Tra anima e Animale: una questione di soglie

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Fonte Il Manifesto

­pre più vedo il con­fine messo a divi­dere uomo e ani­male come inti­ma­mente con­nesso a una domanda cru­ciale, ine­lu­di­bile per chi abbia avuto in sorte di vivere dopo la Shoah: come si è arri­vati a pro­gram­mare e attuare l’eliminazione indu­striale di milioni di esseri umani, desti­tuen­doli della pro­pria umanità?

Se la moder­nità ci ha reso cie­chi al dolore, alla sop­pres­sione, al con­sumo e allo smal­ti­mento di esseri viventi pro­dotti e pro­ces­sati indu­strial­mente come cose, se non siamo capaci di rico­no­scere e lasciarci inter­pel­lare dal dolore del vivente, come pos­siamo rispet­tare gli esseri umani? Non si tratta solo di un pen­siero ani­ma­li­sta, ma di un ragio­na­mento pie­na­mente poli­tico che — in bilico tra filo­so­fia e scienza, nella defi­ni­zione di ciò che è “uomo” e ciò che non lo è, di ciò che attiene all’umano e di ciò che se ne disco­sta — ci porta a un nodo essen­ziale che si può rias­su­mere nell’invettiva di Scho­pe­n­hauer con­tro l’esclusione degli ani­mali dall’etica kan­tiana: «Sia dan­nata ogni morale che non vede l’essenziale legame fra tutti gli occhi che guar­dano il sole».

Dalle pagine di Tol­stoj con­tro l’infinito mas­sa­cro com­piuto nei macelli, indie­tro fino al pen­siero greco di Pita­gora ed Empe­do­cle, vediamo che la comu­nanza del vivente ha avuto piena dignità nella rifles­sione teo­rica e poli­tica. Si tratta di una bat­ta­glia cul­tu­rale che va al cuore di ciò che siamo. Una bat­ta­glia che vede sem­pre più donne e uomini ribel­larsi all’idea che la per­sona — ovvero il sog­getto di diritto — vada tute­lata solo nell’appartenenza all’umano. Per­sona è chi è sen­ziente, chi è capace di affetti, chi, con il suo sguardo, ci inter­pella. A dirlo non sono più per­so­naggi dive­nuti icone del paci­fi­smo, come Gan­dhi, o del pen­siero scien­ti­fico, come Ein­stein, ma poli­tici dal pas­sato resi­sten­ziale che non hanno esi­tato a imbrac­ciare le armi con­tro le dit­ta­ture, come l’attuale pre­si­dente dell’Uruguay Pepe Mujica, ex tupa­maro, che ha appena intro­dotto un decreto legge volto a punire anche con il car­cere imme­diato chi attenta alle cin­que libertà basi­lari dell’animale: la libertà dalla fame e dalla sete, la libertà dal dolore, dalla sof­fe­renza e dalla malat­tia, la libertà dalla paura e dall’angoscia, la libertà di espri­mere una con­dotta nor­male, la libertà dalla costrizione.

Met­tere il rispetto per l’animale e per tutto il vivente al cen­tro dell’agenda poli­tica ha con­se­guenze rivo­lu­zio­na­rie, in ter­mini eco­no­mici, etici, edu­ca­tivi, eco­lo­gici. Com­porta uno spo­sta­mento nelle pra­ti­che quo­ti­diane, nell’alimentazione, nella spe­ri­men­ta­zione scien­ti­fica, nel rigetto della cru­deltà, nell’abbracciare ciò che vive fuori dalle cate­go­riz­za­zioni e dalle gerar­chie che la nostra cul­tura ci ha impo­sto nomi­nan­dole come natura, e che sono invece espres­sione di dominio.

La soglia messa a sepa­rare l’uomo dall’animale è fria­bile, e l’uomo può essere facil­mente respinto verso l’animale (o, per meglio dire, verso il con­cetto, l’astrazione, lo stigma con­te­nuto nella parola “ani­male”); verso il “sot­touomo”, l’Unter­men­sch.

Nella pro­pa­ganda dei regimi, la costru­zione del nemico — e dun­que la pos­si­bi­lità della sua eli­mi­na­zione fisica — viene attuata con la desti­tu­zione di uma­nità impli­cita nel nomi­nare l’altro come ani­male. Nell’iconografia nazi­sta gli ebrei sono topi, paras­siti da disin­fe­stare; in Ruanda, negli inci­ta­menti allo ster­mi­nio fatti dagli hutu, i tutsi erano sca­ra­faggi. Gli esempi sono infi­niti, e sarebbe inte­res­sante inter­ro­gare l’indifferenza all’animale che alberga nelle meta­fore, nelle simi­li­tu­dini, nelle imma­gini che usiamo comu­ne­mente.
Si dice «andare come pecore al macello» per inten­dere per­sone imbelli e in fondo col­pe­voli della pro­pria sorte; se però guar­das­simo alle pecore come a esseri dotati di sguardo, di volto, una simile imma­gine diven­te­rebbe impos­si­bile. La lezione di Lévi­nas sul volto come fon­da­mento dell’etica potrebbe allora inve­stire il vivente, o almeno varie soglie di pros­si­mità del vivente. Forse è pro­prio il nostro negare un volto all’animale, il nostro attri­buirlo solo all’umano — un umano con­trat­ta­bile, dal quale esclu­dere di volta in volta i malati di mente, gli “aso­ciali”, gli omo­ses­suali e tutte le cate­go­rie via via con­si­de­rate inu­tili o dan­nose — a fon­dare l’indifferenza che per­mette gli stermini.

Robert Antelme, nel radi­cale azze­ra­mento di ogni con­cetto del “bene e del bello” fatto nella sua pri­gio­nia ad Ausch­witz, par­lava dell’«eterno movi­mento del disprezzo» come vora­gine della nostra cul­tura: credo che cominci dal disprezzo dell’animale. Ed è da qui che occorre rifon­dare la nostra poli­tica come inclusione.

Daniela Padoan

Il gossip degli anti-animalisti

Fonte: http://ilmanifesto.it/il-gossip-degli-anti-animalisti/

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Editoriale de Il Manifesto – 1 gennaio 2014
Il gossip degli anti-animalisti
di Annamaria Rivera

Come pre­messa, occorre dire che il caso di «Cate­rina e la vivi­se­zione» si con­fi­gura come uno scan­dalo mon­tato ad arte. Si potrebbe sospet­tare che sia una sorta di ritor­sione per la vit­to­ria otte­nuta con la chiu­sura di Green Hill, dopo anni di lotte, repres­sione e mani­fe­sta­zioni, anche di massa. Ricor­diamo che a metà luglio il mostruoso alle­va­mento di cani bea­gle, desti­nati a espe­ri­menti di ogni genere in tutta Europa, con sede a Mon­ti­chiari, di pro­prietà della mul­ti­na­zio­nale Usa Mar­shall Farms Inc., è stato chiuso dalla magi­stra­tura, che ha incri­mi­nato i ver­tici dell’azienda.

Per ispi­ra­zione, come sem­bra, d’interessi assai cor­posi, il caso della stu­den­tessa gra­ve­mente malata, insul­tata in rete dagli imman­ca­bili men­te­catti per aver difeso la spe­ri­men­ta­zione su ani­mali, è stato arti­fi­cio­sa­mente gon­fiato dai media di ogni ten­denza, che ne hanno stra­volto il senso e le pro­por­zioni reali, ridu­cen­dolo a gos­sip da vacanze di Natale. Nel corso di que­sta bla­te­ra­zione scan­da­li­stica, che parte da un pre­sup­po­sto indi­mo­stra­bile – gli autori degli insulti vir­tuali sareb­bero rap­pre­sen­ta­tivi dell’«animalismo»- si sono perse den­sità e pro­fon­dità dei dilemmi e della stessa ela­bo­ra­zione teo­rica dell’antispecismo. La quale ha ante­ce­denti assai illu­stri: fra tutti basta citare la Scuola di Francoforte.

Pochi sono stati finora i com­menti, da parte non anti­spe­ci­sta, che si siano misu­rati con la com­ples­sità della que­stione. Si sa, è tipi­ca­mente ita­liano pren­dere la parola pub­bli­ca­mente su qual­siasi tema – e su que­sto più che su altri — pur non aven­done alcuna competenza.

Come pro­to­tipo del genere di arti­coli che si pre­ten­dono colti ed equi­di­stanti, ma che scon­tano una cono­scenza appros­si­ma­tiva del dibat­tito anti­spe­ci­sta e non solo, assu­miamo quello del teo­logo Vito Man­cuso: Sull’“antinaturalismo” degli ani­ma­li­sti, apparso il 29 dicem­bre scorso su La Repub­blica e ripreso nella prima pagina di Micro­Mega online.

Per comin­ciare: Man­cuso dà per scon­tato che a insul­tare Cate­rina Simon­sen siano stati «gli ani­ma­li­sti», men­tre la sola cosa certa è che sono espo­nenti della vasta cate­go­ria di imbe­cilli che, gra­zie alla vol­ga­rità dila­gante e alla caduta dei freni ini­bi­tori indotta dalla rete, vomi­tano insulti con­tro chicchessia.

Non solo: il teo­logo si rivela alquanto ignaro degli orien­ta­menti, teo­rie, dibat­titi che attra­ver­sano il mondo, assai ete­ro­ge­neo, degli inte­res­sati alla sorte dei non umani. Così che, non distin­guendo tra zoo­fili, ani­ma­li­sti, anti­spe­ci­sti, infila tutti nel mede­simo cal­de­rone. Dà per scon­tato, per esem­pio, che ad acco­mu­nare gli «ani­ma­li­sti» sia il fatto di «volere per gli ani­mali gli stessi diritti dell’uomo». E invece vi è una cor­rente anti­spe­ci­sta, per­lo­più d’ispirazione anti­ca­pi­ta­li­sta, mar­xi­sta e/o liber­ta­ria, che rifiuta di par­lare di diritti ani­mali e pone l’accento sui pro­cessi di libe­ra­zione, riguar­danti umani e non umani.

Inol­tre, Man­cuso attri­bui­sce abu­si­va­mente agli «ani­ma­li­sti», quale tema etico fon­da­men­tale che li carat­te­riz­ze­rebbe, la que­stione violenza/nonviolenza: dilemma serio, ma che, almeno in que­sto arti­colo, è trat­tato in modo discu­ti­bile, pro­iet­tando sugli altri – gli «ani­ma­li­sti»- una que­stione che è sì cen­trale, ma anzi­tutto nel suo pen­siero. Di con­se­guenza, egli assi­mila, quali vit­time della vio­lenza umana, patate, cipolle, bat­teri, topi e pri­mati (gli ultimi due non nomi­nati espli­ci­ta­mente, ma la spe­ri­men­ta­zione ani­male, si sa, ha loro tra le vit­time principali).

In realtà, se il teo­logo si fosse con­fron­tato con qual­che buon sag­gio, non neces­sa­ria­mente anti­spe­ci­sta in senso stretto – per esem­pio, con L’animale che dun­que sono di Jac­ques Der­rida -, saprebbe quali siano le domande prin­ci­pali: gli altri ani­mali sono capaci di gioire, sof­frire, com­pren­dere? Non sono forse delle sin­go­la­rità irriducibili?

Altret­tanto con­ven­zio­nale è la con­ce­zione man­cu­siana dei non umani. Non per caso egli, tra tutti i filo­sofi che, almeno a par­tire da Mon­tai­gne, si sono posti la que­stione, cita pro­prio e solo Kant: ovvero colui del quale Theo­dor W. Adorno ha cri­ti­cato l’odio e l’avversione per gli ani­mali, e la morale priva di com­pas­sione o commiserazione.

Tra i tanti pas­saggi di que­sto arti­colo impron­tati al senso comune, la frase «A parte quella umana, nes­suna spe­cie ces­serà mai di seguire l’istinto sotto cui è nata» appare non troppo degna di uno scritto che si pre­tende colto. Da lungo tempo stu­diosi in vari campi, com­presi gli eto­logi, hanno messo in discus­sione la nozione di istinto, ammet­tendo che nume­rose spe­cie ani­mali pos­sie­dano intel­li­genza, sen­si­bi­lità, inten­zio­na­lità, sin­go­la­rità, capa­cità di sim­bo­liz­za­zione e di empa­tia, non­ché cul­tura: inten­dendo come ele­mento minimo basi­lare di quest’ultima l’attitudine a ela­bo­rare solu­zioni dif­fe­ren­ziate per risol­vere uno stesso pro­blema nel mede­simo ambiente.

Inol­tre, l’affermazione di Man­cuso «L’uomo al con­tra­rio [degli altri ani­mali] ha impa­rato a poco a poco a esten­dere gli ideali di giu­sti­zia a tutti gli esseri umani, com­presi quelli dalla pelle diversa» è con­trad­dit­to­ria oppure è il frutto di un grave lap­sus. Egli, infatti, col­loca que­sta frase dopo un pas­sag­gio nel quale scrive: «nes­suna spe­cie ani­male esten­derà mai alle altre spe­cie i diritti di supre­ma­zia che la natura lungo la sequenza della sele­zione natu­rale le ha con­cesso». Forse che gli esseri umani «dalla pelle diversa» (diversa da chi?) appar­ten­gono a una fami­glia altra da quella di Homo Sapiens? En pas­sant, aggiun­giamo che il teo­logo sem­bra igno­rare che certi pri­mati, in par­ti­co­lare i bonobo stu­diati da Frans de Waal, cono­scono sen­ti­menti e com­por­ta­menti quali altrui­smo, com­pas­sione, empa­tia, gen­ti­lezza, pazienza, sen­si­bi­lità, per­fino mora­lità, estesi anche al di là della loro specie.

In sostanza, Man­cuso ripro­pone come uni­ver­sale la vec­chia dico­to­mia natura/cultura, tipi­ca­mente occi­den­ta­lo­cen­trica, sco­no­sciuta a tanta parte dell’umanità, che ha ela­bo­rato, invece, onto­lo­gie e cosmo­lo­gie fon­date sul para­digma della con­ti­nuità. Que­sta dico­to­mia è stata abi­tual­mente arti­co­lata in fun­zione di una serie di anti­tesi com­ple­men­tari quali innato/acquisito, eredità/ambiente, istinto/intelligenza, spontaneo/artificiale: oppo­si­zioni arbi­tra­rie, che discen­dono da un’ideologia legata a una forma pecu­liare di razio­na­lità — quella stru­men­tale — che rara­mente si è inter­ro­gata o ha messo in que­stione il pro­prio arbi­trio o la pro­pria parzialità.

E’ pro­prio la razio­na­lità stru­men­tale — figlia del cogito car­te­siano, a sua volta erede della «filia­zione giudaico-cristiana, dun­que sacri­fi­ca­li­sta» — che pro­duce oggi un livello tale di assog­get­ta­mento e mer­ci­fi­ca­zione dei non umani che, per citare ancora Der­rida, «qual­cuno potrebbe para­go­narli ai peg­giori genocidi».

Prosciutti falsi e Maiali veri. Il lato perverso della difesa del made in Italy

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“Smarter Than Your Dog”

Prosciutti falsi e maiali veri. Il lato perverso della difesa del made in Italy

Ora che si è spenta la protesta della Coldiretti contro “i falsi prosciutti”, provo a proporre un punto di vista che non sia ottusamente specista come quello che è prevalso, unanime, in occasione delle due manifestazioni di coltivatori e allevatori: il 4 dicembre al valico del Brennero e il giorno dopo davanti a Montecitorio.

Per la Coldiretti, per gran parte dei giornali, per lo stesso Carlo Petrini di Slow Food (v. intervista sul manifesto del 5 dicembre), non v’è dubbio che i maiali siano materia prima al pari dei minerali, dei metalli, del legname o, se vogliamo, delle spighe di grano. Che appartengano, insomma, alla categoria del grezzo originario, per usare una formula sinonimica.

Continuano a esserlo anche allorché, nel corso della manifestazione in piazza Montecitorio, compaiono, vivi e vegeti, otto “porcellini” portati dagli allevatori per offrirli “provocatoriamente” in adozione alle istituzioni. Qui la materia prima diviene degna non solo del vezzeggiativo, ma anche di carezze –si tratta pur sempre di cuccioli- da parte degli stessi della Coldiretti. Perfino d’essere adottata, sebbene, dobbiamo ammetterlo, sia raro che si adotti un essere vivente al fine di massacrarlo.

La schizofrenia si materializza oscenamente quando, a poca distanza dagli otto lattonzoli -disorientati, intirizziti, forse terrorizzati- dal palco vengono mostrate cosce di maiale “contraffatte” in quanto made in Germany. Come a consolare i maialini: sì, è il destino che vi attende, ma siate orgogliosi, voi che diventerete invece autentici prosciutti made in Italy.

E’ questo il solo scandalo: che non si sappia da dove venga la merce e dove sia prodotta. Scandaloso non è che, in Italia come altrove, animali tra i più intelligenti, sensibili, evoluti, con competenze nel gioco superiori a quelle di un bambino di tre anni, siano spesso allevati in condizioni da lager, sottoposti a sevizie e torture, infine appesi a testa in giù e sgozzati: in alcuni casi ancora coscienti non solo durante il dissanguamento, ma anche allorché vengono immersi in vasche di acqua bollente per essere spellati più facilmente. http://vimeo.com/40645777 Di che indignarsi? E’ la logica della catena di smontaggio, bellezza: il ritmo è talmente frenetico che non si può certo andare per il sottile.

Lo stesso giorno in cui riferiva della manifestazione davanti a Montecitorio, Repubblica.it ospitava un servizio dai toni patetici, corredato con foto commoventi, sulla tragica sorte del maialino Ettore: sfuggito alla donna che si prendeva cura di lui come di altri pets (Ettore coabitava con dei cani), le viene restituito, tagliato a pezzi, da una squadra di vigili del fuoco che intendeva farne banchetto, dopo averlo, si dice, anche catturato e ucciso.

Se si prova a ragionare secondo logica ed etica, la domanda sorge ovvia: forse che il misfatto dei pompieri è più grave di quello di un qualsiasi allevatore di suini o produttore di salumi? In realtà, se si esercita senso critico, apparirà paradossale che individui appartenenti alla famiglia del Sus domesticus possano essere oggetto di attenzione, finanche di affetto –e allora sono “maialini” o “porcellini”- ma solo fino a che non sono catturati dal meccanismo della produzione e del mercato, che li trasforma in materia prima e in merce. E’ la conferma della teoria marxiana del feticismo delle merci, il quale non è solo personificazione delle cose, ma anche reificazione dei viventi.

Come mai questa riflessione è estranea anche alle penne meno grezze? Come mai Slow Food, interessata per vocazione alla prospettiva del bioetico, del sinergico, della sostenibilità, non se ne lascia sfiorare? E come mai neanche un cenno alle dure condizioni di lavoro e sfruttamento degli operai, in molti casi immigrati, che lavorano nel settore dell’allevamento o alla catena di smontaggio degli animali da macello oppure alla trasformazione della “materia prima” in salumi? Per fare un solo esempio, il 30 agosto di quest’anno, Mario Orlando, operaio nel salumificio Scarlino di Taurisano (Lecce), finì i suoi giorni stritolato da un’impastatrice.

Come un qualsiasi maiale.

E’ vero, l’agroalimentare è un settore che risente pesantemente della crisi economica. Secondo una ricerca della Coldiretti, in Italia sono state chiuse quasi 140mila fra stalle e aziende, anche a causa della concorrenza sleale “dei prodotti importati dall’estero e spacciati per made in Italy”.

Ma non sarà che le difficoltà a fronteggiare la crisi siano dovute anche a scarsa capacità d’innovazione?

Com’è noto, nei paesi occidentali, perfino negli Stati Uniti, il consumo di carne è in netta regressione. Cambiano gli stili alimentari, non solo a causa della crisi, e progressivamente si afferma il costume di mangiare vegetariano o vegano. Anche per questo il mercato va restringendosi. E spesso per ridurre i costi di produzione s’intensifica lo sfruttamento dei lavoratori, fino all’instaurazione di rapporti di tipo servile, se non schiavile.

E allora a risolvere il problema non basta la richiesta di un’efficace normativa sulla tracciabilità dei prodotti alimentari. Si dovrebbe guardare lontano, essere capaci di un radicale cambiamento di prospettiva così da concepire produzioni che salvaguardino la vita di umani e non umani.

Si sa: per mantenere gli allevamenti industriali, si utilizza più della metà dei cereali e della soia che si producono nel mondo, sottraendola a popolazioni sottoalimentate o ridotte alla fame (almeno un miliardo di persone). Ammettere che gli animali non umani non sono materie prime o merci, bensì soggetti di vita senziente, emotiva e cognitiva, significa anche porsi nella direzione di un progetto economico, sociale e culturale che abbia come cardini la sobrietà, la redistribuzione delle risorse su scala mondiale, l’uguaglianza economica e sociale, in definitiva il superamento dell’ordine capitalistico.

Annamaria Rivera, da il manifesto

(11 dicembre 2013)

Nell’industria della carne un perno del sistema capitalista

Ottimo articolo di Massimo Filippi su Il Manifesto: http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20120228/manip2pg/10/manip2pz/318757/manip2r1/massimo%20filippi/

Nell’industria della carne un perno del sistema capitalista

Libri come il recente testo di Pierangelo Dacrema o come «Tauroetica», di Fernando Savater, da poco uscito per Laterza, dimostrano che finalmente la questione animale comincia ad acquisire una certa visibilità sociale

Il 16 febbraio scorso è comparsa su questo giornale, firmata da Marco Dotti, una recensione di Fumo bevo e mangio molta carne! (Excelsior 1881, 2011), pamphlet di Pierangelo Dacrema contro «talebani della salute, ciarlatani dell’ambientalismo e animalisti demagoghi». Il pezzo di Dotti – che enfatizza il coté anti-animalista del libro di cui parla – ci ha sconcertati, e non solo per il tono sprezzante e derisorio verso chiunque problematizzi la questione animale, a cominciare da Jonathan Safran Foer, bersaglio dei due. Sulla scia di Dacrema (il cui pamphlet contiene una lettera aperta a Foer), Dotti accusa, infatti, l’autore di Se niente importa (Guanda 2010) – definito un «lezioso marchingegno», sebbene «di forte impatto emotivo» – di aver plagiato schiere di lettori, instillando loro «il veleno» di «sensi di colpa e retropensieri». E arriva a rimproverare giusto a Foer, che dallo Sterminio nazista prende le mosse, d’essere uno cui «interessa molto la bestia, ben poco l’uomo».
Dopo aver biasimato lo scrittore newyorkese anche per l’autobiografismo – «il racconto del cibo kosher di sua nonna» -, Dotti utilizza uno spazio ampio del giornale (nostro bene comune) per parlarci dei gusti gastronomici suoi e di Dacrema, delle loro piccole storie, delle loro «passioni ed economie tristi». Tutto questo, per occultare, in definitiva, la grande storia che si nasconde dietro lo sfruttamento della vita animale, storia che non si può negare sia anche quella umana, a meno che non si condividano visioni del mondo di tipo trascendente oppure il vitalismo d’antan cui sembra indulgere il recensore: dovremmo essere noi a sghignazzare di passaggi dell’articolo quali «il dramma dell’infinita crudeltà e dell’infinita dolcezza della vita» o, peggio, «Spegnere una vita animale (…) è un gesto impegnativo ma la libertà è impegnativa e difficile». Insomma, la vecchia solfa necrofila secondo cui la libertà in fondo è anche libertà di uccidere. Per non parlare dell’utilizzo della tipica quanto risibile reductio ad absurdum da uomo della strada: quella che passa, a piè pari, da mucche e maiali a «lombrichi» e «amebe».
Siamo sconcertati non tanto perché vegetariani – perciò, secondo Dotti, fanatici «missionari armati di buoni argomenti pronti a evangelizzare schiere di dubbiosi carnivori»; ben più perché soggetti politici, consapevoli che la questione animale è faccenda squisitamente politica.
Ma siamo anche in qualche modo compiaciuti. Perché ci pare che il libro di Dacrema e la recensione di Dotti, come altri scritti di recente pubblicazione (per esempio, Tauroetica di Fernando Savater, Laterza 2012), testimonino che la questione animale ha acquisito una certa visibilità sociale. È allora, infatti, che intervengono le forze del potere, come ci ha insegnato Foucault, non per censurare temi scomodi, ma per produrre un discorso che li addomestichi, per inquadrarli in un sapere che difenda lo status quo. In questo senso, è sintomatico che Dotti sorvoli allegramente su due «dettagli»: Pierangelo Dacrema, bocconiano (un altro!), oggi docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria, incarna un perfetto conflitto d’interessi, essendo egli parte attiva dell’Associazione italiana allevatori, quindi difensore degli allevamenti industriali; la prefazione a Fumo bevo e mangio molta carne! è firmata da Jody Vender, finanziere milanese di successo negli anni dell’ascesa berlusconiana, che è stato anche professore di Dacrema alla Bocconi.
Altrettanto allegramente, Dotti ignora o finge di ignorare l’ormai lunga e profonda elaborazione politica antispecista, a partire da autori marxisti, quelli della Scuola di Francoforte, o «libertari» come Derrida. Singolare è poi che dimentichi che l’industria della carne è uno dei perni del sistema capitalista: gli è mai venuto in mente che «capitalismo» deriva da caput, cioè «capo di bestiame», la prima forma di beni mobili prodotti dalla società classista e gerarchica in cui tuttora viviamo?
L’apologia di Dotti in favore di Dacrema potrebbe avere qualche credibilità se si potesse dimostrare che gli animali sono cose o enti assimilabili alle cose. Solo in tal caso, infatti, azioni così disparate come «fumare», «bere» e «mangiar carne» potrebbero rientrare legittimamente nella medesima categoria della libertà di scelta o dei gusti personali. Solo se gli animali fossero cose, abitudini potenzialmente auto-lesive quali fumare e bere (ma ognuno è libero di decidere come vivere e morire: in ciò concordiamo con Dotti) potrebbero essere accostate ad azioni che sottraggono la vita ad altri o comunque ne esigono la morte.
Solo se gli animali fossero cose, si potrebbe affermare che mangiarli è una questione di libertà. Se non sono cose, mangiarli significa, all’opposto, privare loro della libertà. Come ci insegnano un’infinità di dati scientifici, gli animali non sono cose. O Dotti è a conoscenza di dati che non conosciamo? Se sì, ce li fornisca: potremmo tornare, anche noi, a essere carnivori. Ma che sia convincente, questa volta, che si assuma l’onere della prova, che sia razionale, che non sia «emotivo» come suppone siano i vegetariani e, soprattutto, che ci dica che fare del materialismo e di tutta l’elaborazione delle scienze biologiche da Darwin in poi.
Se gli animali non sono cose e condividono con noi alcuni interessi fondamentali come quelli alla vita e alla non-sofferenza, allora la visione di Dacrema-Dotti s’incammina per una china pericolosa. Dove finisce, infatti, la loro strana idea di libertà? Cosa diremmo se un imprenditore – di questi tempi non è solo un paradosso – affermasse: «Fumo, bevo e sfrutto al massimo i miei operai»? O se un leghista dicesse: «Fumo, bevo e do la caccia ai clandestini»? In altri termini, argomentati da una copiosa letteratura, finché continueremo a pensare secondo dicotomie binarie e gerarchizzanti, in cui l’animale funziona come referente negativo cui assimilare chi, di volta in volta, deve essere oppresso o eliminato, non usciremo mai dalla logica dello sterminio, come la storia tragicamente ci insegna.
Equiparando le conoscenze acquisite sul campo da Foer e da Dacrema, Dotti ci propone una bizzarra idea del testimone: chi sta dalla parte delle vittime è testimone al pari di chi sta dalla parte dei carnefici. Siamo davvero disposti a considerare equivalenti la testimonianza di Primo Levi e quella di Eichmann sui campi di sterminio oppure la testimonianza di Riina e di Falcone e Borsellino sulla mafia? Infine, l’idea di libertà di Dotti non è «impegnativa e difficile», ma bislacca, appunto. Non è un «aprirsi sul vuoto», ma il risultato del vuoto della sua presunta apertura. Che significa che «pur ammazzandoli (gli animali), speriamo che questo non sia privo di senso»? Che cosa è questo senso, se non il nonsenso della soddisfazione dei sensi dell’autore? Che vuol dire «mangiamo carne perché siamo mortali e fallibili»? Forse che aspiriamo a una presunta immortalità spirituale dell’uomo-bianco-maschio-eterossessuale-carnivoro ai danni e grazie ai corpi degli altri? Non sarebbe forse più ragionevole sostenere il contrario, cioè che proprio in quanto mortali e fallibili scegliamo concatenamenti produttivi di vita e non la logica del risentimento o l’illusione dell’aldilà?
Nei Saggi, Montaigne racconta quasi in diretta l’incontro tra i primi colonizzatori europei e i «selvaggi» d’oltreoceano. Tra le altre cose, riporta le parole di una canzone di uno di loro fatto prigioniero, dopo una guerra, dai membri di un’altra tribù. In questa canzone, il prigioniero, sfidandoli, invita i suoi carcerieri a farsi avanti per mangiarlo, cibandosi in tal modo della carne dei «loro padri e (dei) loro avi» che, in precedenza, a loro volta catturati, avevano «servito di alimento e nutrimento al suo corpo»: «Questi muscoli (…), questa carne e queste vene sono i vostri, poveri pazzi che siete; voi non vi accorgete che dentro c’è ancora la sostanza delle membra dei vostri antenati: assaporateli bene; vi troverete il sapore della vostra propria carne».
Se un tempo l’uomo era un animale, se una volta l’uomo si è costituito escludendo l’altro animale e se l’uomo e l’animale, a ben pensarci, sono indissociabili, allora la critica al soggetto carnivoro è anche un ammonimento contro l’autofagia «di un sistema economico che in sé delira» (per citare Dotti), le cui conseguenze, oggi come mai prima, sono testimoniate dalla crisi globale del sistema economico-finanziario e dal disastro ecologico, forse irreversibile, dell’intero pianeta.