Siamo tutti Eichmann

carne - Siamo tutti Eichmann
Fonte Veganzetta

Di seguito un testo di Rosa Aimoni sul celebre libro di Hannah Arendt “La banalità del male”, a seguire alcune considerazioni a cura di Veganzetta sulla banalità dei nostri comportamenti quotidiani e sulle conseguenze che essi hanno sulla vita degli Animali.

La banalità del male di Hannah Arendt

di Rosa Aimoni

“La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”, saggio di Hannah Arendt, è entrato nella storia della filosofia perché supera le comuni definizioni di bene e di male. Hannah Arendt, filosofa ebrea, seguì in qualità di giornalista il processo che si tenne a Gerusalemme contro Eichmann, il criminale nazista condannato per essere stato il principale responsabile della cosiddetta “soluzione finale”.
Durante il processo, Eichmann mostrò al mondo la sua vera personalità che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non aveva nulla di demoniaco; in altre parole il male, secondo Hannah Arendt, non origina da un’innata malvagità ma dall’assenza totale di pensiero. Eichmann si rivelò una persona “banale”, il cui carattere palesava anche tratti burleschi e istrionici; da ciò la Arendt dedusse che il male “non è radicale, ma solo estremo”, come specifica anche nel saggio “Ebraismo e modernità” da lei stessa scritto. Furono proprio l’assenza di pensiero e l’incapacità di confutazione a rendere Eichmann un criminale.
Le persone che come lui non riflettono sono inclini ad eseguire gli ordini imposti dal potere senza nemmeno chiedersi se essi siano giusti o sbagliati; ecco cos’è la banalità del male, nient’altro che la totale assenza di idee. Tale mancanza rende la persona una marionetta che esegue, senza nemmeno discuterli, i dettàmi provenienti da coloro che comandano.
Dal pensiero della Arendt si ricava un ribaltamento delle categorie concettuali di bene e di male; esse non sono in antitesi perché, in realtà, non hanno niente in comune per potersi rapportare. Il bene è “radicale”, proviene dalla mente, dalla riflessione e dal cuore; il male, al contrario, non si fonda su nulla, nemmeno sull’odio, ma è causato solo dalla totale incapacità critica. Il saggio si sofferma anche sulla questione, non meno importante, della modalità con cui si è svolto il processo a carico di Eichmann. (…)

——————–

Hannah Arendt (1906 – 1975), filosofa, allieva di Heidegger e Jaspers, emigrata nel 1933 dalla Germania alla Francia, e da qui in America nel 1940, a causa delle persecuzioni razziali, dal 1941 ha insegnato nelle più prestigiose università americane, pubblicando alcuni tra i più importanti testi del Novecento sul rapporto tra etica e politica. Nel 1961 segue, come inviata del The New Yorker, il processo Eichmann a Gerusalemme: il resoconto esce prima sulle colonne del giornale nel 1963, quindi, sempre nello stesso anno, in volume. Esso susciterà una grande ondata di proteste e una accesa polemica soprattutto da parte della comunità ebraica internazionale, a causa della particolare lettura che la Arendt, ebrea e tedesca, dà al fenomeno dell’Olocausto e dell’antisemitismo in Germania.

Otto Adolf Eichmann (1906 – 1962) fu colui che, nei quadri organizzativi della Germania hitleriana, ebbe il ruolo di realizzare logisticamente la “soluzione finale”, cioè lo sterminio degli ebrei al fine di rendere i territori tedeschi judenrein. Sfuggito al processo di Norimberga, rifugiato in Argentina, venne catturato dal servizio segreto israeliano, processato a Gerusalemme e condannato a morte.

——————–

Alcune riflessioni in occasione del Giorno della memoria

“ (…) Eichmann non capì mai quello che stava facendo. E non era uno stupido, era semplicemente senza idee, una cosa molto diversa dalla stupidità. E proprio quella mancanza di idee lo predisponeva a diventare uno dei maggiori criminali del suo tempo, perché la mancanza di idee, la lontananza dalla realtà, possono essere molto più pericolose di tutti quegli istinti malvagi che si crede siano innati nell’uomo. È stata questa la lezione del processo di Gerusalemme”.

Così scriveva Hannah Arendt e da queste illuminanti considerazioni si potrebbe tentare di comprendere il perché dei nostri spietati comportamenti non solo nei confronti dei nostri simili, ma soprattutto degli Animali. Consideriamo la tragedia del nazismo (che ha coinvolto non solo le persone ebree, ma questo pare lo si dimentichi molto spesso) e dellasoluzione finale come mostruosità del passato, ma la quotidianità dei nostri gesti è profondamente intrisa di crudeltà, di violenza e di ingiustizia perpetrate nei confronti degli altri Animali che divengono schiavi, cibo, indumenti, oggetti, profitto, vittime senza che chi beneficia di tutto questo strazio si renda conto della reale gravità di ciò che commette. Il nazista Eichmann che organizzo la “soluzione finale” non era un mostro, non era uno psicopatico, era una persona “normale”, un individuo qualsiasi che, coinvolto nel potente ingranaggio di sistematico annientamento programmato enormemente più grande di lui, ha eseguito con solerzia e disciplina delle direttive, ha tenuto dei comportamenti che la società nazista gli aveva insegnato essere giusti, normali. Normali, banali come mangiare un pezzo di carne, o indossare un maglione di lana, o calzare delle scarpe di cuoio. Normali come acquistare dei farmaci. Non è necessario sconfinare nella profonda malvagità che la nostra specie è capace di esprimere, non serve spingersi al sadismo della caccia, o alla crudeltà di chi si diverte a torturare gli Animali, basta semplicemente considerare la superficialità con cui svolgiamo i nostri compiti assegnatici dal sistema in cui viviamo, alle consuetudini, alle abitudini e tradizioni che accettiamo acriticamente e perpetuiamo, senza pensare nemmeno per un attimo che esse significano la sofferenza e la morte di milioni di esseri senzienti innocenti che esistono al di fuori della nostra sfera di interesse, della nostra vita e che non vediamo se non a pezzi, o sotto forma di oggetti o di estranei.
La banalità del male così ben descritta da Arendt non è un evento storico e storicizzato, è presente e insita nella nostra quotidianità: con essa si ripete e si perpetua senza soluzione di continuità e ciò perché supinamente accettiamo che sia così, perché è fin troppo lieve e semplice adeguarsi senza sentire sulla nostra pelle la sofferenza altrui. Siamo persone “normali” e compiamo crimini efferati in circostanze che ci sollevano dal dovere morale di percepire che agiamo facendo del male, ma ciò non può divenire né un alibi, né una scusa, è solo una nostra terribile colpa.
Così facendo ci trasformiamo in un esercito di Eichmann pronte/i a obbedire e a eseguire, scaricando le nostre responsabilità su qualcosa che è più grande di noi e contro il quale non possiamo né vogliamo combattere. Senza vergogna e senza rimorsi: siamo tutti Eichmann.

Adriano Fragano – Veganzetta