Siamo tutti Eichmann

carne - Siamo tutti Eichmann
Fonte Veganzetta

Di seguito un testo di Rosa Aimoni sul celebre libro di Hannah Arendt “La banalità del male”, a seguire alcune considerazioni a cura di Veganzetta sulla banalità dei nostri comportamenti quotidiani e sulle conseguenze che essi hanno sulla vita degli Animali.

La banalità del male di Hannah Arendt

di Rosa Aimoni

“La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”, saggio di Hannah Arendt, è entrato nella storia della filosofia perché supera le comuni definizioni di bene e di male. Hannah Arendt, filosofa ebrea, seguì in qualità di giornalista il processo che si tenne a Gerusalemme contro Eichmann, il criminale nazista condannato per essere stato il principale responsabile della cosiddetta “soluzione finale”.
Durante il processo, Eichmann mostrò al mondo la sua vera personalità che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non aveva nulla di demoniaco; in altre parole il male, secondo Hannah Arendt, non origina da un’innata malvagità ma dall’assenza totale di pensiero. Eichmann si rivelò una persona “banale”, il cui carattere palesava anche tratti burleschi e istrionici; da ciò la Arendt dedusse che il male “non è radicale, ma solo estremo”, come specifica anche nel saggio “Ebraismo e modernità” da lei stessa scritto. Furono proprio l’assenza di pensiero e l’incapacità di confutazione a rendere Eichmann un criminale.
Le persone che come lui non riflettono sono inclini ad eseguire gli ordini imposti dal potere senza nemmeno chiedersi se essi siano giusti o sbagliati; ecco cos’è la banalità del male, nient’altro che la totale assenza di idee. Tale mancanza rende la persona una marionetta che esegue, senza nemmeno discuterli, i dettàmi provenienti da coloro che comandano.
Dal pensiero della Arendt si ricava un ribaltamento delle categorie concettuali di bene e di male; esse non sono in antitesi perché, in realtà, non hanno niente in comune per potersi rapportare. Il bene è “radicale”, proviene dalla mente, dalla riflessione e dal cuore; il male, al contrario, non si fonda su nulla, nemmeno sull’odio, ma è causato solo dalla totale incapacità critica. Il saggio si sofferma anche sulla questione, non meno importante, della modalità con cui si è svolto il processo a carico di Eichmann. (…)

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Hannah Arendt (1906 – 1975), filosofa, allieva di Heidegger e Jaspers, emigrata nel 1933 dalla Germania alla Francia, e da qui in America nel 1940, a causa delle persecuzioni razziali, dal 1941 ha insegnato nelle più prestigiose università americane, pubblicando alcuni tra i più importanti testi del Novecento sul rapporto tra etica e politica. Nel 1961 segue, come inviata del The New Yorker, il processo Eichmann a Gerusalemme: il resoconto esce prima sulle colonne del giornale nel 1963, quindi, sempre nello stesso anno, in volume. Esso susciterà una grande ondata di proteste e una accesa polemica soprattutto da parte della comunità ebraica internazionale, a causa della particolare lettura che la Arendt, ebrea e tedesca, dà al fenomeno dell’Olocausto e dell’antisemitismo in Germania.

Otto Adolf Eichmann (1906 – 1962) fu colui che, nei quadri organizzativi della Germania hitleriana, ebbe il ruolo di realizzare logisticamente la “soluzione finale”, cioè lo sterminio degli ebrei al fine di rendere i territori tedeschi judenrein. Sfuggito al processo di Norimberga, rifugiato in Argentina, venne catturato dal servizio segreto israeliano, processato a Gerusalemme e condannato a morte.

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Alcune riflessioni in occasione del Giorno della memoria

“ (…) Eichmann non capì mai quello che stava facendo. E non era uno stupido, era semplicemente senza idee, una cosa molto diversa dalla stupidità. E proprio quella mancanza di idee lo predisponeva a diventare uno dei maggiori criminali del suo tempo, perché la mancanza di idee, la lontananza dalla realtà, possono essere molto più pericolose di tutti quegli istinti malvagi che si crede siano innati nell’uomo. È stata questa la lezione del processo di Gerusalemme”.

Così scriveva Hannah Arendt e da queste illuminanti considerazioni si potrebbe tentare di comprendere il perché dei nostri spietati comportamenti non solo nei confronti dei nostri simili, ma soprattutto degli Animali. Consideriamo la tragedia del nazismo (che ha coinvolto non solo le persone ebree, ma questo pare lo si dimentichi molto spesso) e dellasoluzione finale come mostruosità del passato, ma la quotidianità dei nostri gesti è profondamente intrisa di crudeltà, di violenza e di ingiustizia perpetrate nei confronti degli altri Animali che divengono schiavi, cibo, indumenti, oggetti, profitto, vittime senza che chi beneficia di tutto questo strazio si renda conto della reale gravità di ciò che commette. Il nazista Eichmann che organizzo la “soluzione finale” non era un mostro, non era uno psicopatico, era una persona “normale”, un individuo qualsiasi che, coinvolto nel potente ingranaggio di sistematico annientamento programmato enormemente più grande di lui, ha eseguito con solerzia e disciplina delle direttive, ha tenuto dei comportamenti che la società nazista gli aveva insegnato essere giusti, normali. Normali, banali come mangiare un pezzo di carne, o indossare un maglione di lana, o calzare delle scarpe di cuoio. Normali come acquistare dei farmaci. Non è necessario sconfinare nella profonda malvagità che la nostra specie è capace di esprimere, non serve spingersi al sadismo della caccia, o alla crudeltà di chi si diverte a torturare gli Animali, basta semplicemente considerare la superficialità con cui svolgiamo i nostri compiti assegnatici dal sistema in cui viviamo, alle consuetudini, alle abitudini e tradizioni che accettiamo acriticamente e perpetuiamo, senza pensare nemmeno per un attimo che esse significano la sofferenza e la morte di milioni di esseri senzienti innocenti che esistono al di fuori della nostra sfera di interesse, della nostra vita e che non vediamo se non a pezzi, o sotto forma di oggetti o di estranei.
La banalità del male così ben descritta da Arendt non è un evento storico e storicizzato, è presente e insita nella nostra quotidianità: con essa si ripete e si perpetua senza soluzione di continuità e ciò perché supinamente accettiamo che sia così, perché è fin troppo lieve e semplice adeguarsi senza sentire sulla nostra pelle la sofferenza altrui. Siamo persone “normali” e compiamo crimini efferati in circostanze che ci sollevano dal dovere morale di percepire che agiamo facendo del male, ma ciò non può divenire né un alibi, né una scusa, è solo una nostra terribile colpa.
Così facendo ci trasformiamo in un esercito di Eichmann pronte/i a obbedire e a eseguire, scaricando le nostre responsabilità su qualcosa che è più grande di noi e contro il quale non possiamo né vogliamo combattere. Senza vergogna e senza rimorsi: siamo tutti Eichmann.

Adriano Fragano – Veganzetta

Filo spinato e sorveglianza

filo spinato - Filo spinato e sorveglianza
Fonte Veganzetta

In occasione della ricorrenza del Giorno della Memoria (il 27 gennaio) in cui si commemorano le vittime dell’Olocausto, è utile ricordare che l’origine etimologica del termine deriva dal greco antico e significando “bruciato interamente” indicava il rogo del corpo delle vittime animali immolate in onore di una divinità. Come quasi sempre accade l’origine della sofferenza umana trae origine o “ispirazione” dalla sofferenza non umana.
Nessun olocausto (sia umano che non umano) può avvenire senza un’articolata organizzazione atta al controllo e alla delimitazione fisica dello spazio, a tal proposito si propone la lettura di un estratto da un interessante libro di Olivier Razac (Storia politica del filo spinato, Ombre Corte, 2005), in cui l’autore ben delinea le caratteristiche salienti dell’oggetto filo spinato e la spiccata capacità del sistema sociale umano di separare, controllare e sfruttare gli esseri viventi.

Filo spinato e sorveglianza

Un recinto o un muro non sono mai sufficienti da soli. Dovrebbero essere indistruttibili, il che è impossibile. Ogni separazione materiale necessita dunque di riparazioni, migliorie e soprattutto di sorveglianza. E un filo spinato deve essere tanto più sorvegliato quanto più è materialmente vulnerabile. Paradossalmente, il filo spinato è molto vulnerabile: leggerezza e flessibilità comportano anche una certa fragilità. Se nessuno è lì a proteggere il filo, è facilissimo tagliarlo, basta un buon paio di cesoie. Per questo i recinti dei terreni vengono sorvegliati dai loro proprietari.
Davanti alle trincee, le vedette scrutano la no man’s land e i loro fucili sono puntati su chi cercasse di tagliare i fili. Nei campi di concentramento, nonostante il recinto sia carico di corrente elettrica, senza le torrette il campo non sarebbe chiuso. I rari esempi di evasione mostrano che il problema principale è rappresentato dalle torrette e non da i fili spinati.
A Mauthausen, nel 1945, i prigionieri di guerra sovietici, sottoposti a un trattamento particolarmente duro volto a sterminarli, tentano di evadere.”L’evasione cominciò prendendo d’assalto una torretta di guardia. […] Poi neutralizzarono la recinzione carica di corrente provocando dei corto circuiti con delle coperte bagnate, e si impadronirono di un’altra torretta usando learmi prese nella prima” (1).
La sorveglianza legata ai fili spinati non è uno sguardo verso l’interno o verso l’esterno, ma uno sguardo miope puntato sul contorno protettivo. È per questo che, per quanto riguarda i campi, non si può parlare di una sorveglianza visiva normalizzatrice e permanente, di una sorveglianza panoptica. Che un certo numero di campi sia stato costruito secondo un quadrilatero regolare e a volte a stella (Sachsenhausen), non basta a farne dei dispositivi in grado di realizzare l’utopia architettonica di Bentham (2).
Il panopticon, progetto di prigione ideato alla fine del XVIII secolo dal precursore dell’utilitarismo inglese, Jeremy Bentham, era stato pensato al fine di realizzare un consistente risparmio, permettendo a un solo sorvegliante, posto al centro di un edificio circolare, di vedere tutti i prigionieri rinchiusi in celle, disposte lungo il perimetro, richiuse da una grata. La presenza del sorvegliante, che non può essere visto dai detenuti, diventa superflua e la sorveglianza automatica, virtuale; basta pensare di essere potenzialmente sorvegliati per agire come un sorvegliato di fatto. Vediamo che questo principio architettonico può metaforicamente designare una delle principali strategie del potere moderno, dove non si tratta tanto di rinchiudere quanto di produrre degli individui disciplinati (3).
Il funzionamento della coppia filo spinato-sorveglianza è di un altro ordine.
Anche se perfettamente compatibile con un controllo panoptico, non verte sul comportamento generale dei sorvegliati ma semplicemente sul loro rapporto con la delimitazione che li costringe. Proibisce a loro unicamente di uscire dal perimetro autorizzato e di entrare nel perimetro vietato. C’è certamente un effetto di dissuasione di tipo panoptico, poiché chi tenta di forzare lo sbarramento non è certo di essere osservato (per esempio dalla trincea o dalle torrette). Fa necessariamente sua questa sorveglianza,assumendola come propria. La zona davanti ai fili spinati carichi di corrente è sempre percepita come vietata, mortale. Se il panoptismo consiste nell’esporre ciascuno a una sorveglianza normativa virtuale al fine di indurre comportamenti determinati, la coppia filo spinato-sorveglianza mira solo a produrre una delimitazione permanente e senza falle. Virtualmente reattiva, gli indesiderati devono considerarla come sempre attualmente attiva.
Ovviamente, nulla impedisce che la sorveglianza del limite sia a sua volta collegata ad altri dispositivi di sorveglianza, quella del contadino sul suo terreno, dell’allevatore sulla sua mandria, degli aerei spia sopra il territorio nemico, del kapo sul detenuto del campo di concentramento. Ma questa non è la funzione specifica della coppia filo spinato-sorveglianza, che riguarda soltanto le soglie e i loro passaggi.
Filo spinato e sorveglianza formano dunque un unico dispositivo di potere applicato allo spazio. La loro unione è tanto più giustificata in quanto essi non sono soltanto connessi ma legati e inseparabili. Mentre lo sguardo veglia sul filo spinato, quest’ultimo protegge l’occhio che scruta. La sorveglianza sta necessariamente dalla parte positiva del recinto: sono impensabili delle torrette all’interno della recinzione del campo di concentramento. Non si può decidere se è più importante la torretta o il filo spinato, perché il recinto protegge la sorveglianza che a sua volta protegge il recinto.
Più precisamente, mentre la sorveglianza utilizza il tempo concesso dalla barriera per organizzare una risposta adeguata, la barriera si regge sulla velocità di reazione della sorveglianza. L’idea è di produrre un ritardo temporale nell’aggressione del dispositivo, e nello stesso tempo una difesa rapida ed efficace grazie alle informazioni fornite dalla sorveglianza. Come si vede, nel suo funzionamento, il dispositivo filo spinato-sorveglianza è più temporale che spaziale (4).
Il filo spinato sembra così dimostrare che i problemi moderni di gestione politica dello spazio possono essere risolti solo attraverso un alleggerimento del segno che delimita e una intensificazione dell’azione che respinge. È pressoché finito il tempo delle separazioni pesanti, sono troppo vistose e offrono troppi pretesti. Con il passaggio progressivo dal fisico del recinto all’ottico della sorveglianza, il controllo dello spazio si fa discreto e interattivo. Rovesciare il gioco delle visibilità: furtivamente si poteva attaccare una barriera visibile; ora è il limite che si sottrae agli sguardi e alle mani di chi cerca di superarlo e, sorpresi, si resta in piena luce, esposti alla reazione.
L’innovazione del filo spinato è già un farsi virtuale del limite spaziale, perché privilegia il leggero sull’imponente, la velocità sulla staticità, la luce sull’opacità e il potenziale sull’attuale. Virtualizzare qui non significa rendere meno reale, ma operare un trasferimento dai dispositivi di potere materiali e statici ai dispositivi energetici e informazionali dinamici. Invece di concentrare una grande quantità di energia sotto forma di torri e mura, il potere moderno tende a creare dei dispositivi mobili che agiscono, e dunque consumano, solo quando è necessario. Virtualizzazione non significa minore controllo dello spazio. Al contrario, l’alleggerimento della presenza in atto delle separazioni va a diretto vantaggio della capacità operativa del potere, cioè della sua potenza.
Il filo spinato può dunque essere considerato come un punto fondamentale di una storia del farsi virtuale della gestione politica dello spazio. Il simbolo del potere rappresentato dalla capacità di chiudere gli spazi, di ostruirli con prepotenza, tende a indebolirsi, cioè a divenire l’immagine negativa di una sovranità brutale che privilegia i simboli del dominio piuttosto che gli strumenti dell’efficacia. Ma a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, anche il filo spinato comincia ad apparire come una tecnologia pesante, arcaica, e soprattutto come un simbolo quasi universale dell’oppressione.

Note:

1) G. J. Horwitz, Mauthausen, ville d’Autriche. 1938-1945, Seuil, Paris 1992, p.196.

2) Cfr. J. L. Cohen, “La mort est mon projet”: architecture des camps, in F.Darida e L. Gervereau (dir.), La d´portation, le système concentrationnaire nazi, La D’couverte, Paris 1995, pp. 35-36. Diversamente da Jean-Luis Choen, a noi non sembra che l’architettura del campo sia panoptica. La discussione potrebbe vertere sul carattere panopico, per analogia politico, della sorveglianza dei kapo o dell’effetto del terrore.

3) Sul Panopticon, cfr. J. Bentham, Panopticon, ovvero la casa d’ispezione, trad.it. di V. Fortunati, a cura di M. Foucault e M. Perrot, Marsilio, Venezia 1983.
E sulla sua diffusione come principio disciplinare generale, cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, trad. it. A. Tarchetti, Einaudi, Torino 1976, pp. 213-247.

4) L’effetto prodotto è spaziale ma il modo di funzionamento è principalmente temporale.

Clauberg

Clauberg - Clauberg

Fonte Nemesi Animale

“Il quadro complessivo della personalità di Clauberg che emerge dalla sua attività di sperimentatore ad Auschwitz è la convinzione autoassolutoria, condivisa da altri medici nazisti, che egli ebbe di operare come scienziato secondo i fini della medicina per il bene di molti, per l’interesse dello Stato, sacrificando non alcuni esseri umani, comunque destinati a morire nelle camere a gas, ma semplici strumenti per il progresso scientifico”

Queste parole si riferiscono a Carl Clauberg, stimato ginecologo che torturò, seviziò e infine uccise un numero inquantificabile di persone nel campo di concentramento nazista di Auschwitz.
Le sue ricerca sull’infertilità portarono alla sviluppo di farmaci utilizzati ancora oggi e di tecniche che, a distanza di 70 anni sono ancora attualissime (come il comunissimo test di Clauberg, appunto).

Decontestualizzando quanto scritto sopra (cancellando semplicemente “ad Auschwitz”, “nazisti” e sostituendo “umani” con “animali”) diventa davvero difficile distinguerlo da una descrizione di un odierno sperimentatore “in vivo”.
Non vogliamo necessariamente paragonare i medici nazifascisti che operarono esperimenti sui detenuti nei campi di concentramento, con i moderni ricercatori che operano esperimenti sugli animali detenuti nei centri di ricerca.

Vogliamo soltanto mettere in luce come il sonno della ragione possa generare dei mostri.

Molti medici, una manciata di anni fa, hanno trovato etico sperimentare su individui considerati inferiori per il bene di altri individui arbitrariamente categorizzati come superiori.

La stessa arbitrarietà specista oggi genera il mostro della sperimentazione animale.

L’avanzamento delle conoscenze scientifiche non può prescindere da una seria riflessione sul lavoro che viene condotto.

Chi considera la bioetica razionalista come un ostacolo al proprio lavoro implicitamente afferma l’arbitrarietà con la quale tratta chi, da individuo, viene considerato un mero strumento di ricerca.

Nel momento in cui è disvelato il parossismo dei pradigmi specisti che dividono arbitrariamente il mondo in categorie da dominare in virtù di una superiorità solo presunta (e comunque che non legittima alcuna deprivazione e tortura alla quale gli animali sono ogni giorno sottoposti, in ogni ambito umano) il dovere di ogni persona, specialmente di un ricercatore (al quale si concede, se non altro, il beneficio del dubbio nel considerarlo una persona effettivamente interessata alla consapevolezza riguardo il mondo che ci circonda), dovrebbe essere quello di attivarsi per rifiutare indiscriminatamente ogni sopruso.

Nemesi Animale – per la liberazione di ogni essere vivente.

L’analogia oscena: Olocausto e animali, Isaac Singer e Primo Levi

lager - L'analogia oscena: Olocausto e animali, Isaac Singer e Primo LeviDa: www.animalismoevegetarianesimo.com/2011/09/lanalogia-oscena-olocausto-e-animali.html

L’analogia oscena (come la definisce Enrico Donaggio in un suo saggio) è un parallelismo forte, violento.
Consiste nell’accostare i moderni allevamenti industriali a dei lager, l’opera di sterminio animale nella contemporaneità a quella perpetrata settant’anni fa dalla Germania hitleriana.

È un nodo scottante, che diversi autori hanno però trattato con attenzione e senza peli sulla lingua (Isaac Singer, Coetzee, Charles Patterson in Un’eterna Treblinka).
Chiariamo subito che l’analogia oscena può essere considerata un qualcosa di stupido e provocatorio solo se il suo concetto fondante viene fraintesto, se la sua intenzione viene fraintesa.

A fugare dubbi di un malcelato razzismo, in verità, ci vuole ben poco. Perché in primo luogo chi è stato a porre all’attenzione del pubblico questa analogia?
Gli stessi reduci dell’Olocausto, persone che l’hanno vissuto sulla loro pelle o ne hanno sperimentato l’orrore da vicino, in famiglia.

Gli stessi reduci ebrei.
Da un lato, il ricorso a similitudini animali è una costante di tutti i resoconti sulle deportazioni, dall’altro l’analogia viene posta in luce, spesso, in maniera del tutto esplicita.
Già questo fatto pone in una luce differente la questione dell’analogia oscena.
Un autore ebreo, premio nobel per la letteratura come Isaac B. Singer, ha ispirato con le sue affermazioni lo stesso titolo del libro di Patterson Un’eterna Treblinka.

“Si sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno”.

Ed ecco allora che quando sono i reduci dello sterminio nazista a portare  all’attenzione del mondo l’analogia oscena, questa prende dei toni davvero inquietanti, impossibili da ridurre a “slogan animalista”. Quando loro ci dicono: sta succedendo di nuovo, solo che questa volta non siamo noi i perseguitati, il campanello d’allarme è spaventoso e suona per tutti.

Credo che per comprendere appieno l’intenzione degli autori che hanno portato alla luce questo parallelismo, occorra tenere bene a mente la tematica della memoria.
Dopo l’Olocausto quello della memoria è diventato un mantra: non dobbiamo dimenticare, per nessun motivo dobbiamo dimenticare quello che l’uomo è stato capace di fare, altrimenti saremo perduti.
Ecco quindi uno dei “motori” dell’analogia oscena: si era detto di non dimenticare mai il male che siamo in grado di fare. Siamo sicuri di non aver dimenticato?

Ma chi è che si sta macchiando di simili crimini oggigiorno? Tutta la potenza di questo accostamento, tutta la sua violenza, su chi ricade? Basta leggere le parole di Singer: nei confronti degli animali tutti sono come nazisti.
Non è una singola nazione a perpetrare il delitto, ma tutte quelle che hanno raggiunto un certo grado di sviluppo.

A questo si potrebbe obiettare che oggi, tuttavia, nessuno fa parte di un partito politico totalitario, che noi non siamo agenti delle SS di un’ipotetico Partito Estremista per lo Sterminio Animale, che non partecipiamo in prima persona ai delitti.
E in effetti avrebbe ragione.
Ma se è in atto un’opera colossale di sterminio e di dolore, nondimeno noi ne siamo coinvolti.
Forse allora siamo come coloro che avevano, non lontano da casa, un campo di concentramento. Siamo come tutti quegli uomini che mentre il Reich perpetrava i più orrendi massacri, facevano finta di non sapere. Che volevano non sapere.

Un autore italiano scampato al campo di Auschwitz, Primo Levi, nell’opera I sommersi e i salvati, un breve ma intenso lavoro saggistico sui lager e sulla sua esperienza personale ad Auschwitz, parla anche di questo: di chi in un certo modo era corresponsabile, di chi voleva non vedere quello che succedeva vicino alla sua abitazione.

Levi, per stracciare la tesi che molte persone davvero non sapessero, riporta diversi fatti a riprova del contrario, fra questi, la possibilità che avevano molti abitanti della Germania di andare a prelevare a piacimento ogni genere di vestiario di poco valore dai magazzini collegati ai campi di sterminio. Come si può credere che uomini e donne che sceglievano tra migliaia di indumenti, tra migliaia di scarpe grandi medie e anche piccole, da bambino, non potessero sapere che dietro c’era qualcosa di mostruoso?

Allo stesso modo, per quanto il paragone faccia davvero correre i brividi, chi si ritrova in un supermercato davanti un enorme banco frigo pieno di spalle, coscie, interiora e perfino cervella, e da questo banco preleva senza darsi pensiero, non può che essere considerato corresponsabile della gigantesca macchina del dolore che vi sta dietro.

Va inoltre detto che l’analogia oscena si dispiega in modi diversi e specifici: nel modo in cui venivano trasportate le vittime, nel modo in cui venivano trattate, nelle basi ideologiche per cui chi è diverso e considerato inferiore non ha alcun diritto…


Abbiamo citato I sommersi e i salvati di Primo Levi. Lo stesso Levi nel libro instaura spesso (ma senza teorizzarli) espliciti paragoni tra il modo in cui venivano trattati i prigionieri e gli animali. Vediamo un caso di parallelismo, a mo’ di esempio, tra i tanti che si possono incontrare nei resoconti dell’Olocausto:

“Per noi italiani, l’urto contro la barriera linguistica è avvenuto drammaticamente già prima della deportazione, ancora in Italia […]. Ci siamo accorti subito, fin dai primi contatti con gli uomini sprezzanti dalle mostrine nere, che il sapere o no il tedesco era uno spartiacque. […] Con chi non li capiva, i neri reagivano in un modo che ci stupì e spaventò: l’ordine, che era stato pronunciato con la voce tranquilla di chi sa che verrà obbedito, veniva ripetuto identico con voce alta e rabbiosa, poi urlato a squarciagola, come si farebbe con un sordo, o meglio con un animale domestico, più sensibile al tono che al contenuto del messaggio.
Se qualcuno esitava (esitavano tutti, perché non capivano ed erano terrorizzati) arrivavano i colpi, ed era evidente che si trattava dello stesso linguaggio: l’uso della parola per comunicare il pensiero, questo meccanismo necessario e sufficiente affinché l’uomo sia uomo, era caduto in disuso. Era un segnale: per quegli altri, uomini non eravamo più: con noi come con le vacche o i muli, non c’era differenza sostanziale tra l’urlo e il pugno. Perché un cavallo corra o si fermi, svolti, tiri o smetta di tirare, non occorre venire a patti con lui o dargli spiegazioni dettagliate; basta un dizionario costituito da una dozzina di segni variamente assortiti ma univoci, non importa se acustici o tattili o visivi […]. Parlargli sarebbe un’azione sciocca, come parlare da soli, o un patetismo ridicolo: tanto, che cosa capirebbe?”

Vorrei concludere questo lungo post con un passaggio in cui Levi non instaura direttamente il parallelismo. Volendo, però, potrebbe farlo il lettore.

“Ci viene chiesto sovente, come se il nostro passato ci conferisse una virtù profetica, se ‘Auschwitz’ ritornerà: se avverranno cioè altri stermini di massa, unilaterali, sistematici, meccanizzati, voluti a livello di governo, perpetrati su popolazioni innocenti ed inermi, e legittimati dalla dottrina del disprezzo”.

Levi su questa problematica infine sospende il giudizio, lasciando al lettore il compito di pensarci su.

E anche alla fine di questo post, in fondo, non spetta che al lettore la responsabilità di riflettere su quanto siano fondati, o meno, i criteri alla base dell’analogia oscena.