Senzientismo

leone prigioniero e bimba - Senzientismo

Fonte Veganzetta

Senzientismo

Di Richard Ryder In Paola Cavalierie Peter Singer, The Great Ape Project, St. Martin’s Griffin, New York, 1993, pp. 220-222

Gli scimpanzé fanno l’amore quasi come gli umani, ma di solito non corrono il rischio di contrarre la sifilide. A meno che non siano in un laboratorio. Un’immagine che mi ha sempre ossessionato è la fotografia riprodotta in un giornale medico danese degli anni ’50 di un piccolo scimpanzé triste che moriva di sifilide sperimentale, coperto da lesioni cutanee. L’ho usato nei miei primi due volantini dei diritti degli animali del 19701.
Proprio perché i nostri cugini scimpanzé si sovrappongono con più del 98 per cento dei loro geni con noi, sono stati e continuano a essere sfruttati senza pietà nella scienza. La loro unica protezione è stata il loro costo.
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Una recensione delle “Proposte” su A Rivista anarchica

A409 e1468875065131 - Una recensione delle "Proposte" su A Rivista anarchica

Costanza Troini – amica, attivista e giornalista che ringrazio di cuore – mi ha fatto un doppio e graditissimo regalo: due recensioni al libro “Proposte per un Manifesto antispecista“, diverse tra loro ma ugualmente coinvolgenti, puntuali e efficaci.
La prima è stata pubblicata su numero 409 (Estate 2016) di A Rivista anarchica alle pagine 179 e 180, a riprova del fatto che tale rivista ha ampi orizzonti di interesse che toccano anche le tematiche antispeciste; la seconda invece è dedicata appositamente a questo sito web e si può leggere nella pagina ad essa dedicata: “Una recensione“.
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Peter Singer: “Oh mio dio questi vegani…”

go vegan e1447434507313 - Peter Singer: “Oh mio dio questi vegani…”
Da Veganzetta:

Proponiamo la lettura di un interessante – anche se datato – testo pubblicato da Gary L. Francione sul suo sito web. In esso si affrontano alcuni argomenti che permettono di puntualizzare dei concetti utili per una riflessione di stampo antispecista (in coda all’articolo) sul veganismo e sulla pratica vegana.

Fonte: www.abolitionistapproach.com/peter-singer-oh-my-god-these-vegans
Di Gary L. Francione

Nel dibattito in corso tra coloro che promuovono l’approccio abolizionista e coloro che propongono quello welfarista, alcuni tra i welfaristi dichiarano il proprio supporto al veganismo, così c’è in realtà poca differenza tra loro riguardo al fatto di mangiare e usare prodotti d’origine animale.
Però a proposito del supporto al veganismo da parte dei welfaristi, è importante capire che la posizione di quest’ultimi è molto diversa da quella abolizionista.
L’abolizionista vede il veganismo come una base morale non negoziabile per un movimento che sostiene l’abolizione di ogni uso degli animali, anche se il trattamento degli stessi dovesse essere “umano”. L’abolizionismo assegna ai non umani un valore intrinseco e afferma che non dovremmo mai ucciderli per mangiarli, nemmeno se allevati e uccisi “in modo umano”. Il veganismo è visto come un fine – come un’espressione del principio d’abolizione. I vegan abolizionisti non avviano campagne per riforme welfariste per rendere presumibilmente lo sfruttamento degli animali più “umano”. Certo che è “meglio” infliggere meno sofferenza, ma in primo luogo non abbiamo giustificazioni morali per far del male. E’ “meglio” non picchiare la vittima di uno stupro, ma uno strupro senza percosse non è per questo più accettabile moralmente, e non significa che dobbiamo far campagne per ottenere uno stupro “umano”.
Gli abolizionisti guardano al veganismo come un importante mezzo di cambiamento e spendono il loro tempo e le loro risorse per educare gli altri al veganismo e al contempo alla necessità di fermare l’uso degli animali, anziché tentare di convincere la gente a mangiare uova “cage-free” o carne(1) prodotta da animali reclusi in recinti più grandi.
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Lontano dagli occhi

orso prigioniero - Lontano dagli occhi
Fonte Veganzetta

Lontano dagli occhi

Gabbie per Animali e gabbie per Umani: una storia parallela.

Con questo testo si inaugura la collaborazione di Costanza Troini con Veganzetta. Buona lettura.

Ci sono posti che non devono essere visti. Posti fatti di inferriate, sbarre, grate, spazi ridotti e rigidamente gestiti. Sono posti fatti di urla, di noia, di disperazione, spesso di sopruso e violenza extra. Posti che non molte persone notano da fuori e ancora meno conoscono da dentro. Pochi luoghi hanno tante analogie, strutturali e concettuali, come gli allevamenti (con l’appendice finale dei macelli) e i penitenziari. E condividono senza dubbio la parola “reclusione”.

Guardare dentro
Un clic anonimo e la porta blindata si apre, con un rimbombo si richiude poi alle spalle di chi entra; e di passaggio non ce ne è uno solo, tra blindi e cancelli è un susseguirsi di scatti automatici e chiusure pesanti che conducono sempre più dentro a una realtà che non tutti possono vedere.

Nell’immaginario collettivo la lista dei luoghi lugubri include il carcere, la stanza delle torture e il patibolo, ma anche facilmente il mattatoio. Un fatto strano è questo: gli allevamenti rientrano in una visione idilliaca “foraggiata” dalla propaganda, dove gli Animali felici conducono una vita in armonia con la Natura (paradossalmente Animali che in Natura non esistono), e il fatto che lo sgozzamento in un macello sia il passo successivo e inevitabile è accuratamente messo da parte – casomai c’è la carne felice come fine che giustifica il mezzo. Per gli istituti di pena il discorso è ancora più ambiguo, da una parte l’Umano medio non è interessato alle condizioni di vita dei detenuti, che ritiene comunque colpevoli di qualcosa; dall’altra non si può negare l’orrore del sovraffollamento e degli abusi di potere fino alle percosse – notizie emerse a fatica, ma ora abbastanza diffuse anche sui mezzi di comunicazione mainstream. Con l’invenzione della ghigliottina la sofferenza del condannato è stata tolta dalle mani del boia maldestro e il proiettile captivo dovrebbe garantire per legge la non sofferenza dell’Animale da macello – nonché assicurare un tranquillo dissanguamento. Presto anche i mattatoi saranno felici (1) e si potrebbe ampliare l’opzione anche ai bracci della morte dei vari penitenziari, a partire dagli Stati Uniti, dove le iniziative di marketing hanno sempre successo.

Spostamento e rimozione
Giornata di sgomberi per i rom di Milano. Ieri il Comune ha ordinato alla polizia locale di liberare tre insediamenti occupati da una sessantina di persone, per lo più adulti, in via Cima (zona Lambrate-Rubattino, periferia Est)“. (2)

In precisi momenti storici l’inguardabile è stato rimosso e spostato dove dava meno fastidio, pur continuando a compiere la sua funzione. Così è accaduto agli slum delle città industrializzate, agli accattoni fuoriusciti dalle loro tane nella “corte dei miracoli” (3), ai mercati del bestiame, ai Cani randagi nelle città in preparazione di eventi internazionali, ai campi nomadi, a tutti i mattatoi e a molte carceri.
Lo spostamento fisico aiuta la rimozione. Ma non solo. La gestione del territorio non può che trarne giovamento. In un’ottica capitalista – cioè standardizzata nel mondo occidentale – lo spazio e il tempo sono beni da utilizzare: la casa signorile nel quartiere “ripulito” costa di più, per esempio, come hanno dimostrato le recenti proteste dei residenti di alcune città italiane contro i centri d’accoglienza agli immigrati (4). Nella realtà di reclusione umana e animale, gli spazi sono “ottimizzati” perché ogni vivente porta un profitto e l’equazione evidente è “più viventi, più profitto”; il tempo non appartiene al detenuto ma è scandito quotidianamente e segmentato da processi, trasferimenti, sconti di pena e punizioni fino alla fine del periodo da scontare in galera. Per l’Animale conta un solo tempo, quello che lo porterà al macello – la nascita e la morte sono scandite per ragioni d’interesse, il guadagno diretto che ne viene. I meccanismi di rimozione sono noti a chiunque abbia affrontato una riflessione antispecista.

Lontano dal cuore
Secondo la Direttiva europea che stabilisce norme minime per la protezione dei polli allevati per la produzione di carne, si possono allevare polli con una densità che può andare da 33 chili (15/16 polli per metro quadrato) fino a 42 chili per metro quadrato, (20/21 polli per metro quadro), se si chiede una deroga. L’autorizzazione ad allevare in deroga a queste altissime densità può avvenire semplicemente per silenzio assenso” (5).

Facile sentirsi in colpa mangiando l’Animale – qualcosa non torna, qualcosa ci dice che stiamo sbagliando, la logica evidenzia l’assurdità di nutrirsi di cadaveri. Ma questo non avviene quasi mai pensando ai luoghi di detenzione dell’Animale umano. Rimanendo nell’ambito del carcere, chi mai è pronto a spezzare una lancia a favore dei colpevoli, anche solo facendo quattro chiacchiere con gli amici al bar? L’Animale è innocente e serve al benessere umano, il reo ha sbagliato ed è un pericolo per la società, fuori non serve a nulla, ma dentro ha l’opportunità di redimersi – pochi sanno che il recluso crea anche profitto, anzi i più si lamentano per i soldi delle tasse sprecati in docce calde e TV color da aggiungere alle gabbie. Nel frattempo il benessere dell’Animale da reddito genera ancora più reddito e tacita la coscienza (questo è ciò che si prefigge di fare Ciwf). Cosa fare poi quando l’attivista entra nei capannoni impenetrabli degli allevamenti uscendone con il cuore a pezzi e filmati raccapriccianti e il bravo giornalista racconta le celle e chi confinato ci passa la vita? Qui carcere e sfruttamento animale convergono nuovamente: sono argomenti che creano imbarazzo, meglio guardare da un’altra parte.
Ma un antispecista no, un antispecista è abituato a vedere. Le gabbie sono tutte uguali.

Costanza Troini per Veganzetta

Note:

1) Vedasi www.veganzetta.org/pareti-colorate-per-macelli-piu-allegri
2) Leggo, sabato 15 agosto 2015.
3) “Con l’espressione Corte dei miracoli ci si riferiva a un vicolo chiuso o a un quadrivio di una città dove si riunivano in gruppi organizzati mendicanti ed emarginati sociali”.
Fonte: Wikipedia.
4) Per esempio Tor Sapienza a Roma nel novembre 2014.
5) Fonte Ciwf.it, 29 giugno 2015.