Processo Green Hill: pesanti richieste di condanna per chi liberò i Cani

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Il 21 settembre si è svolta l’udienza che vede 13 persone imputate di vari reati per la liberazione dei Cani del 28 aprile 2012 a Green Hill. In tale occasione il PM ha avanzato le sue richieste di pena.

Per riassumere la situazione il gruppo dei 13 imputati lo si può suddividere approssimativamente in 2 categorie.

La prima: riguarda le persone che sono fisicamente entrate scavalcando la rete e si sono introdotte nei capannoni portando fuori alcuni Cani e consegnandoli a chi era fuori. Queste persone sono accusate di furto aggravato. Questa categoria è quella per cui il PM ha avanzato richieste di pena più lievi che si aggirano dagli 8 mesi all’anno, con l’applicazione dei benefici di legge.  Continua a leggere

Quel 28 aprile 2012 a Montichiari: cronaca di una liberazione

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Fonte Veganzetta

Fabio Serrozzi è una delle persone che il 28 aprile 2012 entrò nei capannoni del lager di Green Hill a Montichiari (BS) per liberare i Cani che vi erano rinchiusi. Per tale azione èstato fermato e arrestato ed ora è uno degli imputati al processo che si sta celebrando a Brescia.
A distanza di più di tre anni Fabio ha voluto scrivere per Veganzetta la sua testimonianza come attivista liberazionista, per ripercorrere – e condividere con chi legge –
la sua versione dei fatti di quella storica giornata che ha segnato un punto di svolta fondamentale per la lotta per la liberazione animale in Italia. Grazie Fabio.
Buona lettura.

Montichiari, 28 aprile 2012

Il corteo parte dal parcheggio del Palasport. Il percorso non prevede il passaggio davanti l’allevamento, ma solo ai piedi della collina sulla quale si trova.. Quando arriviamo alla rotonda che porta alla tangenziale (a sinistra) il corteo procede regolarmente dritto. Io sono a metà corteo circa. Qualcuno suggerisce di tagliare a sinistra, di invadere e bloccare la tangenziale: un modo per renderci più visibili, nessun ascolta, il corteo seguita dritto. Arriviamo nella zona industriale, sotto la collina di Green Hill. Un gruppo – a metà corteo circa – si stacca e inizia a salire verso l’allevamento. Mi unisco a loro. Attraversiamo dei campi (alcuni sono coltivati a grano), arriviamo alla stradina che fronteggia la recinzione dell’allevamento La polizia, colta di sorpresa per la nostra deviazione, ci raggiunge. La gente si sparpaglia nel campo di fronte la strada che porta agli uffici, lungo la stradina di fronte alla recinzione, sotto il viale alberato che, passando davanti agli uffici, porta delle case dei contadini nei pressi. Ci sono i poliziotti ora: io sono nella stradina. Un poliziotto in borghese della Digos mi intima di fermarmi (scoprirò poi che si tratta di un dirigente). Io dico che non sto facendo niente di male, lui mi ripete di fermarmi… Rispondo che la strada non è privata. Lui ordina a un poliziotto e un collega in borghese di controllare i miei documenti; io chiedo spiegazioni e lui mi consiglia di non fare storie, affermando che è meglio per me se non me lo faccio chiedere una seconda volta. Senza rispondere fornisco i documenti. Nel frattempo giunge, percorrendo la strada dove mi trovo, una monovolume con al volante una donna di circa 35-40 anni di età che impreca visibilmente infastidita dai manifestanti; i poliziotti le dicono che è meglio meglio per lei uscire dal retro dell’allevamento, lei – sempre imprecando – fa manovra e si avvia verso il retro della struttura.

Ripresomi i documenti mi incammino per la stradina verso le case dei contadini: direzione uffici. C’è altra gente con me, e altre persone che giungono dal campo. La situazione sta palesemente sfuggendo al controllo dei poliziotti, tanto che ricevo un ulteriore alt, sempre dallo stesso dirigente della Digos: “quello coi ricciolini mi ha rotto le scatole, prendilo e portalo via”, dice a un suo collega riferendosi a me. In quel momento però l’attenzione della polizia si sposta su un tafferuglio scoppiato tra i contadini che abitano un casolare di fianco all’allevamento e alcuni attivisti, ancora una volta posso continuare per la mia strada. Intanto molta gente si è accalcata davanti agli uffici. Un ragazzo prende una transenna da lavori stradali – messa insieme ad altre davanti alla recinzione degli uffici – e la solleva fino ad appoggiarla al cancello d’ingresso. La transenna diviene una sorta di scala dove lui, e altre 6 o 7 persone salgono per scavalcare la recinzione. Arriva la polizia e gli agenti si posizionano davanti alla transenna per evitare che altre persone entrino. Intanto la gente continua con i cori. Tra la folla si sparge la voce che hanno fermato delle persone all’interno dei capannoni e le stanno portando fuori dal cancello secondario, che rispetto alla salita dalla collina si trova sulla destra della stradina che conduce agli uffici. Decido di spostarmi in quella zona, vedo la gente concentrata davanti agli uffici protetti da alcuni agenti che, a giudicare dalle divise, dovrebbero essere della forestale. Non vedendo arrivare altre persone, ripercorro il viale cercando di capire cosa fare.
Giunto davanti all’ingresso secondario dell’allevamento vedo alcuni ragazzi che si avvicinano alla rete. Uno di loro la scavalca e si dirige verso il portone di un capannone. Lo apre con estrema facilità, senza forzarlo, come se fosse già aperto già. Non ci sono poliziotti in giro. Entra e in breve esce con un Cane… poi rientra, altri cuccioli…. Intanto inizia ad arrivare altra gente con la palese intenzione di fare delle fotografie. I ragazzi che sono entrati iniziano a urlare: “non fate foto, non fate foto!”.

C’è un buco nella rete, non so chi l’ha fatto, non penso i ragazzi entrati del capannone perché hanno scavalcato, non sono quindi al corrente della presenza del buco nella rete che altrimenti avrebbero utilizzato. Decido si sfruttare l’occasione che mi si presenta e di entrare, altre persone entrano nello stabile con me… La polizia sta arrivando. Alla porta d’ingresso del capannone vedo che ci sono delle persone dentro compresi dei poliziotti che non intervengono. Entro nel capannone. Vedo un corridoio, e una serie di celle in fila, in ciascuna delle quali c’è una mamma e 6 o7 cuccioli. Non abbaiano, sento però abbaiare in lontananza. Loro però non emettono suoni, non sembrano nemmeno provare paura. C’è puzza di escrementi. In terra poca segatura (o qualcosa di simile) e nessuna ciotola. Il cancello delle celle si apre facilmente, è privo di lucchetto: ha solo una levetta. Apro una gabbia e prendo un cucciolo. Sulla porta c’è il dirigente della DIGOS che sta entrando e altri poliziotti. Le persone passano loro accanto, ma nessuna viene fermata. Mi metto il cucciolo nella maglietta e esco, penso che la polizia mi fermi, nessuno però fa nulla. Esco quindi fuori correndo verso la recinzione: sono emozionatissimo. Vedo molta gente che fa la spola dalla rete ai capannoni. Passato il cucciolo sopra la rete a qualcuno che mi dice “dallo a me, te lo ridò dopo”… Non lo rivedrò. Aiuto a passare altri cuccioli e mamme che la gente porta fuori ma che non riesce a far passare dalla rete. Le mamme sono pesanti: hanno molto latte e uno strano odore, cattivo secondo me… Su una di loro, alzandola, noto una cicatrice che parte dalla base del collo e finisce lungo l’addome.

Rientrato nel capannone prendo altri cuccioli e due mamme. I poliziotti continuano a dirci di smettere, perché ne abbiamo già portati via un bel po, ma non chiudono il portone, eppure sarebbe molto semplice farlo e bloccare tutto. Nulla! Esco, passo i Cani a persone che conosco e rientro. Stavolta però il capannone viene chiuso. Mi avvicino con altre persone a un’altra recinzione più in alto e attendo. Alcune persone incitano chi manifesta fuori a entrare, ma la gente applaude soltanto, pochi entrano. Hanno paura.

Davanti a me c’è un carabiniere, mi dice di uscire e tornare indietro, ma io e un’altra ragazza approfittiamo di un suo momento di distrazione per scendere fino al capannone sottostante. Lui ci segue per un po’ senza molta convizione. Entriamo nel capannone. Anche lì la porta antipanico è aperta. Stesso ambiente del precedente. La ragazza apre una gabbia, prende un bel po’ di cuccioli. Io prendo una mamma e altri due cuccioli. Il carabiniere è sulla porta, ci chiede di smettere, andare via…. “questo è l’ultimo giro, ora basta”… Usciamo di corsa.

In quel momento entrano altre persone. I Cani pesano molto e chiedo a una ragazza che mi viene incontro di prendermi i cuccioli e portarli fuori. Glieli affido. Mi accorgo che un uomo con una telecamera si dirige verso di me: penso sia un animalista, poi mi accorgo che è il cameraman di un’emittente televisiva locale (Teletutto). Mi riprende e accarezza la mamma che reggo in braccio. Mi avvio verso l’uscita quando un ragazzo mi si avvicina e mi dice: “dai a me la mamma se ti pesa, la porto fuori”. Accetto ed essendo rimasto a mani vuote penso di tornare dentro. Assieme ad una ragazza torno verso il capannone, questa volta però il portone lo troviamo chiuso, giro intorno al capannone, ma tutte le porte risultano chiuse a chiave. Mi accorgo che c’è un capannello di persone nei pressi: pare stiano parlando con dei poliziotti. Sono tranquillo e decido di avvicinarmi per capire cosa accade. Forse stanno chiedendo loro i documenti d’identità. D’improvviso arriva il dirigente della DIGOS che mi ha fermato la mattina, con un ragazzo e un agente. Mi vede e ordina all’agente “porta giù anche lui”. L’agente mi si avvicina e mi chiede “non fai resistenza vero?”. Io non penso a un fermo o un arresto, potrebbe trattarsi solo di un controllo dei documenti, decido di seguirlo.

Mi ritrovo insieme ad altre persone, appoggiati alla parete del capannone di fondo. Si sentono i Cani abbaiare e lamentarsi. Ci sono Raffaele, Debora, Luana e Veronica. C’è anche una ragazza minorenne che chiede di poter avvisare la madre. Intanto ci requisiscono i cellulari e le macchine fotografiche: ci sediamo aspettando di capire che intendono fare. Alcune persone fermate vogliono avvisare amici o parenti, io penso alle persone del bus con cui sono arrivato a Montichiari che ci stanno sicuramente cercando. Non ci fanno chiamare nessuno, solo la ragazza minorenne può avvisare i familiari. Passa diverso tempo e finalmente ci comunicato che saremo condotti in questura per il riconoscimento. Ci chiamano a coppie, aprono un buco nella rete con delle tronchesi, e ci fanno passare da una strada che conduce a dei campi, fino a arrivare a una strada dove attendiamo delle volanti. Ogni volante carica una persona fermata e ci dirigiamo verso Desenzano, in questura. Io arrivo per primo: mi fanno spogliare completamente e mi prendono tutto: portafoglio (contano il denaro) e oggetti personali, cellulare e braccialetti vari che porto ai polsi. Poi è il turno di Raffaele – lui non lo fanno spogliare – e ci chiudono in una stanza piccolissima per gli interrogatori. Arrivano man mano tutte le persone fermate. La ragazza minorenne invece viene rilasciata immediatamente al giungere della madre in questura. Ci riforniscono di bottigliette d’acqua e a turno ci chiamano per il rilevamento delle impronte digitali, le fotografie e il riconoscimento da parte di chi ha eseguito il nostro fermo. Ancora non si parla di arresto, ma ci dicono che passeranno parecchie ore prima di poter uscire. Poi in tarda serata convalidano l’arresto: ci chiamano a gruppi di tre per leggerci le i capi di accusa, poi ci chiedono se intendiamo fornire un numero di telefono per avvisare i parenti dell’accaduto. Io non ricordo il numero di telefono di mio fratello e chiedo se posso consultare la rubrica del mio cellulare. Non mi permettono di farlo: mi dicono che potrò consultare la rubrica dal carcere, cosa che poi puntualmente non avverrà.

Verso le 23,30 ci ammanettano, e ci fanno salire sulle volanti per tradurci al carcere a Brescia (io sono con Federico Paracchini): a sirene spiegate, con una guida spericolata (semafori rossi, rotonde contromano, sorpassi da ritiro di patente immediato) per le strade di Desenzano e Brescia, come se fossimo terroristi di Al Quaida!

La nostra colpa è quella di aver dato la libertà a chi ne era stato privato… E per questo, secondo loro, meritiamo di perdere la nostra.

All’una di notte, dopo esser stati di nuovo denudati e perquisiti ovunque, pur non avendo più niente addosso, entriamo in cella.

Fabio Serrozzi

Processo contro Green Hill: comunicato Coordinamento Fermare Green Hill / Vitadacani

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Veganzetta pubblica il comunicato del Coordinamento Fermare Green Hill con una nota:

Una breve considerazione sulla questione del processo.
Sicuramente il Coordinamento Fermare Green Hill e Vitadacani hanno svolto nel tempo un lavoro encomiabile, e sono tra i maggiori protagonisti del successo ottenuto: il merito di quanto accaduto va loro riconosciuto. E’ legittimo che ci siano associazioni che si costituiscano parte civile al processo, nel tentativo di ottenere un risarcimento economico che danneggi ulteriormente gli aguzzini di Green Hill. Allo stesso modo è legittimo che chi ha lottato per la liberazione dei Cani imprigionati, segua lo processo in questione e vigili sul suo andamento. Il problema di fondo rimane però sempre lo stesso: il fatto che ci si affidi a un processo celebrato da istituzioni speciste, secondo leggi speciste (quindi legittimandole, e legittimando l’idea che sottendono), che normano e permettono lo sfruttamento degli Animali, e che puniscono comportamenti errati o colpevoli nelle modalità di sfruttamento di esseri senzienti che in ogni caso sarebbero finiti sotto i ferri dei vivisettori. Il processo contro Green Hill è indubbiamente importante, ma è e rimane un processo contro specifici maltrattamenti, e non certo contro la vivisezione in quanto tale. Per abbattere e sconfiggere definitivamente la tortura sugli Animali non servono processi, ma capovolgimenti culturali e consapevolezze individuali e collettive. La vera giustizia per le vittime non umane della vivisezione non è da ricercarsi nei tribunali.

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Lo scorso lunedì 23 giugno si è tenuta la prima udienza del processo contro Green Hill srl.

Sono imputati Bernard Gotti, consulente della Marshall Bioresources e responsabile delle procedure interne dell’allevamento di Montichiari, Ghislane Rondot, che gestiva di fatto Green Hill insieme a Gotti, Roberto Bravi, direttore dell’allevamento, e Renzo Graziosi, il veterinario.
Sono tutti imputati di maltrattamento, per il calore insopportabile mantenuto nei capannoni, per il frastuono, provocato dai continui latrati, in cui i cani sono stati costretti a vivere, per aver privato i cani della luce naturale del sole, per aver fatto vivere gli animali in ambienti privi di stimoli, e a volte in mezzo alle loro feci e al loro sangue; per aver costretto le fattrici a continui parti, fino a consumarne la vita, fino a ridurle allo stremo, per aver separato i cuccioli dalle loro mamme troppo presto, sbattendoli in gabbie senza alcun gioco, in mezzo a segatura che ne ha troppo spesso provocato la morte per soffocamento, spesso privati di acqua e cibo.

Per aver utilizzato il tatuaggio invece del microchip, con il solo motivo di abbattere i costi, senza tener conto della grave sofferenza inflitta.
Per aver causato la morte di 104 cani.

Quelli di cui la magistratura ha trovato traccia.
Quelli per i quali si è indagato.
Oltre a tutti gli altri, migliaia, morti là dentro o nei laboratori.

Vitadacani Onlus, che di queste atrocità è venuta a conoscenza già dal 2007, e già da allora ha denunciato, chiesto di intervenire, bussando ad ogni porta, dai funzionari locali ai politici seduti sugli scranni del Pirellone o della Regione Lombardia, su fino al Ministero, ha presentato istanza di costituzione di parte civile.

Il Coordinamento Fermare Green Hill è al suo fianco, come sempre stato negli anni della campagna per la chiusura di Green Hill.
Come è stato quando si è trattato di ritirare e sistemare nelle nuove case i più di cinquecento cani usciti da quell’incubo nel luglio del 2012 ed a noi affidati.
Per un vizio procedurale il dibattimento è stato sospeso.

Il processo inizierà il 29 ottobre.
Noi saremo lì.
A guardare negli occhi i responsabili di tanto orrore.
Coloro che tante volte abbiamo incontrato.
Che ogni volta, tronfi nella loro incrollabile sicurezza, hanno affermato che mai saremmo riusciti a chiudere Green Hill.
Che mai avremmo vinto.

Saremo lì per tutti i cani deportati e torturati.
Per i cani dimenticati nel furgone a morire soffocati.
Per quelli uccisi perché difettosi.
Per quelli che non ce l’hanno fatta.
Per la liberazione animale.

Coordinamento Fermare Green Hill / Vitadacani Onlus

Processo Green Hill: l’apertura

Fonte: Veganzetta.org

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Processo Green Hill

Martedì 10 dicembre 2013 si apre il processo contro le persone che hanno liberato alcuni Cani dal lager Green Hill di Montichiari il 28 aprile 2012 durante una manifestazione di protesta.
Veganzetta ha deciso di dare supporto e visibilità a una di queste persone che è sempre stata molto vicina alle posizioni del giornale: Luana Martucci.

Da oggi sul sito web di Veganzetta saranno pubblicate notizie, aggiornamenti, comunicati e dichiarazioni relativamente alle vicissitudini giudiziarie di Luana che dovrà rispondere delle accuse di furto e danneggiamento.

Di seguito è possibile leggere la prima dichiarazione pubblica di Luana Martucci in occasione  dell’udienza del 10 dicembre. 

10 dicembre 2013 – Primo comunicato

Liberazione Green Hill: stato di necessità

il 28 aprile a Green Hill mi sono trovata di fronte a degli individui imprigionati, condannati a tortura e morte, privi di ogni diritto a vivere la propria vita in modo libero. Individui che non erano in grado di liberarsi da soli da quella schiavitù. Un Cane, come qualsiasi essere senziente, ha una storia, dei ricordi, dei sentimenti e delle emozioni. Desidera vivere una vita piena e libera intrattenendo relazioni sociali; per tali ragioni non sarebbe errato definirlo una persona non umana. Chi si ostina a negare tutto ciò, nega un’evidenza. Chi si ostina a lucrare sulla vita degli altri, anche se non umani, compie un atto profondamente ingiusto se non agli occhi della Legge, che lo permette, perlomeno a quelli della coscienza che non può essere zittita. E’ questa coscienza, e il senso di giustizia che ne deriva che ho ritenuto di dover seguire, agendo direttamente e liberando chi non poteva liberarsi da solo, e che non avrebbe di sicuro avuto alcuna speranza per un futuro migliore. Ho semplicemente manifestato loro la mia solidarietà. Non avrei potuto rivolgermi a nessuno per aiutare questi individui. Le leggi che regolano la nostra società permettono lo sfruttamento di questi esseri senzienti, e la nostra cultura e il nostro modo di vivere si fonda sulla possibilità di sfruttarli e ucciderli, per mangiarli, per indossare la loro pelle o semplicemente per divertirci. Per la nostra società gli Animali sono oggetti e producono reddito, per me sono individui che desiderano vivere. Ho agito in conseguenza a ciò che credo giusto, ho seguito un principio di civiltà e umanità. Nella storia umana anche la schiavitù di altri umani, o l’olocausto, o l’apartheid sono stati a lungo permessi dalle leggi, eppure molti le hanno trasgredite queste leggi per portare solidarietà a queste persone e sottrarle a un destino orribile. La mia è una forma di disobbedienza e denuncia nei confronti di leggi ingiuste, e un’azione solidarietà a chi non può liberarsi.

Il mio atto è scaturito pertanto da uno stato di necessità, lo stesso che si verrebbe a creare nel momento in cui una donna, un uomo, un bambino si venissero a trovare in una situazione di privazione totale dei più semplici diritti individuali, che mai dovrebbero essere negati.

In questo ritengo la liberazione animale un atto diretto di giustizia

Oggi sono pertanto chiamata a rendere conto del compimento di un atto dettato dalla necessità di salvare dalla tortura e dalla prigionia persone non umane, altrimenti destinate a una lunga agonia e alla morte; e questo solo per il semplice fatto di non appartenere alla specie umana. Non considero quindi il mio gesto sbagliato, bensì giusto e necessario.

Luana Martucci

Download comunicato in formato .pdf

Liberati centinaia di Beagle dall’Istituto Royal (Brasile)

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Fonte Animal Equality Italia

Sulla pagina Facebook dell’associazione si scrive.

Un gruppo di attivisti del Fronte Antivivisezionista in Brasile, durante una protesta di fronte all’Istituto Royal, è riuscito ad entrare nella struttura e a liberare centinaia di cani beagle, ratti e conigli, tutti vittime della sperimentazione.

Immagini come quelle che vi mostriamo, firmate dal fotografo Avener Prado/Folhapress, sono la testimonianza che ognuno di noi può fare la differenza per gli animali. Ognuno di noi può restituire loro la libertà.

www.facebook.com/media/set/?set=a.634306603275723.1073741851.113071918732530&type=1

La fonte delle notizie (in portoghese): http://g1.globo.com/sao-paulo/sorocaba-jundiai/noticia/2013/10/ativistas-invadem-e-levam-caes-de-laboratorio-suspeito-de-maus-tratos.html

AGGIORNAMENTI: E’ di poco fa la notizia che la polizia ha caricato con inaudita violenza i 2000 manifestanti presenti di fronte all’Instituto Royal in Brasile. Sono stati usati proiettili di gomma e lacrimogeni. Molti i feriti. Persino una attivista incinta è stata pestata dalla polizia intervenuta in tenuta antisommossa. Molte persone sono state arrestate. Due sono ancora in stato di fermo.
Chi era presente parla di “clima da guerra”.
Questo l’indirizzo della notizia (in portoghese): http://g1.globo.com/sao-paulo/sorocaba-jundiai/noticia/2013/10/policia-de-sao-roque-recupera-dois-beagles-retirados-do-instituto-royal.html

Questo l’indirizzo di un sito web che segue la vicenda con numerosi aggiornamenti anche in italiano: http://www.camaleao.org/it/protesto-instituto-royal-acompanhe-minuto/

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