Tra dolore e dolore: due possibili versioni del caso Caterina Simonsen

Da Veganzetta

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Recentemente si è appresa notizia di ciò che potrebbe essere definito un vero e proprio caso, diventato mediatico. Caterina Simonsen, giovane studentessa all’Università di Bologna, è una ragazza di venticinque anni affetta da alcune malattie rare. Per questioni di privacy e rispetto nei confronti della giovane, non entrerò nei dettagli della sua situazione, resa nota da orde di messaggi e post apparsi sul noto social network, Facebook. In ogni caso, è assai difficile che le informazioni in altrui possesso siano effettivamente complete, pertanto eviterò di affrontare la situazione nella fattispecie. Ciò che mi prefiggo come obiettivo di questo articolo, invece, è riportare “giornalisticamente”, come da titolo, due possibili versioni concernenti il caso Simonsen. Al fine di evitare incomprensioni, già sorte altrove, intendo specificare chiaramente che questo articolo acquista carattere puramente informativo. Per correttezza e completezza d’analisi, le due “teorie” esposte sono da intendere come possibilità. Nonostante ciò, al termine delle due versioni esprimerò separatamente alcune considerazioni personali. trans - Tra dolore e dolore: due possibili versioni del caso Caterina Simonsen

Caso I:

Caterina Simonsen, ragazza malata e costretta al respiratore per gran parte della giornata, secondo cronaca, sarebbe stata insultata da alcuni animalisti per aver difeso la sperimentazione animale (altresì chiamata vivisezione, in estensione, come da dizionario o, secondo l’asettica terminologia utilizzata dai suoi fautori, ricerca in vivo) grazie alla quale, la sua vita sarebbe stata salvata. Il caso, diventato mediatico dopo che la ragazza ha risposto alle minacce di morte ricevute tramite video, ha sollevato la reazione e il sostegno dei vivisezionisti (da distinguere dai vivisettori, in quanto i primi a favore della sperimentazione animale e i secondi i suoi esecutori). Secondo il primo caso, dunque, tutto si sarebbe svolto esattamente come è stato affermato. La ragazza, realmente malata, sarebbe stata realmente insultata da alcuni animalisti e avrebbe agito personalmente, prendendo posizione personale a favore della vivisezione come metodo di ricerca.

Considerazioni personali sul Caso I:

La (nuova) collisione tra animalisti e antispecisti e vivisezionisti ha aggiunto altro combustibile alla già rovente brace della questione della sperimentazione animale. Il dibattito sulla sua effettiva validità scientifica è lungo, complicato e intrecciato; discuterne in questo articolo non solo distoglierebbe l’attenzione dal tema principale, cioè il caso della giovane studentessa, ma sarebbe anche impossibile a livello pratico. Ciò che è possibile fare, però, è porre la questione, seppur per brevi accenni (sempre causa spazio), sotto un punto di vista etico. Passo dunque a domandare: assunto che gli Animali sono esseri coscienti e senzienti, in grado, cioè, di sperimentare sensazioni quali dolore, paura, tristezza, gioia e altre, può essere giustificata la loro tortura e la loro uccisione in sterili laboratori al fine di un progresso (il che, poi, è ancora tutto da dimostrare) della scienza medica (o, per estensione, cosmetica, militare, accademica e così via)? La risposta a tale quesito include argomentazioni riguardanti la conoscenza degli Animali, la loro psicologia, la questione dei diritti fondamentali (da non confondere con quelli giuridici) e ancora altre se ne potrebbero aggiungere. Per quanto riguarda me e l’antispecismo in generale, la risposta è: no, poiché ogni Animale possiede gli stessi diritti alla vita, alla salute e alla libertà degli esseri Umani. Inoltre, ritengo che la vivisezione non si basi su fondamenta scientifiche, ma che queste siano, invece, empiriche e che gli Animali non costituiscano un modello “istituzionalmente” predittivo per gli Umani. Come suddetto, però, la discussione è molto vasta e, per quanto io lo desideri ardentemente, non posso permettermi di affrontarla in questo scritto.

Concentrandosi sul caso di Caterina Simonsen nella fattispecie, per quanto riguarda il Caso I, intendo (io, così come, molto probabilmente, ogni altro antispecista) prendere le distanze dagli insulti che sono stati rivolti alla ragazza, in quanto non conformi alle modalità improntate sul rispetto e sul riconoscimento degli altrui diritti, che sono, invece, appannaggio di questo movimento di liberazione animale e umana (enfatizzo in questo caso la liberazione umana, come parte dell’antispecismo, al fine di ricordare che tanto il Topo torturato e ucciso nei laboratori, quanto il bambino affetto da un tumore, sono campi in cui gli antispecisti intervengono cercando di garantire il riconoscimento dei diritti di tutti, siano essi Umani o Animali). Tale volgarità e tale strategia d’azione non mi rappresentaPer quanto mi riguarda, la lotta alla schiavitù degli esseri viventi, la più grande battaglia della Storia, necessita di essere combattuta con fermezza, conoscenza e senso strategico, ma anche mantenendosi conformi alle nozioni di rispetto che lo stesso antispecismo promuove.

D’altro canto, per correttezza d’informazione, così come gli animalisti o gli antispecisti, talvolta in preda alla rabbia o allo stress, insultano i loro “avversari”, sono questi ultimi (e in misura assai maggiore) ad augurarci la cattiva salute o la morte. Restando nell’ambito del Caso I, infine, pongo a Caterina Simonsen i miei più sinceri auguri per la sua sfortunata condizione. Colgo, inoltre, l’occasione per incitare la stessa a svolgere maggiori ricerche sull’argomento vivisezione e spero possa un giorno riuscire a guardare gli Animali rinchiusi nei laboratori e “sacrificati per la scienza”così come ora guarda i Cani e i Furetti che, invece, abbraccia.

Caso II:

Alcuni giorni dopo lo scoppio del caso Simonsen, hanno iniziato a circolare alcune ipotesi circa la possibilità di un complotto ideato dai vivisezionisti volto a screditare il movimento antispecista e animalista che, in questi anni, ha preso sempre più piede. Per completezza d’informazione, dunque, riporto sotto il Caso II le informazioni, le “coincidenze” (ho deliberatamente usato le virgolette poiché, secondo i sostenitori della seconda possibilità, esse non sono affatto delle coincidenze, bensì delle prove) che hanno insospettito alcuni antivivisezionisti.

In primo luogo, sarebbe da considerare la vicinanza del caso, quindi della svalutazione del movimento antivivisezionista, alla data 14 gennaio 2014, giorno in cui entrerà in vigore una nuove legge sulla sperimentazione animale. In secondo luogo, l’unica associazione vivisezionista nominata dalla ragazza sarebbe Telethon, che sembra aver recentemente avuto un calo in termini economici. In ultimo, la studentessa sarebbe stata ricollegata all’azienda Simonsen Laboratories, per analogia di cognome, che “produce” proprio Animali destinati alla vivisezione. A questo punto, devono essere considerate tre possibili varianti dello stesso Caso II: secondo alcuni, a ideare questo complotto sarebbe stata proprio Caterina Simonsen, seguita a ruota dai vivisezionisti, mentre secondo altri, la ragazza avrebbe agito personalmente regalando, però, (anche involontariamente) agli altri vivisezionisti la possibilità di avviare un’intensa campagna mediatica, facendo assumere, alla vicenda, i connotati, appunto, di una sorta di complotto. C’è chi, infine, pensa che Caterina Simonsen possa essere stata anche assoldata dai fautori della sperimentazione animale. Comunque siano andate le vicende, sia nel Caso I che nel Caso II, la campagna mediatica si è svolta.

Tutto il Caso II, verrebbe coronato da una piccola indagine svolta dall’associazione Animalisti Italiani ONLUS, secondo cui le persone che hanno rivolto insulti verso Caterina non sarebbero affatto animalisti, in quanto l’unica traccia di attività riconducibile all’animalismo riscontrata sui loro profili Facebook sarebbe proprio costituita dagli insulti e null’altro. Sulla base di ciò, alcuni ritengono che queste persone siano state ingaggiate al solo fine di scatenare il caso, da ritorcere, poi, contro il movimento di liberazione animale.

Considerazioni personali sul Caso II:

Anzitutto, desidero ribadire ancora una volta che lo scopo di questo articolo è di carattere esclusivamente informativo. Per quanto riguarda la Simonsen Laboratories, personalmente ritengo si tratti di un (oserei dire, ironico) caso di semplice omonimia. Non credo che Caterina Simonsen possa avere un nesso con quest’ultima, poiché l’azienda si occupa di allevare Animali destinati alla vivisezione, mentre la giovane non ha direttamente a che fare con il mondo di questa pratica (salvo, naturalmente, i casi di vivisezione svolta all’università, dove è possibile, comunque sottoscrivere l’obiezione di coscienza). Piuttosto, l’azienda può essere collegata all’argomento di quanto scaturito dal caso Simonsen, cioè un nuovo dibattito sulla sperimentazione animale.

Comunque si siano svolte le vicende, l’antispecismo e l’animalismo non sono estranei ai complotti. Posso citare a tal proposito il caso di Leon Hirsch (1), che ideò il suo assassinio (che, ovviamente, non avvenne) al fine di screditare il movimento di liberazione animale. Senza dover necessariamente arrivare a livelli così gravi, esiste chi, dunque, ritiene che la vicenda della ragazza possa essere ricondotta ad una vera e propria macchinazione ad opera dei sostenitori della vivisezione.

Nel caso ciò dovesse rappresentare la realtà, credo ci sia poco da aggiungere. L’unico termine che ritengo sia possibile utilizzare è: vergogna.

Samuele Strati

 Note: 
1)  Tom Regan, Gabbie Vuote. La sfida dei diritti animali, Sonda, Casale Monferrato 2005, pp. 44-45

Il gossip degli anti-animalisti

Fonte: http://ilmanifesto.it/il-gossip-degli-anti-animalisti/

animali liberi - Il gossip degli anti-animalisti

Editoriale de Il Manifesto – 1 gennaio 2014
Il gossip degli anti-animalisti
di Annamaria Rivera

Come pre­messa, occorre dire che il caso di «Cate­rina e la vivi­se­zione» si con­fi­gura come uno scan­dalo mon­tato ad arte. Si potrebbe sospet­tare che sia una sorta di ritor­sione per la vit­to­ria otte­nuta con la chiu­sura di Green Hill, dopo anni di lotte, repres­sione e mani­fe­sta­zioni, anche di massa. Ricor­diamo che a metà luglio il mostruoso alle­va­mento di cani bea­gle, desti­nati a espe­ri­menti di ogni genere in tutta Europa, con sede a Mon­ti­chiari, di pro­prietà della mul­ti­na­zio­nale Usa Mar­shall Farms Inc., è stato chiuso dalla magi­stra­tura, che ha incri­mi­nato i ver­tici dell’azienda.

Per ispi­ra­zione, come sem­bra, d’interessi assai cor­posi, il caso della stu­den­tessa gra­ve­mente malata, insul­tata in rete dagli imman­ca­bili men­te­catti per aver difeso la spe­ri­men­ta­zione su ani­mali, è stato arti­fi­cio­sa­mente gon­fiato dai media di ogni ten­denza, che ne hanno stra­volto il senso e le pro­por­zioni reali, ridu­cen­dolo a gos­sip da vacanze di Natale. Nel corso di que­sta bla­te­ra­zione scan­da­li­stica, che parte da un pre­sup­po­sto indi­mo­stra­bile – gli autori degli insulti vir­tuali sareb­bero rap­pre­sen­ta­tivi dell’«animalismo»- si sono perse den­sità e pro­fon­dità dei dilemmi e della stessa ela­bo­ra­zione teo­rica dell’antispecismo. La quale ha ante­ce­denti assai illu­stri: fra tutti basta citare la Scuola di Francoforte.

Pochi sono stati finora i com­menti, da parte non anti­spe­ci­sta, che si siano misu­rati con la com­ples­sità della que­stione. Si sa, è tipi­ca­mente ita­liano pren­dere la parola pub­bli­ca­mente su qual­siasi tema – e su que­sto più che su altri — pur non aven­done alcuna competenza.

Come pro­to­tipo del genere di arti­coli che si pre­ten­dono colti ed equi­di­stanti, ma che scon­tano una cono­scenza appros­si­ma­tiva del dibat­tito anti­spe­ci­sta e non solo, assu­miamo quello del teo­logo Vito Man­cuso: Sull’“antinaturalismo” degli ani­ma­li­sti, apparso il 29 dicem­bre scorso su La Repub­blica e ripreso nella prima pagina di Micro­Mega online.

Per comin­ciare: Man­cuso dà per scon­tato che a insul­tare Cate­rina Simon­sen siano stati «gli ani­ma­li­sti», men­tre la sola cosa certa è che sono espo­nenti della vasta cate­go­ria di imbe­cilli che, gra­zie alla vol­ga­rità dila­gante e alla caduta dei freni ini­bi­tori indotta dalla rete, vomi­tano insulti con­tro chicchessia.

Non solo: il teo­logo si rivela alquanto ignaro degli orien­ta­menti, teo­rie, dibat­titi che attra­ver­sano il mondo, assai ete­ro­ge­neo, degli inte­res­sati alla sorte dei non umani. Così che, non distin­guendo tra zoo­fili, ani­ma­li­sti, anti­spe­ci­sti, infila tutti nel mede­simo cal­de­rone. Dà per scon­tato, per esem­pio, che ad acco­mu­nare gli «ani­ma­li­sti» sia il fatto di «volere per gli ani­mali gli stessi diritti dell’uomo». E invece vi è una cor­rente anti­spe­ci­sta, per­lo­più d’ispirazione anti­ca­pi­ta­li­sta, mar­xi­sta e/o liber­ta­ria, che rifiuta di par­lare di diritti ani­mali e pone l’accento sui pro­cessi di libe­ra­zione, riguar­danti umani e non umani.

Inol­tre, Man­cuso attri­bui­sce abu­si­va­mente agli «ani­ma­li­sti», quale tema etico fon­da­men­tale che li carat­te­riz­ze­rebbe, la que­stione violenza/nonviolenza: dilemma serio, ma che, almeno in que­sto arti­colo, è trat­tato in modo discu­ti­bile, pro­iet­tando sugli altri – gli «ani­ma­li­sti»- una que­stione che è sì cen­trale, ma anzi­tutto nel suo pen­siero. Di con­se­guenza, egli assi­mila, quali vit­time della vio­lenza umana, patate, cipolle, bat­teri, topi e pri­mati (gli ultimi due non nomi­nati espli­ci­ta­mente, ma la spe­ri­men­ta­zione ani­male, si sa, ha loro tra le vit­time principali).

In realtà, se il teo­logo si fosse con­fron­tato con qual­che buon sag­gio, non neces­sa­ria­mente anti­spe­ci­sta in senso stretto – per esem­pio, con L’animale che dun­que sono di Jac­ques Der­rida -, saprebbe quali siano le domande prin­ci­pali: gli altri ani­mali sono capaci di gioire, sof­frire, com­pren­dere? Non sono forse delle sin­go­la­rità irriducibili?

Altret­tanto con­ven­zio­nale è la con­ce­zione man­cu­siana dei non umani. Non per caso egli, tra tutti i filo­sofi che, almeno a par­tire da Mon­tai­gne, si sono posti la que­stione, cita pro­prio e solo Kant: ovvero colui del quale Theo­dor W. Adorno ha cri­ti­cato l’odio e l’avversione per gli ani­mali, e la morale priva di com­pas­sione o commiserazione.

Tra i tanti pas­saggi di que­sto arti­colo impron­tati al senso comune, la frase «A parte quella umana, nes­suna spe­cie ces­serà mai di seguire l’istinto sotto cui è nata» appare non troppo degna di uno scritto che si pre­tende colto. Da lungo tempo stu­diosi in vari campi, com­presi gli eto­logi, hanno messo in discus­sione la nozione di istinto, ammet­tendo che nume­rose spe­cie ani­mali pos­sie­dano intel­li­genza, sen­si­bi­lità, inten­zio­na­lità, sin­go­la­rità, capa­cità di sim­bo­liz­za­zione e di empa­tia, non­ché cul­tura: inten­dendo come ele­mento minimo basi­lare di quest’ultima l’attitudine a ela­bo­rare solu­zioni dif­fe­ren­ziate per risol­vere uno stesso pro­blema nel mede­simo ambiente.

Inol­tre, l’affermazione di Man­cuso «L’uomo al con­tra­rio [degli altri ani­mali] ha impa­rato a poco a poco a esten­dere gli ideali di giu­sti­zia a tutti gli esseri umani, com­presi quelli dalla pelle diversa» è con­trad­dit­to­ria oppure è il frutto di un grave lap­sus. Egli, infatti, col­loca que­sta frase dopo un pas­sag­gio nel quale scrive: «nes­suna spe­cie ani­male esten­derà mai alle altre spe­cie i diritti di supre­ma­zia che la natura lungo la sequenza della sele­zione natu­rale le ha con­cesso». Forse che gli esseri umani «dalla pelle diversa» (diversa da chi?) appar­ten­gono a una fami­glia altra da quella di Homo Sapiens? En pas­sant, aggiun­giamo che il teo­logo sem­bra igno­rare che certi pri­mati, in par­ti­co­lare i bonobo stu­diati da Frans de Waal, cono­scono sen­ti­menti e com­por­ta­menti quali altrui­smo, com­pas­sione, empa­tia, gen­ti­lezza, pazienza, sen­si­bi­lità, per­fino mora­lità, estesi anche al di là della loro specie.

In sostanza, Man­cuso ripro­pone come uni­ver­sale la vec­chia dico­to­mia natura/cultura, tipi­ca­mente occi­den­ta­lo­cen­trica, sco­no­sciuta a tanta parte dell’umanità, che ha ela­bo­rato, invece, onto­lo­gie e cosmo­lo­gie fon­date sul para­digma della con­ti­nuità. Que­sta dico­to­mia è stata abi­tual­mente arti­co­lata in fun­zione di una serie di anti­tesi com­ple­men­tari quali innato/acquisito, eredità/ambiente, istinto/intelligenza, spontaneo/artificiale: oppo­si­zioni arbi­tra­rie, che discen­dono da un’ideologia legata a una forma pecu­liare di razio­na­lità — quella stru­men­tale — che rara­mente si è inter­ro­gata o ha messo in que­stione il pro­prio arbi­trio o la pro­pria parzialità.

E’ pro­prio la razio­na­lità stru­men­tale — figlia del cogito car­te­siano, a sua volta erede della «filia­zione giudaico-cristiana, dun­que sacri­fi­ca­li­sta» — che pro­duce oggi un livello tale di assog­get­ta­mento e mer­ci­fi­ca­zione dei non umani che, per citare ancora Der­rida, «qual­cuno potrebbe para­go­narli ai peg­giori genocidi».

Il fine non giustifica i mezzi: una risposta a Caterina Simonsen

caterina simonsen - Il fine non giustifica i mezzi: una risposta a Caterina Simonsen

Due esseri senzienti con la stessa voglia di vivere, riposano insieme

 

Vivere nonostante i problemi di salute che l’affliggono non deve essere facile per Caterina, e a lei, contrariamente da quello che è accaduto sul web, va la nostra solidarietà di antispecisti. Avere 25 anni e non poter godere appieno della vita, e dipendere da macchinari e farmaci è una tragedia personale, alla quale però Caterina Simonsen ha voluto rispondere avallando una tragedia collettiva.
La tragedia collettiva di cui parliamo è la vivisezione o sperimentazione animale, come preferiscono definirla coloro che la difendono, comunque la si voglia chiamare, facciamo riferimento a una vergogna per l’umanità tutta, una pratica a cui soggiace un concetto allucinante: il fine giustifica i mezzi; qualunque scelta o azione è lecita pur di ottenere un risultato utile o positivo per chi la compie. trans - Il fine non giustifica i mezzi: una risposta a Caterina Simonsen
Caterina dice di amare gli Animali, è vegetariana (cosa lodevole), si fa fotografare abbracciata al suo compagno canino, studia per diventare una veterinaria, insomma la si potrebbe definire una persona a cui stanno a cuore gli Animali, allo stesso tempo per far fronte alla sua situazione difficilissima, e umanamente comprensibile, non esita a utilizzare metodologie derivanti dallo sfruttamento degli Animali. Ma chi non lo farebbe se fosse al suo posto? Ben pochi avrebbero il coraggio di spingere la propria coerenza personale sino a tali limiti. Se quindi di comprensione e di empatia si può parlare in questo caso, non possiamo, in tutta onestà, condividere il suo appello in favore della strage di milioni di Animali in nome di un “bene supremo” che sarebbe la salute umana (e nello specifico la sua).
Non possiamo e non vogliamo condividere un appello che trasforma una persona umana affetta da rare patologie in uno spot vivente pro-vivisezione, divenendo lei stessa strumento propagandistico (si spera del tutto inconsapevolmente, ma dubitare è lecito) nelle mani di chi gli altri è abituato a strumentalizzarli – a usarli – quotidianamente; e ciò perché siamo assolutamente convinte/i che mai i fini possano giustificare i mezzi. Perché se ciò accadesse, se tale paradigma divenisse consuetudine universalmente condivisa (ma forse lo è già), non ci sarebbe limite alla violenza, alla sofferenza e al dominio sull’altro. Molti in ambito animalista hanno accomunato le pratiche mediche naziste inflitte agli ebrei ai protocolli sperimentali con l’utilizzo di Animali, se il paragone può sembrare esagerato o retorico (ma del resto adeguato alla situazione visto e considerato che la stessa Caterina ha usato pubblicamente il termine “nazi-animalisti”), a sgombrare il campo dagli indugi basterebbe elencare le numerose conoscenze mediche, biochimiche e fisiologiche, le sostanze chimiche, che ancora oggi vengono utilizzate per il “bene supremo” umano, e che sono derivanti da torture inflitte agli ebrei nei campi di concentramento e sterminio nazisti: come il comune test di Clauberg sulla fertilità (per maggiori informazioni si legga: www.veganzetta.org/?p=3756), o sostanze di derivazione ormonale come il Progynon e il Proluton, largamente impiegate nei casi di sterilità e di rischio di aborto nella donne; sostanze che possono salvare la vita di un nascituro, o dare la gioia a una persona di avere un figlio. Chi siamo noi per giudicare delle persone che ricorrono a queste soluzioni nella speranza di guarire da una patologia che le ha colpite? Ma allo stesso modo chi siamo noi per giustificare i metodi raccapriccianti che hanno portato alla messa a punto di tali sostanze? Per Caterina le medicine che assume significano vivere, per molti altri esseri senzienti hanno significato dolore e morte. Caterina diviene vittima di malattie che possono, a oggi, essere curate solo con sostanze che hanno causato vittime non umane a migliaia: lei non ha colpa di tutto ciò. Ma ne diviene complice nel momento in cui decide di difendere pubblicamente tali metodi: non ne ha alcun diritto né come persona umana, né come malata. E’ questo il suo grande errore, ed è questo che non possiamo e non vogliamo condividere, e che anzi condanniamo fermamente. Nessun fine può giustificare i mezzi, nessuno oserebbe affermare ciò che afferma Caterina se le vittime sacrificali fossero i propri cari, la propria famiglia, o anche il proprio Cane (lo stesso della foto di cui si parlava prima, per esempio), questo perché saremmo colpiti nei nostri sentimenti, nei nostri affetti più profondi: meglio che accada ad altri, lontani, distanti da noi, diversi. In fin dei conti le vittime di Clauberg erano per i nazisti “solo ebrei”, quindi meno che umani, e le vittime dei farmaci che assume Caterina erano “solo animali”, quindi nemmeno umani.
Di sicuro molte persone si sentono più sicure perché protette da eserciti e da servizi segreti pronti a tutto pur di difendere un determinato modello di vita, anche a costo di torturare Umani, di imprigionarli, di ucciderli, di richiuderli ed espellerli come si fa con oggetti non desiderati. Ma ciò può essere sopportato solo da chi da queste vergogne trae giovamento, da chi ha la fortuna di trovarsi dalla parte del più forte. Ma a quale prezzo? Ci sarà mai fine a questo macello quotidiano che smembra Animali, Umani e il Pianeta stesso? E’ questo egoismo assurdo che abbiamo il dovere morale di sconfiggere, partendo da chi è l’ultimo degli ultimi: il non umano, vittima anche delle cure che salvano Caterina e in definitiva tutte/i noi.
Vorremmo vedere il sorriso di Caterina senza una maschera di plastica, ma allo stesso tempo vorremmo che tale sorriso non significasse lo strazio di milioni di altri esseri senzienti che hanno il suo stesso diritto a vivere una vita serena. Affermare che ora non si può fare altrimenti non può essere una giustificazione, sarebbe solo una resa ipocrita e una degradazione morale. Una scienza priva di un’adeguata riflessione etica è solo un’aberrazione della nostra propensione alla conoscenza, e può solo generare mostruosità, ingiustizie e dolore. La fine della sperimentazione sugli Animali non è una questione legata al superamento di necessità contingenti, ma è meramente una questione di volontà.
Per quanto esposto ci dissociamo da chi augura la morte a Caterina Simonsen, ma anche dalla sua presa di posizione a favore della tortura animale.

Saluti antispecisti.

Veganzetta
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AGGIORNAMENTO 31/12/2013: Progetto Vivere Vegan Onlus, aderisce formalmente al comunicato. Un grazie di cuore alle amiche e agli amici di Progetto Vivere Vegan Onlus.


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AGGIORNAMENTO 09/01/2014: Veganierranti, aderisce formalmente al comunicato. Un grazie di cuore alle amiche e agli amici di Veganierranti.