Critica alla crescita e civilizzazione: incontriamo Cacciari e Manicardi

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Fonte Veganzetta

Si segnalano due incontri dedicati alla riflessione critica sulla crescita e sulla civilizzazione, per un’analisi anche in chiave antispecista:

Venerdì 20 febbraio ore 18,30 presso Libreria LOVAT in via Newton, 32 a Villorba (TV): VIE DI FUGA. CRISI, BENI COMUNI, LAVORO E DEMOCRAZIA NELLA PROSPETTIVA DELLA DECRESCITA. L’autore, Paolo Cacciari, ne discute con Adriano Fragano (Veganzetta), Dante Bedini e Mario Cenedese (Associazione Eco-Filosofica)

Venerdì 13 marzo ore 18,30 presso Libreria LOVAT in via Newton, 32 a Villorba (TV): presentazione dei libri L’ULTIMA ERA e LIBERI DALLA CIVILTA’. L’autore, Enrico Manicardi, ne discute con Adriano Fragano (Veganzetta), Guido Dalla Casa (Ecologia Profonda), Mario Cenedese (Associazione Eco-Filosofica)

Ingresso libero e gratuito, di seguito la locandina

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La nostra assurda guerra contro la natura

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Un ottimo articolo di George Monbiot. Si evidenzia in particolare una frase “Per onestà va detto che l’era moderna è solo la prosecuzione di una tendenza che dura da due milioni di anni. La perdita di gran parte della megafauna africana sembra aver coinciso con il passaggio all’alimentazione carnivora compiuto dagli antenati degli esseri umani. Via via che abbiamo popolato gli altri continenti, anche la loro megafauna è scomparsa quasi subito. La datazione forse più affidabile dell’arrivo degli esseri umani in un luogo è proprio l’improvvisa scomparsa dei grandi animali. Da allora ci siamo addentrati nella catena alimentare eliminando i nostri predatori più piccoli, gli erbivori di medie dimensioni e adesso, con la distruzione dell’habitat e la caccia, stiamo cancellando la flora e la fauna di ogni tipo.”
Questo solo per ribadire che l’antropocentrismo e lo specismo non hanno solo radici sociologiche e storiche, ma anche antrolopogiche: ciò che siamo oggi, è il frutto del nostro “cammino” come specie vivente sin dai nostri albori. E’ ora di cambiare e alla svelta.

George Monbiot, The Guardian, Regno Unito, traduzione a cura di Internazionale

I consumi stanno distruggendo un mondo infinitamente piu? affascinante e complesso dei beni che produciamo. Perche? non ce ne rendiamo conto?
L’opinione di George Monbiot

Siamo arrivati al punto in cui chiunque sia capace di riflettere dovrebbe fermarsi e chiedersi cosa stiamo facendo. Se neanche la notizia che negli ultimi quarant’anni il mondo ha perso oltre la metà dei vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci) può farci capire che il nostro stile di vita è sbagliato, è difficile immaginare cosa potrebbe riuscirci. Chi può credere che un sistema sociale ed economico con questi effetti sia sano? Chi di fronte a una perdita del genere può definirlo progresso? 

Per onestà va detto che l’era moderna è solo la prosecuzione di una tendenza che dura da due milioni di anni. La perdita di gran parte della megafauna africana sembra aver coinciso con il passaggio all’alimentazione carnivora compiuto dagli antenati degli esseri umani. Via via che abbiamo popolato gli altri continenti, anche la loro megafauna è scomparsa quasi subito. La datazione forse più affidabile dell’arrivo degli esseri umani in un luogo è proprio l’improvvisa scomparsa dei grandi animali. Da allora ci siamo addentrati nella catena alimentare eliminando i nostri predatori più piccoli, gli erbivori di medie dimensioni e adesso, con la distruzione dell’habitat e la caccia, stiamo cancellando la flora e la fauna di ogni tipo.

Una crescita per pochi

Tuttavia, la velocità distruttiva di oggi è inedita. Supera perfino quella del primo popolamento delle Americhe, 14mila anni fa, quando in poche decine di generazioni l’ecologia di un intero emisfero fu trasformata da una violenta estinzione che colpì numerose grandi specie vertebrate.

Per molti la colpa è dell’aumento della popolazione umana e non c’è dubbio che questo abbia contribuito. Ma ci sono altri due fattori determinanti: la crescita dei consumi e l’amplificazione dovuta alla tecnologia. Ogni anno si creano nuovi pesticidi, nuove tecniche di pesca, di estrazione mineraria e di lavorazione degli alberi. Abbiamo dichiarato guerra alla natura, una guerra che diventa sempre più asimmetrica. Perché siamo in guerra? Gran parte dei consumi dei paesi ricchi, che con le importazioni sono tra i primi responsabili di questa distruzione, non ha niente a che fare con i bisogni umani.

Quello che mi colpisce di più è proprio la sproporzione tra le perdite e i guadagni: la crescita economica di un paese i cui bisogni primari e secondari sono stati già soddisfatti equivale alla creazione di cose sempre più inutili per soddisfare desideri sempre più vaghi. Una delle caratteristiche della recente crescita nel mondo ricco è il numero esiguo di persone che ne ricavano un vantaggio. Quasi tutti i guadagni finiscono nelle mani di pochi: secondo uno studio del 2012 dell’universita? di Berkeley, negli Stati Uniti l’1 per cento più ricco intercetta il 93 per cento dell’aumento dei profitti prodotto dalla crescita. Perfino con tassi di crescita del due, tre per cento o superiori, le condizioni di lavoro della stragrande maggioranza della gente continuano a peggiorare. Le ore lavorative aumentano, gli stipendi ristagnano o diminuiscono, le mansioni diventano sempre più monotone, stressanti o difficili, i servizi peggiorano, gli alloggi sono quasi inaccessibili e ci sono sempre meno soldi per i servizi pubblici essenziali. A cosa e a chi serve questa crescita?

Serve a chi gestisce o possiede banche, società minerarie, aziende pubblicitarie, società di lobbying, fabbriche di armi, immobili, terreni, conti offshore. Noi siamo indotti a ritenerla necessaria e auspicabile da un sistema di marketing e d’influenza selettiva talmente intensivo e dilagante da riuscire a farci un lavaggio del cervello.

Così la grande erosione globale avanza consumando la Terra, cancellando tutto ciò che di più singolare e peculiare esista, sia nella cultura umana sia in natura, riducendoci ad automi rimpiazzabili in una forza lavoro globale omogenea, trasformando inesorabilmente le ricchezze del mondo naturale in un’anonima monocoltura. Non è il momento di dire basta? Non è ora di usare le straordinarie conoscenze e competenze accumulate per cambiare il modo di organizzarci, per contestare e rovesciare le tendenze che hanno determinato il nostro rapporto con il pianeta negli ultimi due milioni di anni e adesso distruggono ciò che resta a una velocità sorprendente? Non è il momento di mettere in discussione l’ineluttabilità della crescita infinita su un pianeta finito? Se non ora, quando?

Conferenza | Critica della tecnocultura e della civilizzazione: per un nuovo paradigma antisviluppista

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CRITICA DELLA TECNOCULTURA E DELLA CIVILIZZAZIONE: PER UN NUOVO PARADIGMA ANTISVILUPPISTA

Conferenza a entrata libera
Venerdì 13 dicembre, ore 18,30, scuola “Martini”, via Dorigo – Treviso. 7° incontro del Corso di Ecologia
Relatore: Mario Cenedese (Associazione Ecofilosofica)

La civilizzazione è quel processo, iniziato nel Neolitico diecimila anni fa, che ha prodotto l’addomesticamento di piante e animali, cioè l’agricoltura e l’allevamento, l’urbanizzazione, il patriarcato e la differenza di genere, il linguaggio simbolico e la scrittura, la guerra dettata dalla logica di espansione della cultura urbana, la modernità, la “virtualità reale”, il produttivismo, lo sviluppismo ad oltranza, il progresso. La tecnocultura o tecnoscienza è la pianificazione operata dalla ratio calcolante, dalla ragione strumentale, forme “ militari” del dominio della civilizzazione, corrisponde, quindi, all’apparato tecnico-scientifico. In breve, si tratta del paradigma del dominio della civiltà e della cultura sulla natura, che Hobbes e altri filosofi moderni vedono come un’eterna fonte di pericoli terrificanti da sottomettere, vincere e controllare, per cui si giustifica la gerarchia tra umani e non umani,la creazione non di rapporti di reciprocità, ma di pratiche di sottomissione e di competizione. Così il Vivente viene ridotto a fattore produttivo. Se, come osserva Walter Benjamin, dobbiamo scardinare il continuum della storia, del tempo visto come omogeneo, uniforme, vuoto, se dobbiamo opporci al progresso storico fatto di tempo divenuto una mostruosa materialità che regola e misura la vita, dobbiamo liberare il tempo da queste interpretazioni per restituire le cose alla loro vera durata. Antropologi come M. Sahlins sostengono che nei due milioni di anni precedenti la civilizzazione la nostra Terra ci ha favorevolmente accolti, in un regime di sottoproduzione e opulenza-abbondanza, quando i bisogni erano minimi, cioè naturali; inoltre, la critica della civilizzazione è l’asse portante de “La dialettica dell’Illuminismo” di Horkheimer e Adorno, come esemplificato nell’immagine chiave di Ulisse che rimuove la voce desiderante e liberatrice dei propri impulsi facendosi legare al palo della nave e reprime i propri compagni impedendo loro di vedere e udire il canto erotico delle Sirene tappando loro le orecchie con la cera di Circe. Arrivati al punto in cui ci troviamo, come possiamo uscire dalla civiltà? Non basta certamente definirci alternativi o antagonisti. Bisogna fare dell’antagonismo alla civilizzazione uno stile di vita. Non è sufficiente neppure adottare la fuga dalla civiltà attraverso la cosiddetta pratica dell’Esodo in forme di vita comunitaria. Infatti, è la mentalità civile che opera surrettiziamente, non solo i burattinai dell’Establishment. Per decostruire questo mondo civilizzato ( antropocentrico, meccanicista, sessista, tecnoculturale ) è necessario , perciò, decivilizzare noi stessi, decivilizzare il nostro immaginario, dobbiamo cominciare a far crescere dentro di noi una consapevolezza critica verso l’universo civilizzato che ci sovrasta, in modo da poter smantellare dentro di noi la forma mentis della tecnocultura, a partire, ad esempio, dalla falsa neutralità della tecnologia, per renderci coscienti della trasmutazione dell’umano in macchina ( homo cyborg, secondo Gunther Anders, Philip K. Dick, Ray Bradbury).

Mario Cenedese

Decrescita, antispecismo e 25 aprile


Da Veganzetta.org

La Veganzetta verrà distribuita in occasione della festa “Giornate Resistenti” edizione 2013 il 25 aprile a Villa Correr Pisani a Biadene di Montebelluna (TV).
Alle ore 15 inoltre sarà presentato il libro “Immaginare la società della decrescita” edito da Terra Nuova, presenti autori e autrice, vi invitiamo tutte/i a partecipare.

Veganzetta alle Giornate Resistenti 2013
Giovedì 25 aprile
Villa Correr Pisani
Via Aglaia Anassilide, 10
Montebelluna (TV)
Ore 15: presentazione libro “Immaginare la società della decrescita”

Download volantino

Decrescita e veganismo

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Fonte: La Stampa

Paech, profeta della decrescita radicale
“Aboliti aereo, cellulare, carne e uova”

In Germania le sue conferenze sono affollatissime: “Non consumiamo più per eliminare la scarsezza, ma per formare la nostra identità”
alessandro alviani
berlino

Vorrebbe introdurre la settimana lavorativa di 20 ore per tutti e chiudere il 50% delle autostrade tedesche e il 75% degli aeroporti, perché sono dei “Klimakiller” e delle “arterie vitali della distruzione”. Ecco a voi Niko Paech, il più noto “economista post-crescita” in Germania, il più radicale profeta della decrescita in un Paese che della crescita ha fatto il suo tradizionale punto di forza. 51 anni, professore di Produzione e Ambiente con contratto a tempo determinato all’università di Oldenburg, sassofonista in due band nel tempo libero, Paech non si limita a chiedere di tagliare i consumi perché ormai, come spiegava qualche giorno fa al Tagesspiegel, «non consumiamo più per aumentare la nostra felicità, bensì per evitare l’infelicità che si rischia quando gli altri hanno da esibire più cose di noi, cioè non consumiamo più per eliminare la scarsezza, bensì per formare la nostra identità».

Paech applica anche nella vita quotidiana i principi che illustra nelle sue conferenze, 80 solo l’anno scorso, date in genere senza intascare un soldo (si fa solo coprire le spese). Bisogna consumare meno? Ecco allora che Paech non ha un cellulare, non possiede una casa di proprietà, compra usati i libri di letteratura specializzata, se ne va in giro con una vecchia giacca che ha comprato al mercatino delle pulci e ha portato in sartoria per farsela adattare, non mangia carne né uova, non ha un’auto, visto che si sposta in treno oppure su una delle sue due bici. Sull’aereo c’è salito una sola volta in vita sua. Ha un notebook, che però appartiene all’università; il suo ormai non poteva più portarselo in giro, visto che era diventato impossibile lavorarci solo con le batterie: l’aveva usato per dieci anni di fila. Ma non l’ha gettato: l’ha passato alla sua ragazza, una cuoca vegetariana. Del resto, ricorda la Zeit, Paech ha contribuito a tirar su a Oldenburg un mercatino per scambiare oggetti usati e lui stesso lo visita regolarmente.

La sua ricetta post-crescita, condensata in un libro intitolato “Liberazione dalla sovrabbondanza”: ridurre l’orario lavorativo a 20 ore, in maniera tale che tutti possano usare le ore così guadagnate per coltivare un orto collettivo o riparare jeans o bici rotte; tagliare le sovvenzioni alle attività che danneggiano l’ambiente; condividere beni di consumo. Paech è ancora più radicale dei Verdi, al punto che si oppone all’idea di “green economy” e di “green new deal”, se la prende col “bel mondo della sostenibilità”, che predica bene ma non dà il buon esempio, cancellerebbe i vertici internazionali sul clima, in quanto inutili. Non è un marxista, ripete nelle sue conferenze; semmai, nota Die Zeit, a volte gioca con l’idea di essere un “conservatore mascherato”. Se vogliamo limitare l’aumento delle temperature globali a due gradi, ha ricordato al Tagesspiegel, ognuno dovrebbe emettere al massimo 2,7 tonnellate di Co2 all’anno. Al momento la media si aggira intorno alle 11 tonnellate. E il suo personale bilancio? Quest’anno sono tra 4 e 5 tonnellate, ammette, due delle quali solo a causa dei viaggi in treno per tenere le sue conferenze. «Ma ci sto lavorando…».