Libertà senza limiti di specie

liberazione-animale

Agli inizi del ‘900 il sindacalista e pacifista americano Eugene V. Debs affermava:

finché ci sarà una classe inferiore, io ne farò parte. Finché ci saranno dei criminali, io sarò uno di loro. Finché ci sarà un’anima in prigione, io non sarò libero“.

Quello di Debs era un appello alla libertà e all’uguaglianza che rimane a tutt’oggi lettera morta.
Come ogni anno l’antispecismo italiano festeggia il 25 aprile: la liberazione dal nazi-fascismo, dall’oppressione, dalla tirannia, dal dominio del più forte sul più debole; ma lo spirito con cui lo festeggia possiede un respiro molto più ampio rispetto a quello del concetto di liberazione percepito dal senso comune, e non potrebbe essere altrimenti.
Ogni 25 aprile, come ogni giorno dell’anno, ci si dovrebbe perlomeno domandare: “cosa significa essere liberi?”. Una semplice domanda capace di scatenare una cascata di considerazioni sulla nostra condizione di Umani, ma anche solo di cittadini di una società che, palesemente o subdolamente, ci opprime, ci controlla e ci ingabbia, come opprime, controlla e ingabbia (e ci invita con successo a fare altrettanto) miliardi di altri esseri senzienti che non ne fanno nemmeno parte.
Debs evidentemente aveva un’idea altissima della libertà. La libertà non appartiene alla sfera della parzialità, della discrezionalità, non è opinabile, come non è relativa. La libertà è un concetto assoluto: non può esistere se ad essere liberi sono solo alcuni soggetti, che ad essa anelano, a discapito di altri. La libertà riservata solo ad alcuni, equivale a una feroce ingiustizia, a una tirannia: di sicuro i razzisti del Sudafrica dell’apartheid si sentivano liberi, come pure i fascisti e i nazisti al potere durante le dittature europee del secolo scorso, certamente i sostenitori dei regimi totalitari sudamericani hanno vissuto appieno il loro concetto di libertà, come pure i gerarchi sovietici, ma tutti a discapito della libertà altrui.
Finché ci sarà un’anima in prigione, io non sarò libero“, Debs scrivendo “anima” intendeva l’Umano – secondo la nostra presunta caratteristica distintiva veicolata dall’assurdo antropocentrismo della religione – e non tutti i senzienti, forse però il suo concetto di libertà si spingeva oltre e davvero dovrebbe essere così.
Di anime (etimologicamente parlando il termine Animale deriva dal latino e significa essere animato) imprigionate, sfruttate, umiliate, torturate e uccise ce ne sono a miliardi: senza scomodare il trascendentale ci si potrebbe semplicemente limitare a considerare che sono miliardi di individui che soffrono, anche oggi, e muoiono a causa nostra. Come potremmo noi – padroni privilegiati e comodamente alloggiati nei piani alti di un grattacielo sociale costruito sull’ingiustizia – gioire della nostra avvenuta liberazione?
Dobbiamo immedesimarci negli altri, nei più diversi e lontani da noi, e asserire, parafrasando Debs, “finché ci sarà una specie inferiore, io ne farò parte”; ripartendo dal basso, dal fondo potremmo finalmente porre rimedio – da criminali che infrangono la legge del più forte – alle tragedie che abbiamo causato agli altri e a noi stessi.
Se fossimo meno ipocriti ed egoisti, potremmo semplicemente ammettere che davvero nessuno potrà mai sentirsi libero, fino a quando anche l’ultimo degli Animali non lo sarà completamente e definitivamente. Finalmente una libertà senza limiti di specie.

Buona liberazione.

Adriano Fragano

Siamo tutti Eichmann

carne
Fonte Veganzetta

Di seguito un testo di Rosa Aimoni sul celebre libro di Hannah Arendt “La banalità del male”, a seguire alcune considerazioni a cura di Veganzetta sulla banalità dei nostri comportamenti quotidiani e sulle conseguenze che essi hanno sulla vita degli Animali.

La banalità del male di Hannah Arendt

di Rosa Aimoni

“La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”, saggio di Hannah Arendt, è entrato nella storia della filosofia perché supera le comuni definizioni di bene e di male. Hannah Arendt, filosofa ebrea, seguì in qualità di giornalista il processo che si tenne a Gerusalemme contro Eichmann, il criminale nazista condannato per essere stato il principale responsabile della cosiddetta “soluzione finale”.
Durante il processo, Eichmann mostrò al mondo la sua vera personalità che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non aveva nulla di demoniaco; in altre parole il male, secondo Hannah Arendt, non origina da un’innata malvagità ma dall’assenza totale di pensiero. Eichmann si rivelò una persona “banale”, il cui carattere palesava anche tratti burleschi e istrionici; da ciò la Arendt dedusse che il male “non è radicale, ma solo estremo”, come specifica anche nel saggio “Ebraismo e modernità” da lei stessa scritto. Furono proprio l’assenza di pensiero e l’incapacità di confutazione a rendere Eichmann un criminale.
Le persone che come lui non riflettono sono inclini ad eseguire gli ordini imposti dal potere senza nemmeno chiedersi se essi siano giusti o sbagliati; ecco cos’è la banalità del male, nient’altro che la totale assenza di idee. Tale mancanza rende la persona una marionetta che esegue, senza nemmeno discuterli, i dettàmi provenienti da coloro che comandano.
Dal pensiero della Arendt si ricava un ribaltamento delle categorie concettuali di bene e di male; esse non sono in antitesi perché, in realtà, non hanno niente in comune per potersi rapportare. Il bene è “radicale”, proviene dalla mente, dalla riflessione e dal cuore; il male, al contrario, non si fonda su nulla, nemmeno sull’odio, ma è causato solo dalla totale incapacità critica. Il saggio si sofferma anche sulla questione, non meno importante, della modalità con cui si è svolto il processo a carico di Eichmann. (…)

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Hannah Arendt (1906 – 1975), filosofa, allieva di Heidegger e Jaspers, emigrata nel 1933 dalla Germania alla Francia, e da qui in America nel 1940, a causa delle persecuzioni razziali, dal 1941 ha insegnato nelle più prestigiose università americane, pubblicando alcuni tra i più importanti testi del Novecento sul rapporto tra etica e politica. Nel 1961 segue, come inviata del The New Yorker, il processo Eichmann a Gerusalemme: il resoconto esce prima sulle colonne del giornale nel 1963, quindi, sempre nello stesso anno, in volume. Esso susciterà una grande ondata di proteste e una accesa polemica soprattutto da parte della comunità ebraica internazionale, a causa della particolare lettura che la Arendt, ebrea e tedesca, dà al fenomeno dell’Olocausto e dell’antisemitismo in Germania.

Otto Adolf Eichmann (1906 – 1962) fu colui che, nei quadri organizzativi della Germania hitleriana, ebbe il ruolo di realizzare logisticamente la “soluzione finale”, cioè lo sterminio degli ebrei al fine di rendere i territori tedeschi judenrein. Sfuggito al processo di Norimberga, rifugiato in Argentina, venne catturato dal servizio segreto israeliano, processato a Gerusalemme e condannato a morte.

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Alcune riflessioni in occasione del Giorno della memoria

“ (…) Eichmann non capì mai quello che stava facendo. E non era uno stupido, era semplicemente senza idee, una cosa molto diversa dalla stupidità. E proprio quella mancanza di idee lo predisponeva a diventare uno dei maggiori criminali del suo tempo, perché la mancanza di idee, la lontananza dalla realtà, possono essere molto più pericolose di tutti quegli istinti malvagi che si crede siano innati nell’uomo. È stata questa la lezione del processo di Gerusalemme”.

Così scriveva Hannah Arendt e da queste illuminanti considerazioni si potrebbe tentare di comprendere il perché dei nostri spietati comportamenti non solo nei confronti dei nostri simili, ma soprattutto degli Animali. Consideriamo la tragedia del nazismo (che ha coinvolto non solo le persone ebree, ma questo pare lo si dimentichi molto spesso) e dellasoluzione finale come mostruosità del passato, ma la quotidianità dei nostri gesti è profondamente intrisa di crudeltà, di violenza e di ingiustizia perpetrate nei confronti degli altri Animali che divengono schiavi, cibo, indumenti, oggetti, profitto, vittime senza che chi beneficia di tutto questo strazio si renda conto della reale gravità di ciò che commette. Il nazista Eichmann che organizzo la “soluzione finale” non era un mostro, non era uno psicopatico, era una persona “normale”, un individuo qualsiasi che, coinvolto nel potente ingranaggio di sistematico annientamento programmato enormemente più grande di lui, ha eseguito con solerzia e disciplina delle direttive, ha tenuto dei comportamenti che la società nazista gli aveva insegnato essere giusti, normali. Normali, banali come mangiare un pezzo di carne, o indossare un maglione di lana, o calzare delle scarpe di cuoio. Normali come acquistare dei farmaci. Non è necessario sconfinare nella profonda malvagità che la nostra specie è capace di esprimere, non serve spingersi al sadismo della caccia, o alla crudeltà di chi si diverte a torturare gli Animali, basta semplicemente considerare la superficialità con cui svolgiamo i nostri compiti assegnatici dal sistema in cui viviamo, alle consuetudini, alle abitudini e tradizioni che accettiamo acriticamente e perpetuiamo, senza pensare nemmeno per un attimo che esse significano la sofferenza e la morte di milioni di esseri senzienti innocenti che esistono al di fuori della nostra sfera di interesse, della nostra vita e che non vediamo se non a pezzi, o sotto forma di oggetti o di estranei.
La banalità del male così ben descritta da Arendt non è un evento storico e storicizzato, è presente e insita nella nostra quotidianità: con essa si ripete e si perpetua senza soluzione di continuità e ciò perché supinamente accettiamo che sia così, perché è fin troppo lieve e semplice adeguarsi senza sentire sulla nostra pelle la sofferenza altrui. Siamo persone “normali” e compiamo crimini efferati in circostanze che ci sollevano dal dovere morale di percepire che agiamo facendo del male, ma ciò non può divenire né un alibi, né una scusa, è solo una nostra terribile colpa.
Così facendo ci trasformiamo in un esercito di Eichmann pronte/i a obbedire e a eseguire, scaricando le nostre responsabilità su qualcosa che è più grande di noi e contro il quale non possiamo né vogliamo combattere. Senza vergogna e senza rimorsi: siamo tutti Eichmann.

Adriano Fragano – Veganzetta

Filo spinato e sorveglianza

Birds rest on the barbed wire at the border between Egypt and Gaza Strip
Fonte Veganzetta

In occasione della ricorrenza del Giorno della Memoria (il 27 gennaio) in cui si commemorano le vittime dell’Olocausto, è utile ricordare che l’origine etimologica del termine deriva dal greco antico e significando “bruciato interamente” indicava il rogo del corpo delle vittime animali immolate in onore di una divinità. Come quasi sempre accade l’origine della sofferenza umana trae origine o “ispirazione” dalla sofferenza non umana.
Nessun olocausto (sia umano che non umano) può avvenire senza un’articolata organizzazione atta al controllo e alla delimitazione fisica dello spazio, a tal proposito si propone la lettura di un estratto da un interessante libro di Olivier Razac (Storia politica del filo spinato, Ombre Corte, 2005), in cui l’autore ben delinea le caratteristiche salienti dell’oggetto filo spinato e la spiccata capacità del sistema sociale umano di separare, controllare e sfruttare gli esseri viventi.

Filo spinato e sorveglianza

Un recinto o un muro non sono mai sufficienti da soli. Dovrebbero essere indistruttibili, il che è impossibile. Ogni separazione materiale necessita dunque di riparazioni, migliorie e soprattutto di sorveglianza. E un filo spinato deve essere tanto più sorvegliato quanto più è materialmente vulnerabile. Paradossalmente, il filo spinato è molto vulnerabile: leggerezza e flessibilità comportano anche una certa fragilità. Se nessuno è lì a proteggere il filo, è facilissimo tagliarlo, basta un buon paio di cesoie. Per questo i recinti dei terreni vengono sorvegliati dai loro proprietari.
Davanti alle trincee, le vedette scrutano la no man’s land e i loro fucili sono puntati su chi cercasse di tagliare i fili. Nei campi di concentramento, nonostante il recinto sia carico di corrente elettrica, senza le torrette il campo non sarebbe chiuso. I rari esempi di evasione mostrano che il problema principale è rappresentato dalle torrette e non da i fili spinati.
A Mauthausen, nel 1945, i prigionieri di guerra sovietici, sottoposti a un trattamento particolarmente duro volto a sterminarli, tentano di evadere.”L’evasione cominciò prendendo d’assalto una torretta di guardia. […] Poi neutralizzarono la recinzione carica di corrente provocando dei corto circuiti con delle coperte bagnate, e si impadronirono di un’altra torretta usando learmi prese nella prima” (1).
La sorveglianza legata ai fili spinati non è uno sguardo verso l’interno o verso l’esterno, ma uno sguardo miope puntato sul contorno protettivo. È per questo che, per quanto riguarda i campi, non si può parlare di una sorveglianza visiva normalizzatrice e permanente, di una sorveglianza panoptica. Che un certo numero di campi sia stato costruito secondo un quadrilatero regolare e a volte a stella (Sachsenhausen), non basta a farne dei dispositivi in grado di realizzare l’utopia architettonica di Bentham (2).
Il panopticon, progetto di prigione ideato alla fine del XVIII secolo dal precursore dell’utilitarismo inglese, Jeremy Bentham, era stato pensato al fine di realizzare un consistente risparmio, permettendo a un solo sorvegliante, posto al centro di un edificio circolare, di vedere tutti i prigionieri rinchiusi in celle, disposte lungo il perimetro, richiuse da una grata. La presenza del sorvegliante, che non può essere visto dai detenuti, diventa superflua e la sorveglianza automatica, virtuale; basta pensare di essere potenzialmente sorvegliati per agire come un sorvegliato di fatto. Vediamo che questo principio architettonico può metaforicamente designare una delle principali strategie del potere moderno, dove non si tratta tanto di rinchiudere quanto di produrre degli individui disciplinati (3).
Il funzionamento della coppia filo spinato-sorveglianza è di un altro ordine.
Anche se perfettamente compatibile con un controllo panoptico, non verte sul comportamento generale dei sorvegliati ma semplicemente sul loro rapporto con la delimitazione che li costringe. Proibisce a loro unicamente di uscire dal perimetro autorizzato e di entrare nel perimetro vietato. C’è certamente un effetto di dissuasione di tipo panoptico, poiché chi tenta di forzare lo sbarramento non è certo di essere osservato (per esempio dalla trincea o dalle torrette). Fa necessariamente sua questa sorveglianza,assumendola come propria. La zona davanti ai fili spinati carichi di corrente è sempre percepita come vietata, mortale. Se il panoptismo consiste nell’esporre ciascuno a una sorveglianza normativa virtuale al fine di indurre comportamenti determinati, la coppia filo spinato-sorveglianza mira solo a produrre una delimitazione permanente e senza falle. Virtualmente reattiva, gli indesiderati devono considerarla come sempre attualmente attiva.
Ovviamente, nulla impedisce che la sorveglianza del limite sia a sua volta collegata ad altri dispositivi di sorveglianza, quella del contadino sul suo terreno, dell’allevatore sulla sua mandria, degli aerei spia sopra il territorio nemico, del kapo sul detenuto del campo di concentramento. Ma questa non è la funzione specifica della coppia filo spinato-sorveglianza, che riguarda soltanto le soglie e i loro passaggi.
Filo spinato e sorveglianza formano dunque un unico dispositivo di potere applicato allo spazio. La loro unione è tanto più giustificata in quanto essi non sono soltanto connessi ma legati e inseparabili. Mentre lo sguardo veglia sul filo spinato, quest’ultimo protegge l’occhio che scruta. La sorveglianza sta necessariamente dalla parte positiva del recinto: sono impensabili delle torrette all’interno della recinzione del campo di concentramento. Non si può decidere se è più importante la torretta o il filo spinato, perché il recinto protegge la sorveglianza che a sua volta protegge il recinto.
Più precisamente, mentre la sorveglianza utilizza il tempo concesso dalla barriera per organizzare una risposta adeguata, la barriera si regge sulla velocità di reazione della sorveglianza. L’idea è di produrre un ritardo temporale nell’aggressione del dispositivo, e nello stesso tempo una difesa rapida ed efficace grazie alle informazioni fornite dalla sorveglianza. Come si vede, nel suo funzionamento, il dispositivo filo spinato-sorveglianza è più temporale che spaziale (4).
Il filo spinato sembra così dimostrare che i problemi moderni di gestione politica dello spazio possono essere risolti solo attraverso un alleggerimento del segno che delimita e una intensificazione dell’azione che respinge. È pressoché finito il tempo delle separazioni pesanti, sono troppo vistose e offrono troppi pretesti. Con il passaggio progressivo dal fisico del recinto all’ottico della sorveglianza, il controllo dello spazio si fa discreto e interattivo. Rovesciare il gioco delle visibilità: furtivamente si poteva attaccare una barriera visibile; ora è il limite che si sottrae agli sguardi e alle mani di chi cerca di superarlo e, sorpresi, si resta in piena luce, esposti alla reazione.
L’innovazione del filo spinato è già un farsi virtuale del limite spaziale, perché privilegia il leggero sull’imponente, la velocità sulla staticità, la luce sull’opacità e il potenziale sull’attuale. Virtualizzare qui non significa rendere meno reale, ma operare un trasferimento dai dispositivi di potere materiali e statici ai dispositivi energetici e informazionali dinamici. Invece di concentrare una grande quantità di energia sotto forma di torri e mura, il potere moderno tende a creare dei dispositivi mobili che agiscono, e dunque consumano, solo quando è necessario. Virtualizzazione non significa minore controllo dello spazio. Al contrario, l’alleggerimento della presenza in atto delle separazioni va a diretto vantaggio della capacità operativa del potere, cioè della sua potenza.
Il filo spinato può dunque essere considerato come un punto fondamentale di una storia del farsi virtuale della gestione politica dello spazio. Il simbolo del potere rappresentato dalla capacità di chiudere gli spazi, di ostruirli con prepotenza, tende a indebolirsi, cioè a divenire l’immagine negativa di una sovranità brutale che privilegia i simboli del dominio piuttosto che gli strumenti dell’efficacia. Ma a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, anche il filo spinato comincia ad apparire come una tecnologia pesante, arcaica, e soprattutto come un simbolo quasi universale dell’oppressione.

Note:

1) G. J. Horwitz, Mauthausen, ville d’Autriche. 1938-1945, Seuil, Paris 1992, p.196.

2) Cfr. J. L. Cohen, “La mort est mon projet”: architecture des camps, in F.Darida e L. Gervereau (dir.), La d´portation, le système concentrationnaire nazi, La D’couverte, Paris 1995, pp. 35-36. Diversamente da Jean-Luis Choen, a noi non sembra che l’architettura del campo sia panoptica. La discussione potrebbe vertere sul carattere panopico, per analogia politico, della sorveglianza dei kapo o dell’effetto del terrore.

3) Sul Panopticon, cfr. J. Bentham, Panopticon, ovvero la casa d’ispezione, trad.it. di V. Fortunati, a cura di M. Foucault e M. Perrot, Marsilio, Venezia 1983.
E sulla sua diffusione come principio disciplinare generale, cfr. M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, trad. it. A. Tarchetti, Einaudi, Torino 1976, pp. 213-247.

4) L’effetto prodotto è spaziale ma il modo di funzionamento è principalmente temporale.

Lo sfruttamento degli Animali non è come l’Olocausto?

Da Veganzetta: www.veganzetta.org/?p=2110 

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha deciso che la PETA Germania non può esporre le sue pubblicità in cui la strage degli Animali è paragonata all’Olocausto degli ebrei.
La sentenza della Corte pone fine a una diatriba che si trascinava da anni.

All’indirizzo web di seguito un articolo esplicativo sulla vicenda: www.giornalettismo.com/archives/591975/lo-sfruttamento-degli-animali-non-e-paragonabile-allolocausto/

Per quanto ci riguarda riteniamo che non sia scandaloso il paragone, e che nonostante le finalità diverse che contraddistinguono la strage degli Animali e l’annientamento degli ebrei, le due tragedia siano assolutamente collegate.  Il nazismo con la “soluzione finale” (il termine Olocausto potrebbe tranquillamente essere considerato etimologicamente  improprio perché indica l’atto di espiativo di immolare un essere vivente mediante un rogo a una divinità, mentre gli ebrei venivano bruciati per far scomparire i loro corpi) intendeva sterminare fisicamente e culturalmente il popolo ebreo, nel mentre tentava di ricavarne ogni tipo di utilità sfruttando i prigionieri. La strage degli Animali invece avviene non per annientarli, ma per tutti i possibili trarne vantaggi. Le due tragedie però sono legate a doppio filo. A chi la pensa diversamente suggeriamo la lettura del libro “Un’eterna Treblinka. il massacro degli animali e l’olocausto” di Charles Patterson, storico americano, docente alla Columbia University di New York e alla International School for Holocaust Studies di Gerusalemme, in cui si spiega con dovizia di particolari e con ampia documentazione che i metodi usati nei lager nazisti derivavano da metodi ideati e utilizzati nei lager di Animali, e che addirittura molti responsabili di lager nazisti erano allevatori di Animali, o avevano esperienza in zootecnia.
Se quindi i due fenomeni possono parere distanti (a prescindere dall’indubbio antropocentrismo di chi si scandalizza per questo paragone), sono nella realtà uniti se non consequenziali.
La numerazione dei prigionieri ebrei ad esempio, la loro spersonalizzazione, la disumanizzazione mediante la perdita dell’identità, del nome, della storia personale, è un tipico metodo applicato nell’allevamento degli Animali: paragonare la tragedia animale all’Olocausto non è quindi una mancanza di rispetto nei confronti degli ebrei morti nei campi di concentramento, ma il tentativo di un’analisi più ampia del perché e delle origini di questa assoluta violenza di cui l’Umano è stato capace nei confronti dei propri simili, e di cui è ancora capace nei confronti di altre specie animali.
Inoltre lo stesso Patterson in un’intervista afferma:

Steven Simmons descrisse l’atteggiamento dietro lo sfruttamento degli animali come segue: “Gli animali sono vittime innocenti della visione del mondo che asserisce che alcune vite sono più importanti di altre, che i potenti hanno il diritto di sfruttare i deboli e che il deboli deve essere sacrificato per un bene più grande”.”

E’ questo il secondo punto focale che unisce Umani e Animali in un’immensa strage: la strage degli Animali innocenti ma considerati inferiori per trarne un vantaggio, la strage degli ebrei innocenti ma considerati inferiori e dannosi alla purezza della presunta razza ariana.

Tutto ciò a prescindere dagli intenti della PETA che nella sua campagna pubblicitaria ha fatto perno sulla frase «Auschwitz inizia quando si guarda a un mattatoio e si pensa: sono soltanto animali» attribuita ad Theodor Adorno ma non effettivamente documentata. A noi basta pensare che altri autori hanno voluto fare tali collegamenti, come Isaac Bashevis Singer, ebreo e premio Nobel per la letteratura nel 1978 che nel racconto L’uomo che scriveva lettere afferma:

Si sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno.

O anche come  un altro premio Nobel, lo scrittore sudafricano John M. Coetzee che  nel libroVita degli animali fa dire alla protagonista parlando sulla crudentà umana nei confronti degli Animali che oramai «siamo circondati da un’impresa di degradazione, crudeltà e sterminio che può rivaleggiare con ciò di cui è stato capace il Terzo Reich».

Per i motivi di cui sopra ci rammarichiamo molto della decisione presa dalla Corte Europea per i diritti dell’Uomo, e crediamo che con tale decisione abbia compiuto un errore e una ulteriore grave ingiustizia.

Per chi volesse approfondire consigliamo di leggere:
www.veganzetta.org/?p=1252
www.manifestoantispecista.org/web/lanalogia-oscena-olocausto-e-animali-isaac-singer-e-primo-levi/

Intervista a Charles Patterson sull’olocausto animale

Asinus novus traduce dall’inglese un’interessante intervista a Charles Patterson

Intervista a Charles Patterson sull’olocausto animale

di Biman Basu

Charles Patterson, studioso e insegnante di storia che nella sua infanzia ha perso il padre mentre combatteva i nazisti in Europa, fu profondamente colpito dalla difficile situazione delle vittime delle atrocità naziste in Germania. Tuttavia, solo molto più tardi vide un parallelismo tra lo sfruttamento della società moderna e la macellazione degli animali e l’Olocausto, cosa che lo spinse a scrivere Un’eterna Treblinka: il massacro degli animali e l’Olocausto (Editori Riuniti, Roma 2003).

D. Cosa ti ha spinto a scegliere questo tema per il libro?

R. Ci volle molto tempo prima che riconoscessi le analogie tra l’Olocausto nazista e lo sfruttamento e la macellazione degli animali. I semi del mio interesse nella Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto sono stati senza dubbio piantati quando ero un ragazzo. Mio padre, che non ho mai avuto modo di conoscere, uscì di casa per combattere i nazisti in Europa, ma non tornò più. Solo molto più tardi nella mia vita mi sono reso conto che il mio forte interesse nella Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto potrebbe essere stato il mio modo di cercare mio padre morto e sentirmi legato a lui.

Durante i miei studi per il dottorato in religione e storia alla Columbia University di New York City, ho fatto amicizia con una profuga ebrea tedesca che era stata traumatizzata dall’esperienza di aver vissuto come una ragazza adolescente nella Germania nazista per sei anni. La sua storia mi ha commosso profondamente, così ho letto molto e ha seguito i corsi sull’Olocausto per saperne di più.

Più tardi, quando sono diventato un insegnante di storia e cercavo, senza riuscire a trovarlo, un libro sull’Olocausto e i suoi presupposti adatto per i miei studenti, ho scritto il mio primo libro – Antisemitismo: La strada per l’Olocausto e oltre – per riempire questo vuoto. L’estate dopo la sua pubblicazione ho frequentato lo Yad Vashem Institute for Holocaust Education a Gerusalemme. Tornato negli Stati Uniti, sono diventato un recensore di libri e film per Martyrdom and Resistance, la più antica rivista al mondo dedicata alla Shoah, ora pubblicato dalla Società Internazionale di Yad Vashem.

La mia consapevolezza della portata dello sfruttamento e della macellazione degli animali nella società moderna è stato uno sviluppo molto più recente. Sono cresciuto e ha trascorso la maggior parte della mia vita adulta incurante della misura in cui la società umana è costruita sulla violenza istituzionalizzata contro gli animali. Per molto tempo non è mi mai venuto in mente di sfidare o addirittura metterla in discussione. Steven Simmons descrisse l’atteggiamento dietro lo sfruttamento degli animali come segue: “Gli animali sono vittime innocenti della visione del mondo che asserisce che alcune vite sono più importanti di altre, che i potenti hanno il diritto di sfruttare i deboli e che il deboli deve essere sacrificato per un bene più grande”. Una volta ho capito che era lo stesso atteggiamento dietro l’Olocausto, ho cominciato a vedere le connessioni che sono oggetto di eterna Treblinka.

D. Quando citi Steven Simmons, non pensi che la stessa regola si applica a tutto il regno animale – che i più deboli sono sacrificati da quelli più potenti, soprattutto per il cibo? Dopo tutto, i carnivori uccidono e mangiano gli animali più deboli. Cosa c’è di male se noi esseri umani facciamo la stessa cosa?

R. Il mondo naturale è certamente un luogo pericoloso per gli animali, tanto più ora che la specie umana padrona sta invadendo il loro habitat per sfruttarli e ucciderli in tutto il mondo. Tuttavia, a differenza dei carnivori predatori che sono programmati per comportarsi come fanno per sopravvivere, gli esseri umani possono scegliere. Possiamo scegliere tra il bene e il male, la gentilezza e crudeltà, e abbiamo una gamma molto più ampia di alimenti da scegliere (almeno i più fortunati lo fanno). Le persone che guardano la violenza nel regno animale e vi trovano una giustificazione per la violenza degli uomini tendono a vedere il terrore e la crudeltà ovunque guardano – ovunque tranne che nel proprio cuore.

Prendiamo l’esempio di Adolf Hitler. Dal momento che credeva che la forza facesse il diritto e che il forte meritasse di ereditare la terra, provava disprezzo per la filosofia vegetariana non-violenta e ridicolizzava Gandhi. Dal momento che la sua convinzione di base era che la natura fosse governata dalla legge della lotta, era un grande appassionato degli animali predatori. Voleva che i giovani tedeschi prendessero tali animali come modello in modo che potessero essere brutali, autoritari, senza paura e crudeli (“La gioventù che crescerà nella mia fortezza spaventaerà il mondo”). Non voleva che fossero deboli o dolci o compassionevoli. “La luce della bestia da preda libera e meravigliosa deve brillare ancora una volta dai loro occhi”, disse. “Voglio che la mia gioventù sia forte e bella”.

D. Hai avuto qualche esperienza di prima mano di un campo di concentramento tedesco, o le tue opinioni si basano solo sull’esperienza dei pochi superstiti?

R. Dachau, il primo campo di concentramento tedesco, è stato aperto prima che io nascessi, quindi ero solo un ragazzino americano che viveva nella Nuova Britannia, Connecticut, quando i tedeschi stavano sterminando gli ebrei, gli zingari e altre persone che consideravano “sub-umane”. Se mi stai chiedendo se ho mai visto personalmente atrocità naziste o un campo di concentramento tedesco, la risposta è no. D’altronde, non sono mai stato neanche dentro un macello.

D. Cosa ti ha fatto pensare che il trattamento umano degli animali potrebbe essere collegato al trattamento bestiale dei detenuti dei campi di sterminio di Hitler?

R. È interessante il modo in cui è formulata la domanda: il nostro trattamento degli animali è “umano” (suona come “umanitario”), mentre il trattamento nazista delle loro vittime è stato “bestiale” (animale). Prova a riformulare la questione invertendo gli aggettivi: “Che cosa ti ha fatto pensare che il nostro trattamento bestiale degli animali potrebbe essere collegato al trattamento umano dei detenuti dei campi di sterminio di Hitler?”

Per rispondere alla tua domanda (a prescindere da come è formulata): il parallelismo tra lo sfruttamento e la macellazione degli animali e lo sfruttamento e il massacro di persone è evidente, anche se devo confessare che mi ci sono voluti molti anni per vederlo.

La macellazione industrializzata moderna dell’uomo e degli animali è iniziata con l’uccisione degli animali nei macelli di Chicago nei primi anni del XX secolo in America. Nel suo libro di memorie l’industriale Henry Ford ha scritto che ha ottenuto la sua idea per la catena di montaggio di produzione che ha usato per fabbricare le sue automobili da una sua visita ad un macello di Chicago quando era un ragazzo. Là ha osservato e ammirato l’efficiente catena di montaggio e il modo in cui venivano macellati gli animali e tagliati in pezzi di carne destinati al consumo umano.

L’antisemitismo e il successo negli affari di Ford lo resero molto popolare nella Germania nazista. Hitler lo chiamava il suo “eroe” e diffuse le sue pubblicazioni antisemite in tutta la Germania. Il metodo da catena di montaggio che “lavorava” gli esseri umani nei campi di sterminio tedeschi era efficiente ed efficace come la catena di montaggio per la lavorazione di animali lo era stato stati nei macelli americani. Nel mio libro dedico un capitolo (cap. 5) alla discussione delle caratteristiche analoghe dei centri di sterminio americani e tedeschi.

D. Sei d’accordo che quello che è successo nella Germania nazista non può essere considerato un comportamento umano “normale”, ma il risultato del comportamento aberrante di un piccolo gruppo di individui potenti?

R. No, non sono d’accordo. Purtroppo, la guerra, il genocidio e l’omicidio di massa sono “comportamento umano normale”, perché si verificano con regolarità. Si può guardare la storia sia come periodi di pace, interrotti da guerra o come i periodi di guerra, conflitto e violenza interrotti da pause e gli intervalli. Come storico, vedo l’aggressività umana, l’arroganza, la violenza e il conflitto come fenomeni che stanno al centro della storia umana. È più “normale” di quanto la maggior parte di noi vorrebbe ammettere, perché per noi esseri umani è difficile rinunciare a certe illusioni su noi stessi. Evitiamo di guardare dritto alla verità su chi siamo e cosa facciamo perché abbiamo paura che ci possa turbare.

La storia prova di quali atti mostruosi e crudeli gli esseri umani siano capaci, sia collettivamente che individualmente. Ecco perché per me l’olocausto non fu semplicemente “il comportamento aberrante di un piccolo gruppo di individui potenti”. Si trattava piuttosto di una dimostrazione vividamente dolorosa di ciò che siamo capaci di fare. I grandi crimini come i genocidi sono sempre in agguato sotto la superficie della storia umana e in attesa di accadere, perché stanno accadendo tutto il tempo nei confronti delle vittime animali. Lo scrittore yiddish e premio Nobel Isaac Bashevis Singer, ha scritto che quando si tratta di animali, siamo tutti nazisti. Per gli animali è “Treblinka dura in eterno”.

D. Poiché gli esseri umani ancora macellano animali per il cibo e usano gli animali per vari esperimenti scientifici, pensi che quello che è successo nella Germania nazista possa succedere di nuovo?

R. Sicuramente. L’omicidio di massa industrializzato di esseri innocenti non si è concluso nel 1945, ma si è solo spostato di nuovo allo sfruttamento “eterno” e alla macellazione degli animali, che serve da modello e stimolo per l’oppressione e la violenza umana. Finché ci sono macelli, il potenziale di Treblinka e Auschwitz sarà sempre presente. Come il filosofo ebreo tedesco Theodor Adorno ha detto: “Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa:. Sono soltanto animali” [n.d.r. questa citazione è un falso]

D. Pensi che il non-vegetarianismo abbia qualcosa a che fare con la violenza degli uomini contro gli esseri umani?

R. Sì. La crudeltà istituzionalizzata contro gli animali innesca le atrocità che le persone si infliggono reciprocamente causando quella durezza del cuore che le rende possibili. Questa è la vera tesi del mio libro: prima gli esseri umani sfruttano e macellano gli animali, poi trattano gli altri come animali e si comportano nei loro confronti allo stesso modo. Un capitolo nel mio libro (cap. 2) è dedicato al modo in cui diffamando le persone come animali – topi, maiali, cani, scimmie, insetti parassiti, animali, ecc – è sempre stato il preludio al loro sfruttamento e alla loro distruzione.

D. A tuo parere, il vegetarianismo può eliminare la violenza umana?

R. Ne dubito, ma spero che possa aiutare a ridurlo. Finché giustifichiamo la macellazione degli animali sul presupposto che i potenti (noi) hanno diritto di sfruttare i senza-potere (loro), continueremo ad essere distruttivi e violenti verso gli altri umani. Adolf Hitler ha affermato: “Chi non possiede il potere perde il diritto alla vita”. È ironico che, pur avendo perso la guerra, la sua visione fascista abbia trionfato. La civiltà umana opera sul presupposto che, poiché le mucche, le pecore, i maiali, i polli e gli altri animali non possono difendersi, non hanno il diritto di vivere. Quindi, pensiamo di essere liberi di fare loro quello che vogliamo. Certamente il modo più importante per noi per aiutare gli animali è di non mangiarli. Questo è il minimo che ognuno di noi può fare – tenere il macello fuori della nostra bocca.

Intervista tratta da Anil Aggrawal’s Internet Journal of Book Reviews Volume 2, Number 1, January – June 2003