Antispecisti quindi vegani: dossier vegan

Da Veganzetta un dossier di sicuro interesse:

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Antispecisti quindi vegani – Dossier vegan
Il dossier che potrete leggere scaricandolo al link di seguito in formato PDF è un estratto dell’originale pubblicato su A Rivista anarchica n° 353 del maggio 2010 a cura di Troglodita Tribe e con testi di Adriano Fragano, Filippo Trasatti e Massimo Filippi.

Buona lettura

Antispecisti quindi vegani – Dossier vegan (800 Kb)

Nell’industria della carne un perno del sistema capitalista

Ottimo articolo di Massimo Filippi su Il Manifesto: http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20120228/manip2pg/10/manip2pz/318757/manip2r1/massimo%20filippi/

Nell’industria della carne un perno del sistema capitalista

Libri come il recente testo di Pierangelo Dacrema o come «Tauroetica», di Fernando Savater, da poco uscito per Laterza, dimostrano che finalmente la questione animale comincia ad acquisire una certa visibilità sociale

Il 16 febbraio scorso è comparsa su questo giornale, firmata da Marco Dotti, una recensione di Fumo bevo e mangio molta carne! (Excelsior 1881, 2011), pamphlet di Pierangelo Dacrema contro «talebani della salute, ciarlatani dell’ambientalismo e animalisti demagoghi». Il pezzo di Dotti – che enfatizza il coté anti-animalista del libro di cui parla – ci ha sconcertati, e non solo per il tono sprezzante e derisorio verso chiunque problematizzi la questione animale, a cominciare da Jonathan Safran Foer, bersaglio dei due. Sulla scia di Dacrema (il cui pamphlet contiene una lettera aperta a Foer), Dotti accusa, infatti, l’autore di Se niente importa (Guanda 2010) – definito un «lezioso marchingegno», sebbene «di forte impatto emotivo» – di aver plagiato schiere di lettori, instillando loro «il veleno» di «sensi di colpa e retropensieri». E arriva a rimproverare giusto a Foer, che dallo Sterminio nazista prende le mosse, d’essere uno cui «interessa molto la bestia, ben poco l’uomo».
Dopo aver biasimato lo scrittore newyorkese anche per l’autobiografismo – «il racconto del cibo kosher di sua nonna» -, Dotti utilizza uno spazio ampio del giornale (nostro bene comune) per parlarci dei gusti gastronomici suoi e di Dacrema, delle loro piccole storie, delle loro «passioni ed economie tristi». Tutto questo, per occultare, in definitiva, la grande storia che si nasconde dietro lo sfruttamento della vita animale, storia che non si può negare sia anche quella umana, a meno che non si condividano visioni del mondo di tipo trascendente oppure il vitalismo d’antan cui sembra indulgere il recensore: dovremmo essere noi a sghignazzare di passaggi dell’articolo quali «il dramma dell’infinita crudeltà e dell’infinita dolcezza della vita» o, peggio, «Spegnere una vita animale (…) è un gesto impegnativo ma la libertà è impegnativa e difficile». Insomma, la vecchia solfa necrofila secondo cui la libertà in fondo è anche libertà di uccidere. Per non parlare dell’utilizzo della tipica quanto risibile reductio ad absurdum da uomo della strada: quella che passa, a piè pari, da mucche e maiali a «lombrichi» e «amebe».
Siamo sconcertati non tanto perché vegetariani – perciò, secondo Dotti, fanatici «missionari armati di buoni argomenti pronti a evangelizzare schiere di dubbiosi carnivori»; ben più perché soggetti politici, consapevoli che la questione animale è faccenda squisitamente politica.
Ma siamo anche in qualche modo compiaciuti. Perché ci pare che il libro di Dacrema e la recensione di Dotti, come altri scritti di recente pubblicazione (per esempio, Tauroetica di Fernando Savater, Laterza 2012), testimonino che la questione animale ha acquisito una certa visibilità sociale. È allora, infatti, che intervengono le forze del potere, come ci ha insegnato Foucault, non per censurare temi scomodi, ma per produrre un discorso che li addomestichi, per inquadrarli in un sapere che difenda lo status quo. In questo senso, è sintomatico che Dotti sorvoli allegramente su due «dettagli»: Pierangelo Dacrema, bocconiano (un altro!), oggi docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria, incarna un perfetto conflitto d’interessi, essendo egli parte attiva dell’Associazione italiana allevatori, quindi difensore degli allevamenti industriali; la prefazione a Fumo bevo e mangio molta carne! è firmata da Jody Vender, finanziere milanese di successo negli anni dell’ascesa berlusconiana, che è stato anche professore di Dacrema alla Bocconi.
Altrettanto allegramente, Dotti ignora o finge di ignorare l’ormai lunga e profonda elaborazione politica antispecista, a partire da autori marxisti, quelli della Scuola di Francoforte, o «libertari» come Derrida. Singolare è poi che dimentichi che l’industria della carne è uno dei perni del sistema capitalista: gli è mai venuto in mente che «capitalismo» deriva da caput, cioè «capo di bestiame», la prima forma di beni mobili prodotti dalla società classista e gerarchica in cui tuttora viviamo?
L’apologia di Dotti in favore di Dacrema potrebbe avere qualche credibilità se si potesse dimostrare che gli animali sono cose o enti assimilabili alle cose. Solo in tal caso, infatti, azioni così disparate come «fumare», «bere» e «mangiar carne» potrebbero rientrare legittimamente nella medesima categoria della libertà di scelta o dei gusti personali. Solo se gli animali fossero cose, abitudini potenzialmente auto-lesive quali fumare e bere (ma ognuno è libero di decidere come vivere e morire: in ciò concordiamo con Dotti) potrebbero essere accostate ad azioni che sottraggono la vita ad altri o comunque ne esigono la morte.
Solo se gli animali fossero cose, si potrebbe affermare che mangiarli è una questione di libertà. Se non sono cose, mangiarli significa, all’opposto, privare loro della libertà. Come ci insegnano un’infinità di dati scientifici, gli animali non sono cose. O Dotti è a conoscenza di dati che non conosciamo? Se sì, ce li fornisca: potremmo tornare, anche noi, a essere carnivori. Ma che sia convincente, questa volta, che si assuma l’onere della prova, che sia razionale, che non sia «emotivo» come suppone siano i vegetariani e, soprattutto, che ci dica che fare del materialismo e di tutta l’elaborazione delle scienze biologiche da Darwin in poi.
Se gli animali non sono cose e condividono con noi alcuni interessi fondamentali come quelli alla vita e alla non-sofferenza, allora la visione di Dacrema-Dotti s’incammina per una china pericolosa. Dove finisce, infatti, la loro strana idea di libertà? Cosa diremmo se un imprenditore – di questi tempi non è solo un paradosso – affermasse: «Fumo, bevo e sfrutto al massimo i miei operai»? O se un leghista dicesse: «Fumo, bevo e do la caccia ai clandestini»? In altri termini, argomentati da una copiosa letteratura, finché continueremo a pensare secondo dicotomie binarie e gerarchizzanti, in cui l’animale funziona come referente negativo cui assimilare chi, di volta in volta, deve essere oppresso o eliminato, non usciremo mai dalla logica dello sterminio, come la storia tragicamente ci insegna.
Equiparando le conoscenze acquisite sul campo da Foer e da Dacrema, Dotti ci propone una bizzarra idea del testimone: chi sta dalla parte delle vittime è testimone al pari di chi sta dalla parte dei carnefici. Siamo davvero disposti a considerare equivalenti la testimonianza di Primo Levi e quella di Eichmann sui campi di sterminio oppure la testimonianza di Riina e di Falcone e Borsellino sulla mafia? Infine, l’idea di libertà di Dotti non è «impegnativa e difficile», ma bislacca, appunto. Non è un «aprirsi sul vuoto», ma il risultato del vuoto della sua presunta apertura. Che significa che «pur ammazzandoli (gli animali), speriamo che questo non sia privo di senso»? Che cosa è questo senso, se non il nonsenso della soddisfazione dei sensi dell’autore? Che vuol dire «mangiamo carne perché siamo mortali e fallibili»? Forse che aspiriamo a una presunta immortalità spirituale dell’uomo-bianco-maschio-eterossessuale-carnivoro ai danni e grazie ai corpi degli altri? Non sarebbe forse più ragionevole sostenere il contrario, cioè che proprio in quanto mortali e fallibili scegliamo concatenamenti produttivi di vita e non la logica del risentimento o l’illusione dell’aldilà?
Nei Saggi, Montaigne racconta quasi in diretta l’incontro tra i primi colonizzatori europei e i «selvaggi» d’oltreoceano. Tra le altre cose, riporta le parole di una canzone di uno di loro fatto prigioniero, dopo una guerra, dai membri di un’altra tribù. In questa canzone, il prigioniero, sfidandoli, invita i suoi carcerieri a farsi avanti per mangiarlo, cibandosi in tal modo della carne dei «loro padri e (dei) loro avi» che, in precedenza, a loro volta catturati, avevano «servito di alimento e nutrimento al suo corpo»: «Questi muscoli (…), questa carne e queste vene sono i vostri, poveri pazzi che siete; voi non vi accorgete che dentro c’è ancora la sostanza delle membra dei vostri antenati: assaporateli bene; vi troverete il sapore della vostra propria carne».
Se un tempo l’uomo era un animale, se una volta l’uomo si è costituito escludendo l’altro animale e se l’uomo e l’animale, a ben pensarci, sono indissociabili, allora la critica al soggetto carnivoro è anche un ammonimento contro l’autofagia «di un sistema economico che in sé delira» (per citare Dotti), le cui conseguenze, oggi come mai prima, sono testimoniate dalla crisi globale del sistema economico-finanziario e dal disastro ecologico, forse irreversibile, dell’intero pianeta.