Due belle giornate antispeciste a Volterra

volterravegan - Due belle giornate antispeciste a Volterra

La presentazione del libro “Proposte per un Manifesto antispecista” si è svolta domenica 2 agosto a Volterra – nell’ambito della manifestazione VolterraVegan – nel migliore dei modi. Nonostante la tempesta d’acqua che ha colpito la città la sera del sabato, il resto delle giornate è stato baciato da un gradevole sole estivo che ha fatto da cornice alle attività in programma.
Molte tematiche ed eventi, molto pubblico, molto interesse, partecipazione e un clima cordiale e rilassato: questo è ciò che VolterraVegan ha offerto. Un’invasione pacifica di stand vegan in pieno centro storico cittadino ha completato l’opera. Va dato atto all’organizzazione dell’evento (Gavol onlus e Gallinae in Fabula) di aver saputo coinvolgere efficacemente le realtà locali (amministrazione, esercizi pubblici e strutture ricettive) che infatti hanno risposto in modo entusiastico.
Grazie quindi a organizzatrici e organizzatori e in particolare a Rita Ciatti, Leonora Pigliucci e Leonardo Caffo.

Proposte per un Manifesto antispecista a VolterraVegan 2015

ma volterravegan - Proposte per un Manifesto antispecista a VolterraVegan 2015

Domenica 2 agosto 2015 alle ore 10,30 presso le Logge di Palazzo Pretorio – Piazza dei Priori a Volterra (PI) nell’ambito della manifestazione Volterra Vegan 2015, si terrà la presentazione del libro “Proposte per un Manifesto antispecista” a cura di Adriano Fragano e con l’introduzione dell’attivista Rita Ciatti e della giornalista Leonora Pigliucci di Gallinae in Fabula Onlus
Con l’occasione verrà distribuita gratuitamente anche la Veganzetta cartacea.

Non mancate, vi aspettiamo.

Programma completo di VolterraVegan 2015

Il sessismo (come lo specismo) inesauribile

immedesimarsi 1 - Il sessismo (come lo specismo) inesauribile

Fonte: Asinusnovus

di Leonora Pigliucci

La presidente della Camera Laura Boldrini, non senza suscitare un gran vespaio di polemiche tra coloro che gridano all’attacco alla libertà di espressione, ha rilasciato un’intervista a Repubblica in cui solleva la questione della violenza verbale e d’immagine espressa diffusamente su internet e sui social network, e quasi mai soggetta a sanzione.

Si tratta di un fenomeno cui sono testimoni tutti i fruitori del web: è molto facile imbattersi in fotomontaggi e vignette che con l’idea di fare ironia o polemiche politiche veicolano contenuti brutali ed offensivi, e che ricevono una moltiplicazione virale che implicitamente li rende plausibili, nonché spunto per un crescendo di commenti di approvazione carichi di una virulenza spesso anche maggiore di quella di partenza. Complice della degenerazione verbale è la sensazione di anonimato che si ha da dietro lo schermo dei pc e la lontananza fisica dagli spazio “reali” in cui le stesse manifestazioni sono eventualmente punite.

Nel caso particolare, la discussione prende le mosse dall’ingente numero di attacchi virtuali a sfondo sessuale di cui la terza carica dello Stato è stata vittima dopo l’elezione: inizialmente a far notizia è stato un fotomontaggio che la ritraeva nuda su una spiaggia, diventato presto occasione del fiorire di insulti maschilisti; poi di lì, per qualche ragione, si è innestato un effetto a catena che l’ha resa suo malgrado oggetto di raffigurazioni spaventose, la sua immagine montata su scene di decapitazioni e stupri, il tutto corredato di pesanti minacce e col tratto comune dello scenario di stampo sessuale.

Nonostante la satira, anche spregiudicata, e il dileggio su internet non risparmino nessun personaggio politico e non (il che è logicamente un bene per la democrazia, anche se esempi come quello dell’accanimento impietoso sulla statura di Brunetta sono decisamente squallidi), nell’attacco alle donne c’è quasi sempre, osserva puntualmente la Boldrini, un surplus che richiama un’idea di sottomissione e di degradazione fisica.

Lo stesso vergognoso scatenamento di odio razziale cui si è assistito in questi primi giorni di governo nei confronti del Ministro per le Pari Opportunità Kyenge – offesa non solo dagli idioti anonimi della rete e da numerosi siti di estrema destra, ma anche da politici come Borghezio che l’ha chiamata “ministro bonga-bonga” e, lasciandosi andare persino al classismo che dovrebbe offendere anche il suo elettorato, una con “l’aria da casalinga, modesta e inadeguata” – affonda le radici in cupi stereotipi radicati nella società italiana, ed il fatto che il Ministro sia donna ha verosimilmente incoraggiato l’immediato scadere sul piano personale della critica alle azioni di governo forti da lei proposte, come l’abolizione del reato di immigrazione clandestina e l’introduzione dello Ius soli.

Quel mai sopito sessismo culturale che fa dell’Italia un paese che conserva una forte impronta patriarcale, declinata ormai in forme vuote, prive di aderenza a dinamiche utili al funzionamento sociale, denuncia per l’ennesima volta l’ormai conclamata crisi collettiva di identità e di valori condivisi, oltre a richiamare anche una problematica legata al dominio in tutte le sue forme, che autorizza a tracciare un parallelo tra l’inesauribile discriminazione delle donne, di pressoché tutte le società umane, e quello specismo basato sulla forza e la denigrazione simbolica che fa degli animali i nostri eterni schiavi.

Nella rappresentazione oscena della donna di potere nel quadro della violenza sessuale, dell’umiliazione, della subordinazione fisica, l’ordine violato dell’immaginario sessista si ricompone, e quella che si presenta nella realtà come autorità femminile la si riporta simbolicamente al ruolo che le compete, di animale femmina da addomesticare e dominare.

L’adesione ad un messaggio così vile non è stata affatto appannaggio di pochi – ed è stata questa una delle maggior preoccupazioni della Boldrini – visto che a corollario delle foto contraffatte, ora sequestrate dalla Polizia Postale, sempre su Facebook sono comparsi centinaia di commenti di persone che, tra minacce e ingiurie, inneggiavano a quella violenza, pur se “solo” immaginaria.

Ma se in Italia, dove per trovare donne in ruoli di rilievo politico e sociale bisogna cercare con lumicino, e si sconta una storia cadenzata dal riproporsi in tutte le forme possibili della gerarchia tra i sessi (dalle regole linguistiche all’organizzazione famigliare), e dalla compressione delle donne in ruoli subalterni; la violenza sul genere femminile, reale e simbolica, è un’emergenza che tuttora non conosce confini e che non risparmia nemmeno i paesi tradizionalmente più virtuosi per la parità di genere. E’ il caso della Svezia, nazione che come è noto è da sempre in prima linea nel garantire la libertà femminile, dove le donne sono al terzo posto dell’Unione europea per presenza nei ruoli chiave della società e della politica e per i livelli di occupazione; ma che nonostante questo registra un numero preoccupante di stupri, quadruplicati negli ultimi vent’anni, al punto da interessare una donna svedese su quattro e porre il paese al secondo posto nella classifica mondiale dopo il Lesotho.

Se n’è occupata anche Amnesty International, che nel 2008 ha pubblicato un rapporto sulla condizione femminile nei paesi scandinavi, rilevando come sebbene le donne abbiano raggiunto apparentemente ottimi livelli di parità con gli uomini, il numero delle violenze sessuali raggiunge livelli drammatici, mentre la legislazione si sta dimostrando inadeguata ad affrontare il problema e sono molteplici le difficoltà che le vittime incontrano anche nel denunciare la violenza subita.

Non basta allora, come sarebbe lecito ed auspicabile supporre, che nella percezione sociale compaia un gran numero di donne a ricoprire ruoli di rilievo per definire una società non sessista, né tantomeno a determinare una cultura del rispetto: di fronte a diffuse manifestazioni di prevaricazione non si può pensare a fenomeni isolati ma solo ad una situazione sistematica di oppressione.

Quando il controllo sociale si allenta, o quando, come in Svezia, un sistema economico e sociale passa in pochi anni dall’essere eccellenza in Europa al limitare del collasso, o  laddove le condizioni si connotano di eccezionalità, come ad esempio in contesti di guerra,  puntualmente il predominio machista ritorna emergenza.

Altro caso emblematico è quello delle donne soldato americane, un terzo quelle stuprate tra coloro che hanno prestato servizio in Afghanistan, e il Pentagono stima che ben l’80% o 90% dei casi che avvengono tra commilitoni non vengano segnalati, poiché la metà delle vittime teme di essere etichettata come provocatrice o ha paura di essere rimossa per ragioni di protezione dall’incarico che ricopre.

Mentre infatti in paesi come la Svezia dalla cultura più egualitaria tra i sessi è verosimile che il numero delle denunce si avvicini a quello delle violenze reali (sebbene il numero delle condanne effettive sia inferiore a quello registrato nel 1965), in paesi più tradizionalisti come l’Italia o gli Stati Uniti il dato ufficiale è molto probabile che sia ben inferiore rispetto a quello delle violenze effettive.

Non senza alimentare ulteriormente il fuoco della polemica, con un paragone giudicato azzardato tra violenza simbolica e violenza reale, la Boldrini ha allora fatto cenno ai numeri inquietanti sul femminicidio, chiedendo una riflessione per capire se la prima possa in qualche modo essere considerata sintomo di un contesto sociale che se non predispone, quantomeno tollera ampiamente la violenza sulla donne.

Ed è a dir poco desolante osservare come nella legittima critica a questa sua altrettanto legittima (e a mio avviso ben fondata) interpretazione, le sia stato opposto anche il trito stereotipo di genere, che vede la donna vittima di un’emotività che le impedirebbe di agire razionalmente: commentando la vicenda, Alessandro Gilioli su l’Espresso si stupisce che Laura Boldrini parte da una propria ferita personale per proporre iniziative legislative in qualche modo oppressive (cosa che lei ha smentito con chiarezza su Twitter) anziché focalizzarsi sulle reali esigenze intorno al web, come infrastrutture per favorire la connettività di una popolazione che statisticamente ancora naviga su internet molto poco.

Non intendo allora, qua, dilungarmi sulle feconda letteratura che collega il discorso dell’oppressione femminile a quello dello sfruttamento animale, ma piuttosto contribuire alla discussione in corso in ambito antispecista, sull’opportunità di collocare saldamente la liberazione animale entro un orizzonte esclusivamente politico, e dunque di relazioni umane, negandole autonomia e specificità anche al di fuori della dialettica sociale, e legando indissolubilmente l’urgenza della salvezza degli animali dai gioghi oppressivi all’altrettanto impellente necessità della liberazione dell’essere animale dell’uomo, negato e nascosto entro la civiltà dicotomica (che oppone il Sé della civiltà all’altro da sé reificato e dominato) dalla quale ha preso le mosse e si impone con pieno possesso il regime capitalista, ed è all’origine di tutte le forme di dominio all’interno della società umana dal neolitico sino ad oggi.

Scrive Maurizi in Al di là della natura:

«L’intera storia dell’umanità, dello “spirito” umano, del progresso razionale, è basata su un non senso, sull’irrazionale, sull’arbitrario. Essa è l’espressione di un blocco posto alla sua origine e non della libera capacità creativa dell’essere umano. […] si tratterebbe di compiere un salto al di là dell’orizzonte della funzionalizzazione totalitaria, verso una società in cui il sistema di bisogni non è indifferente nei confronti del vivente. Un tale sistema tornerebbe a coltivare l’istinto mimetico e la compassione nei confronti degli animali e, al tempo stesso, darebbe finalmente voce all’animalità umana […] chiuso nel cerchio del dominio totale sull’esistente il pensiero oggi non riesce ad accedere davvero ad un altro mondo possibile.»

Di fronte ad un’ ipotesi certamente suggestiva, che assume il dominio come costante millenaria della storia dell’uomo, ma comunque contingente, si sarebbe perciò spinti a lavorare per destrutturare i rapporti di produzione esistenti e disinnescare tutto il meccanismo che a varie gradazioni ci rende tutti schiavi.

Tale visione però ha due problemi pratici. Il primo è che non è incoraggiata da alcun fatto, nessun esempio da cui si possa trarre spunto per la prassi, poiché le poche società pacifiche che si sono affacciate nella storia sono state spazzate via dalle culture più bellicose. In più, dice lo stesso Maurizi, il dominio connota la stessa nostra visione del mondo, il che non permette neanche di prefigurare esattamente la liberazione, lasciando adito a più di qualche dubbio che questa potrà mai effettivamente realizzarsi.

In secondo luogo, tale visione non offre strumenti utili per agire adesso per la salvezza degli oppressi e non sembra tenere conto delle radicali divergenze tra le forme di oppressione che costringono umani e non umani: suggerendo di combattere il dominio in quanto tale, anziché le sue singole manifestazioni, pone di fronte ad una minaccia così ramificata ed onnipresente che non si sa davvero da che parte la si possa iniziare ad intaccare.

Mi chiedo allora se, più modestamente, non sarebbe invece proficuo, quantomeno da un punto di vista pragmatico, riconoscere – o almeno partire da –  l’attitudine al dominio della specie umana come data. Questa d’altra parte, più che doti più nobili come l’intelligenza e la creatività che contraddistinguerebbero l’essere umano liberato, costituisce il tratto fondamentale e visibile entro cui l’adattabilità (che Darwin considera il tratto costitutivo della specie che ad esempio ci ha resi vincitori sul Neanderthal) si formula, e che si trova all’origine del predominio umano sul vivente e tuttora innerva l’intera esistenza dell’essere umano quando non costantemente tenuto sotto controllo, come fanno per la questione di genere le democrazie occidentali, nel promulgare leggi ad hoc e creare strutture di sostegno e misure di prevenzione specifiche che funzionano quando il controllo è vigile.

E’ a causa di quel onnipresente dominio, ed in questo concordo in pieno con Maurizi, che, quando la rete democratica si sfilaccia o si intasa, l’inferiore forza fisica delle donne le espone al costante pericolo di venire stuprate, aggredite o uccise, è la ragione per cui  nessuna conquista di genere è mai definitiva. Gli animali per analoga insufficienza di forza di contrapposizione (e non attitudine ad un dominio strutturato, anche quando sono fisicamente più imponenti) sono spinti fuori dai confini della civiltà e resi oggetti ad uso e consumo di un’ingorda società distruttrice.

Se poniamo, come la Storia ha fino ad oggi confermato, che il dominio non possa essere mai rimosso, ma solo essere arginato, ciascuna rivendicazione libertaria dovrà allora al contempo proporre modalità specifiche a tutela degli individui più vulnerabili che vuole liberare: non possiamo, ad oggi almeno, prefigurare ad esempio una società libera dal sessismo, ma più efficacemente pensare a strumenti concreti per neutralizzarlo nelle situazioni contingenti. In Italia ad esempio si potrebbero rovesciare in aggravanti quelle che un tempo erano le attenuanti del delitto d’onore, screditare socialmente l’idea dell’amore come possesso, disincentivare l’uso del corpo della donna come oggetto atto alla pubblicità.

Da antispecisti, farci testimoni degli interessi degli animali affinché questi possano scampare alla voracità delle società umane, ammettendo che talvolta le azioni di liberazione animale possano essere fortemente impopolari, invise alla maggioranza, tuttavia irrimandabili per salvezza dei soggetti animali coinvolti: è il caso per esempio della situazione provocata ai 15 dipendenti del lager Green Hill, che ad aprile hanno perso il lavoro in seguito a tutto ciò che si è messo in moto a partire dalla liberazione dei cani del 2012.

E’ altrettanto utopistico aspettarsi che disinnescare le contingenze del dominio che opprimono gli animali nei vari settori produttivi potrà restituire loro la libertà per una presa di consapevolezza sempre più ampia sull’animalità, questa non è sufficiente, non basta ad interrompere una prassi che pure ha già perduto con la fine del cartesianesimo qualsiasi ragionevole base etica. Dovremmo invece già da ora (che l’alba della liberazione degli animali è ben lungi dal mostrarsi) prendere atto della loro perdurante debolezza rispetto ad ogni possibile organizzazione umana e diventare la loro forza, trasferirli dagli scantinati al centro della scena per liberarli non entro la civiltà umana ma dalla società, farci testimoni degli animali con l’unico linguaggio che il potere conosce, che è quello umano, farci animali noi stessi e intanto contrapporci da umani, resistendo come “minoranza che quando resiste con tutto il suo peso è imbattibile”, per dirla con Thoreau, al dominio che li sovrasta.

Intrecciare sì rapporti di collaborazione con coloro che lottano contro ogni tipo di oppressione umana, costruire ponti e proporre analogie in vista di un mondo più giusto (magari perché più consapevole rispetto ai propri orrori seriali), analizzare la radice comune dello sfruttamento umano ed animale, come in maniera articolata ed illuminante fa Maurizi in Al di là della natura, ma non distogliere mai lo sguardo dagli ultimi degli ultimi e dallo loro specifica oppressione che deriva dall’essere completamente muti del linguaggio del dominio che a loro non compete.

Perciò metterli al riparo anche dalle forme in cui le società umane consentono loro di aver salva la vita, cioè a costo dell’obbedienza di animali addomesticati (un tipo di protezione analogo a quello offerto ed imposto alle donne nelle società patriarcali), dell’ingabbiamento entro un ruolo stereotipato, tollerato perché subalterno, che non risparmia alcuna individualità umana o non umana che non resista continuamente e con tutta la forza alla compressione ontologica che la società – l’unica che per adesso ci è data! –  produce e replica in automatico, nemmeno coloro che a pieno titolo fanno parte dell’istituzione, anche quando ne sono al comando, come donne che dirigono Ministeri importanti o presiedono una della Camere del Parlamento.

La nonviolenza animalista piega la lobby dei farmaci

liberazione animale - La nonviolenza animalista piega la lobby dei farmaci

Fonte: www.glialtrionline.it

di Leonora Pigliucci

La farmaceutica Menarini di Pomezia è sotto pacifico assedio animalista da giorni. Una mobilitazione massiccia e spontanea, senza sigle, scattata dopo la notizia dell’arrivo di 8 beagle che sarebbero stati vivisezionati nei laboratori dell’azienda. Questa, che già da mesi è nel mirino degli attivisti della zona, dopo due giorni di presidio ininterrotto di fronte ai suoi cancelli, ha tentato di placare gli animi con un impegno formale a cedere gli animali in questione.

Si tratta di un episodio che a nemmeno un anno dalla liberazione dei beagle di Green Hill al culmine di una manifestazione, il 28 aprile scorso, suggerisce molte valutazioni.

Innanzitutto che c’è una leva consistente di attivisti pronta ad agire, con indubbia generosità, non appena il momento si fa proficuo, che è in grado di sovvertire consuetudini e tattiche comprovate per lanciarsi con testa e cuore in azioni ardite dai risvolti imprevedibili. Chi solo pochi giorni fa avrebbe immaginato che una potentissima industria farmaceutica di calibro internazionale come la Menarini si sarebbe docilmente fatta assoggettare da un manipolo di ragazzi accorsi alla spicciolata, di notte, sotto la pioggia, senza autorizzazione né coordinamento a bloccare col proprio corpo tutti i furgoni di passaggio, per realizzare l’impresa assurda di impedire l’ingresso nei laboratori di 8 cavie regolarmente acquistate e fatte arrivare dall’estero?

Eppure a quanto pare quei visionari ce l’hanno fatta. E si è reso palese come il liberazionismo animalista e l’azione diretta a viso scoperto inizino a fare davvero paura a chi campa sula sofferenza degli animali. La dice lunga la reazione del consiglio di amministrazione della Menarini che, nel comunicato della “resa”, non solo indica la propria disponibilità a salvare i cani, ma, elemento davvero nuovo, afferma di non voler più sperimentare sugli animali, come prescritto però dalla legge, e auspica perciò di poter ricevere presto indicazioni in questo senso da parte della politica.

Siamo, allora, di fronte ad un inedito cedimento strutturale dell’impianto legittimante la sperimentazione animale, ad un’apertura nella quale si legge, neanche troppo tra le righe, il riconoscimento da parte di coloro che la praticano dell’inammissibilità etica della sperimentazione animale; ad un atteggiamento sulla difensiva che non potrà che rafforzare le proteste future. Il movimento (ancora senza sigle, nessuna associazione in testa) non vuole sprecare l’occasione, e porterà avanti un presidio a oltranza, sempre di fronte alla Menarini, perché i riflettori restino accesi sulla vicenda, ma utilizzandola stavolta a megafono, perché quanto prima si imponga un ripensamento a livello europeo, che dallo spiraglio della farmaceutica italiana dia modo di scardinare l’edificio intero della vivisezione.

Le adesioni al presidio si stanno moltiplicando, di ora in ora, da tutto il Paese.

In questo frangente scoppiettante bisogna essere molto distratti per non accorgersi che non sono i piccoli passi della Lav, o l’accidentato percorso dei diritti animali in ambito legislativo, quelli che stanno agendo contagiosamente sulla mentalità di un’opinione pubblica sempre più coinvolta dal destino animale, ma lo spontaneismo più sincero, declinato in azioni di vera e propria disobbedienza civile che, finalmente con qualche efficacia, erodono la consuetudine all’indifferenza per lo sfruttamento animale su cui poggia tutto.

Azioni giocate sul tempismo, l’emotività e la casualità, che stanno costituendo di fronte a chi sfrutta gli animali, anche ad interi colossi industriali, le sembianze di un nemico imbattibile, una minaccia costante, un disastro per l’immagine pubblica, un intralcio pesante che già da tempo preoccupata i rappresentanti delle case farmaceutiche. Questi hanno infatti sottolineato più volte come il traffico aereo degli animali da laboratorio (spesso si tratta di macachi catturati nel Borneo) sia così estesamente sotto attacco da parte di attivisti internazionali che spesso ne va del normale svolgimento delle attività. In quest’occasione, sono gli sperimentatori italiani a vedere la faccenda complicarsi proprio a causa di recenti vittorie animaliste, ovvero per la sospensione dell’attività da parte dell’allevamento di Montichiari, posto sotto sequestro dopo la denuncia degli attivisti che hanno liberato i cani.

E’ per questo che la Menarini ha dovuto ordinare gli animali dall’estero, allungando l’iter da compiere per averli e le spese, ma sopratutto esponendosi ad una visibilità che in questo momento non vorrebbe e che sta diventando soffocante.

La tattica animalista, d’altra parte, affonda le radici in una tradizione nobile di battaglie vittoriose.

Gene Sharp in The politics of Nonviolent action racconta di lotte per la giustizia del passato, di donne e di minoranze, cui la storiografia ufficiale non ha riconosciuto la dignità di rivoluzioni, non tanto perché queste non contenessero un significativo potenziale sovversivo, o non siano state responsabili di piccoli e grandi balzi in avanti della civilità umana, ma per una sorta di pregiudizio in favore della violenza, che ha restituito ai giorni nostri il termine rivoluzione come sinonimo di azione di massa, belligerante ed armata. Esiste invece, dice Sharp, una lunga tradizione di battaglie vinte dai piccoli, che sta alle spalle di Gandhi e che nel Mahatma ha trovato una messa a sistema definitiva o quantomeno fondante.

Sharp in certe pagine sembra descrivere i passi del movimento animalista di oggi: illustra come sia necessaria l’abnegazione di chi a viso scoperto, e a proprio rischio e pericolo, sfidi una consuetudine fatta di inequità per farne emergere la contraddizioni con il presunto e preteso progresso morale della società contemporanea, che scompagini le carte della normalità, che, con comportamento personale ineccepibile, rovesci il tavolo sulla faccia di chi impone la sua legge ingiusta, che dia segno di solidarietà spiazzante, mescolandosi ed identificandosi con gli ultimi umiliati e calpestati, mentre disdegna il proprio privilegio. In questo caso quello di esseri umani occidentali, inebetiti da una finta libertà che nella sostanza non tollera fughe dalla gerarchie imposta all’esistente.

Stavolta è il pregiudizio specista, anch’esso violento, che fa di quella animalista una rivoluzione nascosta, misconosciuta e spesso derisa, di cui non si comprende ancora appieno la natura politica, mentre essa, pacificamente e silenziosamente, sta svuotando le fondamenta stesse del nostro mondo, negando, coi fatti, quell’antropocentrismo ormai privo di senso, che non regge più nulla.

Ma stavolta, a quanto pare, il momento è quello giusto.