Il pensiero antispecista giustifica l’uso di pratiche violente di lotta?

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Faq 6 – Il pensiero antispecista giustifica l’uso di pratiche violente di lotta?1

No. L’antispecismo non può accettare il principio secondo il quale, per giungere alla liberazione animale e umana, si debbano adottare le stesse metodologie che utilizza la società specista, dominatrice e violenta per mantenere lo stato delle cose. Il fine non giustifica mai i mezzi, pertanto l’utilizzo della violenza nei confronti dei viventi, se non come atto estremo di legittima difesa, non è ammissibile.
La lotta antispecista è una lotta di nonviolenza (anche se non si esclude aprioristicamente l’uso della violenza per autodifesa), intesa come spinta a un cambiamento radicale della società umana attuale, in chiave liberazionista.

La matrice nonviolenta nasce dal concetto stesso antispecista di opposizione a qualsiasi pratica di sfruttamento e di dominio: nei confronti di chi può provare dolore (vedasi il concetto di painismo), e in senso lato sugli altri esseri viventi. La volontà di non controllare e dominare gli altri esseri senzienti, colloca l’antispecismo anche su posizioni libertarie e antigerarchiche, oltre che nonviolente. Opporsi alla violenza della società specista, combattere il paradigma del “diritto del più forte” che ci viene inculcato sin dalla nascita, con le stesse metodologie e pratiche usate dalle strutture sociali che si intende abbattere, e costringendo gli altri a piegarsi al nostro volere con la forza, equivarrebbe a tradire l’ideale antispecista.
Nessun fine può giustificare mezzi, che significano percorsi esperienziali privati e pubblici, lotte e pratiche di vita, che dovrebbero formare il nucleo stesso del futuro aspecista, ma che se si connotano come pratiche di controllo e dominio, non farebbero altro che perpetuare e alimentare l’attuale modello sociale.
La pratica antispecista, dunque, è già materializzazione del fine che persegue con coerenza; ciò significa evitare l’utilizzo di metodologie che andrebbero a contrapporsi al fine prefissato: coercizione, controllo, dominio, violenza (intesa come atto fisico o psicologico diretto contro i viventi per piegarli al nostro volere), e in generale imposizioni che inneschino logiche gerarchizzanti da “vincitori e vinti”, non possono appartenere all’antispecismo.
In sintesi si può anche affermare che non si mira alla presa del potere, ma alla sua eliminazione, e ogni azione diretta è auspicabile se non causa atti violenti contro i viventi.

Note:

1) Adriano Fragano, Proposte per un Manifesto antispecista. Teoria, strategia, etica e utopia per una nuova società libera, NFC Edizioni, 2015, pp. 42-44.

Il vero volto di EXPO 2015

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Expo 2015
è l’Esposizione Universale che dal primo maggio al 31 ottobre 2015 sarà ospitata dalla città di Milano e attorno alla quale gravitano un numero esorbitante di appuntamenti, partecipazioni, finanziamenti, opere pubbliche e private, sponsorizzazioni e tutto quello che un “grande evento” come questo richiede e si prefigge di muovere.

La manifestazione si dichiara nei suoi ambiziosi intenti come un’occasione di confronto sul tema dell’alimentazione e della nutrizione, già a partire dal suo slogan promozionale e fa propri pochi e chiari concetti e parole chiave, che ai più potrebbero sembrare largamente condivisibili.
Nutrire il pianeta, energia per la vita” con un cibo buono, sostenibile dal punto di vista ecologico e giusto dal punto di vista sociale, è questo il claim diffuso con ogni mezzo possibile.

Un’immagine praticamente inattaccabile, costruita a partire da un filo conduttore dichiarato – il cibo – che interessa tutti e che per tutti è, nel bene e nel male, argomento prioritario.

Alla grande manifestazione il collettivo Farro & Fuoco ha dedicato un dossier dal titoloNessuna faccia buona, pulita e giusta a EXPO 2015 – Dossier su Slow Food, Coop Italia e Eatalyche, a partire dalla storia di tre protagonisti dell’evento, ne analizza in modo critico contenuti, premesse, obiettivi e significati svelandone i retroscena e proponendone una visione critica.

Slow Food, Eataly e Coop Italia sono infatti tre attori protagonisti di questa querelle e giocano un ruolo primario nella costruzione del vero volto – malcelato – di questo evento di enormi proporzioni sia in termini di investimenti che di impatto sulla vita di chi vi entra in contatto, praticamente di tutti noi.

Già dalle prime righe del dossier appare chiaro come Expo sia un evento fuori dal tempo e dallo spazio, i cui confini geografici si estendono ben oltre Milano e la cui durata si annuncia ben più estesa dei sei mesi ufficialmente dedicati alle iniziative in calendario.

Una città che muta, così come tutte le altre coinvolte in “grandi eventi”, sotto al peso dell’urgenza di adattarla a diventare non solo location ma anche incarnazione della manifestazione, una macchina che si muove con l’obiettivo di creare una “nuova Milano”, spendibile come attrattiva turistica e contenitore luccicante.
Opere pubbliche costate un occhio della testa che nelle loro modalità di programmazione e costruzione sconfessano già adesso le dichiarate finalità dell’evento e che, stando alle esperienze pregresse, immaginiamo abbandonate e vuote quando il sipario calerà.

Collaborazioni, strette di mano, accordi, promesse e contratti che coinvolgono soggetti istituzionali e colossi industriali come Pioneer DuPont, multinazionale specializzata in biotecnologie e ricerche su Organismi Geneticamente Modificati, San Pellegrino SPA e altri marchi Nestlé, fra gli altri, che evidenziano lampanti criticità e idiosincrasie tra il tema ufficiale e le grandi opere collegate a EXPO.

Progetti giudicati essenziali e urgenti, ovviamente destinatari di finanziamenti, realizzati in tempi record schiacciando tutto ciò che incontrano, financo contadini e agricoltori i cui terreni sono stati espropriati come nel caso della costruzione dell’autostrada TEEM, con buona pace di Istituzioni e promotori.

Slow Food, Coop e Eataly, con la loro specifica presenza, inducono a credere che i veri temi di questa EXPO siano agricoltura, tutela della biodiversità, educazione alimentare e tutto ciò che a questi cardini possiamo agganciare ed è interessante e puntuale il lavoro portato avanti da Farro & Fuoco nel descriverne caratteri e peculiarità e nel dimostrare come la loro superficie patinata sia funzionale a sostenere l’insostenibile.

Per sei mesi Milano diventerà una vetrina mondiale in cui i Paesi mostreranno il meglio delle proprie tecnologie per dare una risposta concreta a un’esigenza vitale: riuscire a garantire cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli, nel rispetto del Pianeta e dei suoi equilibri.”, questo possiamo leggere sulle pagine del sito ufficiale di EXPO.

Ma se la Milano/vetrina è sventrata, riscritta e violentata dai progettisti di EXPO, lo stesso vale per il vero protagonista della manifestazione, il suo destinatario, che non è un semplice cittadino ma un consumatore e costituisce il fertilizzante di un impianto che sul suo orientamento si sostiene e del suo denaro e consenso si alimenta.

Il consumatore è il fruitore finale di tutto quello che EXPO propone: passeggerà fra stand e laboratori, assisterà a workshop e presentazioni, si incuriosirà davanti a innovazioni tecnologiche pensate e costruite a sua misura e soprattutto orienterà i propri acquisti verso qualcosa che riterrà buono, sostenibile e giusto.

Del resto, chi ha strutturato tutto questo ha studiato approfonditamente queste dinamiche e, senza dubbio, ha dimostrato la sua abilità nell’utilizzare un linguaggio fino a poco tempo fa proprio di nicchie ristrette di ambientalisti o di aderenti a gruppi d’acquisto solidale reinventandolo e orientandolo verso un nuovo modello dicapitalismo green che è ben più feroce del suo antenato perché più subdolo e meno riconoscibile.

Il consumatore, bersagliato com’è da una pressante e ben costruita informazione, sarà esposto a un numero così consistente di stimoli che con tutta probabilità finirà per esserefelice di partecipare a quella che crederà essere una tappa di quella scalata verso un’economia sostenibile e potrebbe addirittura convincersi di costituire un tassello fondamentale per il sostegno di questo Progetto, un soggetto attivo della società che è nella mente di Slow Food e compagni.

Creare consumatori felici. Questo è l’obiettivo di EXPO 2015 così come in generale del nuovo capitalismo verde; felici di spendere il poco di cui questo sistema gli permette ancora di disporre con l’illusione di una scelta “consapevole” che altro non fa se non costituire consenso e legittimità del capitalismo stesso.

Di che colore sia non importa.

Felice è il consumatore e felice è chi produce, nella riproposizione di una presunta “società agricola tradizionale” che è caricaturale e a-storica e che produrrà qualcosa che è destinato a finire in bella vista sugli scaffali di un ben arredato supermercato a marchio Eataly o Coop sotto forma di prodotti certificati e “sicuri”.

Felice è addirittura il “prodotto”, ed è questo un argomento fondamentale, un prodotto felice anche quando altro non è se non una vita spezzata, martoriata, confezionata e acquistata.

Perché l’animal welfare, il presunto “benessere animale”, è uno dei punti cardine attorno al quale ruota il grande inganno dell’EXPO, dei suoi promotori e del capitalismo verde.

Un benessere definito dalle stesse industrie che lucrano sulla vita di milioni di esseri viventi destinati a essere trasformati in prodotti.

Con buona pace delle coscienze proprio di quei consumatori che crederanno “giusto” anche questo, perché il pascolo è più ampio, perché il cibo è biologico, perché l’aria è più buona.

EXPO punta il dito contro le ingiustizie connesse alla produzione del cibo e assurge coi suoi partner a “maestro” di buoni comportamenti e scelte sostenibili ma, ovviamente, fra le ingiustizie non include affatto quelle perpetrate nei confronti degli animali non umani e giustifica privazione, sofferenza e morte.

Il marketing nel settore della vendita di cibo nella grande distribuzione impone oggi di inserire quelle due parole magiche -benessere animale- per attrarre il consumatore che si dichiara consapevole e rassicurarne al tempo stesso la coscienza; è necessario per chi vuole emergere fra i protagonisti del nuovo corso del mercato capitalista dal nuovo voltogreen e sostenibile.”

Così Farro & Fuoco descrive efficacemente questa dinamica.

E’ chiaro che l’unica forma possibile di concreto benessere animale può sussistere solo nella completa cancellazione di qualsiasi tipologia di allevamento, di sfruttamento e ogni forma di fonte di profitto per le aziende che provenga dallo sfruttamento animale.

Il meccanismo tramite il quale vengono edulcorati gli aspetti della dolorosa prigionia o dell’uccisione degli Animali agli occhi dei consumatori, non fa altro che legittimare ancora di più l’esistenza delle gabbie e dei mattatoi.

Il claim di Expo “Nutrire il pianeta” è basato su schiavitù, sofferenza e morte e certamente lavori come quello di Farro & Fuoco contribuiscono a diffondere una lettura critica di un fenomeno che è specchio di dinamiche ormai innescate che tutti noi possiamo contribuire a fermare.

EXPO porta con sé devastazione ambientale e sfruttamento delle risorse e un modello di economia pseudo sostenibile che è invece autoritaria ed elitaria, alla quale è possibile opporsi mediante la costruzione di esperienze di critica collettiva veicolate anche da lavori come il dossier del collettivo che vale la pena di leggere e diffondere.

Ada Carcione – Veganzetta

Jake Conroy degli SHAC 7 a Milano

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Si segnalano due appuntamenti interessanti per domenica 21 settembre 2014 a Milano presso Villa Vega Occupata in via Litta Modignani, 66.

 

Domenica 21 settembre 2014 – Ore 14 (puntuali!) incontro/dibattito con Jake Conroy degli SHAC 7 (Usa):
“Imparare dalle esperienze: guardarsi indietro per capire come andare avanti”:

Gli anni ’90 hanno visto la crescita di un forte movimento radicale di base negli Stati Uniti e a livello internazionale, che ha raggiunto il suo culmine in una delle più significative campagne nella storia del movimento per la liberazione animale ‘Stop Huntingdon Animal Cruelty’ (SHAC), la campagna per chiudere il laboratorio di vivisezione Huntingdon Life Sciences. Partendo da un’analisi degli ultimi 20 anni di attivismo possiamo ragionare su come si sono raggiunti determinati risultati e quali fattori hanno invece fermato alcune lotte: la presentazione tenterà di offrire spunti per tornare a creare un movimento di liberazione animale strategicamente efficace.

Domenica 21 settembre 2014 – Ore 16: Presentazione del dossier ‘Nessuna faccia buona, pulita e giusta a EXPO 2015? a cura del gruppo ‘Farro&Fuoco – Alimenta il conflitto’:

Un lavoro di documentazione e approfondimento sui retroscena del grande evento milanese, EXPO 2015, e delle devastanti ‘grandi opere’ connesse, che unisce analisi del discorso pubblico, politiche economiche e strategie di marketing incentrate sul tema del ‘benessere animale’. Poiché questo evento lungo sei mesi si strutturerà attorno al tema dell’alimentazione, della produzione di cibo ed energia -tutto riassunto nello slogan ‘Nutrire il pianeta, Energia per la vita’- nel dossier vengono analizzati i principali partner di Expo che ne sostanziano questo tema: Slow Food, Coop Italia e Eataly. Tre esempi di capitalismo che si presenta come ‘umano, sostenibile, di sinistra e verde’, che strizza apparentemente un occhio al ‘benessere animale’ e al rispetto dell’ambiente per renderlo più digeribile alla vasta platea di elettori-tesserati-consumatori, ma che in realtà -sotto il velo della propaganda- perpetra una infida e pericolosa opera di dominazione e sfruttamento.

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Il dossier Nessuna faccia buona, pulita e giusta a EXPO 2015 è liberamente scaricabile in formato .pdf (900 kb)