I muri da abbattere

Il Coordinamento Fermare Greenhill ha indetto, per il 28 aprile 2017, un presidio di solidarietà per le cinque persone umane attiviste sotto processo per l’occupazione dello stabulario della facoltà di Farmacologia dell’Università Statale di Milano avvenuta il 20 aprile 2013.
Il presidio di solidarietà in questo specifico caso non solo è opportuno per dimostrare vicinanza e sostegno nei confronti di chi subirà il processo, ma è da ritenersi necessario per ristabilire un minimo di chiarezza all’interno del variegato e frastornato mondo animalista e antispecista nostrano. I fatti del 20 aprile 2013 hanno rappresentato probabilmente l’azione più eclatante e importante dal punto di vista politico di tutta la recente storia del liberazionismo italiano, le ricadute in ambito animalista e antispecista – ma non solo – sarebbero dovute essere enormi, in realtà purtroppo non è accaduto assolutamente nulla. Il problema è che ben poche/i ne hanno compresa l’effettiva portata, mentre molte/i hanno volutamente ignorato o minimizzato l’accaduto per motivi che esulano la lotta antispecista. Lo scalpore causato dalla liberazione dei Cani prigionieri nel lager di Green Hill è stato, infatti, enormemente maggiore rispetto a quello sollevato dall’occupazione dello stabulario di Farmacologia e questo per numerosi motivi tra i quali è opportuno sottolineare:

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Processo Green Hill: pesanti richieste di condanna per chi liberò i Cani

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Il 21 settembre si è svolta l’udienza che vede 13 persone imputate di vari reati per la liberazione dei Cani del 28 aprile 2012 a Green Hill. In tale occasione il PM ha avanzato le sue richieste di pena.

Per riassumere la situazione il gruppo dei 13 imputati lo si può suddividere approssimativamente in 2 categorie.

La prima: riguarda le persone che sono fisicamente entrate scavalcando la rete e si sono introdotte nei capannoni portando fuori alcuni Cani e consegnandoli a chi era fuori. Queste persone sono accusate di furto aggravato. Questa categoria è quella per cui il PM ha avanzato richieste di pena più lievi che si aggirano dagli 8 mesi all’anno, con l’applicazione dei benefici di legge.  Continua a leggere

Quel 28 aprile 2012 a Montichiari: cronaca di una liberazione

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Fonte Veganzetta

Fabio Serrozzi è una delle persone che il 28 aprile 2012 entrò nei capannoni del lager di Green Hill a Montichiari (BS) per liberare i Cani che vi erano rinchiusi. Per tale azione èstato fermato e arrestato ed ora è uno degli imputati al processo che si sta celebrando a Brescia.
A distanza di più di tre anni Fabio ha voluto scrivere per Veganzetta la sua testimonianza come attivista liberazionista, per ripercorrere – e condividere con chi legge –
la sua versione dei fatti di quella storica giornata che ha segnato un punto di svolta fondamentale per la lotta per la liberazione animale in Italia. Grazie Fabio.
Buona lettura.

Montichiari, 28 aprile 2012

Il corteo parte dal parcheggio del Palasport. Il percorso non prevede il passaggio davanti l’allevamento, ma solo ai piedi della collina sulla quale si trova.. Quando arriviamo alla rotonda che porta alla tangenziale (a sinistra) il corteo procede regolarmente dritto. Io sono a metà corteo circa. Qualcuno suggerisce di tagliare a sinistra, di invadere e bloccare la tangenziale: un modo per renderci più visibili, nessun ascolta, il corteo seguita dritto. Arriviamo nella zona industriale, sotto la collina di Green Hill. Un gruppo – a metà corteo circa – si stacca e inizia a salire verso l’allevamento. Mi unisco a loro. Attraversiamo dei campi (alcuni sono coltivati a grano), arriviamo alla stradina che fronteggia la recinzione dell’allevamento La polizia, colta di sorpresa per la nostra deviazione, ci raggiunge. La gente si sparpaglia nel campo di fronte la strada che porta agli uffici, lungo la stradina di fronte alla recinzione, sotto il viale alberato che, passando davanti agli uffici, porta delle case dei contadini nei pressi. Ci sono i poliziotti ora: io sono nella stradina. Un poliziotto in borghese della Digos mi intima di fermarmi (scoprirò poi che si tratta di un dirigente). Io dico che non sto facendo niente di male, lui mi ripete di fermarmi… Rispondo che la strada non è privata. Lui ordina a un poliziotto e un collega in borghese di controllare i miei documenti; io chiedo spiegazioni e lui mi consiglia di non fare storie, affermando che è meglio per me se non me lo faccio chiedere una seconda volta. Senza rispondere fornisco i documenti. Nel frattempo giunge, percorrendo la strada dove mi trovo, una monovolume con al volante una donna di circa 35-40 anni di età che impreca visibilmente infastidita dai manifestanti; i poliziotti le dicono che è meglio meglio per lei uscire dal retro dell’allevamento, lei – sempre imprecando – fa manovra e si avvia verso il retro della struttura.

Ripresomi i documenti mi incammino per la stradina verso le case dei contadini: direzione uffici. C’è altra gente con me, e altre persone che giungono dal campo. La situazione sta palesemente sfuggendo al controllo dei poliziotti, tanto che ricevo un ulteriore alt, sempre dallo stesso dirigente della Digos: “quello coi ricciolini mi ha rotto le scatole, prendilo e portalo via”, dice a un suo collega riferendosi a me. In quel momento però l’attenzione della polizia si sposta su un tafferuglio scoppiato tra i contadini che abitano un casolare di fianco all’allevamento e alcuni attivisti, ancora una volta posso continuare per la mia strada. Intanto molta gente si è accalcata davanti agli uffici. Un ragazzo prende una transenna da lavori stradali – messa insieme ad altre davanti alla recinzione degli uffici – e la solleva fino ad appoggiarla al cancello d’ingresso. La transenna diviene una sorta di scala dove lui, e altre 6 o 7 persone salgono per scavalcare la recinzione. Arriva la polizia e gli agenti si posizionano davanti alla transenna per evitare che altre persone entrino. Intanto la gente continua con i cori. Tra la folla si sparge la voce che hanno fermato delle persone all’interno dei capannoni e le stanno portando fuori dal cancello secondario, che rispetto alla salita dalla collina si trova sulla destra della stradina che conduce agli uffici. Decido di spostarmi in quella zona, vedo la gente concentrata davanti agli uffici protetti da alcuni agenti che, a giudicare dalle divise, dovrebbero essere della forestale. Non vedendo arrivare altre persone, ripercorro il viale cercando di capire cosa fare.
Giunto davanti all’ingresso secondario dell’allevamento vedo alcuni ragazzi che si avvicinano alla rete. Uno di loro la scavalca e si dirige verso il portone di un capannone. Lo apre con estrema facilità, senza forzarlo, come se fosse già aperto già. Non ci sono poliziotti in giro. Entra e in breve esce con un Cane… poi rientra, altri cuccioli…. Intanto inizia ad arrivare altra gente con la palese intenzione di fare delle fotografie. I ragazzi che sono entrati iniziano a urlare: “non fate foto, non fate foto!”.

C’è un buco nella rete, non so chi l’ha fatto, non penso i ragazzi entrati del capannone perché hanno scavalcato, non sono quindi al corrente della presenza del buco nella rete che altrimenti avrebbero utilizzato. Decido si sfruttare l’occasione che mi si presenta e di entrare, altre persone entrano nello stabile con me… La polizia sta arrivando. Alla porta d’ingresso del capannone vedo che ci sono delle persone dentro compresi dei poliziotti che non intervengono. Entro nel capannone. Vedo un corridoio, e una serie di celle in fila, in ciascuna delle quali c’è una mamma e 6 o7 cuccioli. Non abbaiano, sento però abbaiare in lontananza. Loro però non emettono suoni, non sembrano nemmeno provare paura. C’è puzza di escrementi. In terra poca segatura (o qualcosa di simile) e nessuna ciotola. Il cancello delle celle si apre facilmente, è privo di lucchetto: ha solo una levetta. Apro una gabbia e prendo un cucciolo. Sulla porta c’è il dirigente della DIGOS che sta entrando e altri poliziotti. Le persone passano loro accanto, ma nessuna viene fermata. Mi metto il cucciolo nella maglietta e esco, penso che la polizia mi fermi, nessuno però fa nulla. Esco quindi fuori correndo verso la recinzione: sono emozionatissimo. Vedo molta gente che fa la spola dalla rete ai capannoni. Passato il cucciolo sopra la rete a qualcuno che mi dice “dallo a me, te lo ridò dopo”… Non lo rivedrò. Aiuto a passare altri cuccioli e mamme che la gente porta fuori ma che non riesce a far passare dalla rete. Le mamme sono pesanti: hanno molto latte e uno strano odore, cattivo secondo me… Su una di loro, alzandola, noto una cicatrice che parte dalla base del collo e finisce lungo l’addome.

Rientrato nel capannone prendo altri cuccioli e due mamme. I poliziotti continuano a dirci di smettere, perché ne abbiamo già portati via un bel po, ma non chiudono il portone, eppure sarebbe molto semplice farlo e bloccare tutto. Nulla! Esco, passo i Cani a persone che conosco e rientro. Stavolta però il capannone viene chiuso. Mi avvicino con altre persone a un’altra recinzione più in alto e attendo. Alcune persone incitano chi manifesta fuori a entrare, ma la gente applaude soltanto, pochi entrano. Hanno paura.

Davanti a me c’è un carabiniere, mi dice di uscire e tornare indietro, ma io e un’altra ragazza approfittiamo di un suo momento di distrazione per scendere fino al capannone sottostante. Lui ci segue per un po’ senza molta convizione. Entriamo nel capannone. Anche lì la porta antipanico è aperta. Stesso ambiente del precedente. La ragazza apre una gabbia, prende un bel po’ di cuccioli. Io prendo una mamma e altri due cuccioli. Il carabiniere è sulla porta, ci chiede di smettere, andare via…. “questo è l’ultimo giro, ora basta”… Usciamo di corsa.

In quel momento entrano altre persone. I Cani pesano molto e chiedo a una ragazza che mi viene incontro di prendermi i cuccioli e portarli fuori. Glieli affido. Mi accorgo che un uomo con una telecamera si dirige verso di me: penso sia un animalista, poi mi accorgo che è il cameraman di un’emittente televisiva locale (Teletutto). Mi riprende e accarezza la mamma che reggo in braccio. Mi avvio verso l’uscita quando un ragazzo mi si avvicina e mi dice: “dai a me la mamma se ti pesa, la porto fuori”. Accetto ed essendo rimasto a mani vuote penso di tornare dentro. Assieme ad una ragazza torno verso il capannone, questa volta però il portone lo troviamo chiuso, giro intorno al capannone, ma tutte le porte risultano chiuse a chiave. Mi accorgo che c’è un capannello di persone nei pressi: pare stiano parlando con dei poliziotti. Sono tranquillo e decido di avvicinarmi per capire cosa accade. Forse stanno chiedendo loro i documenti d’identità. D’improvviso arriva il dirigente della DIGOS che mi ha fermato la mattina, con un ragazzo e un agente. Mi vede e ordina all’agente “porta giù anche lui”. L’agente mi si avvicina e mi chiede “non fai resistenza vero?”. Io non penso a un fermo o un arresto, potrebbe trattarsi solo di un controllo dei documenti, decido di seguirlo.

Mi ritrovo insieme ad altre persone, appoggiati alla parete del capannone di fondo. Si sentono i Cani abbaiare e lamentarsi. Ci sono Raffaele, Debora, Luana e Veronica. C’è anche una ragazza minorenne che chiede di poter avvisare la madre. Intanto ci requisiscono i cellulari e le macchine fotografiche: ci sediamo aspettando di capire che intendono fare. Alcune persone fermate vogliono avvisare amici o parenti, io penso alle persone del bus con cui sono arrivato a Montichiari che ci stanno sicuramente cercando. Non ci fanno chiamare nessuno, solo la ragazza minorenne può avvisare i familiari. Passa diverso tempo e finalmente ci comunicato che saremo condotti in questura per il riconoscimento. Ci chiamano a coppie, aprono un buco nella rete con delle tronchesi, e ci fanno passare da una strada che conduce a dei campi, fino a arrivare a una strada dove attendiamo delle volanti. Ogni volante carica una persona fermata e ci dirigiamo verso Desenzano, in questura. Io arrivo per primo: mi fanno spogliare completamente e mi prendono tutto: portafoglio (contano il denaro) e oggetti personali, cellulare e braccialetti vari che porto ai polsi. Poi è il turno di Raffaele – lui non lo fanno spogliare – e ci chiudono in una stanza piccolissima per gli interrogatori. Arrivano man mano tutte le persone fermate. La ragazza minorenne invece viene rilasciata immediatamente al giungere della madre in questura. Ci riforniscono di bottigliette d’acqua e a turno ci chiamano per il rilevamento delle impronte digitali, le fotografie e il riconoscimento da parte di chi ha eseguito il nostro fermo. Ancora non si parla di arresto, ma ci dicono che passeranno parecchie ore prima di poter uscire. Poi in tarda serata convalidano l’arresto: ci chiamano a gruppi di tre per leggerci le i capi di accusa, poi ci chiedono se intendiamo fornire un numero di telefono per avvisare i parenti dell’accaduto. Io non ricordo il numero di telefono di mio fratello e chiedo se posso consultare la rubrica del mio cellulare. Non mi permettono di farlo: mi dicono che potrò consultare la rubrica dal carcere, cosa che poi puntualmente non avverrà.

Verso le 23,30 ci ammanettano, e ci fanno salire sulle volanti per tradurci al carcere a Brescia (io sono con Federico Paracchini): a sirene spiegate, con una guida spericolata (semafori rossi, rotonde contromano, sorpassi da ritiro di patente immediato) per le strade di Desenzano e Brescia, come se fossimo terroristi di Al Quaida!

La nostra colpa è quella di aver dato la libertà a chi ne era stato privato… E per questo, secondo loro, meritiamo di perdere la nostra.

All’una di notte, dopo esser stati di nuovo denudati e perquisiti ovunque, pur non avendo più niente addosso, entriamo in cella.

Fabio Serrozzi

Dichiarazione di Luana Martucci al processo Green Hill – 16 giugno 2015

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Di seguito la dichiarazione integrale letta in aula il 16 giugno 2015 da Luana Martucci imputata nel processo contro le liberazioni avvenute nel lager di Green Hill il 28 aprile 2012. 

DICHIARAZIONE AL PROCESSO GREEN HILL 16 GIUGNO 2015

Lo sfruttamento animale, dell’uomo e della terra è ciò su cui si basa il sistema tecno-industriale della nostra società.

Un sistema economico che tende alla massificazione dei profitti trasformando ogni essere vivente in oggetto, merce. Così viene istituzionalizzato il massacro di milioni di vite animali ogni anno.

E proprio dietro allo sfruttamento animale troviamo multinazionali miliardarie che creano morte e devastazione.

La Marshall, azienda multinazionale specializzata nell’allevamento e vendita di animali per i laboratori di vivisezione porta avanti la logica secondo la quale gli animali sono oggetti da riprodurre in serie e vendere per ricavarne profitto.

Il 28 aprile 2012 alcune individualità in modo indipendente hanno deciso di oltrepassare il filo spinato di quel lager per portare soccorso agli animali imprigionati. La legge parla di violazione di proprietà privata, danneggiamento e furto, io parlo di un azione finalizzata alla liberazione di più individui possibile. Un’azione, per me, con scopi precisi e non certo dettata dall’emotività della situazione.

Un’azione che leggo solo nei termini della solidarietà ed analizzo secondo criteri di efficacia.

Oggi in questo tribunale il criterio usato è quello della legalità. Una legalità di fatto funzionale agli interessi dei potenti, degli sfruttatori e degli aguzzini. Oggi vengono processati coloro che hanno agito coerentemente con una diversa visione del mondo in cui dominio, sopraffazione,violenza e differenza tra forme di vita non vogliono più essere categorie che regolano i rapporti di convivenza su questo pianeta. Chi è intervenuto ha semplicemente diminuito l’enorme il livello di violenza perpetrato in questo caso da Green Hill e dalla società in generale.

Lo stesso tribunale è figlio di un sistema di sfruttamento e dominio e non può che leggere l’azione nei termini di reati e violenze verso l’ordine sociale costituito. Ma la violenza, la più terribile e oppressiva sta proprio all’interno delle leggi, delle consuetudini, dell’economia, della ricerca tecnologia, di un modello di sviluppo che sta velocemente devastando la vita di tutti. Altro non ho fatto che oppormi a tale violenza, sottrarre chi ho potuto alla sofferenza e alla morte che queste multinazionali senza scrupoli mascherano in sviluppo e maggior benessere per l’umanità.

Promesse che affascinano solo chi crede che la realtà sia quella che ci mettono di fronte come naturale, necessaria, unica, inevitabile.

Ma nessuna legge potrà convincermi che distruggere una foresta, uccidere milioni di animali, sfruttare popoli sia giusto. Non sarò mai complice di queste visioni ma in conflitto permanente attaccando gli interessi che giustificano queste aberrazioni.

La sentenza che questo stesso tribunale ha inflitto a Green Hill e alla quale gran parte di chi lotta per la liberazione animale ha applaudito altro non è che un’emanazione dello stesso sistema di sfruttamento che ne garantisce la sua legittimità in osservanza delle norme vigenti.

Green hill non è stato chiuso perché non è giusto imprigionare,torturare, sfruttare e uccidere ma semplicemente perchè le uccisioni erano ingiustificate e perché non sono state rispettate le norme che consentono l’utilizzo degli animali.

Chi pensa che attraverso questa sentenza sia cambiato qualcosa si sbaglia. L’azione di conflitto verso l’intero sistema culturale, politico, tecno-scientifico va portata avanti da chi questo sistema lo vuole combattere in toto.

Non riconosco il tribunale e le leggi in quanto prodotti dello stesso sistema che opprime, domina e reprime.

Non provo alcun ripensamento per la mia azione né alcun timore per le conseguenze e in questo non collaborerò in nessun modo, non mi sottoporrò ad interrogatorio, né accetterò alcuna forma di patteggiamento o messa alla prova che altro non sono che l’ennesimo dispositivo di controllo per riaffermare la legittimità di questo sistema. Resto ostile a chiunque si renda complice di tanta sofferenza. Né ricorrerò ad alcuna attenuante che tenda a definire i miei atti come giustificati dai maltrattamenti perpetrati in quel Lager. L mia azione scaturisce da una convinzione: ogni individuo deve essere libero, ed è quindi parte di una precisa strategia di liberazione. L’ azione di liberazione per me è motivata dal fatto che quegli animali erano imprigionati e condannati a sofferenza e morte. Così sarebbe stato per gli allevamenti di visoni, gli allevamenti intensivi, nei macelli, negli istituti di vivisezione e in tutti quei casi in cui un individuo sia costretto nella sua libertà o sacrificato a interessi di un sistema violento e di dominio.

Penso che sia urgente l’azione diretta di ognuno che senza deleghe possa contribuire a inceppare gli ingranaggi di ciò che sta distruggendo la vita.

Non credo nella delega e mi assumo la piena responsabilità delle mie azioni.

La mia convinzione è che non ci si può riferire solo all’individuo sperando in un cambiamento culturale-etico sia per limiti di tempo nel veloce progresso tecnologico che sta distruggendo le basi della vita di tutto il pianeta, ma anche per capacità di comunicazione limitata rispetto a quelle potenti e pervasive del sistema che costruisce stili di vita e verità sociali in grado di legittimarlo. Per questo ritengo essenziale l’azione di individui sensibili e determinati contro un sistema che fa apparire sfruttamento e distruzione come naturali e necessari. Azioni in grado di contrastare gli interessi di profitto su cui essi si muovono.

Rilancio l’azione diretta come metodo di contrasto e di liberazione del vivente in ogni sua forma.

Luana Martucci

Intervista a un’imputata nel processo Green Hill a Radio Blackout

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Il 10 giugno 2014 Luana Martucci imputata nel processo Green Hill per la liberazione avvenuta nel 2012, è stata intervistata da Radio Blackout.
L’intervista può essere ascoltata per intero visitando il link di seguito.
Buon ascolto.

http://radioblackout.org/2014/07/intervista-ad-unimputata-del-processo-greenhill-puntata-del-10-6-14/

Quando si parla di liberazioni

Fonte Veganzetta

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Illustrazione di Emy Guerra per Veganzetta

Quando si parla di liberazioni, immediatamente viene in mente l’azione diretta volta a sottrarre gli Animali dai tanti Lager in cui sono rinchiusi, salvandoli così da una (non) esistenza in gabbia trascorsa tra privazioni e maltrattamenti, nell’attesa dell’uccisione per essere trasformati in “prodotti”.

Sono tante le maniere in cui si può mettere in atto una liberazione di questo tipo, ed è importante distinguerne le diverse modalità – principalmente a volto scoperto o coperto – poiché ognuna risponde a strategie diverse e mira a raggiungere obiettivi specifici; soddisfacendo, sempre, la finalità precipua di restituire agli Animali la dignità ed esistenza di cui sono stati privati, talvolta alcune liberazioni riescono a trascendere la contingenza dell’atto stesso, inserendosi e configurandosi entro una più complessa prospettiva d’azione a lungo termine. In questo modo una liberazione non mira “soltanto” (le virgolette sono d’obbligo perché quando si parla di salvare una vita non è mai un “soltanto” ed è sempre un gesto di incalcolabile valore: di fatto il valore di una vita non è misurabile) a salvare alcune vite, ma apre scenari inediti di una diversa considerazione dell’Animale, per un momento sottratto alla finzione di una realtà che solo lo reifica e degrada, per restituirgli la sua preziosa, unica individualità.

Fondamentale per azioni di questo tipo è che gli attivisti, consapevoli di infrangere la legge – e la infrangono proprio per mostrare l’enorme distanza che c’è tra legge e giustizia –consapevolmente un giudizio civile e penale che, a prescindere dalle sorti giudiziarie, potrebbe mettere in evidenza le aporie del nostro sistema giudiziario (e sociale) di fronte a un più alto ideale di giustizia; così come che essi rigettino l’uso della violenza in quanto se, come sosteneva Gandhi, non è il fine che giustifica i mezzi, ma sono i mezzi ad indicare il fine, sarebbe paradossale opporsi alla logica del dominio, oppressione e sopraffazione avvalendosi degli stessi mezzi di coercizione e forza che usa il Potere.

Abissale è infatti la differenza tra chi infrange la legge per motivazioni personali, e quindi egoistiche, e chi la infrange per compiere un gesto totalmente altruistico: mirato a restituire libertà a creature offese e imprigionate nei tanti Lager e al contempo a veicolare, tramite proprio la breccia praticata in un muro che si pensava inscalfibile, quello spiraglio che apre su una diversa concezione del vivente, come si è detto in precedenza.

A tal proposito val la pena citare i due eventi di cui si è tanto discusso nel nostro Paese (portati come esempio anche all’estero) e che di fatto hanno contribuito a far avanzare il dibattito sulla liceità o meno della sperimentazione animale, sottoponendolo a un’opinione pubblica che forse altrimenti non si sarebbe interrogata sulla questione. Ci si riferisce alla liberazione dei Cani da Green Hill (28 aprile 2012) – azione certamente nella maggior parte dei casi spontanea e non premeditata, ma comunque esito di una campagna che, sebbene partita dal basso, ha saputo poi porsi all’attenzione dei media guadagnandoci di visibilità e di una partecipazione sempre più numerosa – e all’occupazione dello stabulario dell’Istituto di Farmacologia dell’Università di Milano (20 marzo 2013, praticamente un anno dopo) – organizzata e realizzata dagli attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill – che ha permesso la liberazione di diversi Conigli e Ratti, poi dati regolarmente in adozione.

Azioni di questo tipo indiscutibilmente finiscono con l’assumere un valore innanzitutto simbolico e civile che trascende il buon esito stesso dell’azione, ma hanno anche un loro contraltare di cui è necessario tener conto: sapendo di essere identificati ci si deve in primo luogo assicurare che gli Animali liberati non vengano restituiti ai proprietari originari (ricordiamo che per il nostro ordinamento essi non sono individui, ma res), procedendo a un regolare riscatto o comunque portandoli in un luogo sicuro in cui possa esser loro assicurata un’adeguata sistemazione. Importante è che al primo posto si metta quindi la salvaguardia dell’incolumità degli Animali. Proprio per soddisfare queste necessità, le liberazioni a volto scoperto non possono che riguardare un numero limitato di esemplari e solo alcune specie.

Al contrario, le liberazioni a volto coperto, procedendo nell’anonimato, permettono di liberare anche individui appartenenti a specie selvatiche, come i Visoni, non soggette quindi alla trafila delle adozioni regolamentari. Ma anche in questo caso c’è un contraltare di cui tener conto: generalmente questo tipo di azione diretta mira ad aprire le gabbie e lasciare gli Animali liberi in natura, con il rischio che essi, incapaci di adattarsi alla vita selvatica, vengano ricatturati, muoiano di stenti o finiscano sotto le auto. Per questo motivo spesso l’opinione pubblica non riesce a cogliere il valore – comunque immenso – di questo tipo di liberazioni, anche se non è difficile credere che qualsiasi individuo – quale sia la specie cui appartiene – preferisca sempre e comunque sperimentare l’ebbrezza di una libertà ritrovata anziché finire scuoiato, gassato o comunque ucciso per mano del suo aguzzino. Azioni di questo tipo hanno forse un minor impatto mediatico (i media spesso non ne parlano anche per timore dell’emulazione), ma mirano principalmente a donare libertà immediata agli Animali – che, ricordiamo, sarebbero comunque uccisi di lì a poco e in maniera sempre cruenta – e ad arrecare danni economici a chi specula sulla loro pelle.

In ultimo, ma non da ultimo, val la pena ricordare che tante altre sono le maniere di liberare gli Animali, non necessariamente ponendosi contro la legge o compiendo azioni eclatanti.

Sarebbe sciocco sottovalutare infatti il valore di quei piccoli grandi gesti che restituiscono la libertà o riscattano gli Animali da una vita di privazioni e stenti: venire in soccorso di una Farfalla che è rimasta intrappolata in una stanza e sbatte ripetutamente le ali contro il vetro di una finestra chiusa, permettendole di riprendere il volo, è una liberazione.

Adottare un Cane anziano da un canile, dove ha trascorso quasi l’intera esistenza, donandogli finalmente il calore di una famiglia e la possibilità di correre su un prato è anch’essa una liberazione.

Mettere in salvo una Chiocciolina che sta attraversando la strada, a rischio di essere calpestata, posizionandola in un luogo più sicuro, è anch’essa una maniera di liberare un Animale, questa volta agendo preventivamente.

Infine, accorrere ovunque vi sia un richiamo di aiuto di un Animale è anch’essa una maniera di agire per la liberazione, il solo unico gesto che potrebbe liberare anche noi stessi da quel pregiudizio antropocentrico che ci porta a considerare di minor valore le vite degli Animali non umani. Sono tutti gesti che in qualche modo sottraggono l’Animale all’indebita riduzione, falsificazione e astrazione di cui culturalmente è stato ed è fatto oggetto per porlo sotto una nuova e diversa luce, in quanto individuo singolo – soggetto di una vita – e non più risorsa rinnovabile, res, “animale da reddito” o “da compagnia” che sia.

Ogni nostro gesto, per quanto semplice, può farsi testimonianza di una società liberata a venire, e questo è non solo l’insegnamento ultimo della disobbedienza civile, ma anche la sola possibilità che abbiamo per sottrarci al ruolo che la società vorrebbe già definito per noi, e per farci invece individui a pieno titolo in mezzo ai tanti individui delle tante altre specie che si trovano a condividere il pianeta assieme a noi; in un rapporto finalmente paritario e non più di prevaricazione e assoggettamento.

Rita Ciatti

Il processo contro Green Hill comincia

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Fonte Veganzetta

Domani 23 giugno 2014 presso il Tribunale di Brescia si apre il processo contro Green Hill.
I quattro imputati sono accusati di maltrattamento e uccisione ingiustificata di Animali. I fatti si riferiscono alle condizioni di detenzione e a un centinaio di cuccioli trovati morti per congelamento all’interno del lager di Green Hill a Montichiari.
Come antispecisti non possiamo aspettarci nessun tipo di giustizia all’interno di un’aula di tribunale.
All’interno di quel lager sono nati e reclusi migliaia di Animali non umani, poi deportati all’interno di altre strutture lager dove venivano sistematicamente seviziati, torturati e successivamente uccisi, dopo essere stati sfruttati nei modi più disumani che la nostra specie (unica capace di tanta crudeltà) impone loro.
In quell’aula non credo che possa essere resa giustizia e riconoscimento all’individualità di quelle persone non umane. Sarà soltanto l’ennesima celebrazione di discussioni e applicazioni di leggi speciste, che regolano il rapporto di dominio dell’Umano sulla natura e su altri esseri senzienti che condividono con noi questo pianeta. Si discuterà del maltrattamento e uccisione non perché sbagliati, ma semplicemente perché il lager non si è attenuto alle leggi che disciplinano le modalità mediante le quali questi esseri devono essere sfruttati e uccisi.
Ricordando che l’unica forma di giustizia percorribile in favore di chi è oppressa/o è la liberazione totale, ritengo che un mondo più giusto sia possibile solo nella presa di coscienza individuale che riconosca nell’altro non un diverso da temere o sfruttare, ma un individuo che desidera vivere liberamente, e verso il quale non è possibile alcuna pratica di sfruttamento e dominio.
Per ridare libertà a tutte/i dobbiamo impegnarci nelle nostre scelte quotidiane: perché il nostro convivere con gli altri sia una forma di solidarietà e rispetto. Nulla cambia se parliamo di un Cane, un Topo, una Mucca o un Maiale.
Auspico forme di lotta di tipo individuale attraverso pratiche quotidiane che non contemplino l’uso degli Animali come cibo, vestiario, divertimento.
Credo in forme di cambiamento sociale e culturale verso un nuovo paradigma in cui l’Umano non sia più al centro del pianeta, sentendosi in diritto di dominare e sfruttare altri esseri e la natura.
Auspico anche nell’azione diretta, come forma di intervento urgente e indispensabile per aiutare i nostri compagni oppressi e sfruttati, creando nuove possibilità di libertà.
Perché la libertà è per tutti o non è per nessuno.
Perché ogni ogni gabbia è un esercizio di dominio che ci coinvolge tutti.

Libertà per tutte/i.

Luana Martucci