Lo scoglio antropocentrico

scoglio antropocentrico e1507547389457 - Lo scoglio antropocentrico

Il rapporto tra antispecismo e anarchismo è complesso e contraddistinto da sentimenti di amore e odio. Fortunatamente ci sono punti di contatto e realtà (fisiche e virtuali) grazie alle quali un confronto costruttivo è possibile e avviato. Una di queste è Umanità Nova la storica testata anarchica che da qualche tempo sta dando spazio ad articoli a tema antispecista.
Segnalo un mio contributo pubblicato sul numero 27 anno 97
www.umanitanova.org/2017/10/08/lo-scoglio-antropocentrico
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Antispecismo e anarchismo: un nesso inscindibile

catena anarchia - Antispecismo e anarchismo: un nesso inscindibile

Interessante testo di Nicholas Tomeo pubblicato nella rubrica “Casella postale 17120” del numero 403 di A Rivista anarchica.

Fonte: www.arivista.org/?nr=403&pag=141.htm#2

Antispecismo e anarchismo: un nesso inscindibile

L’antispecismo, quella forma di lotta per la liberazione animale, rappresenta un argomento che nel corso degli anni ha sollevato accese discussioni all’interno dei gruppi anarchici. In particolare ci si chiede se l’antispecismo rappresenta o meno una lotta insita nell’anarchismo. Cos’è che differenzia lo specismo dal razzismo o dal sessismo? Non è forse lo specismo una delle varie strutture gerarchiche di dominio al pari delle altre? Può parlarsi di anarchismo senza antispecismo?
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Animalismo e doppio pensiero orwelliano

carnivoro e1425740026715 - Animalismo e doppio pensiero orwellianoFonte: Il Cambiamento

Dall’antropocentrismo all’antispecismo, dal veganesimo alla cultura della carne. Il rapporto dell’uomo con gli altri animali è spesso caratterizzato da profonde contraddizioni: come può un ‘amante degli animali’ essere allo stesso tempo un mangiatore di carne? Probabilmente si tratta di un controsenso, riconducibile a quel fenomeno che George Orwell definì ‘doppio pensiero’.

di Andrea Romeo – 20 Febbraio 2012

Che l’Occidente sia antropocentrico non vi è dubbio alcuno. L’antropocentrismo è una forma di pensiero che si ripercuote nella realtà determinando un’incessante recinzione e cementificazione della Natura, con l’obiettivo di creare habitat artificiali prevalentemente umani: la prima forma di Matrix in cui viviamo è la città. Tuttavia rimane il fatto che l’uomo, volente o nolente, deve convivere con altre creature che popolano il pianeta e, che ci piaccia o no, la Terra non è solo degli uomini, e guai se non fosse così, pena l’estinzione!

Se da un lato il concetto di antispecismo risulta molto arduo da definire – data la complessa struttura dell’ecosistema in cui siamo immersi, ideologia in cui coesistono ambigui controsensi, paradossi e circoli viziosi dovuti alle molte sfaccettature che caratterizzano e regolano i rapporti tra gli esseri viventi – allo stesso tempo va detto che anche il concetto di ‘specismo’ risulta molto vago, proprio per il fatto che nonostante a livello ideologico l’Occidente sia (almeno così sbandierano i media) human-right-orientedo antropocentrico, in pratica è impossibile dividere l’uomo dall’ecosistema, in quanto nella realtà condividiamo il pianeta con altre specie dai tempi dei tempi, con le quali interagiamo quotidianamente da sempre.

È inoltre difficile valutare se un uomo ha di fatto sempre e comunque più diritti degli animali: che dire dei civili bombardati nelle guerre umane? Sostenere che per istinto si pensi prima ai propri simili risulta molto elusivo e superficiale, poiché l’uomo è capace di orribili mattanze anche nei confronti dei suoi stessi simili, e viceversa non mancano esempi stupefacenti di uomini e animali che salvano individui di altre specie, rischiando sovente le proprie vite. Per fare un esempio, si pensi alle migliaia di mummie di gatti ritrovate nelle tombe dell’antico Egitto, indice che quest’animale, per i nostri antenati egiziani, era degno di una sepoltura faraonica mentre agli schiavi umani non era riservato lo stesso ‘nobile’ trattamento.

In breve, non esiste una sfera umana completamente emancipata dal resto della Natura se non a livello teorico, perché nella pratica siamo e restiamo creature biotiche, e la cultura è influenzata da fenomeni sia di antropomorfismo che di cosmomorfismo, determinando una continua interazione tra uomo e cosmo: da tali interazioni extra-specie nascono spesso arcaici e profondi rapporti di rispetto e di pura amicizia, anche quando l’umano non si definisce animalista o ecologista.

L’antropocentrismo è dunque una forma di pensiero artificiosa, un falso feticcio, e lo specismo risulta essere un’ideologia alquanto bizzarra. Abbiamo dunque due ideologie profondamente diverse, che risultano avere anche approcci opposti nel loro relazionarsi alla vita in senso lato. Entrambe sono intrappolate nelle folli regole della biosfera, maestoso essere vivente che si nutre di se stesso.

I vegani più intransigenti, con passo felpato ed estatica visione, cercano di far sì che il mondo animale si gestisca da sé, tentando di limitare al massimo i danni nei confronti dell’ecosistema. Talora alcuni provano a ‘veganizzare’ il più possibile il mondo circostante, ad esempio ‘costringendo’ il proprio animale domestico a seguire una dieta a base vegetale, allo scopo di rendere la vita a tutti un po’ più lieve.

Sembrerebbe una forzatura a prima vista, dato che il senso comune ci sussurra che non si può obbligare qualcun altro a vivere secondo un’ideologia non scelta, ma anche questo pensiero è contraddittorio, perché anche il nutrirsi di carne, ad esempio, è de facto un fattore culturale obbligato sin dalla tenera età: il bambino non ‘sceglie’ di nutrirsi di maiale o di parlare italiano anziché l’esperanto, e il cane non sceglie di vivere in un recinto o di mangiare crocchette industriali, siano esse vegetali o di vacca.

Dall’altro lato, lo ‘specista’ che si nutre di carne e crede sia naturale ogni intervento umano nei confronti dell’ambiente per il benessere della propria specie, solo apparentemente sembra risultare coerente alla propria ideologia di fondo, quella antropocentrica per l’appunto, ma in realtà la sua abitudine detrae cibo ai suoi stessi simili a causa di semplici regole biologiche che vogliono che una vacca consumi quantità industriali di foraggio e di acqua che potrebbero essere utilizzati direttamente dagli umani, senza usare il corpo dell’animale come intermediario, determinando una contraddizione in termini a causa della ‘fame’ del famoso Terzo Mondo.

Sostengono gli apologetici seguaci della ‘cultura della carne’, che loro seguono semplicemente il flusso della catena alimentare che vuole che siamo tutti cibo, fui quod es, eris quod sum; anche se questa mentalità, più che un’ideologia vera e propria, sembra un escamotage, una via di fuga attraverso un approccio relativista che in fondo giustifica qualsiasi cosa.

Ma che dire di coloro che affermano di amare gli animali pur alimentando l’industria della carne? Come spiegare i comportamenti di coloro che si emozionano dinanzi ad un pulcino o ad un vitello, ma se ne nutrono? Perché molte persone si prendono cura di animali domestici nelle proprie abitazioni da un lato, e dall’altro vestono il cappotto con il futile colletto di pelliccia di cane (scuoiato vivo) per moda? E come si spiega inoltre che molti mangiatori di carne non riescano a fare una semplice connessione tra la bistecca sul piatto e il mattatoio, tanto che impallidiscono dinanzi alle cruenti immagini della macellazione? Non sono questi comportamenti aberrazioni del cosiddetto mondo civilizzato?

Coloro che si pongono il problema del maltrattamento degli animali, siano essi animalisti o ‘persone normali’, notano tali controsensi: alcuni giustificano il tutto, altri trovano la propria soluzione nel veg(etari)anismo.

Naturalmente gli studiosi del rapporto uomo-natura, e quindi uomo-animale, hanno tutti affrontato l’enigma. Gli ‘onnivori’ più convinti rompono il nodo gordiano definendo lo sfruttamento animale e il mangiar carne ‘necessità’, cosa ovviamente molto discutibile. Tra gli antispecisti le spiegazioni date passano da un estremo all’altro. I più moderati, come Peter Singer o Paul Waldau, ci dicono che si tratta di semplice abitudine culturale. Più estreme le posizioni di attivisti come Gary Yourofsky che ci parla di tossicodipendenza (indotta) da carne, mentre Gary Francione definisce il controsenso come ‘schizofrenia’.

In psicologia questo stato cognitivo viene chiamato dissonanza cognitiva, concetto introdotto da Leon Festinger nel 1957. Attraverso questa teoria lo studioso descrive le incoerenze logiche dell’uomo quando convivono in lui due idee completamente opposte, ma date entrambe come valide. Questa è un vero e proprio ‘mentire a se stessi’ che porta le persone, pur di non mutare le proprie convinzioni, a trovare giustificazioni assolutamente in contrasto con l’evidenza dei fatti.

George Orwell, nel suo celebre 1984, definì questo fenomeno come doppio pensiero(doublethink): si prenda ad esempio chi crede che si faccia la ‘guerra’ per portare la ‘pace’. Nel caso in cui l’evidenza risulti innegabile, quelli che non vogliono rinunciare alla propria credenza tendono a piegare la novità alla propria forma mentis come modello intoccabile per dar senso al nuovo: da qui i mangiatori di carne ma ‘amanti degli animali’ chiamano in causa gli uomini primitivi, le tradizioni, i ‘canini’ o la catena alimentare per giustificare la propria dissonanza.

Ovviamente i consumatori di carne che si definiscono ‘animalisti’ sono in piena dissonanza, specie quando, pur sapendo che questo alimento è superfluo nella dieta umana, sostengono di ‘amare gli animali’. Anche la filosofia vegana non è esente da paradossi, come quando ad esempio si nutre un animale carnivoro, ma è condannabile tale ‘contraddizione’ (falsus in uno (ergo) falsus in omnibus?) o bisogna comunque apprezzare l’operato di chi almeno prova ad ammortizzare la sofferenza altrui con piena coscienza?

Il Cannocchiale di Galileo

cannocchiale galilei - Il Cannocchiale di Galileo

Con piacere si segnala la pubblicazione online de “Il Cannocchiale di Galileo“, un interessante pamphlet di uno storico collaboratore di Veganzetta: Aldo Sottofattori.

Di seguito il link al documento in formato .pdf liberamente scaricabile e la presentazione a opera dell’autore che è direttamente contattabile all’indirizzo email: at44142©libero.it

Buona lettura

www.criticadelleteologieeconomiche.net/il%20cannocchiale%20di%20galileo.pdf

Presentazione

Il pamphlet costituisce la risposta al seguente enigma: per quale motivo ogni sforzo di soluzione dei problemi che attanagliano l’umanità è oggi destinato a completo fallimento? Considerando che la Terra sta diventando la casa sempre più stretta di una popolazione in crescita, la somma dei grandi problemi non risolti prefigura, entro tempi brevissimi, la più grande catastrofe della Storia e la rovina, prima ancora che dei nostri lontani discendenti, dei nostri figli e nipoti. Paradossalmente ciò accade quando l’umanità si trova a disporre di mezzi e possibilità mai possedute nel passato.

Il problema si presenta insolubile all’interno della logica che la specie umana ha posto alla base della sua evoluzione sociale e culturale: la centralità di se stessa rispetto a una natura concepita come banale insieme di quinte teatrali. Tale “centralità” ha indotto la nostra specie a immaginare di potersi elevare sopra della natura in un processo di manipolazione senza fine della materia inerte e degli altri esseri viventi. L’antropocentrismo, perché di questo si tratta, è una visione così radicata nella specie che tutti i modelli di intervento della “triste scienza”, da quelli dominanti a quelli alternativi, ne sono stati condizionati rimanendo prigionieri entro una specie di castello incantato privo di finestre verso l’esterno. Per indicare questo comune limite di visioni pur tra loro contrastanti, ho assegnato al lavoro il sottotitolo “Critica delle teologie economiche”.

La blindatura dell’umanità dentro il “castello incantato” è così inalterabile che a tutt’oggi sembra disperata la possibilità di fuoriuscirne, soprattutto prima che i processi diventino irreversibili e travolgenti. “Il Cannocchiale di Galileo”, che assume il titolo-allegoria dello strumento per “osservare” la realtà del nostro tempo (quella realtà che le élite conservatrici si rifiutano di accettare), si pone l’obiettivo di denudare una realtà a tutt’oggi oscurata da una cultura che, per rimanere in tema, potremmo chiamare “tolemaica”. Il testo è nato nel seno dell’unico ambiente che poteva generarlo: la critica dello specismo, cioè quell’ambito che, nel lungo percorso della civilizzazione, è riuscito, recentemente e per la prima volta, a porsi sistematicamente fuori dalla solitudine umana scoprendo nell’alterità delle forme di vita, prima un’etica allargata a tutto il vivente, poi la chiave per la sopravvivenza della nostra specie.

Il “Cannocchiale” non fornisce soluzioni. Indica solo alcuni faticosi passaggi che dovranno necessariamente e velocemente entrare nell’agenda di un potere diffuso e rinnovato se si vorrà dare un senso reale alla parola “umanità”. Nel passato ogni atto umano rilevante poteva scegliere tra soluzioni alternative. Oggi la lettura di fatti incontestabili traccia la via che non ammette deviazioni. L’alternativa è il baratro.

Frammenti di un discorso animalista

Fonte: Veganzetta

ecocentrismo Vs antropocentrismo - Frammenti di un discorso animalista

Prospettive per lo svelamento di un paradigma anti-antropocentrico

Come scrive Carlo Ginzburg  a conclusione di  un testo che tutti, “prima di morire”, dovrebbero leggere,  “la firasa, cioè la capacità di passare in maniera immediata dal noto all’ignoto sulla base di indizi, secondo il vocabolario dei sufi, è l’organo del sapere indiziario, intuizione bassa, radicata nei sensi. Lega strettamente l’animale uomo alle altre specie animali.”(1)  Secondo l’autore, l’Animale medico,  paleontologo, geologo, giurista, storico, astronomo, procede in queste discipline indiziarie, solo marginalmente contaminate dal paradigma scientifico galileiano ( ad eccezione dell’astronomia e della medicina scientifica accademica meccanicistica-riduzionistica contemporanea), seguendo un metodo  che non sarebbe improprio definire divinatorio,  semeiotico, o,  in termini epistemologici  attuali, congetturale, non diversamente, quindi, dagli altri  Animali, Zecche e Tafani compresi. Infatti, nelle loro attività quotidiane,  Gufi e Cinghiali interpretano segni, tracce, impronte, registrazioni, suoni, rumori, odori,  così come i medici galenici e ippocratici o taoisti agopunturisti  e olisti interpretano i sintomi dei pazienti ( come dice Ippocrate, non ci sono malattie, ma singoli malati che vanno curati secondo terapie caratterizzate da una prospettiva altamente individualizzante e non sistematica).trans - Frammenti di un discorso animalistaNello stesso modo, indiziario e semeiotico-divinatorio,   si produce  Zadig nell’omonimo testo di Voltaire, così  indirizzano l’inchiesta gli investigatori  Auguste Dupin di Edgar Allan Poe e  Sherlock Holmes di Conan Doyle,  così  si muovono gli storici nei loro percorsi euristici, così  il francescano  fra Guglielmo da Baskerville  (2)  individua il Cavallo Brunello dell’abate senza averlo mai visto, sempre a partire da tracce, segni apparentemente marginali e insignificanti . Fedele alla linea di Carlo Ginzburg  ( ma la linea, forse, non c’è)  è l’anarco-epistemologo  dada Paul Karl Feyerabend (3), il quale sostiene che tutte le scienze, anche  quelle che vorrebbero essere costituite secondo il paradigma quantitativo galileiano sono, in realtà, ipotetiche e congetturali e dotate di un alto grado di aleatorietà e di improbabilità.  Per Feyerabend , scienze come la fisica e l’astronomia sono più vicine  ai saperi locali delle streghe e al loro paradigma divinatorio  che non al mito delle scienze esatte e sistematiche, nella ricerca scientifica si avanza più come lo Zarathustra  nietzscheano, a passi di danza,  più in conformità   all’agire comportamentale consapevole degli Animali , che non ai parametri e agli standard della scienza meccanicista e riduzionista.

A proposito di Nietzsche, in uno dei suoi libri più famosi, Al di là del bene e del male, sostiene che “l’uomo è l’animale non ancora stabilmente determinato”(4) Tenendo presente il punto di vista antifondazionalista e antiidentitario del filosofo tedesco, potremmo interpretare questa considerazione  – discussa  pure in un numero di qualche anno fa della rivista dal titolo deleuziano  millepiani (5)- come una valorizzazione dell’animalità:  infatti, per Nietzsche, la religione, la civiltà e la morale tendono pervicacemente a disciplinare, addomesticare, addestrare l’Umano, allontanandolo violentemente dal suo status animale, cioè naturale, in particolare attraverso la tecno-cultura, facendo largo uso della ragione strumentale, come direbbe  il francofortese Adorno. Tuttavia, nonostante questa forzatura apparentemente irriducibile e ineluttabile, l’operazione non è ancora conclusa, si è rivelata, per il momento,  almeno in parte, e per fortuna, malriuscita.  D’altro canto, l’antropologo tedesco Arnold Gehlen legge diversamente questo aforisma nietzscheano:  la cosiddetta natura umana sarebbe qualcosa di costituzionalmente, ontologicamente e antropologicamente carente. Anche per Umberto Galimberti  (6)   la natura umana è povera di istinti : l’animalità nell’Umano sarebbe così “incompiuta”.  Secondo questa ipotesi, l’incompiutezza dell’Umano, la sua debolezza istintuale e biologica, sarebbe stata compensata dalla tecnica – male dell’Occidente, inevitabile destino dell’Occidente, secondo Galimberti. Ma allora, perché lamentarcene? – . Secondo Nietzsche, invece, l’Umano è mosso dall’istinto di potenza come gli altri Animali, e sono stati i processi di civilizzazione  a ridurre  gli istinti dell’uomo, gli stessi che sono responsabili della sua “mancanza biologica” attuale, che non è quindi né strutturale-morfologica, né originaria. In Gehlen è d’altro canto presente  una tendenza finalistica-aristotelica  di fondo, una teleologia, derivante da una concezione di Umano quale essere originario, distinto in maniera radicale dagli Animali, gerarchicamente superiore ad essi, in quanto, per essenza, animale dotato di ratio, vivente politico, come appunto  in Aristotele.  Niente di più lontano da Nietzsche, che in Genealogia della morale sostiene che il senso di ogni civiltà sta nel modellare l’Umano quale Animale domestico, nel disciplinare e addestrare la sua animalità, in special grado con l’uso della tecnica. Siamo ipso facto dall’altra parte della barricata rispetto a chi sostiene la teoria della tecnica come compensazione delle carenze biologiche umane. Con l’incessante e sempre più accelerato imporsi della tecnica nell’ambito della civilizzazione, assistiamo a una chiara  dominanza  della cultura sulla natura, della coscienza sull’inconscio e sugli istinti. L’Animale Umano è vinto dalle forze culturali che sono anche forze omologanti. Secondo Nietzsche, comunque, l’Umano agisce ancora prevalentemente sulla base di istinti provenienti dal corpo, in modo inconsapevole, come per Freud.  La stessa “intelligenza razionale” sarebbe un prodotto del corpo e, forse, non è una prerogativa specificamente umana ma , probabilmente, è  un tratto comune a tutti gli Animali (come vedremo tra poco, vari filosofi antichi di primissimo piano ritengono che pensiero e linguaggio, articolazioni della ratio, siano tipiche peculiarità  del mondo animale).

Tra i filosofi della contemporaneità, uno dei più animalisti è sicuramente Gilles Deleuze, che in un video postumo (realizzato per essere visto a posteriori, a futura memoria) dal titolo Abecedario ritorna su uno dei suoi esempi preferiti, quello dell’Animale che ha sempre un mondo specifico , un ambiente, Umwelt, con rinvio alle tesi del biologo tedesco J. Von Uexkull  (7).

“Cosa mi affascina di un animale? La prima cosa è che ogni animale ha un mondo. E’ curioso, perché ci sono un sacco di enti umani che non hanno mondo, ambiente, vivono una vita qualunque. Gli animali hanno un mondo, che a volte è straordinariamente limitato, come nel caso della zecca. La zecca risponde o reagisce solo a tre cose,  a tre eccitanti e basta, in una natura immensa .  Tende verso l’estremità di un ramo su un albero, attirata dalla luce, può aspettare sul ramo degli anni, senza mangiare, senza niente, completamente amorfa, aspetta che un ruminante, un erbivoro, una bestia passi sotto il ramo. Poi si lascia cadere, è  una specie di eccitante olfattivo. La zecca annusa la bestia che passa sotto il ramo. Questo è il secondo eccitante, quindi, luce e calore, e poi, quando è caduta sul dorso della bestia, cerca la zona meno ricoperta di peli, un eccitante tattile, e si ficca nella pelle. Del resto non le importa assolutamente niente. In una natura  brulicante, estrae e seleziona tre cose.”

Il mondo, Umwelt, della Zecca consiste, quindi, essenzialmente di sensazioni luminose,  termiche e tattili, accanto alle facoltà olfattive. Il vissuto della Zecca si situa così tra due spazio-temporalità sospesi quasi nel nulla, tra la Zecca sazia che è destinata a morire  e la Zecca che è in grado di digiunare per moltissimo tempo.  Come osserva Deleuze:

la zecca è un animale semplice con tre affetti-sensi-sensazioni  soltanto, e tuttavia quale potenza, finalmente qualcuno che possiede sempre gli organi e le funzioni corrispondenti agli  affetti di cui è capace. Il ragno e la sua tela, il pidocchio e la testa, la zecca e un angolo di pelle di mammifero : queste sono bestie filosofiche , e non la nottola di Minerva di Hegel.” (8)

Con questa considerazione, come s’intuisce facilmente, Deleuze non vuole denigrare la povera Civetta, ma semplicemente ironizzare contro Hegel, dal momento che la Nottola, rappresentazione della filosofia,  è l’ Animale preferito dal noto filosofo tedesco.

Oltre  alla visione sull’animalità che abbiamo cercato finora di illustrare, in Deleuze  troviamo almeno un altro sguardo, un’altra posizione, suggerita da una singolare interpretazione dei racconti di Franz Kafka, nei quali l’Animale si differenzia nel tentativo di trovare una via d’uscita, di tracciare una linea di fuga. Tutto nell’Animale è metamorfosi,  e la metamorfosi è in un unico circuito: divenir –Umano dell’Animale   e divenir-Animale dell’Umano. Con questo, Deleuze allude e  ai processi di civilizzazione che hanno trasformato l’Animale Umano in un prodotto culturale reificato, e ai tentativi di ribellione  verso  la civilizzazione, il produttivismo, l’alienazione del lavoro, l’urbanizzazione,  attraverso il ritorno all’animalità: così si spiega quel racconto che tutti noi abbiamo letto alle Medie, La metamorfosi, di Kafka, un testo non certo pacificante, gratificante e, ci si passi il termine, carino, ma, anche per questo, altamente formativo, se adeguatamente approfondito. Solo così si intuisce il senso del divenire-scarafaggio del protagonista del racconto,Gregor Samsa, inteso come un processo metamorfico per accedere ad una via d’uscita da una situazione antropica insostenibile, per tracciare  una linea di fuga radicale da un universo concentrazionario  straumano che Bifo, animatore di Radio Alice di Bologna nel 1977, ora redattore di Alfabeta2, definirebbe  cyber-nazi.

C’è, inoltre, un rapporto tra il divenire-Animale e lo scrivere, come rileva H. Von  Hofmannsthal:

Lo scrittore è uno stregone perché vive l’animale come la sola popolazione di fronte a cui è responsabile”.

A tale riguardo, sotto la voce A – Animale dell’ Abecedario,  Deleuze  osserva:  “Se lo scrittore è colui che spinge il linguaggio al limite, limite che separa il linguaggio dall’animalità, dal grido, dal canto, allora sì, bisogna dire che lo scrittore è responsabile di fronte agli animali che muoiono. Scrivere, non è per loro, non si scrive per il proprio gatto o cane, ma al posto degli animali che muoiono, significa portare il linguaggio a questo limite. E non c’è letteratura che non porti il linguaggio e la sintassi al limite che separa l’uomo dall’animale. Bisogna stare su questo limite, credo, anche quando si fa della filosofia. Si è al limite che separa il pensiero dal non-pensiero.Bisogna sempre essere al limite che separa dall’animalità, ma appunto in modo da non esserne più separati.  C’è una inumanità propria al corpo ed allo spirito umano, ci sono dei rapporti animali con l’animale”.

Scrivere è, dunque, qualcosa d’impersonale, che supera  l’IO, scrivere non ha altra funzione:  essere un flusso che si congiunge con altri flussi. Un flusso è qualcosa d’intensivo, istantaneo e mutante, fra una creazione e una distruzione. In Kafka, poi, non c’è più né Umano né Animale, ma ibridazione. L’Animale non parla come un Umano, ma estrae dal linguaggio delle tonalità prive di significazione: Gregor – ne La metamorfosi di Kafka –  si caratterizza per il suo autentico pigolio, balbettio Animale-Scarafaggio, come il balbettare  di Bartleby  – lo scrivano di  Herman  Melville, famoso per  la  sua risposta- manifesto –riot: “Preferirei di no!”.  Il balbettio è Animale perché non ha come sua base delle parole preesistenti, ma introduce  parole  selezionandole,  concatenandole attraverso di sé  (queste parole  non esistono più  indipendentemente dal balbettio ).(9)

Se per Deleuze il linguaggio animale è pre-logico, o extra-logico, per alcuni filosofi antichi, invece, è un fenomeno della ratio, un’espressione del logos. Come pone ben in evidenza Maria Fusco (10), del Dipartimento di Filosofia dell’Università “La Sapienza “di Roma, nel dibattito filosofico sviluppatosi soprattutto durante l’impero romano  intorno alla domanda se anche gli Animali non Umani siano dotati del logos, al discorso esternato e articolato attraverso una voce, ne corrisponde uno interiore la cui configurazione  è strettamente correlata alla nostra mente, alla ragione. Contro l’antropocentrismo degli Stoici, secondo i quali gli Animali, pur compiendo opere mirabili, sono guidati solo da una predisposizione innata a compiere determinate attività, e non certo da una qualche forma d’intelligenza, Sesto Empirico negli Schizzi Pirroniani osserva che, anche se  non decodifichiamo  le voci degli Animali, non sarebbe assurdo pensare  che essi discorrano  tra loro senza che noi li comprendiamo. Anche quando udiamo la  voce dei cosiddetti barbari – continua Sesto Empirico – ,  non la comprendiamo, anzi, ci fa l’impressione di essere un suono uniforme. Quindi, dal punto di vista dell’Umano la voce degli Animali sembra un suono uniforme  e privo di significato, mentre è del tutto plausibile che,  dal punto di vista degli Animali , essa  sia un vero e proprio linguaggio. Ciò viene dimostrato anche dalla capacità di differenziare la voce che gli Animali attivano nelle diverse circostanze. Secondo Sesto Empirico, quindi, vi sono prove empiriche evidenti del fatto che gli Animali sono dotati del logos esternato e articolato dalla voce, strettamente legato a quello interiore e silenzioso che chiamiamo  pensiero. Sulla stessa linea di Sesto Empirico è il neoplatonico Porfirio ( III d. C.) che, nel suo trattato De abstinentia , al fine di promuovere il vegetarismo – forma primitiva, ci si consenta il termine, di veganismo – , dimostra che anche gli Animali non Umani  sono dotati di entrambi i tipi di logos. Porfirio, di più, sostiene che gli Animali non solo comunicano  i flussi e i movimenti plurali dell’anima, ma pensano al  loro vissuto interiore prima di emettere la voce.

Mario  Cenedese

 

NOTE

1)      C. Ginzburg, Spie. Radici di un paradigma indiziario, in Id., Miti, emblemi,spie, Einaudi, Torino, 2012, p.193

2)      Protagonista  frate-detective del romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco, Bompiani, Milano, 1980

3)      P. K. Feyerabend, Contro il metodo, Feltrinelli, Milano, 1979

4)      F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 2006, p.68

5)      S. Berni, Sul detto di Nietzsche : “L’uomo è un animale non ancora definito”, millepiani 31, ottobre 2006, pp. 111-121

6)      U. Galimberti,  Psiche e techne,  Feltrinelli, Milano,  1999

7)      Cfr. millepiani 31, ottobre 2006. Si confronti poi Jakob Von Uexkull, Ambienti animali e ambienti umani, Quodlibet, Macerata, 2010, pp. 41-53, sulla Zecca

8)      G. Deleuze, C. Parnet, Conversazioni, Ombre Corte, Verona, 1998, pp. 67-68

9)      Cfr. millepiani 31, ottobre 2006

10)   M. Fusco, Animali sulla soglia, Mimesis,  Milano-Udine,   2011.

Sulla bestialità della “specie eletta”

pinguini - Sulla bestialità della "specie eletta"

Fonte: www.contra-versus.net/antispecismo.html

L‘industrialismo capitalistico ha condotto al punto più estremo il rapporto di dominio della specie umana sulle altre sviluppatosi con la civilizzazione. Il nostro rapporto con le altre specie è solamente incentrato oramai sullo sterminio sistematico e scientifico delle stesse attrraverso in particolare gli allevamenti intensivi. Se dovessimo considerare inevitabile, necessario dunque permanente l’attuale sterminio in “campi” a ciò predisposti di circa cinquanta miliardi di animali d’allevamento sul pianeta, allora non potremmo non considerarci identici ad una qualunque specie “parassita”. E’ però tutta da dimostrare tale impellenza. Essa lo è alla stessa stregua di quanto lo è l’attuale sistema di trasporto privato o di quanto lo è la produzione di cereali in gran parte destinati agli allevamenti intensivi.  In realtà v’è un’apparenza di raziocinio che fa orrore perché orrore produce.
La nostra presunta superiorità – dulcis in fundo paranoicamente reiterata dall’ideologia del progresso in cui tutte le correnti di pensiero moderne rientrano (dal liberismo al marxismo) – ha fatto e fa da cornice aprioristica a quest’orrore, vieppiù quando il tramonto di un’epoca non ci dà quasi respiro. Forse che la consapevolezza con cui ci presentiamo all’universo a noi noto dovrebbe essere per lo stesso meno indifferente di quanto lo sia per il contatto che col suo mondo possiede un moscerino?

note MA: alla pagina di cui sopra sono proposti alcuni link a documenti inerenti l’argomento trattato., anche se molto di quanto trattato non è condivisibile per varie ragioni, si tratta di documenti che possono fornire spunti di riflessione