicemente senza idee, una cosa molto diversa dalla stupidità. E proprio quella mancanza di idee lo predisponeva a diventare uno dei maggiori criminali del suo tempo, perché la mancanza di idee, la lontananza dalla realtà, possono essere molto più pericolose di tutti quegli istinti malvagi che si crede siano innati nell’uomo. È stata questa la lezione del processo di Gerusalemme”.

Così scriveva Hannah Arendt e da queste illuminanti considerazioni si potrebbe tentare di comprendere il perché dei nostri spietati comportamenti non solo nei confronti dei nostri simili, ma soprattutto degli Animali. Consideriamo la tragedia del nazismo (che ha coinvolto non solo le persone ebree, ma questo pare lo si dimentichi molto spesso) e dellasoluzione finale come mostruosità del passato, ma la quotidianità dei nostri gesti è profondamente intrisa di crudeltà, di violenza e di ingiustizia perpetrate nei confronti degli altri Animali che divengono schiavi, cibo, indumenti, oggetti, profitto, vittime senza che chi beneficia di tutto questo strazio si renda conto della reale gravità di ciò che commette. Il nazista Eichmann che organizzo la “soluzione finale” non era un mostro, non era uno psicopatico, era una persona “normale”, un individuo qualsiasi che, coinvolto nel potente ingranaggio di sistematico annientamento programmato enormemente più grande di lui, ha eseguito con solerzia e disciplina delle direttive, ha tenuto dei comportamenti che la società nazista gli aveva insegnato essere giusti, normali. Normali, banali come mangiare un pezzo di carne, o indossare un maglione di lana, o calzare delle scarpe di cuoio. Normali come acquistare dei farmaci. Non è necessario sconfinare nella profonda malvagità che la nostra specie è capace di esprimere, non serve spingersi al sadismo della caccia, o alla crudeltà di chi si diverte a torturare gli Animali, basta semplicemente considerare la superficialità con cui svolgiamo i nostri compiti assegnatici dal sistema in cui viviamo, alle consuetudini, alle abitudini e tradizioni che accettiamo acriticamente e perpetuiamo, senza pensare nemmeno per un attimo che esse significano la sofferenza e la morte di milioni di esseri senzienti innocenti che esistono al di fuori della nostra sfera di interesse, della nostra vita e che non vediamo se non a pezzi, o sotto forma di oggetti o di estranei.
La banalità del male così ben descritta da Arendt non è un evento storico e storicizzato, è presente e insita nella nostra quotidianità: con essa si ripete e si perpetua senza soluzione di continuità e ciò perché supinamente accettiamo che sia così, perché è fin troppo lieve e semplice adeguarsi senza sentire sulla nostra pelle la sofferenza altrui. Siamo persone “normali” e compiamo crimini efferati in circostanze che ci sollevano dal dovere morale di percepire che agiamo facendo del male, ma ciò non può divenire né un alibi, né una scusa, è solo una nostra terribile colpa.
Così facendo ci trasformiamo in un esercito di Eichmann pronte/i a obbedire e a eseguire, scaricando le nostre responsabilità su qualcosa che è più grande di noi e contro il quale non possiamo né vogliamo combattere. Senza vergogna e senza rimorsi: siamo tutti Eichmann.

Adriano Fragano – Veganzetta

Filo spinato e sorveglianza

filo spinato - Filo spinato e sorveglianza
Fonte Veganzetta

In occasione della ricorrenza del Giorno della Memoria (il 27 gennaio) in cui si commemorano le vittime dell’Olocausto, è utile ricordare che l’origine etimologica del termine deriva dal greco antico e significando “bruciato interamente” indicava il rogo del corpo delle vittime animali immolate in onore di una divinità. Come quasi sempre accade l’origine della sofferenza umana trae origine o “ispirazione” dalla sofferenza non umana.
Nessun olocausto (sia umano che non umano) può avvenire senza un’articolata organizzazione atta al controllo e alla delimitazione fisica dello spazio, a tal proposito si propone la lettura di un estratto da un interessante libro di Olivier Razac (Storia politica del filo spinato, Ombre Corte, 2005), in cui l’autore ben delinea le caratteristiche salienti dell’oggetto filo spinato e la spiccata capacità del sistema sociale umano di separare, controllare e sfruttare gli esseri viventi.

Filo spinato e sorveglianza

Un recinto o un muro non sono mai sufficienti da soli. Dovrebbero essere indistruttibili, il che è impossibile. Ogni separazione materiale necessita dunque di riparazioni, migliorie e soprattutto di sorveglianza. E un filo spinato deve essere tanto più sorvegliato quanto più è materialmente vulnerabile. Paradossalmente, il filo spinato è molto vulnerabile: leggerezza e flessibilità comportano anche una certa fragilità. Se nessuno è lì a proteggere il filo, è facilissimo tagliarlo, basta un buon paio di cesoie. Per questo i recinti dei terreni vengono sorvegliati dai loro proprietari.
Davanti alle trincee, le vedette scrutano la no man’s land e i loro fucili sono puntati su chi cercasse di tagliare i fili. Nei campi di concentramento, nonostante il recinto sia carico di corrente elettrica, senza le torrette il campo non sarebbe chiuso. I rari esempi di evasione mostrano che il problema principale è rappresentato dalle torrette e non da i fili spinati.
A Mauthausen, nel 1945, i prigionieri di guerra sovietici, sottoposti a un trattamento particolarmente duro volto a sterminarli, tentano di evadere.”L’evasione cominciò prendendo d’assalto una torretta di guardia. […] Poi neutralizzarono la recinzione carica di corrente provocando dei corto circuiti con delle coperte bagnate, e si impadronirono di un’altra torretta usando learmi prese nella prima” (1).
La sorveglianza legata ai fili spinati non è uno sguardo verso l’interno o verso l’esterno, ma uno sguardo miope puntato sul contorno protettivo. È per questo che, per quanto riguarda i campi, non si può parlare di una sorveglianza visiva normalizzatrice e permanente, di una sorveglianza panoptica. Che un certo numero di campi sia stato costruito secondo un quadrilatero regolare e a volte a stella (Sachsenhausen), non basta a farne dei dispositivi in grado di realizzare l’utopia architettonica di Bentham (2).
Il panopticon, progetto di prigione ideato alla fine del XVIII secolo dal precursore dell’utilitarismo inglese, Jeremy Bentham, era stato pensato al fine di realizzare un consistente risparmio, permettendo a un solo sorvegliante, posto al centro di un edificio circolare, di vedere tutti i prigionieri rinchiusi in celle, disposte lungo il perimetro, richiuse da una grata. La presenza del sorvegliante, che non può essere visto dai detenuti, diventa superflua e la sorveglianza automatica, virtuale; basta pensare di essere potenzialmente sorvegliati per agire come un sorvegliato di fatto. Vediamo che questo principio architettonico può metaforicamente designare una delle principali strategie del potere moderno, dove non si tratta tanto di rinchiudere quanto di produrre degli individui disciplinati (3).
Il funzionamento della coppia filo spinato-sorveglianza è di un altro ordine.
Anche se perfettamente compatibile con un controllo panoptico, non verte sul comportamento generale dei sorvegliati ma semplicemente sul loro rapporto con la delimitazione che li costringe. Proibisce a loro unicamente di uscire dal perimetro autorizzato e di entrare nel perimetro vietato. C’è certamente un effetto di dissuasione di tipo panoptico, poiché chi tenta di forzare lo sbarramento non è certo di essere osservato (per esempio dalla trincea o dalle torrette). Fa necessariamente sua questa sorveglianza,assumendola come propria. La zona davanti ai fili spinati carichi di corrente è sempre percepita come vietata, mortale. Se il panoptismo consiste nell’esporre ciascuno a una sorveglianza normativa virtuale al fine di indurre comportamenti determinati, la coppia filo spinato-sorveglianza mira solo a produrre una delimitazione permanente e senza falle. Virtualmente reattiva, gli indesiderati devono considerarla come sempre attualmente attiva.
Ovviamente, nulla impedisce che la sorveglianza del limite sia a sua volta collegata ad altri dispositivi di sorveglianza, quella del contadino sul suo terreno, dell’allevatore sulla sua mandria, degli aerei spia sopra il territorio nemico, del kapo sul detenuto del campo di concentramento. Ma questa non è la funzione specifica della coppia filo spinato-sorveglianza, che riguarda soltanto le soglie e i loro passaggi.
Filo spinato e sorveglianza formano dunque un unico dispositivo di potere applicato allo spazio. La loro unione è tanto più giustificata in quanto essi non sono soltanto connessi ma legati e inseparabili. Mentre lo sguardo veglia sul filo spinato, quest’ultimo protegge l’occhio che scruta. La sorveglianza sta necessariamente dalla parte positiva del recinto: sono impensabili delle torrette all’interno della recinzione del campo di concentramento. Non si può decidere se è più importante la torretta o il filo spinato, perché il recinto protegge la sorveglianza che a sua volta protegge il recinto.
Più precisamente, mentre la sorveglianza utilizza il tempo concesso dalla barriera per organizzare una risposta adeguata, la barriera si regge sulla velocità di reazione della sorveglianza. L’idea è di produrre un ritardo temporale nell’aggressione del dispositivo, e nello stesso tempo una difesa rapida ed efficace grazie alle informazioni fornite dalla sorveglianza. Come si vede, nel suo funzionamento, il dispositivo filo spinato-sorveglianza è più temporale che spaziale (4).
Il filo spinato sembra così dimostrare che i problemi moderni di gestione politica dello spazio possono essere risolti solo attraverso un alleggerimento del segno che delimita e una intensificazione dell’azione che respinge. È pressoché finito il tempo delle separazioni pesanti, sono troppo vistose e offrono troppi pretesti. Con il passaggio progressivo dal fisico del recinto all’ottico della sorveglianza, il controllo dello spazio si fa discreto e interattivo. Rovesciare il gioco delle visibilità: furtivamente si poteva attaccare una barriera visibile; ora è il limite che si sottrae agli sguardi e alle mani di chi cerca di superarlo e, sorpresi, si resta in piena luce, esposti alla reazione.
L’innovazione del filo spinato è già un farsi virtuale del limite spaziale, perché privilegia il leggero sull’imponente, la velocità sulla staticità, la luce sull’opacità e il potenziale sull’attuale. Virtualizzare qui non significa rendere meno reale, ma operare un trasferimento dai dispositivi di potere materiali e statici ai dispositivi energetici e informazionali dinamici. Invece di concentrare una grande quantità di energia sotto forma di torri e mura, il potere moderno tende a creare dei dispositivi mobili che agiscono, e dunque consumano, solo quando è necessario. Virtualizzazione non significa minore controllo dello spazio. Al contrario, l’alleggerimento della presenza in atto delle separazioni va a diretto vantaggio della capacità operativa del potere, cioè della sua potenza.
Il filo spinato può dunque essere considerato come un punto fondamentale di una storia del farsi virtuale della gestione politica dello spazio. Il simbolo del potere rappresentato dalla capacità di chiudere gli spazi, di ostruirli con prepotenza, tende a indebolirsi, cioè a divenire l’immagine negativa di una sovranità brutale che privilegia i simboli del dominio piuttosto che gli strumenti dell’efficacia. Ma a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, anche il filo spinato comincia ad apparire come una tecnologia pesante, arcaica, e soprattutto come un simbolo quasi universale dell’oppressione.

Note:

1) G. J. Horwitz, Mauthausen, ville d’Autriche. 1938-1945, Seuil, Paris 1992, p.196.

2) Cfr. J. L. Cohen, “La mort est mon projet”: architecture des camps, in F.Darida e L. Gervereau (dir.), La d´portation, le système concentrationnaire nazi, La D’couverte, Paris 1995, pp. 35-36. Diversamente da Jean-Luis Choen, a noi non sembra che l’architettura del campo sia panoptica. La discussione potrebbe vertere sul carattere panopico, per analogia politico, della sorveglianza dei kapo o dell’effetto del terrore.

3) Sul Panopticon, cfr. J. Bentham, Panopticon, ovvero la casa d’ispezione, trad.it. di V. Fortunati, a cura di M. Foucault e M. Perrot, Marsilio, Venezia 1983.
E sulla sua diffusione come principio disciplinare generale, cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, trad. it. A. Tarchetti, Einaudi, Torino 1976, pp. 213-247.

4) L’effetto prodotto è spaziale ma il modo di funzionamento è principalmente temporale.

Ripugnante materia e vittime sacrificali: due pensieri

Fonte Veganzetta

viso maiale - Ripugnante materia e vittime sacrificali: due pensieri

Primo pensiero
La Giornata della memoria istituita in ricordo delle vittime delle persecuzioni naziste, è stata quest’anno turbata dalla notizia dell’invio di tre pacchi anonimi, contenenti  ciascuno una testa mozzata di Maiale, alla Sinagoga di Roma, e ad altri luoghi della comunità ebraica romana. Un’offesa, per i credenti ebrei, accompagnata anche dalla comparsa di scritte razziste su alcuni muri della capitale. Le istituzioni – giustamente – si sono mobilitate per condannare con fermezza l’accaduto, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto di più. Nel corso della cerimonia ufficiale dedicata alla Giornata della memoria svoltasi al Quirinale, e da lui presieduta, ha affermato testualmente:

“Gli insulti e le minacce contro la sinagoga di Roma e altri luoghi della comunità ebraica sono una miserabile provocazione, un insulto assimilabile solo alla stessa ripugnante materia usata in quei pacchi”

Che i pacchi siano un insulto, e che siano da condannare con assoluta fermezza non c’è dubbio; ma la “ripugnante materia usata” non era una massa indistinta, ma le teste di tre esseri senzienti che prima di divenire siffatta materia respiravano, annusavano, guardavano il misero mondo in cui erano nati. Tre Animali che avrebbero volentieri continuato a vivere (seppur in schiavitù come si può facilmente immaginare), che non avrebbero voluto divenire “ripugnante materia” inviata in un pacco per offendere chi, per motivi religiosi, ne sarebbe rimasto particolarmente scandalizzato. Il Presidente della Repubblica  Italiana, colto dall’impeto di voler esternare la sua solidarietà, si è quindi dimenticato che il macabro contenuto di quei pacchi erano teste che a loro volta avevano contenuto pensieri ed emozioni di qualcuno.
Nella Giornata della memoria pare molto facile ricordare alcuni e dimenticare molti altri. Ma la sofferenza, l’ingiustizia, il dolore, la morte, non sono pur sempre e tragicamente uguali a prescindere da chi ne è vittima? E se invece, come accade, ci si arroga il diritto di stabilire delle scale di valori, di decidere chi merita la nostra compassione e chi no, come possiamo dirci diversi da chi condanniamo in questa giornata?
Nel Giorno della memoria si parla di stermini, di olocausti e di stragi orribili, è un giorno dedicato a coloro che hanno subito il dominio nazista, e quindi anche a partigiani, rom e sinti, omosessuali, diversamente abili, persone con problemi psichiatrici, oppositori politici, intellettuali, e molti altri: tutte persone paradossalmente troppo spesso dimenticate.
Noi invece vorremmo una Giornata della memoria dedicata a tutte le vittime della ferocia umana, anche a chi non è Umano, e che solo per questo subisce, soffre e muore quotidianamente, senza che nessuno se ne ricordi, diventando spesso solamente “ripugnante materia”.

colomba - Ripugnante materia e vittime sacrificali: due pensieri

Secondo pensiero
Papa Francesco durante l’angelus di domenica 27 gennaio 2014, fa lanciare da due bambini una coppia di Colombe dalla finestra del palazzo apostolico di San Pietro; le due Colombe volano a fatica: sono spaesate, impaurite e non sanno dove andare. Vengono subito attaccate da una Cornacchia e da un Gabbiano che cercano di ucciderle. I media parlano di cattivi presagi, di segni si ventura, alcuni della crudeltà dei Gabbiani, nessuno pensa neppure per un secondo alla sorte di migliaia di Colombe che ogni anno vengono “liberate” durante manifestazioni pubbliche religiose o matrimoni: Animali nati in gabbia e vissuti prigionieri, che d’improvviso vengono lanciati in aria come gesto di buon augurio: rivolto di sicuro non a loro, visto  che nella stragrande maggioranza dei casi, sono destinati a morire di stenti in breve tempo. Forse questa non è la nostra tradizione più crudele (c’è ovviamente molto di peggio), ma l’attacco subito dalle due povere Colombe a San Pietro, è emblematico del fatto che questi Animali, che non vengono liberati, ma abbandonati, altro non sono che vittime sacrificali.

Adriano Fragano

Il Giorno della Memoria: riflessioni di alcuni perseguitati

olocausti - Il Giorno della Memoria: riflessioni di alcuni perseguitati

Gentilissime/i,

il prossimo 27 Gennaio, per il quattordicesimo anno si celebra il Giorno della Memoria, una ricorrenza ancora troppo giovane per dirsi consolidata, soprattutto a fronte delle frequenti dimostrazioni di odio razziale, talvolta accompagnate dalla nascita di partiti e movimenti ispirati al nazifascismo.

Chiunque di noi, almeno negli anni della scuola, ha studiato o letto qualcosa sulla Shoa ma niente è più istruttivo delle testimonianze dirette delle vittime e dei sopravvissuti che ci offrono un quadro incredibilmente drammatico del dolore che la storia ha loro riservato, a ognuno il suo, da accomunare in un dolore universale.

Ogni vittima merita un rispettoso ricordo e ogni sopravvissuto dovrebbe essere assunto ancora oggi come fonte preziosa di testimonianza, soprattutto nelle scuole dove si trova sempre meno tempo per insegnare la storia recente.

Da antispecista, oltre che antirazzista, sono rimasta particolarmente colpita dalle testimonianze di alcuni perseguitati che, sopravvissuti alla non vita dei lager, hanno trovato una forza ammirevole per dedicarsi alla causa di liberazione animale. Chi dedica la propria vita ai senza voce viene spesso accusato di superficialità: con tutti i problemi che ci sono, pare che dedicarsi agli animali sia una sorta di passatempo per distrarsi da tutto il resto, cioè i cosiddetti problemi “più importanti”. Spesso non si riflette che la radice della violenza (uno dei problemi “più importanti”) è una sola: il diritto del più forte sul più debole. Gli animali ne sono testimoni emblematici, come lo sono i sopravvissuti dei lager che hanno subìto ciò che da secoli moltissimi animali subiscono, regolarmente sfruttati, percossi, affamati, sperimentati, schiavizzati, privati sistematicamente della loro dignità.

Mark Berkowitz, sopravvissuto dopo essere stato internato bambino ad Auschwitz, oggetto sperimentale, insieme alla sorella gemella, degli studi di Joseph Mengele, in occasione di un incontro in difesa delle oche canadesi dice: “Anch’io sono stato un’oca”: una frase laconica che si commenta da sola.

Steward David, sopravvissuto all’Olocausto nazista, è diventato attivista per i diritti degli animali e scrive “Da ebreo cristiano cresciuto in un quartiere pieno di sopravvissuti dell’Olocausto e di gente che ha perduto i suoi cari, non penso di banalizzare il loro dolore. Ma non sono forse i macelli, gli allevamenti intensivi e i laboratori di ricerca, così accuratamente nascosti alla nostra vista, le Auschwitz di oggi? Dolore, violenza e sofferenza sono più accettabili solo perché inflitti ad animali innocenti che a persone innocenti?”

Alex Hershaft, anch’egli sopravvissuto all’Olocausto nazista, professore polacco, vegetariano dal 1962, scrive “Nel pieno della nostra vita edonistica, ostentata e tecnologica, tra gli splendidi monumenti della storia, dell’arte, della religione e del commercio, esistono delle “scatole nere”. Queste “scatole nere” sono i laboratori di ricerca biomedica, gli allevamenti e i macelli: aree separate, anonime, dove la nostra società conduce i suoi sporchi affari fatti di violenza e sterminio di innocenti esseri senzienti. Queste sono le nostre Dachau, Buchenwald e Birkenau. Come i bravi cittadini tedeschi, abbiamo le idee chiare su cosa accade lì dentro, ma non vogliamo saperne nulla.”.

E’ vero: non vogliamo saperne nulla. E chi si adopera per saperne qualcosa di più è considerato un estremista, un sovversivo… come se esistessero metodi all’acqua di rosa per scoprire il marcio che si nasconde dietro certi sistemi di sfruttamento.

In una manifestazione dell’Ottobre 2012 davanti a un macello di Los Angeles, lo stesso Hershaft afferma: “Ovviamente non sto equiparando i milioni di miei coraggiosi connazionali uccisi tragicamente nel 1940 ai milioni di maiali macellati ogni settimana per le tavole degli Stati Uniti, perché certamente ci sono molte differenze. Tuttavia, ciò che ci accomuna è la capacità di amare e di provare molte emozioni, come l’affetto, la gioia, la tristezza, la paura…Io vedo un parallelo sorprendente tra le menti dei due grandi oppressori: la loro immagine come membri onorevoli della società, l’abietta oggettivazione delle loro vittime, l’uso spietato dei carri bestiame per il trasporto, il perfezionamento continuo della tecnologia della linea di esecuzione, la costante attenzione al rapporto costi-benefici, il loro desiderio di nascondere e mascherare le azioni orribili di cui si sono resi, e si rendono tuttora, responsabili”.

Edgar Kupfer-Koberwitz, scrittore e pacifista tedesco ebreo, sopravvissuto al campo di concentramento di Dachau, fa un inevitabile parallelo tra la violenza sugli animali umani e su quelli non umani “Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino allora ci saranno guerre, poiché l’addestramento e il perfezionamento dell’uccidere deve essere fatto moralmente e tecnicamente su esseri piccoli”. Riguardo la sua dieta alimentare vegetariana dichiaraNon mangio animali perché non voglio vivere sulla sofferenza e sulla morte di altre creature… Io stesso ho sofferto così tanto che riesco a sentire la sofferenza delle altre creature grazie a questa”.

Molti altri intellettuali perseguitati ed esiliati dal nazismo, pur non avendo vissuto nei campi di concentramento, hanno speso energie in difesa della causa animale.

Tra questi il filosofo e musicologo tedesco Theodor Wiesengrund Adornoche con l’avvento del nazismo fu costretto all’esilio, prima ad Oxford e poi negli Stati Uniti, scrive: “Auschwitz inizia quando si guarda a un mattatoio e si pensa: sono soltanto animali”. 

Isaac Bashevis  Singer, scrittore polacco ebreo, premio Nobel per la Letteratura e vegetariano, per fuggire alla minaccia antisemita, nel 1935 emigra  negli Stati Uniti e dopo quell’esperienza ricorda: “Ciò che i nazisti hanno fatto agli Ebrei, gli umani lo stanno facendo agli animali.”  Ed è interessante la sua visione del mondo per nulla antropocentrica: “Si sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno.” 

Max Horkheimer, filosofo tedesco di origine ebraica, costretto nel 1933 a fuggire in Svizzera e poi negli Stati Uniti, ci ha lasciato una delle pagine più toccanti, che ho sentito citare anche da un economista in una conferenza che trattava di economia (non di animalismo), perché offre un ritratto crudo ma purtroppo vero di come è strutturata la nostra società, purtroppo rimasta per certi aspetti inquietanti a quella del 1926-31, anni a cui risale l’opera “Crepuscolo”, da cui è tratto questo brano, “Il grattacielo”. “Vista in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe configurarsi all’incirca così: su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere capitalistici che però sono in lotta tra di loro; sotto di essi i magnati minori, i grandi proprietari terrieri e tutto lo staff dei collaboratori importanti; sotto di essi – suddivise in singoli strati – le masse dei liberi professionisti e degli impiegati di grado inferiore, della manovalanza politica, dei militari e dei professori, degli ingegneri e dei capoufficio fino alle dattilografe; ancora più giù i residui delle piccole esistenze autonome, gli artigiani, i bottegai, i contadini e tutti quanti, poi il proletariato, dagli strati operai qualificati  meglio retribuiti, passando attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati. Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato solo dei paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita è sorretta dall’orribile apparato di sfruttamento che funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia in quella che è di gran lunga la parte più grande del mondo. Larghi territori dei Balcani sono una camera di tortura, in India, in Cina, in Africa la miseria di massa supera ogni immaginazione. Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore, il sangue, la disperazione degli animali. Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura effettivamente una bella vista sul cielo stellato”.

Io mi auguro che quel cielo stellato possa un giorno essere contemplato da tutti gli animali, umani e non umani, e che di quel giorno si mantenga memoria.

Paola Re

Intervista a Charles Patterson sull’olocausto animale

charles patterson - Intervista a Charles Patterson sull’olocausto animaleAsinus novus traduce dall’inglese un’interessante intervista a Charles Patterson

Intervista a Charles Patterson sull’olocausto animale

di Biman Basu

Charles Patterson, studioso e insegnante di storia che nella sua infanzia ha perso il padre mentre combatteva i nazisti in Europa, fu profondamente colpito dalla difficile situazione delle vittime delle atrocità naziste in Germania. Tuttavia, solo molto più tardi vide un parallelismo tra lo sfruttamento della società moderna e la macellazione degli animali e l’Olocausto, cosa che lo spinse a scrivere Un’eterna Treblinka: il massacro degli animali e l’Olocausto (Editori Riuniti, Roma 2003).

D. Cosa ti ha spinto a scegliere questo tema per il libro?

R. Ci volle molto tempo prima che riconoscessi le analogie tra l’Olocausto nazista e lo sfruttamento e la macellazione degli animali. I semi del mio interesse nella Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto sono stati senza dubbio piantati quando ero un ragazzo. Mio padre, che non ho mai avuto modo di conoscere, uscì di casa per combattere i nazisti in Europa, ma non tornò più. Solo molto più tardi nella mia vita mi sono reso conto che il mio forte interesse nella Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto potrebbe essere stato il mio modo di cercare mio padre morto e sentirmi legato a lui.

Durante i miei studi per il dottorato in religione e storia alla Columbia University di New York City, ho fatto amicizia con una profuga ebrea tedesca che era stata traumatizzata dall’esperienza di aver vissuto come una ragazza adolescente nella Germania nazista per sei anni. La sua storia mi ha commosso profondamente, così ho letto molto e ha seguito i corsi sull’Olocausto per saperne di più.

Più tardi, quando sono diventato un insegnante di storia e cercavo, senza riuscire a trovarlo, un libro sull’Olocausto e i suoi presupposti adatto per i miei studenti, ho scritto il mio primo libro – Antisemitismo: La strada per l’Olocausto e oltre – per riempire questo vuoto. L’estate dopo la sua pubblicazione ho frequentato lo Yad Vashem Institute for Holocaust Education a Gerusalemme. Tornato negli Stati Uniti, sono diventato un recensore di libri e film per Martyrdom and Resistance, la più antica rivista al mondo dedicata alla Shoah, ora pubblicato dalla Società Internazionale di Yad Vashem.

La mia consapevolezza della portata dello sfruttamento e della macellazione degli animali nella società moderna è stato uno sviluppo molto più recente. Sono cresciuto e ha trascorso la maggior parte della mia vita adulta incurante della misura in cui la società umana è costruita sulla violenza istituzionalizzata contro gli animali. Per molto tempo non è mi mai venuto in mente di sfidare o addirittura metterla in discussione. Steven Simmons descrisse l’atteggiamento dietro lo sfruttamento degli animali come segue: “Gli animali sono vittime innocenti della visione del mondo che asserisce che alcune vite sono più importanti di altre, che i potenti hanno il diritto di sfruttare i deboli e che il deboli deve essere sacrificato per un bene più grande”. Una volta ho capito che era lo stesso atteggiamento dietro l’Olocausto, ho cominciato a vedere le connessioni che sono oggetto di eterna Treblinka.

D. Quando citi Steven Simmons, non pensi che la stessa regola si applica a tutto il regno animale – che i più deboli sono sacrificati da quelli più potenti, soprattutto per il cibo? Dopo tutto, i carnivori uccidono e mangiano gli animali più deboli. Cosa c’è di male se noi esseri umani facciamo la stessa cosa?

R. Il mondo naturale è certamente un luogo pericoloso per gli animali, tanto più ora che la specie umana padrona sta invadendo il loro habitat per sfruttarli e ucciderli in tutto il mondo. Tuttavia, a differenza dei carnivori predatori che sono programmati per comportarsi come fanno per sopravvivere, gli esseri umani possono scegliere. Possiamo scegliere tra il bene e il male, la gentilezza e crudeltà, e abbiamo una gamma molto più ampia di alimenti da scegliere (almeno i più fortunati lo fanno). Le persone che guardano la violenza nel regno animale e vi trovano una giustificazione per la violenza degli uomini tendono a vedere il terrore e la crudeltà ovunque guardano – ovunque tranne che nel proprio cuore.

Prendiamo l’esempio di Adolf Hitler. Dal momento che credeva che la forza facesse il diritto e che il forte meritasse di ereditare la terra, provava disprezzo per la filosofia vegetariana non-violenta e ridicolizzava Gandhi. Dal momento che la sua convinzione di base era che la natura fosse governata dalla legge della lotta, era un grande appassionato degli animali predatori. Voleva che i giovani tedeschi prendessero tali animali come modello in modo che potessero essere brutali, autoritari, senza paura e crudeli (“La gioventù che crescerà nella mia fortezza spaventaerà il mondo”). Non voleva che fossero deboli o dolci o compassionevoli. “La luce della bestia da preda libera e meravigliosa deve brillare ancora una volta dai loro occhi”, disse. “Voglio che la mia gioventù sia forte e bella”.

D. Hai avuto qualche esperienza di prima mano di un campo di concentramento tedesco, o le tue opinioni si basano solo sull’esperienza dei pochi superstiti?

R. Dachau, il primo campo di concentramento tedesco, è stato aperto prima che io nascessi, quindi ero solo un ragazzino americano che viveva nella Nuova Britannia, Connecticut, quando i tedeschi stavano sterminando gli ebrei, gli zingari e altre persone che consideravano “sub-umane”. Se mi stai chiedendo se ho mai visto personalmente atrocità naziste o un campo di concentramento tedesco, la risposta è no. D’altronde, non sono mai stato neanche dentro un macello.

D. Cosa ti ha fatto pensare che il trattamento umano degli animali potrebbe essere collegato al trattamento bestiale dei detenuti dei campi di sterminio di Hitler?

R. È interessante il modo in cui è formulata la domanda: il nostro trattamento degli animali è “umano” (suona come “umanitario”), mentre il trattamento nazista delle loro vittime è stato “bestiale” (animale). Prova a riformulare la questione invertendo gli aggettivi: “Che cosa ti ha fatto pensare che il nostro trattamento bestiale degli animali potrebbe essere collegato al trattamento umano dei detenuti dei campi di sterminio di Hitler?”

Per rispondere alla tua domanda (a prescindere da come è formulata): il parallelismo tra lo sfruttamento e la macellazione degli animali e lo sfruttamento e il massacro di persone è evidente, anche se devo confessare che mi ci sono voluti molti anni per vederlo.

La macellazione industrializzata moderna dell’uomo e degli animali è iniziata con l’uccisione degli animali nei macelli di Chicago nei primi anni del XX secolo in America. Nel suo libro di memorie l’industriale Henry Ford ha scritto che ha ottenuto la sua idea per la catena di montaggio di produzione che ha usato per fabbricare le sue automobili da una sua visita ad un macello di Chicago quando era un ragazzo. Là ha osservato e ammirato l’efficiente catena di montaggio e il modo in cui venivano macellati gli animali e tagliati in pezzi di carne destinati al consumo umano.

L’antisemitismo e il successo negli affari di Ford lo resero molto popolare nella Germania nazista. Hitler lo chiamava il suo “eroe” e diffuse le sue pubblicazioni antisemite in tutta la Germania. Il metodo da catena di montaggio che “lavorava” gli esseri umani nei campi di sterminio tedeschi era efficiente ed efficace come la catena di montaggio per la lavorazione di animali lo era stato stati nei macelli americani. Nel mio libro dedico un capitolo (cap. 5) alla discussione delle caratteristiche analoghe dei centri di sterminio americani e tedeschi.

D. Sei d’accordo che quello che è successo nella Germania nazista non può essere considerato un comportamento umano “normale”, ma il risultato del comportamento aberrante di un piccolo gruppo di individui potenti?

R. No, non sono d’accordo. Purtroppo, la guerra, il genocidio e l’omicidio di massa sono “comportamento umano normale”, perché si verificano con regolarità. Si può guardare la storia sia come periodi di pace, interrotti da guerra o come i periodi di guerra, conflitto e violenza interrotti da pause e gli intervalli. Come storico, vedo l’aggressività umana, l’arroganza, la violenza e il conflitto come fenomeni che stanno al centro della storia umana. È più “normale” di quanto la maggior parte di noi vorrebbe ammettere, perché per noi esseri umani è difficile rinunciare a certe illusioni su noi stessi. Evitiamo di guardare dritto alla verità su chi siamo e cosa facciamo perché abbiamo paura che ci possa turbare.

La storia prova di quali atti mostruosi e crudeli gli esseri umani siano capaci, sia collettivamente che individualmente. Ecco perché per me l’olocausto non fu semplicemente “il comportamento aberrante di un piccolo gruppo di individui potenti”. Si trattava piuttosto di una dimostrazione vividamente dolorosa di ciò che siamo capaci di fare. I grandi crimini come i genocidi sono sempre in agguato sotto la superficie della storia umana e in attesa di accadere, perché stanno accadendo tutto il tempo nei confronti delle vittime animali. Lo scrittore yiddish e premio Nobel Isaac Bashevis Singer, ha scritto che quando si tratta di animali, siamo tutti nazisti. Per gli animali è “Treblinka dura in eterno”.

D. Poiché gli esseri umani ancora macellano animali per il cibo e usano gli animali per vari esperimenti scientifici, pensi che quello che è successo nella Germania nazista possa succedere di nuovo?

R. Sicuramente. L’omicidio di massa industrializzato di esseri innocenti non si è concluso nel 1945, ma si è solo spostato di nuovo allo sfruttamento “eterno” e alla macellazione degli animali, che serve da modello e stimolo per l’oppressione e la violenza umana. Finché ci sono macelli, il potenziale di Treblinka e Auschwitz sarà sempre presente. Come il filosofo ebreo tedesco Theodor Adorno ha detto: “Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa:. Sono soltanto animali” [n.d.r. questa citazione è un falso]

D. Pensi che il non-vegetarianismo abbia qualcosa a che fare con la violenza degli uomini contro gli esseri umani?

R. Sì. La crudeltà istituzionalizzata contro gli animali innesca le atrocità che le persone si infliggono reciprocamente causando quella durezza del cuore che le rende possibili. Questa è la vera tesi del mio libro: prima gli esseri umani sfruttano e macellano gli animali, poi trattano gli altri come animali e si comportano nei loro confronti allo stesso modo. Un capitolo nel mio libro (cap. 2) è dedicato al modo in cui diffamando le persone come animali – topi, maiali, cani, scimmie, insetti parassiti, animali, ecc – è sempre stato il preludio al loro sfruttamento e alla loro distruzione.

D. A tuo parere, il vegetarianismo può eliminare la violenza umana?

R. Ne dubito, ma spero che possa aiutare a ridurlo. Finché giustifichiamo la macellazione degli animali sul presupposto che i potenti (noi) hanno diritto di sfruttare i senza-potere (loro), continueremo ad essere distruttivi e violenti verso gli altri umani. Adolf Hitler ha affermato: “Chi non possiede il potere perde il diritto alla vita”. È ironico che, pur avendo perso la guerra, la sua visione fascista abbia trionfato. La civiltà umana opera sul presupposto che, poiché le mucche, le pecore, i maiali, i polli e gli altri animali non possono difendersi, non hanno il diritto di vivere. Quindi, pensiamo di essere liberi di fare loro quello che vogliamo. Certamente il modo più importante per noi per aiutare gli animali è di non mangiarli. Questo è il minimo che ognuno di noi può fare – tenere il macello fuori della nostra bocca.

Intervista tratta da Anil Aggrawal’s Internet Journal of Book Reviews Volume 2, Number 1, January – June 2003

L’analogia oscena: Olocausto e animali, Isaac Singer e Primo Levi

lager - L'analogia oscena: Olocausto e animali, Isaac Singer e Primo LeviDa: www.animalismoevegetarianesimo.com/2011/09/lanalogia-oscena-olocausto-e-animali.html

L’analogia oscena (come la definisce Enrico Donaggio in un suo saggio) è un parallelismo forte, violento.
Consiste nell’accostare i moderni allevamenti industriali a dei lager, l’opera di sterminio animale nella contemporaneità a quella perpetrata settant’anni fa dalla Germania hitleriana.

È un nodo scottante, che diversi autori hanno però trattato con attenzione e senza peli sulla lingua (Isaac Singer, Coetzee, Charles Patterson in Un’eterna Treblinka).
Chiariamo subito che l’analogia oscena può essere considerata un qualcosa di stupido e provocatorio solo se il suo concetto fondante viene fraintesto, se la sua intenzione viene fraintesa.

A fugare dubbi di un malcelato razzismo, in verità, ci vuole ben poco. Perché in primo luogo chi è stato a porre all’attenzione del pubblico questa analogia?
Gli stessi reduci dell’Olocausto, persone che l’hanno vissuto sulla loro pelle o ne hanno sperimentato l’orrore da vicino, in famiglia.

Gli stessi reduci ebrei.
Da un lato, il ricorso a similitudini animali è una costante di tutti i resoconti sulle deportazioni, dall’altro l’analogia viene posta in luce, spesso, in maniera del tutto esplicita.
Già questo fatto pone in una luce differente la questione dell’analogia oscena.
Un autore ebreo, premio nobel per la letteratura come Isaac B. Singer, ha ispirato con le sue affermazioni lo stesso titolo del libro di Patterson Un’eterna Treblinka.

“Si sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno”.

Ed ecco allora che quando sono i reduci dello sterminio nazista a portare  all’attenzione del mondo l’analogia oscena, questa prende dei toni davvero inquietanti, impossibili da ridurre a “slogan animalista”. Quando loro ci dicono: sta succedendo di nuovo, solo che questa volta non siamo noi i perseguitati, il campanello d’allarme è spaventoso e suona per tutti.

Credo che per comprendere appieno l’intenzione degli autori che hanno portato alla luce questo parallelismo, occorra tenere bene a mente la tematica della memoria.
Dopo l’Olocausto quello della memoria è diventato un mantra: non dobbiamo dimenticare, per nessun motivo dobbiamo dimenticare quello che l’uomo è stato capace di fare, altrimenti saremo perduti.
Ecco quindi uno dei “motori” dell’analogia oscena: si era detto di non dimenticare mai il male che siamo in grado di fare. Siamo sicuri di non aver dimenticato?

Ma chi è che si sta macchiando di simili crimini oggigiorno? Tutta la potenza di questo accostamento, tutta la sua violenza, su chi ricade? Basta leggere le parole di Singer: nei confronti degli animali tutti sono come nazisti.
Non è una singola nazione a perpetrare il delitto, ma tutte quelle che hanno raggiunto un certo grado di sviluppo.

A questo si potrebbe obiettare che oggi, tuttavia, nessuno fa parte di un partito politico totalitario, che noi non siamo agenti delle SS di un’ipotetico Partito Estremista per lo Sterminio Animale, che non partecipiamo in prima persona ai delitti.
E in effetti avrebbe ragione.
Ma se è in atto un’opera colossale di sterminio e di dolore, nondimeno noi ne siamo coinvolti.
Forse allora siamo come coloro che avevano, non lontano da casa, un campo di concentramento. Siamo come tutti quegli uomini che mentre il Reich perpetrava i più orrendi massacri, facevano finta di non sapere. Che volevano non sapere.

Un autore italiano scampato al campo di Auschwitz, Primo Levi, nell’opera I sommersi e i salvati, un breve ma intenso lavoro saggistico sui lager e sulla sua esperienza personale ad Auschwitz, parla anche di questo: di chi in un certo modo era corresponsabile, di chi voleva non vedere quello che succedeva vicino alla sua abitazione.

Levi, per stracciare la tesi che molte persone davvero non sapessero, riporta diversi fatti a riprova del contrario, fra questi, la possibilità che avevano molti abitanti della Germania di andare a prelevare a piacimento ogni genere di vestiario di poco valore dai magazzini collegati ai campi di sterminio. Come si può credere che uomini e donne che sceglievano tra migliaia di indumenti, tra migliaia di scarpe grandi medie e anche piccole, da bambino, non potessero sapere che dietro c’era qualcosa di mostruoso?

Allo stesso modo, per quanto il paragone faccia davvero correre i brividi, chi si ritrova in un supermercato davanti un enorme banco frigo pieno di spalle, coscie, interiora e perfino cervella, e da questo banco preleva senza darsi pensiero, non può che essere considerato corresponsabile della gigantesca macchina del dolore che vi sta dietro.

Va inoltre detto che l’analogia oscena si dispiega in modi diversi e specifici: nel modo in cui venivano trasportate le vittime, nel modo in cui venivano trattate, nelle basi ideologiche per cui chi è diverso e considerato inferiore non ha alcun diritto…


Abbiamo citato I sommersi e i salvati di Primo Levi. Lo stesso Levi nel libro instaura spesso (ma senza teorizzarli) espliciti paragoni tra il modo in cui venivano trattati i prigionieri e gli animali. Vediamo un caso di parallelismo, a mo’ di esempio, tra i tanti che si possono incontrare nei resoconti dell’Olocausto:

“Per noi italiani, l’urto contro la barriera linguistica è avvenuto drammaticamente già prima della deportazione, ancora in Italia […]. Ci siamo accorti subito, fin dai primi contatti con gli uomini sprezzanti dalle mostrine nere, che il sapere o no il tedesco era uno spartiacque. […] Con chi non li capiva, i neri reagivano in un modo che ci stupì e spaventò: l’ordine, che era stato pronunciato con la voce tranquilla di chi sa che verrà obbedito, veniva ripetuto identico con voce alta e rabbiosa, poi urlato a squarciagola, come si farebbe con un sordo, o meglio con un animale domestico, più sensibile al tono che al contenuto del messaggio.
Se qualcuno esitava (esitavano tutti, perché non capivano ed erano terrorizzati) arrivavano i colpi, ed era evidente che si trattava dello stesso linguaggio: l’uso della parola per comunicare il pensiero, questo meccanismo necessario e sufficiente affinché l’uomo sia uomo, era caduto in disuso. Era un segnale: per quegli altri, uomini non eravamo più: con noi come con le vacche o i muli, non c’era differenza sostanziale tra l’urlo e il pugno. Perché un cavallo corra o si fermi, svolti, tiri o smetta di tirare, non occorre venire a patti con lui o dargli spiegazioni dettagliate; basta un dizionario costituito da una dozzina di segni variamente assortiti ma univoci, non importa se acustici o tattili o visivi […]. Parlargli sarebbe un’azione sciocca, come parlare da soli, o un patetismo ridicolo: tanto, che cosa capirebbe?”

Vorrei concludere questo lungo post con un passaggio in cui Levi non instaura direttamente il parallelismo. Volendo, però, potrebbe farlo il lettore.

“Ci viene chiesto sovente, come se il nostro passato ci conferisse una virtù profetica, se ‘Auschwitz’ ritornerà: se avverranno cioè altri stermini di massa, unilaterali, sistematici, meccanizzati, voluti a livello di governo, perpetrati su popolazioni innocenti ed inermi, e legittimati dalla dottrina del disprezzo”.

Levi su questa problematica infine sospende il giudizio, lasciando al lettore il compito di pensarci su.

E anche alla fine di questo post, in fondo, non spetta che al lettore la responsabilità di riflettere su quanto siano fondati, o meno, i criteri alla base dell’analogia oscena.