La violenza dell’umanismo. Perché dobbiamo perseguitare gli Animali?

patrice rouget la violence de lhumanisme - La violenza dell’umanismo. Perché dobbiamo perseguitare gli Animali?

Fonte Laboratorio Antispecista

Riportiamo questo commento al libro di Patrice Rouget “La violence de l’Humanisme – Pourquoi nous faut-il persécuter les animaux?”, tratto e tradotto dal blog di Frédéric Côté-Boudreau.

L’umanismo è, in un certo senso, il lato “buono” della medaglia dello specismo nella misura in cui ha contribuito a diffondere l’idea di un valore intrinseco degli esseri umani, solitamente incondizionato.

L’umanismo, infatti, cerca di spiegare che cosa ci sia di distintivo e di valore nell’umanità. Ma non siamo sicuri che questa filosofia abbia effettivamente un lato “buono”.

Sicuramente, perchè l’umanismo è senza dubbio fondato su un ideale perfezionista che gli uomini si debbono affannare a raggiungere, in secondo luogo, perchè questo non si accontenta solo di rivolgersi agli umani ma cerca innanzi tutto di definirli, di dire loro “come essere umani”.

Questo pensiero è stato spesso utilizzato per sminuire gruppi che non rispondessero adeguatamente ai criteri di questa perfezione come le donne, i bambini e i non occidentali che finivano per essere trattati alla stessa stregua degli animali.

Non è un caso che in francesce, si parli di “Diritti dell’Uomo” piuttosto che di “Diritti Umani”, come se gli uomini (bianchi ed eterosessuali), fossero la misura dell’umanità.

Inoltre, non sono solo i gruppi direttamente oppressi che soffrono a causa di questo ideale di perfezione, ma tutta l’umanità.

Nei fatti, molte forme di umanismo propongono uno stile di vita da condurre, per esempio propugnano di liberarsi dalle proprie passioni e di vivere secondo ragione.

Questo è quello che Isaiah Berlin ha chiamato libertà positiva e che in sostanza però priva le persone a vivere la vita che vogliono e costituisce una falsa libertà.

Piuttosto che lasciare liberi gli esseri umani permettendogli di esplorare tutte le loro potenzialità e possibilità, l’umanismo li ingabbia in modi di vivere predefiniti come se il titolo di essere umano dovesse essere guadagnato.

D’altra parte, l’umanismo rifiuta tutto ciò che non è umano, l’umanità diviene una frontiera morale insuperabile e, sopratutto, che non può essere messa in alcun modo in discussione.

L’umanismo erige a suo principio fondante il dogma della supramazia umana, come se il solo modo di proteggere l’uno, si traduca immediatamente nell’oppressione degli altri.

L’umanismo, naturalmente, non può che definire l’uomo confrontandolo e opponendolo agli animali non umani, e gli animali non sono tali se non nella misura in cui non sono esattamente come gli umani.

Piuttosto che ammettere una continuità fra la nostra specie e le altre specie animali, preferisce distaccarsi totalmente da questa natura animale, come se riconoscere le nostre origini ci privasse di qualcosa e dovesse necessariamente umiliarci.

E’ vero che le lotte di liberazione dei gruppi umani sono state condotte con questa idea di uguaglianza umana, a tal punto che certi credono che rimettere in discussione questo confine minacci l’uguaglianza stessa.

Al contrario, non si tratta di rimettere il discussione il valore morale degli esseri umani, ma di mettere in luce il significato del privare altri esseri viventi di goderne.

Criticare la supremazia umana non significa sminuire l’uomo, ma estendere la protezione fondamentale a altri individui che hanno gli stessi bisogni.

Se il fatto di essere un uomo non prevedesse alcun diritto di supremazia e superiorità, allora non sarebbe conseguenziale il diritto di commettere violenza verso chi non è umano sulla base di una diversa appartenenza di specie o mancanza di determinate caratteristiche.

Il saggio filosofico di Patrice Rouget “La Violenza dell’ umanesimo. Perché dobbiamo perseguitare gli animali?”  (Calmann- Lévy, 2014, 160 pagine) è dedicato ai problemi dell’umanesimo.

In linea con la tradizione della filosofia continentale e ispirato da Jacques Derrida, Rouget afferma che gran parte della filosofia è finalizzata a giustificare il dominio dell’uomo sugli animali non umani.

In un certo senso, abbiamo formulato dei sistemi filosofici al fine di giustificare il fatto che sfruttiamo gli altri.

Anche le migliori menti possono essere utilizzate per sfruttare gli altri esseri viventi.

Pur non volendo fare un processo alle intenzioni e pensando che malgrado questo questi sistemi di pensiero conservino dei momenti di saggezza che non debbono essere dimenticati, resta comunque importante essere consapevoli dei pregiudizi e della violenza che possono perpetuare consapevolmente o involontariamente.

Perché è vero che l’umanismo si è fondato spesso sul caposaldo della privazione della giusta e meritata considerazione degli animali.

Volessimo riassumere in uno schema potremmo parlare di:

  • Stoici: nessun diritto per gli animali, gli uomini in quanto soli detentori del logos possono disporre di loro come meglio credono.
  • Kantiani: noi abbiamo il diritto di disporre degli animali perché essi sono nostri prodotti, alla stessa stregua delle patate. Per giustificazione universale autoproclamata noi abbiamo il diritto di fare degli animali ciò che vogliamo.
  • Agostiniani: l’animale non esiste se non in quanto specie, non come individuo, privilegio che è riservato all’uomo.
  • Tomisti: l’uomo è superiore agli altri animali perché è stato creato a immagine e somiglianza di dio. Ne consegue che gli altri animali siano sottoposti alle sue azioni e alla sua volontà. L’animale non può pregare dunque non sarà chiamato alla vita beata.
  • Spinoziani: l’uomo è un Dio per l’uomo, non abbiamo alcun punto in comune con gli animali

E potremmo continuare… tutte le argomentazioni sono valide per giustificare a posteriori l’ascendente e l’influenza che l’uomo ha sulla natura.

Non è illegittimo interpretare la storia della filosofia come storia dei mezzi a disposizione dell’uomo per giustificare la sua posizione aristocratica e il loro diritto a ridurre in schiavitù la natura.

Fortunatamente, alcune voci si sono levate nella storia della filosofia per denunciare la violenza dell’umanesimo e per difendere gli interessi degli animali non umani.
Si possono trovare brani tratti da alcuni grandi pensatori nell’antologia curata da Jean-Baptiste Jeangène Vilmer (Presses Universitaires de France, 2011, 424 pagine).

rubon41 205x300 - La violenza dell’umanismo. Perché dobbiamo perseguitare gli Animali?La seconda parte del libro tratta del rapporto di utilità che gli esseri umani hanno con gli animali, vale a dire, l’ossessione di utilizzarli in tutti i modi possibili.

Questo estratto dalla prefazione, scritta da Firenze Burgat, riassume perfettamente il contenuto del libro:

Nulla sfugge oggi al rapporto di utilità, ma per gli animali questa dinamica raggiunge il culmine. L’inferno che abbiamo pianificato  per loro, molto prima la rivoluzione industriale, si è indurito semplicemente, radicalizzato; che siano selvaggi o domestici, non è più possibile agli animali scappare di nessuno modo. Una determinazione giuridica sancisce lo statuto che l’umanesimo ha forgiato per loro, perché è lui il responsabile.

L’utilità sarà il principio che entrerà il vigore nella maggior parte dei casi, che si tratti di mangiarli, di uccidere i loro piccoli per impossessarsi del loro latte, di prendere la loro pelliccia o la loro pelle per preparare vestiti, borse e scarpe, di provare su essi finché giunga la morte tutte le sostanze di cui abbiamo bisogno. Gli animali inutili sono eliminati, quelli che sono utili lo sono lo stesso. (p. 7-8)

Va da sé che il solo fatto di essere animali non umani, oggi come sempre, è punibile con la morte.

Nella loro innocenza più pura, gli animali saranno sempre abbastanza colpevoli per meritare di morire per noi.

Il grande progetto dell’umanesimo è anche una dichiarazione di guerra contro l’animale, un progetto di genocidio perpetuo, quasi necessario per meglio definirci.

Un’altra storia è possibile: quella in cui gli esseri umani si renderanno conto che rimarrebbero altrettanto umani se cessassero di sfruttare i più vulnerabili, e forse diventerebbero anche più “umani” se valutiamo l’umanità nei termini delle sue migliori qualità.

Animali in trincea, Eric Baratay e il suo studio sulla Grande Guerra

Betes de tranchees heros silencieux article landscape pm v8 - Animali in trincea, Eric Baratay e il suo studio sulla Grande Guerra

Fonte Laboratorio Antispecista

11 milioni di equini, 100.000 cani, 200.000 piccioni.
Si tratta degli animali che sono stati reclutati massicciamente nella Grande Guerra, per trasportare, trainare, combattere, informare. Le trincee hanno anche ospitato migliaia di animali domestici o da fattoria abbandonati dai civili in fuga e molti animali selvatici sono rimasti bloccati nel bel mezzo del fronte. Sfruttati e delle volte invece coccolati, hanno aiutato i soldati a sopravvivere all’inferno, ma mentre dei combattenti umani tutti si sono sempre ricordati, degli animali nessuno si ricorda mai.

Un ennesimo orrore dentro all’orrore della guerra.

Lo storico Eric Baratay, specialista delle relazioni uomo-animali, affronta nel suo penultimo libro, “Bêtes des tranchées Des vécus oubliés” il tema della prima guerra mondiale dal punto di vista dell’animale, una prospettiva affrontata molto di rado dagli storici. Analizza il ruolo degli animali nella grande guerra, esplora e descrive le esperienze di cavalli, cani e piccioni “arruolati” nel confitto.

Leggere questo lavoro aiuta a ricordare come molti soldati e generali vivessero allora a stretto contatto con gli animali, cosa che nella nostra moderna concezione di guerra sembra quasi impensabile. La molteplicità di animali utilizzati durante il primo conflitto mondiale è legata a svariate esigenze degli attori umani del conflitto, il fenomeno ebbe proporzioni gigantesche, tanto che la mortalità di cavalli, muli e asini fu impressionante: 11 milioni sono caduti in guerra, per non parlare di piccioni e cani.

Questo pesante bilancio è stato ampiamente trascurato per quale motivo?

“Dopo la fine della guerra i veterani hanno prima festeggiato – dice Baratay – poi dal 1930 è iniziato il processo di cancellazione del ricordo. Questo processo per quanto attiene agli animali è stato rafforzato e accelerato dall’immagine che ci è pervenuta del conflitto. Carri armati, mitragliatrici, treni. L’animale appare come secondario mentre era in realtà fondamentale.”

Lo studio di Baratay è stato molto complesso. Raccontare la storia dalla parte degli animali richiede l’uso di archivi, ovviamente, creati e gestiti dagli uomini, cosa che rende l’indagine quanto mai difficoltosa soprattutto considerando l’epoca in cui si sono svolti i fatti di cui parla specificatamente Baratay, epoca in cui non si era ancora sviluppata in alcun modo l’attenzione verso la questione animale.

“Abbiamo utilizzato lo stesso approccio storico utilizzato dagli studiosi quando si tratta di descrivere la vita dei militari combattenti anche per gli animali, ma negli archivi su questo tema non c’è quasi nulla, sono archivi per lo più amministrativi che non parlano dell’esperienza degli animali. Gli archivi Vincennes francesi, ad esempio, hanno conservato i documenti relativi ai conduttori di cani, alle loro gesta, alle loro medaglie, ma i dati relativi ai cani che li hanno affiancati, sulla loro origine, la loro posizione o smobilitazione, sono scomparsi o non ci sono mai stati”

Per la sua ricerca, Eric Baratay ha fatto quindi affidamento sulla testimonianza diretta di combattenti, diari, lettere o romanzi.

Maurice Genevoix, ad esempio, nella sua raccolta di racconti sulla prima guerra mondiale, parla molto di animali. Molti soldati li citano nei loro diari, spesso lamentando il loro destino, come il cannoniere francese che li descrive come “fratelli minori”. A questo si aggiungono le preziose testimonianze dei veterinari.

I cavalli furono molto utilizzati dalle forze alleate e le perdite sono state altissime.

Con la prosecuzione del conflitto, alla fine del 1914, la Francia iniziò ad acquistarli in Canada, Stati Uniti e Argentina e il trasporto in barca per interminabili traversate atlantiche era estenuante. La Francia non aveva previsto un conflitto così lungo e non si era preparata all’evenienza con accordi specifici sui trasporti.

Un evento a cui inglesi erano meglio preparati rispetto ai francesi: “Avevano imparato la lezione nella guerra anglo-boera, in cui il 60% dei cavalli coinvolti era morto durante il viaggio in Sud Africa”, dice Eric Baratay. Per questo motivo gli inglesi si prepararono all’eventualità e presero accordi che permisero minori perdite.

Per i cavalli, il viaggio era un calvario. Ammucchiati sul ponte esterno a sopportare il freddo e le onde, ammassati in condizioni igieniche terribili. Questa negligenza è stata pagata a caro prezzo dai francesi che persero nel trasporto il 40% dei cavalli contro “solo” il 20% degli inglesi che avevano preventivato l’occorrenza.

Anche nel rapporto con i cani inglesi e francesi dimostrano di essere molto diversi: se questi messaggeri, sentinelle, guardie o bagnini sono per i francesi sei mezzi da utilizzare in massa, gli inglesi ne riconoscono la complessità e individualità e per questo ritroviamo documenti legati al rapporto con gli uomini.”

L’obiettivo dello studio di Baratay è quello di concentrarsi su un tema che solitamente viene considerato secondario. Céline ad esempio descrive le cariche di cavalleria con una certa vividezza: la polvere negli occhi, il suono dei cannoni, cavalieri che non fanno altro che stringersi sulla sella e affidarsi ai cavalli.

Baratay non si dedica solo ai cavalli o ai cani ma ricostruisce la storia di Vaillant, il famoso piccione di Fort Vaux, vicino a Verdun, utilizzato dall’inizio del 1916 per le comunicazioni tra le truppe e il comando.

Quel che colpisce in Baratay è l’utilizzo di un approccio alla storia non canonico, non antropocentrico, che pone l’accento sugli animali anziché sugli uomini in un ambito, la guerra, in cui per antonomasia non c’è spazio per altro se non per la prevaricazione, il sopruso e gli interessi economici.

Il veganismo non è una dieta…

diet - Il veganismo non è una dieta...

Un articolo pubblicato da Laboratorio Antispecista in linea con quanto scritto nel Manifesto Antispecista:

Da un po’ di tempo a questa parte assistiamo a un fenomeno interessante da analizzare, quello della diffusione sempre maggiore, in Italia e nel mondo, di notizie relative all’aumento del numero dei vegani.

Insieme a queste, di conseguenza, si moltiplicano le iniziative ad essi dedicate, le possibilità di trovare cibo consono all’alimentazione prevista etc…

Senza dubbio la tematica ci interessa in prima persona ma siamo convinti che l’argomento possa interessare a tutti, sia chi in qualche modo ha già familiarità con certi concetti sia chi ci si avvicina adesso per la prima volta e che sia prioritario trattarlo.

All’indomani della giornata mondiale vegana, cerchiamo di essere il più chiari possibile una volta per tutte.

Siamo coscienti del fatto che fin dagli albori del nostro attivismo abbiamo sempre puntato ad approfondire questa come altre tematiche quotidianamente, ma riteniamo che sia in questa fase molto utile cercare di farlo nel modo più esplicito e organico possibile cercando di racchiudere in un solo contributo tutti gli argomenti necessari.

Sentiamo oggi spesso parlare di “Stile di vita vegan” riferendosi al veganismo e già da questa espressione è possibile ricavare delle interessantissime riflessioni circa i rilevanti errori concettuali che sempre più spesso vengono commessi a riguardo.

Parlare di veganismo come stile di vita ci pone già davanti a una scelta di campo: il veganismo, sotto questa luce, è visto come una scelta individuale, variabile da persona a persona e conseguente a differenti fattori sociali e non.

Questo approccio, assolutamente autoreferenziale e che di per sé esclude quindi qualsivoglia concretizzazione pubblica (e sì possiamo dire politica) e collettiva restando confinato in una sfera del tutto isolata e individuale senza sfociare in attività di divulgazione, promozione, analisi e rivendicazione, prevede una difesa del proprio stile di vita senza che quello di altri venga minimamente intaccato in quanto a sua volta scelta privata e personale e non prevede soprattutto alcuna analisi o riflessione socio-politica.

Questo è il primo punto che teniamo ad approfondire in quanto vegani etici e lo facciamo ponendovi una domanda: è possibile che una scelta etica che di per sé nasce come critica radicale allo sfruttamento animale, base fondante di quella piramide sociale tanto cara ad Horkheimer, che prevede la tortura, la sofferenza e la morte di miliardi di esseri viventi e la loro riduzione in schiavitù possa essere vista e considerata come una mera questione di scelta personale?

E soprattutto, possiamo quindi concepire e tollerare in quanto tale qualsiasi scelta diversa dalla nostra che sostenga l’intero impianto sociale ed economico che lo sfruttamento sostiene?

Sicuramente per quanto ci riguarda la risposta a entrambe le domande è un secco no.

Proprio per questo non parliamo mai di veganismo come di uno “stile di vita” o tantomeno di una “scelta personale” perché, in quanto vegani etici e ritenendo inaccettabile la base di sfruttamento che caratterizza la nostra società, non prevediamo che esista una forma di “alternativa”, di “scelta”, di “possibilità” o di “compromesso” ma è per noi conseguente a quanto pensiamo il rifiuto di adeguarsi al paradigma del dominio dell’uomo sulle altre specie e viviamo tutti i giorni l’urgenza di esternarlo e renderlo collettivo – questo rifiuto – al fine di un radicale cambiamento sociale.

Siamo lontani dalla legittimazione di qualsivoglia altro impianto teorico e filosofico ed è per questo che non riconosciamo ad alcuno la possibilità di “scegliere” se torturare, privare della libertà, uccidere e sfruttare milioni di animali non umani.

Per noi il veganismo non è uno “stile di vita” ma una vera e propria filosofia all’interno della quale si sviluppano una serie di pratiche quotidiane (sicuramente anche quella alimentare) tutte dirette conseguenze della filosofia antispecista.

Per noi come per ogni vegano etico, il veganismo è una conseguenza di un impianto filosofico strutturato (ascrivibile oggi al concetto di “antispecismo”) e non può in quanto tale essere relegato a una sfera personale o individuale diventando senza dubbio concetto collettivo, sociale e politico.

Da qui, a cascata, una serie di riflessioni circa il nostro antispecismo che abbiamo più volte esternato in attività pubbliche di divulgazione sia a mezzo internet che a mezzo di incontri e conferenze e soprattutto una serie di critiche al fenomeno di massiva diffusione della scelta alimentare vegan a cui stiamo assistendo oggi.

Sappiamo che di certo molti “vegani” saranno stati fino ad oggi entusiasti dell’apparente sempre maggiore consenso che la “scelta vegan” ottiene a livello sociale ma invitiamo tutti ancora una volta a riflettere in modo da aver chiaro sia quel che noi affermiamo sia quanto questa situazione sia di per sé tutt’altro che positiva per un antispecista e vegano etico.

Oggi sempre più catene di distribuzione alimentare trattano prodotti specifici per vegani.

Oggi sempre più attività commerciali si rivolgono a una clientela vegan.

Oggi sempre più iniziative di diffusione di questa “scelta alimentare” si diffondono.

Ma siamo sicuri che queste siano appunto emanazione della “filosofia antispecista/vegana” e che non siano semplicemente manifestazioni di una crescente diffusione dello “stile di vita vegan”?

Noi conosciamo già la risposta e assistiamo a questo fenomeno continuando a seguire la strada dell’antispecismo e del veganismo etico cercando ogni giorno e in occasioni come questa di mettere – come si dice – i puntini sulle i e fare le dovute differenze.

Potremmo citare molti esempi ma partiamo da uno palese, che oramai è sotto gli occhi di tutti: la tendenza a unire automaticamente e acriticamente il concetto di veganismo al concetto di biologico.

Questo legame non è automatico, un vegano etico non è “obbligato” a ricercare necessariamente un cibo certificato biologico.

Al di là di un lungo discorso che potremmo riprendere qui ma che abbiamo mille volte affrontato circa il mondo delle certificazioni attorno al quale girano soldi a palate, la correlazione tra i due concetti non è immediata e soprattutto è rischioso farla in automatico senza porsi dei problemi anche riguardo alla propria partecipazione ad iniziative come fiere del biologico e simili.

Che un vegano giudichi positive addirittura partecipandovi iniziative travisate da divulgative che altro non sono se non contenitori di offerte commerciali indirizzate a una nuova fetta di consumatore in cui coesistono realtà totalmente avulse dalla scelta radicale vegan e considerabili al contrario di questa “nemiche” , lo consideriamo senza dubbio lesivo del vero significato del termine “veganismo” e della filosofia antispecista che, di per sé, è radicale critica al sistema.

Un banco di carni biologiche non è migliore di un banco di carni “normali”.

Che si gioisca perché banchi di un supermercato si riempiono sempre più di prodotti tarati su un target di clientela vegana ci rende oggi più che mai convinti che quel che è primario fare è diffondere sempre più i contenuti radicali della scelta vegan.

La confusione regna sovrana: sempre più spesso il veganismo viene accostato a “diete” come il crudismo o a percorsi alimentari quali l’igienismo o simili, sempre più spesso questo perde il suo contenuto politico e sociale e si depaupera di significato perdendosi in percorsi che invece danno forza a tutti gli elementi che questo combatte e vuole abbattere.

Paradossalmente “si stava meglio quando si stava peggio”, come si suole dire.

Fino a qualche anno fa, quando il veganismo non era un concetto che il Sistema era ancora pronto a riassorbire e fare proprio a suo vantaggio, era assolutamente chiaro il suo carattere politico e, sì, senza dubbio i vegani erano numericamente meno ma senza dubbio il carattere dell’impianto filosofico era più chiaro così come più chiaro era il suo ruolo di spaccatura verso l’esistente.

Oggi invece, che il veganismo dal Sistema è stato commercialmente più che riassorbito, grandi masse di persone hanno creduto di avvicinarvisi in modo corretto non comprendendo invece di stare inferendo colpi di piccone laceranti a un movimento radicale che ad oggi risulta senza dubbio indebolito nei suoi contenuti proprio della sua larga ed errata diffusione.

Quale contributo porta un vegan-igienista alla causa dell’antispecismo?

Quale contributo porta un pasto vegan consumato solo per il piacere del gusto alla critica radicale?

Bisogna tenere gli occhi ben aperti e leggere la realtà attraverso una lente ben funzionante, che sappia cogliere le sfumature più tenui di un fenomeno che rischia ogni giorno di soccombere, ucciso – come già molti movimenti politici dalle grandi potenzialità – proprio dai suoi stessi pseudo attivisti che – in buona o mala fede – lo rendono massivo svuotandolo di contenuti.

Ecco perché nelle nostre attività quotidiane – sia come Laboratorio Antispecista che come Watership Down- uniamo stimoli come questo all’azione di divulgazione e attivismo che operiamo all’interno e all’esterno del luogo fisico Watership, perché i contenuti legati al veganismo e all’antispecista siano sempre presenti per tutti coloro i quali siano pronti a vedere il loro carattere di critica radicale e non si fermino nel loro pensare e nel loro agire allo “stile di vita” e abbiamo sempre rifiutato e sempre rifiuteremo di vendere il veganismo come concetto commerciale, anche a “rischio” di lunghe discussioni che, se anche qualcuno le rifiuta credendo che vegani si nasca o che “l’importante sia che siamo di più”, sono il buono del nostro percorso d’attivismo.

I vegani no, non sono tutti uguali.

Non importa il punto a cui si arriva, ma le premesse da cui si parte e il percorso che si fa.