Antispecismo e filosofia

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In occasione della presentazione di “Proposte per un Manifesto antispecista” tenutasi presso la libreria LOVAT di Treviso in data 24 ottobre 2015, l’amico Mario Cenedese (presidente dell’Associazione Eco-filosofica e collaboratore di Veganzetta) si incaricò, unitamente a Paolo Scroccaro, dell’introduzione e del dibattito successivo alla presentazione. Di seguito il testo dell’introduzione, riguardante i rapporti tra antispecismo e pensiero filosofico moderno e contemporaneo, pubblicato sul Quaderno n° 33 (gennaio-febbraio 2016) dell’Associazione Eco-filosofica.

Breve relazione introduttiva

Se l’antispecismo, come osserva l’autore del libro che stiamo presentando, Adriano Fragano, rappresenta una critica radicale dello specismo, ovvero di quell’atteggiamento sprezzante e supponente, appartenente al mondo civilizzato, ordinato secondo standard gerarchici, di dominio di una specie – quella degli umani, su tutte le altre – quelle dei non-umani, principalmente animali, cercheremo ora, sommariamente e senza alcuna pretesa di esaustività, quali possano essere le implicazioni filosofiche alla base di questo punto di vista antispecista. Senza voler scomodare i grandi filosofi dell’antichità (Pitagora, Plutarco, Porfirio, Teofrasto, Sesto Empirico…), sicuramente più autenticamente antispecisti di molti che affrontano questo tema nel tempo attuale, considerando solo alcuni tra i moderni e i contemporanei, possiamo stilare una lista ragionata di posizioni filosofiche a sostegno di un consapevole pensiero critico nei confronti dello specismo. Spinoza, innanzitutto : il materialismo vitalista di questo autore afferma una forma di egualitarismo zoé-centrato contro l’opportunistica mercificazione transpecie che è la logica del capitalismo avanzato .
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Si parla di antispecismo alla Libreria LOVAT di Treviso

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Umani, Animali, Natura
Rassegna di incontri a cura di:
Associazione ecofilosofica e Veganzetta

Sabato 24 ottobre 2015 ore 18,00
Adriano Fragano presenta: PROPOSTE PER UN MANIFESTO ANTISPECISTA
Teoria, strategia, etica e utopia per una nuova società libera

L’antispecismo è un’idea rivoluzionaria che se correttamente applicata, produrrebbe una radicale destrutturazione e trasformazione della società umana. Un’idea nuova e in continuo divenire, che necessita, per non rimanere relegata puramente in ambito teorico, di una logica e coerente applicazione nella prassi. Per tale motivo un testo aperto e collettivo può forse essere utile per chiarirsi… le idee.

Ne discuterà con: Mario Cenedese e Paolo Scroccaro (Associazione ecofilosofica).

INGRESSO LIBERO E GRATUITO
Libreria Lovat, via Newton, 32 – Villorba (Tv) – Tel. 0422.92697

Scarica e fai circolare la locandina dell’evento

Incontro con Enrico Manicardi a Treviso

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Venerdì 13 marzo
ore 18,30 presso Libreria LOVAT in via Newton, 32 a Villorba (TV): presentazione dei libri L’ULTIMA ERA e LIBERI DALLA CIVILTA’. L’autore, Enrico Manicardi, ne discute con Adriano Fragano (Veganzetta), Guido Dalla Casa (Ecologia Profonda), Mario Cenedese (Associazione Eco-Filosofica)

Ingresso libero e gratuito, di seguito la locandina

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Critica alla crescita e civilizzazione: incontriamo Cacciari e Manicardi

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Fonte Veganzetta

Si segnalano due incontri dedicati alla riflessione critica sulla crescita e sulla civilizzazione, per un’analisi anche in chiave antispecista:

Venerdì 20 febbraio ore 18,30 presso Libreria LOVAT in via Newton, 32 a Villorba (TV): VIE DI FUGA. CRISI, BENI COMUNI, LAVORO E DEMOCRAZIA NELLA PROSPETTIVA DELLA DECRESCITA. L’autore, Paolo Cacciari, ne discute con Adriano Fragano (Veganzetta), Dante Bedini e Mario Cenedese (Associazione Eco-Filosofica)

Venerdì 13 marzo ore 18,30 presso Libreria LOVAT in via Newton, 32 a Villorba (TV): presentazione dei libri L’ULTIMA ERA e LIBERI DALLA CIVILTA’. L’autore, Enrico Manicardi, ne discute con Adriano Fragano (Veganzetta), Guido Dalla Casa (Ecologia Profonda), Mario Cenedese (Associazione Eco-Filosofica)

Ingresso libero e gratuito, di seguito la locandina

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Critica della tecno-cultura e della civilizzazione: gli atti della conferenza

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Fonte Veganzetta

Di seguito il testo della conferenza tenuta da Mario Cenedese collaboratore di Veganzetta, il 13 dicembre 2013 a Treviso.
L’articolo compare nel numero 23, gennaio-febbraio 2014, del Quaderno dell’Associazione Eco-Filosofica

CRITICA DELLA TECNO-CULTURA E DELLA CIVILIZZAZIONE :  PROSPETTIVE  PER UN PARADIGMA  ANTISVILUPPISTA

(Relazione presentata al Corso di Ecologia del 13 dicembre 2013 – Scuole Martini – TV).

Si precisa che , oltre ad autori che fanno riferimento alla  Scuola di Francoforte quali Horkheimer, Adorno, Benjamin, Marcuse  e Anders, oltre a Foucault,  Debord,  Deleuze,  Ursula Le Guin, Luce Irigaray, Meillasoux, Sahlins e Clastres, Bataille, Virilio, Mumford, Freud, Heidegger, fanno da sfondo a questa dissertazione soprattutto i lavori di Enrico Manicardi ( Liberi dalla civiltà e L’ultima era, entrambi della Mimesise, in particolare, quelli di John Zerzan ( Il crepuscolo delle macchine, Nautilus). 

In primis, si sottolinea che la civilizzazione è quel processo iniziato nel Neolitico 10.000 anni fa che ha prodotto l’addomesticamento di piante e animali ( mediante l’agricoltura e l’allevamento), l’urbanizzazione, il patriarcato e la differenza di genere, il linguaggio simbolico e la scrittura, la guerra, originata dalla logica di espansione della dinamica urbana, la modernità, il produttivismo, lo sviluppismo ad oltranza, il progresso. La tecno-cultura, nozione non lontana da quella di tecno scienza, è la cultura materiale della civilizzazione,  è la pianificazione operata dalla ratio calcolante  (Heidegger), dalla ragione strumentale ( Horkheimer, Adorno), forme ‘militari’ del dominio della civilizzazione, corrisponde, quindi, per certi versi, all’apparato tecnico-scientifico (E. Severino). In breve, si tratta del paradigma del dominio della civiltà e della cultura sulla natura,  che Hobbes e altri filosofi moderni vedono come un’eterna fonte di pericoli terrificanti da sottomettere, vincere e controllare, per cui si giustifica la gerarchia fra umani e non-umani, la creazione non di rapporti di reciprocità , ma di pratiche di sottomissione e di assoggettamento. Così il vivente viene ridotto a fattore produttivo. Se, come osserva Walter Benjamin, dobbiamo scardinare  il continuum della storia, del tempo visto come omogeneo, uniforme, oggettivo, vuoto, se dobbiamo opporci al progresso storico fatto di tempo divenuto una lovecraftiana  materialità  che regola e misura, imprigiona la vita, dobbiamo liberare il tempo da queste interpretazioni per restituire le cose alla loro vera durata. Antropologi come Marshall Sahlins  sostengono che nei due milioni di anni precedenti la civilizzazione, la nostra Terra ci ha favorevolmente accolti, in un regime di sottoproduzione e di opulenza – abbondanza, quando i bisogni erano minimi, cioè naturali. Inoltre, la critica alla civilizzazione è l’asse portante della Dialettica dell’illuminismo  di  Horkheimer e Adorno , come esemplificato nell’immagine chiave di Odisseo che rimuove la voce desiderante e liberatrice dei propri impulsi libidici facendosi legare al palo della nave e reprime i propri compagni, suoi operai subalterni, impedendo loro di vedere –li benda-  e udire il canto erotico delle Sirene, tappando loro le orecchie con la cera di Circe. Giunti al punto in cui ci troviamo, come possiamo uscire dalla civiltà?

Non basta certamente definirci alternativi o antagonisti, disobbedienti :  bisogna fare dell’antagonismo  alla civilizzazione uno stile di vita. Non è sufficiente neppure adottare la fuga dalla civiltà attraverso la cosiddetta pratica dell’esodo in forme di vita comunitaria.  Infatti, è la mentalità civile che opera surrettiziamente,  non solo i burattinai dell’Establishment.

Per decostruire questo mondo civilizzato  (antropocentrico, meccanicista, sessista, tecno culturale) è necessario, perciò, decivilizzare  noi stessi,  decivilizzare il nostro immaginario, dobbiamo cominciare a far crescere dentro di noi una consapevolezza critica verso l’universo civilizzato che ci sovrasta, in modo da poter smantellare  dentro di noi la forma mentis della tecno-cultura, a partire, ad esempio, dalla falsa neutralità della tecnologia,  per renderci coscienti delle trasmutazioni dell’umano in macchina ( homo cyborg, secondo Gunther Anders,  Philip K. Dick,  Ray  Bradbury).

SCRITTURA E LINGUAGGIO SIMBOLICO

Come osserva John Zerzan ne Il crepuscolo delle macchine,  intorno al 4.500 a.C. in Medio Oriente cominciarono a comparire  gettoni di creta incisi, registrazioni delle transazioni economiche e inventari delle scorte agricole.  Cinquemila anni dopo, il perfezionamento dell’alfabeto ad opera dei greci ultimò la transizione verso i sistemi di scrittura moderni.  Oggi lo strumento simbolico del linguaggio viene largamente percepito come una prigionia che definisce ogni cosa, anche se non è sforzo da poco immaginare quale poteva essere la facoltà cognitiva degli esseri umani prima che il linguaggio e il pensiero simbolico si impadronissero di una parte così ampia della nostra coscienza, della nostra intelligenza, delle nostre capacità percettive e sensoriali :  non dimentichiamo che spesso ,  bambini che disegnano molto bene non riescono più in questa attività dopo aver imparato a leggere e a scrivere in  I^  elementare  ( deprivazione sensoriale e culturale).

La grammatica di ogni lingua –continua ancora John Zerzan, riprendendo concezioni di Benjamin Lee Worff e di Paul Karl Feyerabend – è una teoria dell’esperienza e un’ideologia. Stabilisce regole e limiti e fabbrica le lenti monodimensionali  ( H. Marcuse) attraverso cui vediamo ogni cosa :  oggi la mente umana è vista come una macchina alimentata dalla grammatica e dalla sintassi.  Già nel Settecento la natura umana era descritta come un tessuto fatto di linguaggio : il linguaggio effettua una separazione che porta a un’assenza di luogo, come per Michel Foucault, secondo il quale il discorso non è semplicemente  ciò che traduce le lotte o i sistemi di dominazione,  ma ciò per cui, attraverso cui si lotta, ricordando in questo un certo Heidegger. Le radici dell’attuale crisi spirituale affondano in una dinamica di distacco e separazione dall’immediatezza :  è questo il luogo del simbolico. Cartesio, con la famosa dualità corpo-mente, ha prodotto un metodo filosofico per la modernità, un metodo basato sulla rimozione della corporeità. Anche il cosiddetto reale viene condotto a nientificarsi,  omologato  entro  modelli-standard  creati dal linguaggio, dalla sua potenza riduzionistica. L’esistenza del periodo pre-civilizzazione è stata giudicata irrilevante e lo stile di vita degli indigeni è dovunque ridotto in trincea a causa della dilagante  sopravvalutazione del simbolico da parte della civilizzazione. La cultura simbolica si muove verso l’astrazione, richiede che rinunciamo alla nostra natura animale  a vantaggio di una natura umana fabbricata simbolicamente.  Oggi sono divenute simboliche addirittura le economie, strutture materiali par excellence secondo Marx,  sono  immateriali le transazioni finanziarie,  lo stesso denaro, non ci si sporca più le mani con i soldi nell’universo asettico delle carte di credito…. Anche il legame sociale ha assunto una natura essenzialmente linguistica-astratta. Eppure , c’è stato un tempo  – come suggerì  Freud –  in cui il mondo intero era animato. In effetti, spesso gli anziani indigeni rifiutano le registrazioni audio e video, sostenendo che quanto hanno da dire deve essere comunicato de visu.  Il linguaggio, per sua essenza, restringe, deforma, tradisce le cose che rappresenta, ne provoca una torsione che semplifica, stravolgendone il senso, zippa, possiede inoltre una qualità standardizzante che avanza di pari passo col progresso tecnologico :  la tipografia ha eliminato i dialetti, creando standard unificati per la comunicazione. Come sappiamo, l’alfabetizzazione, al servizio del progresso economico, aveva come scopo il rafforzamento della coesione socio-culturale dello stato-nazione. Il linguaggio è una forza produttiva. Come la tecnologia, non è sottoposto al controllo sociale. In definitiva, ma per non concludere, i transiti simbolici ci affidano una dimensione arida, profondamente anti-spirituale, sempre più vuota e fredda.

PATRIARCATO, CIVILIZZAZIONE, ORIGINI DELLA DIFFERENZA DI  GENERE

Fondamentalmente, dice John Zerzan, anarcoprimitivista americano di chiara origine veneta, se ci è consentito usare il termine “origine”, dato che Deleuze, Derrida, Foucault, tutti inequivocabilmente nietzscheiani antifondazionalisti non sarebbero d’accordo, la civilizzazione è la storia del dominio sulla natura e sulle donne.  Patriarcato, infatti, significa dominio sulle donne e sulla natura.

Ursula Le  Guin, l’autrice intrascendibile  de I reietti dell’altro pianeta, un libro che tutti, “prima di morire”, dovrebbero leggere, così scrive in un testo di eco-femminismo :

L’Uomo Civilizzato dice : Io sono Io, Io sono il Signore, tutto il resto è l’altro – al di fuori , al di sotto, inferiore, subordinato. Io possiedo, io uso, io esploro, io sfrutto, io controllo. Quello che faccio è ciò che conta. Quello che voglio è la ragione per cui esiste la materia. Io sono quel che sono. Il resto sono donne e natura selvatica, da usare come ritengo opportuno”.

In molti credono alle società matriarcali,  ma non c’è antropologa o archeologa che ne abbia trovato le prove.  Antropologhe come Nancy Tanner hanno corretto lo stereotipo dell’uomo caccia-raccoglitore  preistorico a favore di una donna raccoglitrice : l’80% del sostentamento proveniva dalla raccolta, solo il 20% dalla caccia! Nelle società di raccolta vi era egualitarismo tra uomo e donna, un rapporto paritario, rapporti di reciprocità, non pratiche di sottomissione e di assoggettamento.  Eppure, dal Neolitico, dalla creazione di agricoltura e allevamento (addomesticamento di piante e animali), la svalutazione della donna pare universale. Nella vita sociale esiste una divisione fondamentale secondo il genere, che produce una evidente gerarchia.  I dualismi più radicali, quelli tra soggetto e oggetto e mente-corpo, sono un riflesso della separazione  dei generi ( Jane Flax).  Si tratta di una classificazione radicata nella divisione del lavoro  lungo linee sessuali. Il genere introduce e legittima l’ineguaglianza e il dominio.  I  raccoglitori  condividevano la raccolta e la preparazione  del cibo,  così come la responsabilità  nella cura della prole.  La gerarchia nelle società agricole e di allevamento animale è inerente al rapporto di parentela  che diviene rapporto di produzione : si creano ruoli specializzati  che sono all’origine  della  disparità di genere , che sfociano in ineguaglianze,  nella privatizzazione della cura della prole.  Il genere, secondo Luce Irigaray,  è, come il sistema di parentela,  un costrutto culturale stabilito al di sopra e contro i soggetti biologici.  Circa 35000 anni fa nelle pitture rupestri erano presenti segni femminili e maschili .  L’attività veniva collegata al genere :  ruolo maschile del cacciatore,  così come gelosia sessuale  e possessività. Per i Bimin  di Papua-Nuova Guinea, l’essenza maschile è legata alla forza e alla guerra, al rituale e al controllo. L’essenza femminile, d’altra parte, è selvaggia, impulsiva, sensuale e ignora il rituale.  La presenza o assenza del rituale è fondamentale per l’assoggettamento della donna.  L’ascesa  simultanea della cultura simbolica e della vita divisa per generi  indica l’allontanamento  da una vita  non separata  e non gerarchizzata. Come sostiene l’antropologo  Meillasoux,  in natura niente spiega la divisione sessuale del lavoro, né istituzioni quali il matrimonio, la coniugalità, la filiazione paterna :  vengono tutte imposte alle donne con la coercizione, perciò  sono tutti fatti legati alla civilizzazione.

A parte i Nativi Americani che sostengono il valore intrinseco della foresta selvatica non addomesticata,  oltre il valore d’uso e di scambio di qualsiasi ente, il luogo di trasformazione  del selvaggio in forma tecno – culturale  è il domicilio, dove le donne vengono progressivamente rinchiuse. L’etimo stesso di “addomesticamento” indica la  domus,la casa, ambiente che produce lavori faticosi, diminuita robustezza fisica della donna rispetto a quando raccoglieva ( la taglia 38 è tipica dell’addomesticamento della donna in casa), figli più numerosi : sono caratteristiche delle donne del Neolitico, delle società agricole. Inizia la distinzione tra lavoro e non lavoro, perciò le donne vengono definite  passive, come la natura. L a mitologia registra la posizione degradata della donna  :  nella Grecia di Omero la terra incolta ( non addomesticata dalla coltura del grano) era considerata femminile, dimora di Calipso, di Circe, delle Sirene che indussero in tentazione Odisseo  per distoglierlo dalle fatiche della civilizzazione, per impedirgli di tornare a casa, per aiutarlo a realizzare la conoscenza suprema, il samadhi, l’unione con l’Uno-Tutto, il ritorno nel Grande Flusso. L’ultima sua possibilità, dopo la rinuncia alla discesa nel mondo infero, dopo la rinuncia a tuffarsi verso le Sirene ( come fece Bute, l’apicoltore  nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, poi “salvato” da Afrodite che ne fece un suo amante per ingelosire Adone),  è costituita dall’Antro delle Ninfe all’approdo a Itaca , che secondo Porfirio rappresenta la sede della conoscenza suprema, conoscenza delle Ninfe, secondo Platone.  La storia della civilizzazione, osservano Horkheimer e Adorno  ne la Dialettica dell’illuminismo, è la storia di una rinuncia, della repressione-rimozione degli impulsi primari libidici e della repressione esterna dei subalterni, donne in primis e natura selvaggia, oggetti del dominio maschile. Il mito tradisce pure una coscienza sporca, come nel caso di Prometeo e di Sisifo :  l’agricoltura vista come violazione, come attestato dalla prevalenza dello stupro nelle storie di Demetra, dea delle messi agricole.  Nel Genesi  la donna nasce dal corpo dell’uomo, mentre  la cacciata dall’Eden indica la fine dell’esistenza basata sulla raccolta e l’inizio del lavoro  faticoso dell’agricoltura. Sempre nel Genesi, la colpa della cacciata dall’Eden,  l’allontanamento forzoso dal periodo della raccolta, sembra sia data ironicamente alla donna :  sappiamo che l’addomesticamento si realizza per la paura e il rifiuto della natura selvaggia e della donna ( nelle società agricole), mentre il mito del Giardino addossa la colpa alla vittima di questa storia ( la donna).

ORIGINI DELLA GUERRA

La guerra è uno dei prodotti principali della civilizzazione.  Senza lo Stato non ci sono guerre. Invece, sostengono i partigiani della tecno-cultura, senza il monopolio della violenza da parte dello stato, saremmo tutti indifesi e insicuri, nello stato di natura in cui, osserva Hobbes, domina la guerra di tutti contro tutti e l’uomo è un lupo verso l’uomo. Solo dopo la metà del Novecento questa visione pessimistica della natura umana cominciò a cambiare grazie al contributo di alcuni antropologi come Marshall Sahlins e Pierre Clastres  :  prima della civilizzazione, per due milioni di anni, gli uomini hanno vissuto senza guerre,  fino a 10.000 anni fa, fino all’addomesticamento, fino alla creazione di agricoltura, allevamento, urbanesimo, linguaggio simbolico . Nelle pitture rupestri dei caccia-raccoglitori non compaiono scene di battaglia. I nativi americani della California, popolazioni di raccoglitori, sospendevano le ostilità se qualcuno rimaneva ferito. Tra i boscimani prevale l’idea che combattere è molto pericoloso, qualcuno potrebbe rimanere ucciso. Comunque, la prima testimonianza archeologica attendibile di guerra  risale a 7.500 anni fa : la Gerico fortificata di prima della Bibbia. La guerra è il frutto della cultura simbolica, astratta : il simbolico, infatti,  astrae dalla realtà, standardizza, comprime  il vivente, cancella le particolarità, riduce tutti i tratti specifici :  è più facile indirizzare la violenza, la guerra, contro un nemico senza volto, astratto, che rappresenti un male, un pericolo sociale. Il rituale è la più antica forma conosciuta di attività simbolica, che prepara la guerra. Il rituale è un modo per rispondere a carenze di coesione e solidarietà, per garantire  l’ordine sociale.  Secondo René Girard, i rituali del sacrificio sono una risposta all’aggressività e alla violenza  sociale.  Invece, osserva John  Zerzan, è l’opposto :  è proprio il rituale che legittima  la violenza.  Le culture non addomesticate, senza agricoltura, non conoscono il rituale, non conoscono il sacrificio di animali, né sacrifici umani.  I cavalli rappresentano un tipico esempio del legame tra addomesticamento e guerra :  sottratti allo  stato  selvaggio per la prima volta nel 3000 a. C. in Ucraina, sono stati trasformati in macchine  da guerra.

La spinta a ricercare nuove terre da sfruttare è la causa principale della guerra nel corso  della  civilizzazione :  l’urbanesimo ( la città, la cultura cittadina) sta all’origine della guerra . Infatti,  già le città della Mesopotamia al tempo di UR,  nel 4.500 a. C., erano sempre  in lotta tra di loro per l’atteggiamento  espansionistico della dinamica  cittadina,  perché la città ha bisogno di un surplus di produzione agricola e, con le carestie, la guerra è  inevitabile  per rubare ( prelievo forzoso) a chi ha più provviste cerealicole.  Sempre nel 4.500 a. C., si registra la presenza di una casta militare, di eserciti permanenti in Medio Oriente.  L’ideologia militare guerriera produce inoltre una ulteriore svalutazione delle donne :  la guerra assume il carattere di attività nel suo specifico maschile,  le stesse iniziazioni maschili sono connesse alla guerra. Nelle società guerriere  la poligamia da parte dei maschi  è generalizzata,  assente, invece, nelle bande di caccia-raccoglitori.  Con la formazione dello Stato, l’idoneità alla guerra divenne un requisito fondamentale per ottenere la cittadinanza, escludendo le donne dalla vita politica.  Si osserva poi che l’ordine delle formazioni militari  è standardizzato :  colonne e righe, assomiglia in modo singolare all’agricoltura e ai suoi  filari. Linee di un reticolo, controllo e disciplina  ritroviamo, dunque, sia  in agricoltura  che nell’esercito.

Per Marshall Sahlins,  la stessa cultura genera  la guerra :  il carattere simbolico,  impersonale della cultura, favorisce la guerra .  Simboli di guerra sono inoltre  le bandiere  nazionali.

LA CITTA’

Le città costituiscono un’altra realizzazione della civilizzazione.  In codeste costruzioni i cosiddetti non-luoghi sono diffusi ovunque e in forme standardizzate : centri commerciali, banche, autostrade, stazioni ferroviarie e metro, aeroporti, sale d’attesa aeroportuali ….Anche  gli ospedali, le scuole, i grattacieli sono uguali dappertutto, a New York come a Shangai e a Tokyo.

Gli abitanti delle città si vestono tutti allo stesso modo :  fenomeno di una omologazione planetaria dilagante. La città-mondo che sta crescendo, mcdonaldizzata ( il mondo sta diventando infatti un mcmondo), perfeziona la guerra contro la natura, cancellata a vantaggio  dell’artificiale, riducendo le campagne a semplici ambienti, dépendance  delle città, facendo così tornare di moda il  villaggio globale  di Marshall  McLuhan. Tutte le città sono antitetiche al territorio. Le prime città furono costruite in Mesopotamia e in Egitto e furono caratterizzate  dalla realizzazione di istituzioni burocratiche su vasta scala  e  dall’utilizzo delle eccedenze e dall’aumento dello sfruttamento delle terre in agricoltura  per il  proprio sostentamento. La realtà urbana, in cui si affermano rapidamente business, affari  e commercio, dipende esclusivamente dal lavoro delle campagne per esistere. Per garantire la sussistenza delle città, i patriarchi fecero uso sistematico della guerra : all’estero, conquista, in patria, repressione.  Le prime città-stato  sumere ( in Mesopotamia : Ur e poi Uruk)  erano in continuo stato di belligeranza tra di loro, come abbiamo già osservato,  a causa del carattere espansionistico , tipico della dinamica cittadina.

Uruk, città maggiore della Mesopotamia nel 2700 a.C., aveva un doppio anello di mura lungo nove chilometri e fortificato da novecento  torri. Del resto, Giulio Cesare definiva  oppidum (guarnigione) le città della Gallia. Nel 3000 a. C. si registrano molteplici città capitali, sedi del potere statale :  il dominio politico discende dalle città. Gli ambienti urbani diventano luoghi di incubazione-diffusione  di malattie infettive, come peste e colera, sedi in cui incendi e terremoti producono effetti devastanti.  Nella modernità, poi, il tempo stesso assume connotati cittadini, viene misurato dagli orologi delle cattedrali , scompare il tempo vissuto, sostituito dal tempo risorsa, materialità oggettivata, reificata. Alexis de Tocqueville  nota spesso che nella realtà urbana gli individui diventano solipsistici, estranei, indifferenti tra di loro , se si incontrano, non si guardano, non si salutano. Durkheim  mette in evidenza che il suicidio e la follia aumentano a dismisura nelle città. Secondo Walter Benjamin, paura, repulsione, orrore, erano i sentimenti provati, a causa della folla delle grandi città, da chi ci arrivava per la prima volta ( lo stesso effetto produceva New York allo scrittore  di Providence  Howard Phillips  Lovecraft, come riporta Michel Houellebecq).  La vita urbana non solo causa senso di solitudine e apatia sul piano emotivo, ma ossessiva puntualità, prevedibilità  e precisione compulsiva vengono imposte  agli umani dalle peculiarità delle forme di esistenza cittadine.  Anche per Karl Marx il capitalismo è “urbanizzazione della campagna”. La civilizzazione, secondo la sua radice latina, è propriamente quel che succede in città. Attualmente, il 55% della popolazione mondiale vive in città. Sono mcdonaldizzanti  tutte le città, anche gli ameni giardini pubblici urbani non cambiano il volto truculento delle città, volto estraniante e indifferente, abulico,  segnale della universale passività della vita cittadina.  Pure Max Weber sostiene che modernità e razionalità burocratica, nelle realtà urbane, sono a prova di evasione.  Ancora, John Zerzan  proclama che le città si migliorano soltanto radendole al suolo. Deprivazioni sensoriali , luce e rumore continui, monotonia esasperante, declino radicale del contatto fisico, sono aspetti che definiscono sempre più l’attuale vita cittadina. Lo spazio urbano, dunque, sembra rappresentare  la sconfitta della natura e la morte della comunità.

ESCLUSIONE DALLA PRESENZA

“Nulla esiste al di là del testo” (Jacques Derrida). E’ difficile concepire qualcosa al di là della rappresentazione. Come in Cartesio, con il linguaggio il corpo si ritira, eclissandosi. La selvatichezza è imbrigliata dal codice, come osserva uno sciamano Cherokee, “ I Bianchi, con la scrittura, è come se catturassero un animale selvaggio e lo domassero”.  Ray Bradbury, Philip K. Dick, Guy Debord  sottoscriverebbero con malinconico entusiasmo la seguente asserzione di John Zerzan : “ Un turista proveniente da un altro pianeta esclamerebbe che  la rappresentazione, oggi, è l’unica cosa esistente sulla Terra.”. Jean Baudrillard, riprendendo  la nozione di feticismo della merce di Karl Marx, la sua astrattezza-separazione dal mondo materiale della produzione sociale  nell’ambito del capitalismo, rileva che la merce corrisponde sempre più al cosiddetto valore-segno. Pure Martin Heidegger riconosce i pericoli del simbolico e della tecnologia, ma sostiene tout court  che non si può fare niente perché nella grande casa accogliente dell’essere c’è spazio anche per la tecnologia.

McMONDO, CYBERMONDO MODERNO

Dobbiamo recuperare il tempo del vissuto prima dell’addomesticamento, contro il tempo storico, misurato, oggettivato,  materializzato, che controlla e disciplina la vita . ( Walter Benjamin, Gunther Anders, Giacomo Marramao). La Modernità è massificante, standardizzante, globalizzante, ha prodotto un’espansione illimitata delle forze produttive che non ha tenuto conto della finitudine delle forze della natura.  A partire dal Neolitico, si è verificato un aumento costante della dipendenza dalla tecnologia, la cultura materiale della civilizzazione.  Come vedremo,  secondo Horkheimer e Adorno,  la storia della civilizzazione è storia di una rinuncia :  si ottiene molto meno di quello che si  immette. E’ questa la grande truffa  della tecno-cultura (calco del titolo di un film musicale dei Sex Pistols, La grande truffa del Rock and Roll). Scomparsa la preminenza del luogo, sostituita dalla cultura da aeroporto :  sradicata, urbana, omologata, la Modernità ha preso il volo e ha diffuso le proprie tracce a livello planetario.  Sul significato della Modernità, suggestiva è l’allegoria di Walter Benjamin in Angelus Novus   :

  “ ( L’angelo di Paul Klee) ha il viso rivolto al passato. Dove  ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe che accumula rovine su rovine. Una tempesta spira dal Paradiso che si impiglia nelle sue ali, così forte che non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge nel futuro a cui volge le spalle, mentre il cumulo di rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo  Il progresso è questa tempesta…” ( Tesi di Filosofia della Storia, 1940).

C’è stato un tempo in cui questa tempesta non spirava, quando la natura non era un avversario da conquistare e domare, prima della civilizzazione-  per due milioni di anni – . Ma dobbiamo viaggiare a velocità sempre maggiore, sollevando raffiche di progresso alle nostre spalle, verso un ulteriore disincanto. Non possiamo continuare ad agire  alle condizioni dettate dal nemico.   Contro l’idea postmodernista dell’impossibilità di decidere, come condizione universale, contro Heidegger che , contro la tecnica, dice che non si può far niente, non possiamo concordare con Derrida, secondo cui siamo condannati ad essere nient’altro che le modalità attraverso le quali il linguaggio progredisce autonomamente. Contro il tempo vuoto, uniforme, omogeneo  (Benjamin), bisogna dare spazio ad un presente non intercambiabile, irriducibile, fuori dai cardini del tempo- Kronos. Il progresso storico è fatto di tempo colonizzato, una mostruosa  materialità che regola e misura il vivente. Il capitale mondiale vuole sfruttare tutta la vita a disposizione ( cfr. biopotere-biopolitica in Michel Foucault) . La globalizzazione ha solo intensificato  quanto era già avviato  prima della Modernità, non è una novità. Urbanizzazione, conquista del mondo, appartengono  alla civilizzazione. Il villaggio globale  di Marshall McLuhan  è tornato di moda, stravolto : oggi stanno imponendo un solo McMondo.  Il villaggio globale, mcmondo, è diventato un luogo terrificante, pieno di epidemie di ogni tipo. In esso, la presenza dell’assenza è virtuale.Nella comunità virtuale, network, si allontanano le persone con un semplice click del mouse. I sensi, la sensibilità senso-motoria, diminuiscono rapidamente le loro facoltà. La responsabilità è sepolta nel Museo Postmoderno delle Parole Perdute ( John Zerzan).  Il contatto vivo, corporeo, relazionale, è sempre più raro. L’esperienza immediata viene sostituita da forme simulacrali . Marx ed Engels, nel Manifesto del Partito Comunista del 1848, prevedevano l’emergere di un mercato mondiale basandosi sui modelli di crescita, produzione e consumo della loro epoca. Marx, inoltre, sostiene la duplicità della tecnologia che si presta ad opposte possibilità di emancipazione e di dominazione :   il filosofo-militante antagonista si schiera dunque dalla parte della neutralità della tecnoscienza. Il Postmodernismo, sovversivo e destabilizzante solo a livello estetico, afferma che non ci sono più luoghi fondativi.  Confermando Spinoza quando diceva che viviamo in un tempo in cui prevalgono le passioni tristi,  Derrida prorompe in continui lamenti, Maurice Blanchot esprime una perenne tristezza….L’Io Smemorato della tecnologia è in difficoltà a costituire un’identità duratura. La tecno-cultura, in effetti, porta all’isolamento dell’Io , sempre più solipsistico, producendo la decostruzione di solidarietà e autonomia.

PRIMITIVISMO?

Piero Barcellona ha molto insistito, nei suoi libri, sulla rottura del legame sociale. AIDS, Ebola, Legionella, Mucca Pazza : la tecnologia è impotente a controllare tutte le sue derive. In controtendenza rispetto al Postmodernismo, di cui era stato uno dei principali ispiratori, che ritiene non sia possibile fare nulla contro la tecnologia ( come Heidegger),  Jean François Lyotard  ne l’Inumano, 2001, afferma che la perdita degli affetti è causata dall’egemonia tecno-scientifica, dalla supremazia della Ragione Strumentale, facendo il verso ad Adorno, inoltre osserva che “con le megalopoli, ciò che si chiama Occidente realizza e diffonde il proprio nichilismo. Si chiama sviluppo.”.

Oswald Spengler, nazionalista reazionario, ne Il tramonto dell’Occidente si espone contro lo sviluppo tecnologico, sottolineando la natura prometeica della tecno-cultura e del produttivismo, il loro dominio sull’ambiente fisico.  La critica della civilizzazione è lo spirito che anima la Dialettica dell’illuminismo  di Horkheimer e Adorno, in particolare nell’immagine-chiave di Odisseo che occulta e censura, come abbiamo già visto, il canto erotico delle Sirene. Ne Il disagio della civiltà, Freud sosteneva l’impossibilità di una civilizzazione non repressiva. Diversamente, si corre il rischio di ripiombare nel pericolosissimo Stato di Natura hobbesiano. E’ necessario rinunciare a libertà ed erotismo, in cambio della sicurezza. Per Freud la civilizzazione permette all’uomo di vivere in un ambiente tendenzialmente ostile e insidioso. Trionfa, perciò, il pensiero di Hobbes, secondo cui la civilizzazione è la condizione più efficace per superare i gravi rischi dello Stato di Natura. Tuttavia, a partire dagli Anni Sessanta del Novecento,come abbiamo già anticipato,  ha iniziato a manifestarsi un mutamento di paradigma : antropologi come Marshall Sahlins e Pierre Clastres, economisti come Karl Polanyi, assumono uno sguardo prospettico sulla preistoria molto diverso, alternativo rispetto al punto di vista di Hobbes. Due milioni di anni prima della civilizzazione, in quell’età aurorale, aurea  secondo Platone, la vita in società non prevedeva addomesticamento di piante e animali, non guerre, non differenza di genere (patriarcato), non tecnologia, non dominio sulla natura.  Prima del Neolitico :  bande di società di raccoglitori godevano di molto tempo libero, autonomia, parità tra i sessi, basandosi su un’etica di uguaglianza e condivisione, compiendo lunghi viaggi a partire da ottocentomila anni fa.

SCIENZA E TECNOLOGIA NON SONO NEUTRALI

I non-civilizzati hanno fatto uso di utensili, non di tecnologia.  Seguono vari esempi che distinguono nettamente gli attrezzi, gli strumenti, gli utensili, dalla tecnologia :

gli utensili non hanno mai lo scopo di conquistare elementi della natura, la tecnologia, invece, vuole dominare la natura. L’utensile è un tramite per una diretta partecipazione dei soggetti alla vita del mondo. La tecnologia è essa stessa un fine. In un mondo tecnologico non c’è bisogno di scopi, vale la tecnologia per se  stessa,quasi fosse la cosa in sé. Lo strumento sviluppa particolari abilità ( es.  :  un arco, un boomerang….). La tecnologia si sostituisce a quelle abilità ed è correlata con altre tecniche che la giustificano. Tolti dal loro contesto tecnologico, gli oggetti-dispositivi tecno-scientifici non hanno alcun senso :  un’antenna parabolica non serve a nulla senza ripetitore, un televisore senza chi trasmette è un vuoto simulacro. L’attrezzo ha sempre un significato in sé per un’attività sensoriale.

Come osserva Enrico Manicardi ( cfr. Liberi dalla civiltà L’ultima era, Mimesis), la tecnologia ha come scopo il dominio, la vittoria, la conquista della natura. L’ attrezzo viene utilizzato anche da animali :  molti uccelli si servono di bastoncini per estrarre cibo dalla corteccia degli alberi. La ghiandaia azzurra, poi, usa fogli di carta per raggiungere alimenti fuori dalla propria portata. Gli scimpanzé fabbricano spugne con foglie per pulirsi, usano stuzzicadenti, fronde per tenere lontane le mosche, mettono da parte utensili in previsione che servano per il futuro. Invece, i viventi umani sono i soli che usano la tecnologia, con il proposito di attuare una costante manipolazione della natura. Comunque, l’utensile non può essere infinitamente perfezionato, mentre la tecnologia, per sua “essenza”, non conosce limiti :  tutto è possibile alla tecnologia, lo sostiene anche Emanuele Severino, filosofo italiano che non ha bisogno di presentazioni, quando parla dell’apparato tecnico-scientifico. Lo stesso M. Heidegger sottolinea che la betulla non oltrepassa mai le sue possibilità intrinseche, e che solo la tecnica fa violenza alla Terra. La categoria dell’impossibile assurge così a nuovo paradigma per il mondo stravolto dalla tecnologia, in cui la natura , l’universo vivo, i rapporti relazionali perdono di significato, ridotti a enti impiegabili a stretto uso e consumo della tecno-cultura. La natura diventa così nella sua totalità ipoteticamente sostituibile dalla tecnologia. Ad esempio, i raggi UVA, le radiazioni ultraviolette delle lampade abbronzanti sono considerati sostitutivi del Sole. La tecnologia non ha alcun riguardo per il vivente, ci rende deresponsabilizzati, irriguardosi, irresponsabili.

La tecnologia non è mai adattabile all’individuo : è l’individuo che deve adattarsi alla tecnologia. Se le scarpe n. 42 risultano larghe, se le scarpe n.41, d’altro canto, risultano strette, è il piede che è fuori norma, è il piede che deve dunque adeguarsi. Siamo tutti potenzialmente rimodellabili e già rimodellati dalla tecnologia  : occhi con lenti a contatto azzurre o verdi o viola, cuore meccanico, microchips sottocutanee.  E’ stato ormai perduto l’uso dei piedi : esempio lampante di deprivazione fisica e sensoriale. Rimaniamo posturalmente immobili, inclinati, piegati in modo innaturale di fronte al computer, tablet, consolle, sempre seduti come nella nota poesia di Rimbaud, Les assis.  Abbiamo perso la stazione eretta, pur criticabile sul piano filosofico, anche se in modo improprio,  come rappresentazione del patriarcato  da Adriana Cavarero  nel recente  Inclinazioni, Raffaello Cortina, a partire dal mito della caverna di Platone che, secondo Cavarero,  identifica l’erigersi dei prigionieri, l’ascesi verso livelli di conoscenza e livelli ontologici superiori come un progresso e  riproduce così, con queste forme espressive legate alla verticalità, immagini della visione patriarcale …. Non si cammina più, non si dorme – i politici mainstream dormono tre ore per notte, e se ne vantano come esempio di bien vivre.  Odori, colori naturali : non li distinguiamo più, se non con il filtro del computer. Non sopportiamo più il freddo e il caldo : al di sotto dei 15 ° accendiamo il riscaldamento – crisi economica permettendo—e respiriamo l’aria del condizionatore alla temperatura atmosferica di 29°.  E pensare che fino a cento anni fa si viveva d’inverno senza il riscaldamento, fino a trenta anni fa d’estate non c’era il climatizzatore.

Si è perso il piacere di stare assieme, traccia, spia evidente di deprivazione relazionale :  non ci incontriamo più tout court, più che altro chattiamo al computer, con tablet , smartphone e phablet.

Gli stessi John Zerzan ed Enrico Manicardi ammettono che sono ormai costretti ad utilizzare il linguaggio simbolico, il computer, tablet e smartphone, internet e network, mail e posta elettronica, alimentarsi con i prodotti dell’agricoltura, seppure biologica e vegana antispecifica, costretti per comunicare le loro idee e per vivere a servirsi delle armi del nemico. Del resto, anche chi è un antagonista radicale degli inceneritori respira e ne viene intossicato dalle stesse emissioni inquinanti. Anche chi è contrario all’automobile e alle autostrade è obbligato ad utilizzarle per le enormi carenze dei treni e dei mezzi pubblici in generale.

In estrema sintesi, secondo Jacques Ellul, la tecnologia è caratterizzata da tre aspetti essenziali :  A) razionalità, B) artificiosità, C) automatismo.

A)     La razionalità astratta sottomette quella empirica : in un universo tecnologico è conoscibile solo ciò che è traducibile in formule matematiche, in algoritmi.

B)     La tecnologia produce un sistema, un ambiente artificiale.

C)     Ogni realizzazione tecnica è  quasi provvista di una vita sua propria, la rete tecnologica procede da sola.

Come osserva Gunther Anders, l’essere umano, così come ogni altro ente, viene annullato dalla tecnologia, e ridotto a macchina. Del resto, l’approccio razionale, quello della ratio calcolante, è divenuto l’unico modo di interpretare il mondo,secondo criteri di performatività ed efficienza, il pensiero unico. Secondo Umberto Galimberti,  in questo universo scompare la relazione, rimane l’interattività tecnologica, si chatta, si ricevono informazioni da un terminale, predominano solipsismo , solitudine esistenziale, depressione psichica. I simulacri sono forme dominanti. Sempre per Galimberti, in Psiche e techne, l’intelligenza creata dalla tecnologia è convergente e binaria :  convergente in quanto non critica, ma si adatta all’impostazione data al problema, non problematizza, non discute le premesse, il pre-testo nel linguaggio di Derrida ( ogni testo è un pretesto), al contrario dell’intelligenza creativa, o pensiero divergente;  binaria :  come nei test d’ingresso universitari, come nei questionari, come nei test Invalsi, in cui si deve rispondere  SI’ – NO, VERO – FALSO, fabbricati secondo modelli standardizzati  omologanti. L’intelligenza binaria è espressione del potere delle crocette, come negli esami di guida, come nel voto alle elezioni.  Questo tipo di intelligenza indotta dalla tecnologia ci rende sbrigativi, schematici, superficiali, produce l’erosione di ogni capacità umana a partire dall’intelligenza senso-motoria, l’annichilimento della corporeità.  Il corpo, cartesianamente vinto, sconfitto, può così essere separato dalla mente che, scaricata in una chiavetta USB, sopravvive in un file e raggiunge , finalmente, l’immortalità…. a  dispetto del corpo che è organicamente debole, si corrompe, puzza, sporca, suda, si ammala, incartapecorisce, invecchia, addirittura muore!  La tecnologia esprime la volontà di potenza di credersi immortale e superpotente (hybris) ,  ente superpotente come il Dio della teologia. Non si fanno più passeggiate in montagna :  si fa tristemente esercizio quotidiano al tapisroulant – mi si conceda l’espressione : che libido! La tecnologia, osserva Enrico Manicardi, rimpiazza funzioni vitali, la natura viene clonata e rimpiazzata, la voce umana rimpiazzata da voce artificiale cibernetica.  Ne L’eclisse della ragione, Max Horkheimer riporta una domanda di suo figlio :  “ Papà, la Luna è réclame  di che cosa?”.

Oggi fanno tendenza :  seno al silicone, pomodori OGM, sensibilità simulata,  cybersocialità, sessualità virtuale, vita digitale, non più tuffi, chiacchierate viso a viso, sono considerati “ fuori dal mondo” gli unici luoghi “dentro il mondo”, dove non c’è rete, dove il telefonino non prende, dove non arriva internet. La tecnologia sostituisce una realtà naturale imprevedibile, complessa, irriducibile alla ragione logica,  con un rimpiazzo tecnologico controllabile. La motorizzazione ha impedito di andare a piedi o in bici in città, se non in macchina, autobus o metro. Chi poi avesse avuto l’idea brillante di avventurarsi a piedi o in bici nelle pericolosissime rotatorie, ….probabilmente non è più tra di noi.

L’automobile è assolutamente non naturale :  emette veleno-gas di scarico, usa strade e autostrade che hanno cementificato il territorio, scavato montagne e gallerie sotterranee, impedito la comunicazione tra comunità tradizionali, rovinato il paesaggio. L’automobile inquina non solo bruciando benzina, ma con i freni, con pneumatici, consuma risorse naturali ed è pericolosa :  un milione all’anno di morti in incidenti stradali, a livello mondiale, eppure non fa paura. Se ci pensiamo, ogni volta che si sale in macchina potrebbe essere l’ultima. .. Invece abbiamo paura di dormire da soli di notte in un bosco…. Il progresso tecnologico ha assunto forme sempre più cogenti : registri elettronici a scuola, se vuoi collegarti con internet senza perderci ore devi essere sempre aggiornatissimo….Inoltre, l’inquinamento non si vede più  ;  le polveri sottili, che non si avvertono neppure con l’olfatto,  sono più pericolose della benzina verde, che era più pericolosa di quella rossa.  Anche le radiazioni nucleari non si colgono –subito – con i sensi. Il DDT sembrava compatibile con la salute dell’ambiente e degli enti umani, anche la pillola anticoncezionale, anche gli antidepressivi, anche i cortisonici, anche gli antibiotici, gli antiparassitari….Dopo ogni innovazione tecnologica, la gente ne diviene dipendente :  automobili, tablet, smartphone, internet, riscaldamento, climatizzatore,  non riusciamo più a vivere senza corrente elettrica. Abbiamo perso le nostre abilità manuali.  Le nostre percezioni, la nostra intelligenza, la nostra sensibilità vengono rimodellate dalla tecnologia. Siamo ormai abituati ad essere videocontrollati da videocamere : attraverso il nuovo Panopticon, siamo tutti potenziali delinquenti e terroristi, secondo Michel Foucault. Come abbiamo già argomentato, siamo noi che dobbiamo conformarci alla tecnologia, che va avanti per conto suo e non si adatta all’individuo : la taglia 38, omologante, stabilisce la linea trendy del corpo. Dunque, taglia 38 : magro, taglia 42 : grasso. Purtroppo, le persone modificano il proprio corpo in base alla taglia trendy. L’uomo è diventato Homo Cyborg. La malattia è ritenuta una fatalità. In realtà, la colpa è da attribuirsi alla tecnologia, al vivere malsano in un ambiente inquinato e artefatto. La bioingegneria, la biogenetica vengono sviluppate per intervenire sulle malattie della civilizzazione attraverso la sostituzione di organi del corpo con organi cyborg, tipo il  cuore artificiale, si giungerà presto alla clonazione umana. La manipolazione genetica continua ad imperversare con gli OGM. Inoltre, anche con il progresso dell’intelligenza artificiale, della memoria digitale, la tecnologia oltrepasserà definitivamente la condizione umana :  il futuro è post-human,  mentre l’ homo cyborg è già tra di noi, un’ibridazione di uomo e macchina, come avevano previsto Ray Bradbury e Philip K. Dick, che ipotizzavano il trasferimento della mente umana in contenitori cibernetici.  Attuando una cartesiana vendetta sul corpo, l’umanità post-human  è convinta di liberarsi dal dolore, dalla malattia, dall’invecchiamento, dalla morte, come abbiamo già osservato in precedenza.

DESTRUTTURARE IN NOI LE  FORME DELLA CIVILIZZAZIONE  PER LIBERARE IL MONDO DALLA CIVILIZZAZIONE

Molti pensano che l’autostrada ti porti dovunque, amplificando il senso di libertà, ma basta che venga in qualche modo bloccata, e l’autostrada diventa un universo concentrazionario, non ci esci più, con grande senso claustrofobico di angoscia e orrore. Se vogliamo superare l’insoddisfazione e il disagio della vita routinaria, manipolata, ipercontrollata, è necessario , come suggerisce  Enrico Manicardi,  non pensare più  in modo civilizzato, producendo nella nostra coscienza una rivoluzione di paradigma, un riordinamento gestaltico. Bisogna poi fare dell’antagonismo alla civilizzazione e alla tecnologia una pratica di esistenza.  Inoltre, contro il dominio della civilizzazione, che vuole vincere e conquistare la natura, trasformando il vivente in categoria produttiva, è possibile intervenire nella scuola, ultima riserva indiana in un mondo in cui prevale sempre più l’adesione acritica e omologante alle idee mainstream  delle nuove leadership  post-democratiche e in cui le minoranze illuminate vengono sempre più escluse e ridotte al silenzio. La scuola potrebbe diventare un luogo di costruzione di un sapere diffuso per creare una cittadinanza critica  e non palestra per eccellenze , non ambito di celebrazione del merito e della meritocrazia, che è espressione della mentalità di dominio civilizzatore, di chi vince. Vincere è infatti equivalente a dominare. La meritocrazia sostituisce ai rapporti di solidarietà e di pariteticità le pratiche di sottomissione gerarchica e di competizione.

Mario Cenedese

Conferenza | Critica della tecnocultura e della civilizzazione: per un nuovo paradigma antisviluppista

tecnoscienza

CRITICA DELLA TECNOCULTURA E DELLA CIVILIZZAZIONE: PER UN NUOVO PARADIGMA ANTISVILUPPISTA

Conferenza a entrata libera
Venerdì 13 dicembre, ore 18,30, scuola “Martini”, via Dorigo – Treviso. 7° incontro del Corso di Ecologia
Relatore: Mario Cenedese (Associazione Ecofilosofica)

La civilizzazione è quel processo, iniziato nel Neolitico diecimila anni fa, che ha prodotto l’addomesticamento di piante e animali, cioè l’agricoltura e l’allevamento, l’urbanizzazione, il patriarcato e la differenza di genere, il linguaggio simbolico e la scrittura, la guerra dettata dalla logica di espansione della cultura urbana, la modernità, la “virtualità reale”, il produttivismo, lo sviluppismo ad oltranza, il progresso. La tecnocultura o tecnoscienza è la pianificazione operata dalla ratio calcolante, dalla ragione strumentale, forme “ militari” del dominio della civilizzazione, corrisponde, quindi, all’apparato tecnico-scientifico. In breve, si tratta del paradigma del dominio della civiltà e della cultura sulla natura, che Hobbes e altri filosofi moderni vedono come un’eterna fonte di pericoli terrificanti da sottomettere, vincere e controllare, per cui si giustifica la gerarchia tra umani e non umani,la creazione non di rapporti di reciprocità, ma di pratiche di sottomissione e di competizione. Così il Vivente viene ridotto a fattore produttivo. Se, come osserva Walter Benjamin, dobbiamo scardinare il continuum della storia, del tempo visto come omogeneo, uniforme, vuoto, se dobbiamo opporci al progresso storico fatto di tempo divenuto una mostruosa materialità che regola e misura la vita, dobbiamo liberare il tempo da queste interpretazioni per restituire le cose alla loro vera durata. Antropologi come M. Sahlins sostengono che nei due milioni di anni precedenti la civilizzazione la nostra Terra ci ha favorevolmente accolti, in un regime di sottoproduzione e opulenza-abbondanza, quando i bisogni erano minimi, cioè naturali; inoltre, la critica della civilizzazione è l’asse portante de “La dialettica dell’Illuminismo” di Horkheimer e Adorno, come esemplificato nell’immagine chiave di Ulisse che rimuove la voce desiderante e liberatrice dei propri impulsi facendosi legare al palo della nave e reprime i propri compagni impedendo loro di vedere e udire il canto erotico delle Sirene tappando loro le orecchie con la cera di Circe. Arrivati al punto in cui ci troviamo, come possiamo uscire dalla civiltà? Non basta certamente definirci alternativi o antagonisti. Bisogna fare dell’antagonismo alla civilizzazione uno stile di vita. Non è sufficiente neppure adottare la fuga dalla civiltà attraverso la cosiddetta pratica dell’Esodo in forme di vita comunitaria. Infatti, è la mentalità civile che opera surrettiziamente, non solo i burattinai dell’Establishment. Per decostruire questo mondo civilizzato ( antropocentrico, meccanicista, sessista, tecnoculturale ) è necessario , perciò, decivilizzare noi stessi, decivilizzare il nostro immaginario, dobbiamo cominciare a far crescere dentro di noi una consapevolezza critica verso l’universo civilizzato che ci sovrasta, in modo da poter smantellare dentro di noi la forma mentis della tecnocultura, a partire, ad esempio, dalla falsa neutralità della tecnologia, per renderci coscienti della trasmutazione dell’umano in macchina ( homo cyborg, secondo Gunther Anders, Philip K. Dick, Ray Bradbury).

Mario Cenedese

Frammenti di un discorso animalista

Fonte: Veganzetta

ecocentrismo-Vs-antropocentrismo

Prospettive per lo svelamento di un paradigma anti-antropocentrico

Come scrive Carlo Ginzburg  a conclusione di  un testo che tutti, “prima di morire”, dovrebbero leggere,  “la firasa, cioè la capacità di passare in maniera immediata dal noto all’ignoto sulla base di indizi, secondo il vocabolario dei sufi, è l’organo del sapere indiziario, intuizione bassa, radicata nei sensi. Lega strettamente l’animale uomo alle altre specie animali.”(1)  Secondo l’autore, l’Animale medico,  paleontologo, geologo, giurista, storico, astronomo, procede in queste discipline indiziarie, solo marginalmente contaminate dal paradigma scientifico galileiano ( ad eccezione dell’astronomia e della medicina scientifica accademica meccanicistica-riduzionistica contemporanea), seguendo un metodo  che non sarebbe improprio definire divinatorio,  semeiotico, o,  in termini epistemologici  attuali, congetturale, non diversamente, quindi, dagli altri  Animali, Zecche e Tafani compresi. Infatti, nelle loro attività quotidiane,  Gufi e Cinghiali interpretano segni, tracce, impronte, registrazioni, suoni, rumori, odori,  così come i medici galenici e ippocratici o taoisti agopunturisti  e olisti interpretano i sintomi dei pazienti ( come dice Ippocrate, non ci sono malattie, ma singoli malati che vanno curati secondo terapie caratterizzate da una prospettiva altamente individualizzante e non sistematica).Nello stesso modo, indiziario e semeiotico-divinatorio,   si produce  Zadig nell’omonimo testo di Voltaire, così  indirizzano l’inchiesta gli investigatori  Auguste Dupin di Edgar Allan Poe e  Sherlock Holmes di Conan Doyle,  così  si muovono gli storici nei loro percorsi euristici, così  il francescano  fra Guglielmo da Baskerville  (2)  individua il Cavallo Brunello dell’abate senza averlo mai visto, sempre a partire da tracce, segni apparentemente marginali e insignificanti . Fedele alla linea di Carlo Ginzburg  ( ma la linea, forse, non c’è)  è l’anarco-epistemologo  dada Paul Karl Feyerabend (3), il quale sostiene che tutte le scienze, anche  quelle che vorrebbero essere costituite secondo il paradigma quantitativo galileiano sono, in realtà, ipotetiche e congetturali e dotate di un alto grado di aleatorietà e di improbabilità.  Per Feyerabend , scienze come la fisica e l’astronomia sono più vicine  ai saperi locali delle streghe e al loro paradigma divinatorio  che non al mito delle scienze esatte e sistematiche, nella ricerca scientifica si avanza più come lo Zarathustra  nietzscheano, a passi di danza,  più in conformità   all’agire comportamentale consapevole degli Animali , che non ai parametri e agli standard della scienza meccanicista e riduzionista.

A proposito di Nietzsche, in uno dei suoi libri più famosi, Al di là del bene e del male, sostiene che “l’uomo è l’animale non ancora stabilmente determinato”(4) Tenendo presente il punto di vista antifondazionalista e antiidentitario del filosofo tedesco, potremmo interpretare questa considerazione  – discussa  pure in un numero di qualche anno fa della rivista dal titolo deleuziano  millepiani (5)- come una valorizzazione dell’animalità:  infatti, per Nietzsche, la religione, la civiltà e la morale tendono pervicacemente a disciplinare, addomesticare, addestrare l’Umano, allontanandolo violentemente dal suo status animale, cioè naturale, in particolare attraverso la tecno-cultura, facendo largo uso della ragione strumentale, come direbbe  il francofortese Adorno. Tuttavia, nonostante questa forzatura apparentemente irriducibile e ineluttabile, l’operazione non è ancora conclusa, si è rivelata, per il momento,  almeno in parte, e per fortuna, malriuscita.  D’altro canto, l’antropologo tedesco Arnold Gehlen legge diversamente questo aforisma nietzscheano:  la cosiddetta natura umana sarebbe qualcosa di costituzionalmente, ontologicamente e antropologicamente carente. Anche per Umberto Galimberti  (6)   la natura umana è povera di istinti : l’animalità nell’Umano sarebbe così “incompiuta”.  Secondo questa ipotesi, l’incompiutezza dell’Umano, la sua debolezza istintuale e biologica, sarebbe stata compensata dalla tecnica – male dell’Occidente, inevitabile destino dell’Occidente, secondo Galimberti. Ma allora, perché lamentarcene? – . Secondo Nietzsche, invece, l’Umano è mosso dall’istinto di potenza come gli altri Animali, e sono stati i processi di civilizzazione  a ridurre  gli istinti dell’uomo, gli stessi che sono responsabili della sua “mancanza biologica” attuale, che non è quindi né strutturale-morfologica, né originaria. In Gehlen è d’altro canto presente  una tendenza finalistica-aristotelica  di fondo, una teleologia, derivante da una concezione di Umano quale essere originario, distinto in maniera radicale dagli Animali, gerarchicamente superiore ad essi, in quanto, per essenza, animale dotato di ratio, vivente politico, come appunto  in Aristotele.  Niente di più lontano da Nietzsche, che in Genealogia della morale sostiene che il senso di ogni civiltà sta nel modellare l’Umano quale Animale domestico, nel disciplinare e addestrare la sua animalità, in special grado con l’uso della tecnica. Siamo ipso facto dall’altra parte della barricata rispetto a chi sostiene la teoria della tecnica come compensazione delle carenze biologiche umane. Con l’incessante e sempre più accelerato imporsi della tecnica nell’ambito della civilizzazione, assistiamo a una chiara  dominanza  della cultura sulla natura, della coscienza sull’inconscio e sugli istinti. L’Animale Umano è vinto dalle forze culturali che sono anche forze omologanti. Secondo Nietzsche, comunque, l’Umano agisce ancora prevalentemente sulla base di istinti provenienti dal corpo, in modo inconsapevole, come per Freud.  La stessa “intelligenza razionale” sarebbe un prodotto del corpo e, forse, non è una prerogativa specificamente umana ma , probabilmente, è  un tratto comune a tutti gli Animali (come vedremo tra poco, vari filosofi antichi di primissimo piano ritengono che pensiero e linguaggio, articolazioni della ratio, siano tipiche peculiarità  del mondo animale).

Tra i filosofi della contemporaneità, uno dei più animalisti è sicuramente Gilles Deleuze, che in un video postumo (realizzato per essere visto a posteriori, a futura memoria) dal titolo Abecedario ritorna su uno dei suoi esempi preferiti, quello dell’Animale che ha sempre un mondo specifico , un ambiente, Umwelt, con rinvio alle tesi del biologo tedesco J. Von Uexkull  (7).

“Cosa mi affascina di un animale? La prima cosa è che ogni animale ha un mondo. E’ curioso, perché ci sono un sacco di enti umani che non hanno mondo, ambiente, vivono una vita qualunque. Gli animali hanno un mondo, che a volte è straordinariamente limitato, come nel caso della zecca. La zecca risponde o reagisce solo a tre cose,  a tre eccitanti e basta, in una natura immensa .  Tende verso l’estremità di un ramo su un albero, attirata dalla luce, può aspettare sul ramo degli anni, senza mangiare, senza niente, completamente amorfa, aspetta che un ruminante, un erbivoro, una bestia passi sotto il ramo. Poi si lascia cadere, è  una specie di eccitante olfattivo. La zecca annusa la bestia che passa sotto il ramo. Questo è il secondo eccitante, quindi, luce e calore, e poi, quando è caduta sul dorso della bestia, cerca la zona meno ricoperta di peli, un eccitante tattile, e si ficca nella pelle. Del resto non le importa assolutamente niente. In una natura  brulicante, estrae e seleziona tre cose.”

Il mondo, Umwelt, della Zecca consiste, quindi, essenzialmente di sensazioni luminose,  termiche e tattili, accanto alle facoltà olfattive. Il vissuto della Zecca si situa così tra due spazio-temporalità sospesi quasi nel nulla, tra la Zecca sazia che è destinata a morire  e la Zecca che è in grado di digiunare per moltissimo tempo.  Come osserva Deleuze:

la zecca è un animale semplice con tre affetti-sensi-sensazioni  soltanto, e tuttavia quale potenza, finalmente qualcuno che possiede sempre gli organi e le funzioni corrispondenti agli  affetti di cui è capace. Il ragno e la sua tela, il pidocchio e la testa, la zecca e un angolo di pelle di mammifero : queste sono bestie filosofiche , e non la nottola di Minerva di Hegel.” (8)

Con questa considerazione, come s’intuisce facilmente, Deleuze non vuole denigrare la povera Civetta, ma semplicemente ironizzare contro Hegel, dal momento che la Nottola, rappresentazione della filosofia,  è l’ Animale preferito dal noto filosofo tedesco.

Oltre  alla visione sull’animalità che abbiamo cercato finora di illustrare, in Deleuze  troviamo almeno un altro sguardo, un’altra posizione, suggerita da una singolare interpretazione dei racconti di Franz Kafka, nei quali l’Animale si differenzia nel tentativo di trovare una via d’uscita, di tracciare una linea di fuga. Tutto nell’Animale è metamorfosi,  e la metamorfosi è in un unico circuito: divenir –Umano dell’Animale   e divenir-Animale dell’Umano. Con questo, Deleuze allude e  ai processi di civilizzazione che hanno trasformato l’Animale Umano in un prodotto culturale reificato, e ai tentativi di ribellione  verso  la civilizzazione, il produttivismo, l’alienazione del lavoro, l’urbanizzazione,  attraverso il ritorno all’animalità: così si spiega quel racconto che tutti noi abbiamo letto alle Medie, La metamorfosi, di Kafka, un testo non certo pacificante, gratificante e, ci si passi il termine, carino, ma, anche per questo, altamente formativo, se adeguatamente approfondito. Solo così si intuisce il senso del divenire-scarafaggio del protagonista del racconto,Gregor Samsa, inteso come un processo metamorfico per accedere ad una via d’uscita da una situazione antropica insostenibile, per tracciare  una linea di fuga radicale da un universo concentrazionario  straumano che Bifo, animatore di Radio Alice di Bologna nel 1977, ora redattore di Alfabeta2, definirebbe  cyber-nazi.

C’è, inoltre, un rapporto tra il divenire-Animale e lo scrivere, come rileva H. Von  Hofmannsthal:

Lo scrittore è uno stregone perché vive l’animale come la sola popolazione di fronte a cui è responsabile”.

A tale riguardo, sotto la voce A – Animale dell’ Abecedario,  Deleuze  osserva:  “Se lo scrittore è colui che spinge il linguaggio al limite, limite che separa il linguaggio dall’animalità, dal grido, dal canto, allora sì, bisogna dire che lo scrittore è responsabile di fronte agli animali che muoiono. Scrivere, non è per loro, non si scrive per il proprio gatto o cane, ma al posto degli animali che muoiono, significa portare il linguaggio a questo limite. E non c’è letteratura che non porti il linguaggio e la sintassi al limite che separa l’uomo dall’animale. Bisogna stare su questo limite, credo, anche quando si fa della filosofia. Si è al limite che separa il pensiero dal non-pensiero.Bisogna sempre essere al limite che separa dall’animalità, ma appunto in modo da non esserne più separati.  C’è una inumanità propria al corpo ed allo spirito umano, ci sono dei rapporti animali con l’animale”.

Scrivere è, dunque, qualcosa d’impersonale, che supera  l’IO, scrivere non ha altra funzione:  essere un flusso che si congiunge con altri flussi. Un flusso è qualcosa d’intensivo, istantaneo e mutante, fra una creazione e una distruzione. In Kafka, poi, non c’è più né Umano né Animale, ma ibridazione. L’Animale non parla come un Umano, ma estrae dal linguaggio delle tonalità prive di significazione: Gregor – ne La metamorfosi di Kafka –  si caratterizza per il suo autentico pigolio, balbettio Animale-Scarafaggio, come il balbettare  di Bartleby  – lo scrivano di  Herman  Melville, famoso per  la  sua risposta- manifesto –riot: “Preferirei di no!”.  Il balbettio è Animale perché non ha come sua base delle parole preesistenti, ma introduce  parole  selezionandole,  concatenandole attraverso di sé  (queste parole  non esistono più  indipendentemente dal balbettio ).(9)

Se per Deleuze il linguaggio animale è pre-logico, o extra-logico, per alcuni filosofi antichi, invece, è un fenomeno della ratio, un’espressione del logos. Come pone ben in evidenza Maria Fusco (10), del Dipartimento di Filosofia dell’Università “La Sapienza “di Roma, nel dibattito filosofico sviluppatosi soprattutto durante l’impero romano  intorno alla domanda se anche gli Animali non Umani siano dotati del logos, al discorso esternato e articolato attraverso una voce, ne corrisponde uno interiore la cui configurazione  è strettamente correlata alla nostra mente, alla ragione. Contro l’antropocentrismo degli Stoici, secondo i quali gli Animali, pur compiendo opere mirabili, sono guidati solo da una predisposizione innata a compiere determinate attività, e non certo da una qualche forma d’intelligenza, Sesto Empirico negli Schizzi Pirroniani osserva che, anche se  non decodifichiamo  le voci degli Animali, non sarebbe assurdo pensare  che essi discorrano  tra loro senza che noi li comprendiamo. Anche quando udiamo la  voce dei cosiddetti barbari – continua Sesto Empirico – ,  non la comprendiamo, anzi, ci fa l’impressione di essere un suono uniforme. Quindi, dal punto di vista dell’Umano la voce degli Animali sembra un suono uniforme  e privo di significato, mentre è del tutto plausibile che,  dal punto di vista degli Animali , essa  sia un vero e proprio linguaggio. Ciò viene dimostrato anche dalla capacità di differenziare la voce che gli Animali attivano nelle diverse circostanze. Secondo Sesto Empirico, quindi, vi sono prove empiriche evidenti del fatto che gli Animali sono dotati del logos esternato e articolato dalla voce, strettamente legato a quello interiore e silenzioso che chiamiamo  pensiero. Sulla stessa linea di Sesto Empirico è il neoplatonico Porfirio ( III d. C.) che, nel suo trattato De abstinentia , al fine di promuovere il vegetarismo – forma primitiva, ci si consenta il termine, di veganismo – , dimostra che anche gli Animali non Umani  sono dotati di entrambi i tipi di logos. Porfirio, di più, sostiene che gli Animali non solo comunicano  i flussi e i movimenti plurali dell’anima, ma pensano al  loro vissuto interiore prima di emettere la voce.

Mario  Cenedese

 

NOTE

1)      C. Ginzburg, Spie. Radici di un paradigma indiziario, in Id., Miti, emblemi,spie, Einaudi, Torino, 2012, p.193

2)      Protagonista  frate-detective del romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco, Bompiani, Milano, 1980

3)      P. K. Feyerabend, Contro il metodo, Feltrinelli, Milano, 1979

4)      F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 2006, p.68

5)      S. Berni, Sul detto di Nietzsche : “L’uomo è un animale non ancora definito”, millepiani 31, ottobre 2006, pp. 111-121

6)      U. Galimberti,  Psiche e techne,  Feltrinelli, Milano,  1999

7)      Cfr. millepiani 31, ottobre 2006. Si confronti poi Jakob Von Uexkull, Ambienti animali e ambienti umani, Quodlibet, Macerata, 2010, pp. 41-53, sulla Zecca

8)      G. Deleuze, C. Parnet, Conversazioni, Ombre Corte, Verona, 1998, pp. 67-68

9)      Cfr. millepiani 31, ottobre 2006

10)   M. Fusco, Animali sulla soglia, Mimesis,  Milano-Udine,   2011.