Antispecismo e anarchismo: un nesso inscindibile

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Interessante testo di Nicholas Tomeo pubblicato nella rubrica “Casella postale 17120” del numero 403 di A Rivista anarchica.

Fonte: www.arivista.org/?nr=403&pag=141.htm#2

Antispecismo e anarchismo: un nesso inscindibile

L’antispecismo, quella forma di lotta per la liberazione animale, rappresenta un argomento che nel corso degli anni ha sollevato accese discussioni all’interno dei gruppi anarchici. In particolare ci si chiede se l’antispecismo rappresenta o meno una lotta insita nell’anarchismo. Cos’è che differenzia lo specismo dal razzismo o dal sessismo? Non è forse lo specismo una delle varie strutture gerarchiche di dominio al pari delle altre? Può parlarsi di anarchismo senza antispecismo?
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Presentazione “Proposte per un Manifesto antispecista” a Imola

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Domenica 17 maggio 2015 alle ore 19,00
Presso il  CSA Antifascista Brigata 36
in via Riccione 4, Imola (BO)

Aperitivo vegan e presentazione con l’autore Adriano Fragano del libro:

PROPOSTE PER UN MANIFESTO ANTISPECISTA
Teoria, strategia, etica e utopia per una nuova società liberata

Seguirà dibattito su tematiche antispeciste.

Entrata libera

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Libertà senza limiti di specie

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Agli inizi del ‘900 il sindacalista e pacifista americano Eugene V. Debs affermava:

finché ci sarà una classe inferiore, io ne farò parte. Finché ci saranno dei criminali, io sarò uno di loro. Finché ci sarà un’anima in prigione, io non sarò libero“.

Quello di Debs era un appello alla libertà e all’uguaglianza che rimane a tutt’oggi lettera morta.
Come ogni anno l’antispecismo italiano festeggia il 25 aprile: la liberazione dal nazi-fascismo, dall’oppressione, dalla tirannia, dal dominio del più forte sul più debole; ma lo spirito con cui lo festeggia possiede un respiro molto più ampio rispetto a quello del concetto di liberazione percepito dal senso comune, e non potrebbe essere altrimenti.
Ogni 25 aprile, come ogni giorno dell’anno, ci si dovrebbe perlomeno domandare: “cosa significa essere liberi?”. Una semplice domanda capace di scatenare una cascata di considerazioni sulla nostra condizione di Umani, ma anche solo di cittadini di una società che, palesemente o subdolamente, ci opprime, ci controlla e ci ingabbia, come opprime, controlla e ingabbia (e ci invita con successo a fare altrettanto) miliardi di altri esseri senzienti che non ne fanno nemmeno parte.
Debs evidentemente aveva un’idea altissima della libertà. La libertà non appartiene alla sfera della parzialità, della discrezionalità, non è opinabile, come non è relativa. La libertà è un concetto assoluto: non può esistere se ad essere liberi sono solo alcuni soggetti, che ad essa anelano, a discapito di altri. La libertà riservata solo ad alcuni, equivale a una feroce ingiustizia, a una tirannia: di sicuro i razzisti del Sudafrica dell’apartheid si sentivano liberi, come pure i fascisti e i nazisti al potere durante le dittature europee del secolo scorso, certamente i sostenitori dei regimi totalitari sudamericani hanno vissuto appieno il loro concetto di libertà, come pure i gerarchi sovietici, ma tutti a discapito della libertà altrui.
Finché ci sarà un’anima in prigione, io non sarò libero“, Debs scrivendo “anima” intendeva l’Umano – secondo la nostra presunta caratteristica distintiva veicolata dall’assurdo antropocentrismo della religione – e non tutti i senzienti, forse però il suo concetto di libertà si spingeva oltre e davvero dovrebbe essere così.
Di anime (etimologicamente parlando il termine Animale deriva dal latino e significa essere animato) imprigionate, sfruttate, umiliate, torturate e uccise ce ne sono a miliardi: senza scomodare il trascendentale ci si potrebbe semplicemente limitare a considerare che sono miliardi di individui che soffrono, anche oggi, e muoiono a causa nostra. Come potremmo noi – padroni privilegiati e comodamente alloggiati nei piani alti di un grattacielo sociale costruito sull’ingiustizia – gioire della nostra avvenuta liberazione?
Dobbiamo immedesimarci negli altri, nei più diversi e lontani da noi, e asserire, parafrasando Debs, “finché ci sarà una specie inferiore, io ne farò parte”; ripartendo dal basso, dal fondo potremmo finalmente porre rimedio – da criminali che infrangono la legge del più forte – alle tragedie che abbiamo causato agli altri e a noi stessi.
Se fossimo meno ipocriti ed egoisti, potremmo semplicemente ammettere che davvero nessuno potrà mai sentirsi libero, fino a quando anche l’ultimo degli Animali non lo sarà completamente e definitivamente. Finalmente una libertà senza limiti di specie.

Buona liberazione.

Adriano Fragano

Vegano, antispecista, antifascista e morto

Il problema delle infiltrazioni fasciste all’interno di realtà antispeciste e animaliste che è tipico dell’attivismo italiano, comincia ad affacciarsi in molti altri Paesi.
Prova ne è l’uccisione di un diciottenne in Francia (vegano, antispecista e antifascista) ad opera di un gruppo di fascisti, un delitto di cui si parla nel comunicato ad opera del Coordinamento Fermare Green Hill e ripreso da Veganzetta che è possibile leggere di seguito.
La questione già evidenziata da anni da Manifesto antispecista e Veganzetta pare ora assumere proporzioni sempre maggiori e preoccupanti. Le cause sono molteplici e note, ma è palese che non vi sia una volontà unanime di affrontare tale tematica e trovare una soluzione condivisa.
Un ulteriore problema è l’uso delle tematiche antispeciste da parte di realtà interessate solo a utilizzarle per secondi fini, o come motivo di agitazione sociale, svuotando la lotta antispecista di liberazione animale di ogni significato, e cercando solo le occasioni propizie per fare proselitismo e causare scontri tra fazioni opposte.

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Nei giorni scorsi Clément Meric, attivista vegano e antispecista di 18 anni, è stato ucciso da tre nazifascisti che lo hanno assalito per massacrarlo di botte.

In ospedale è stata constata la morte cerebrale.

L’ennesima vita spezzata dallo squadrismo di destra che, sempre indaffaratissimo a ripulirsi la faccia e a mostrarsi accettabile presso l’opinione pubblica, non rinuncia alla violenza, agli agguati, alle coltellate, agli omicidi.
Episodi come questo ne accadono e ne sono sempre accaduti, in tutta Europa, in tutta Italia.

I media europei hanno dato molto risalto a questo fatto di cronaca, anche se in Italia è stato accennato appena.
Sentiamo la necessità di raccontare questa storia dal nostro punto di vista, perchè, nonstante il fatto sia avvenuto a Parigi, secondo noi è emblematica di qualcosa che sta succedendo nel movimento di liberazione animale in questo momento, in Italia.

Clément aveva 18 anni ed era un attivista antispecista.
Con tutte le caratteristiche proprie di un attivista antispecista: vegano, contrario ad ogni forma di discriminazione e di sopruso, attivo nella difesa dei più deboli, a qualunque specie appartenessero.

Gli amici che ne danno una descrizione dicono qualcosa di emblematico: Clément si era avvicinato dapprima agli animali. Il suo attivismo partiva da lì.

Gli animali gli avevano fatto scoprire cosa volesse dire essere mercificati, coi loro occhi gli avevano raccontato cosa significa essere un semplice numero, nascere col destino già segnato dalla fine che altri hanno deciso per te.

Questo ha ampliato la sua consapevolezza sul mondo e ha fatto nascere in lui l’esigenza di attivarsi per un cambiamento radicale e profondo della società.
Questo ha fatto nascere in lui lo schifo e la repulsione per ogni forma di discriminazione.
Gli animali hanno portato nella sua vita l’amore verso tutti.

L’assassino si chiama Esteban (il cognome non è dato sapere) e ha 20 anni. Ha diversi contatti con gruppi e partiti neonazisti che ora, da tutta Europa, gli stanno dando solidarietà.

Nella sua pagina di supporto, accanto a messaggi che orgogliosamente si rifanno all’ideologia nazifascista (di stampo quindi razzista, omotransfobico e suprmatista), veniamo informati del fatto che questo personaggio ha partecipato alla marcia nazionale contro le pellicce tenutasi a Parigi, ricevendo così la qualifica di “combattente per la causa animale”.

Questo atteggiamento è indicativo: persone e gruppi attivi nel movimento nazifascista stanno, ormai già da qualche anno, tentando di presenziare più eventi possibile che riguardino la lotta per gli animali, in modo da darsi un’immagine “pulita”, tentando di strumentalizzare l’accresciuta consapevolezza sulla questione animale nella nostra società.

In Germania, ad esempio, i neonazisti provano a strumentalizzare la difesa dei bambini maltrattati, in Italia e in Francia provano a strumentalizzare le lotte antispeciste.
Sanno che se pubblicamente sostengono una lotta giusta automaticamente hanno la possibilità di passare come “giusti” spostando l’attenzione dalle loro idee suprematiste e violente.

Sostengono, implicitamente, che chi professa idee suprematiste possa tranquillamente lottare per la liberazione degli animali.
Questo è profondamente contraddittorio, l’antispecismo si basa su un’idea molto semplice: siamo tutti animali; perciò la liberazione animale coincide con la liberazione umana.

Non è possibile struggersi all’idea di animali imprigionati e uccisi per diventare cibo e poi rallegrarsi all’idea di persone massacrate e uccise per la loro appartenenza ad un’altra etnia.
Non si può lottare per gli animali che giacciono prigionieri nei laboratori e poi sperare che al loro posto ci finiscano persone omosessuali, o chi fugge da paesi devastati dal neocolonialismo.
Non ha senso lottare per liberare gli animali e contemporaneamente lottare perchè la nostra posizione di dominio sulle minoranze che compongono la nostra società si rafforzi e sfoci nella violenza verbale e fisica.
È contraddittorio sostenere il rafforzamento dei confini nazionali quando gli animali ci insegnano che suddetti confini non hanno alcun senso, se non quello di formalizzare e standardizzare la necessità di dominio e controllo tipicamente umana.

Chi segue le nostre iniziative da più tempo se ne sarà accorto e se ne ricorderà: diverse volte ci siamo trovati ad allontanare gruppi apertamente ricollegabili alle ideologie nazifasciste, che tentavano di strumentalizzare il nostro attivismo per rendersi presentabili. Diverse volte abbiamo avuto a che fare con persone ambigue che, con svastiche e fiamme tricolori tatuate addosso, cercavano di farsi passare per antispecisti.

Il problema più grosso è rappresentato da chi non li identifica come un problema, da chi si illude che loro stiano contribuendo alla causa animale, da chi non ne vuole prendere apertamente le distanze perché non ha ancora capito quali siano le mire di queste persone.

La storia di Clément ed Esteban si è intrecciata: uno ha imparato dagli animali l’odio per le catene, per i confini, per le gabbie, per i soprusi e per la violenza, per il suprematismo, l’altro ha provato a sfruttare gli animali per far accettare il suo messaggio basato sull’esaltazione di confini, gabbie, soprusi, violenza e suprematismo.

Clément è stato ucciso. Non lasciamo che la sua morte sia stata inutile: non sottraiamoci ad una presa di posizione chiara, forte, inequivocabile.

Per chi volesse approfondire la questione delle infiltrazioni nazifasciste e qualunquiste nel movimento di liberazione animale consigliamo l’opuscolo “Antispecisti di destra?” pubblicato da Veganzetta, liberamente scaricabile in PDF a questo link > http://bit.ly/19ZQxOj

Contro lo specismo – per la liberazione animale
www.fermaregreenhill.net

Il populismo e il qualunquismo, i fascisti e i 100% animalisti nel movimento per la liberazione animale

Fonte: Oltre la specie

Il populismo e il qualunquismo, i fascisti e i 100% animalisti nel movimento per la liberazione animale

A mano a mano che il movimento animalista cresce, deve fare i conti con le diverse anime di cui è composto. Se fino a qualche anno fa raramente si sentiva parlare di vegetarismo, ultimamente la questione animale inizia ad essere un tema diffuso e gli attivisti stanno aumentando e radicalizzando le loro proteste e attività un po’ ovunque. Grazie alla rete e ad una cospicua fetta di persone che hanno abbandonato una visione zoofila per abbracciarne una più radicale, ci troviamo ad aver fatto il passo più lungo della gamba e a dover ora affrontare quello che sarebbe stato meglio aver preso in esame qualche anno fa: le basi culturali e l’orizzonte politico dentro i quali può nascere un movimento radicale come quello per la liberazione animale.

Se fosse soltanto una questione di gabbie un po’ più grandi o di regolamenti per il benessere animale, tutti saremmo d’accordo che chiunque potrebbe aderire alla richiesta senza incorrere in gravi contraddizioni. Di fatto, le grandi associazioni protezionistiche storiche non hanno mai avuto l’esigenza di sottolineare l’aspetto politico della questione animale e hanno da sempre fatto della trasversalità la loro bandiera. Nelle loro iniziative chiunque è il benvenuto e il motto “tutto fa brodo” è ampiamente, se non universalmente, condiviso.

Negli ultimi 10 anni il movimento si è radicalizzato e ha avuto bisogno di chiarire alcuni suoi presupposti teorici che mai nessuno, neppure i “padri fondatori” (Singer e Regan), aveva ancora affrontato. Negli ultimi 10 anni il dibattito teorico si è notevolmente sviluppato e la questione animale è stata inserita in una cornice culturale più precisa, evidenziando legami, somiglianze, vicinanze – ma anche differenze – con altre lotte di liberazione intraumana e creando quelle interconnessioni indispensabili perché un aggregato spontaneista si possa trasformare in un movimento politico serio, preciso e con una chiara consapevolezza dei propri compiti e della propria collocazione socio-culturale.

Fino a qualche anno fa pochissimi animalisti conoscevano il significato del termine “antispecismo”. Questo era noto solo a quei pochi attivisti che, maggiormente dediti alla riflessione, già da allora non si accontentavano di un generico “animalismo”. Grazie ai nuovi media che permettono a chiunque di infarinarsi di tutto un po’ e alla loro capacità di moltiplicare l’informazione, alcune parole chiave utilizzate dalle frange più consapevoli del movimento sono diventate d’uso comune e oggi basta essere vegani per potersi dichiarare antispecisti, basta appoggiare le azioni dell’ALF per potersi dire radicali, basta insultare tutto e tutti per potersi dire animalisti al 100%. Il risultato è che ora abbiamo politici conservatori e populisti che cavalcano la “moda” animalista facendosi passare per paladini della libertà degli oppressi, attivisti che incessantemente denigrano il lavoro degli altri pensando che dirsi “duri e puri” sia l’antidoto contro i mali del mondo, attivisti dell’ultima ora e/o con un’ingenuità politica disarmante che, con aggressività e faccia tosta da vendere (e solitamente senza mai aver letto un rigo sulla questione) sferrano attacchi violenti a chiunque tenti di illustrare i problemi politici che inevitabilmente l’antispecismo porta con sé.

Il risultato di questo aumento di attivisti “generici” (che coincide con un periodo storico allergico a un dibattito culturale serio sul futuro e sulle possibilità di cambiamento politico – basti pensare alla vita precaria e breve di tutti i movimenti) è che la confusione regna sovrana, che tutti pensano di avere la ricetta sul come e cosa fare e che le lotte tra gruppi si fanno molto aspre. Le grandi associazioni animaliste e quelle generaliste continuano a portare avanti, a occhi bendati,  il lavoro che hanno sempre fatto, consorziandosi tra loro in quanto convinte che ciò che primariamente importa è il numero. Queste associazioni, seppur si muovono e cercano di adeguarsi a istanze culturali sempre un po’ più “azzardate”(fino a qualche anno fa in nessuno dei loro bollettini o documenti si parlava di allevamenti, di vegetarismo o peggio ancora di veganismo), possono modificare parzialmente le loro istanze solo a patto di non disturbare troppo il buon senso comune del cittadino medio (pena il crollo dei consensi e delle tessere). È addirittura nata, sembrerebbe per ora con poca fortuna, l’associazione delle associazioni: “Nel Cuore”. A questa “lega delle associazioni” partecipano, con i loro blog, i presidenti di OIPA, LAC, LAV, ENPA, LIPU, LNDC, LEIDAA, CHILIAMACISEGUA, NOI ANIMALI, PRONATURA, MAREVIVO, CITY ANGELS. Per nessuno di costoro, evidentemente, costituisce un problema il fatto che il personaggio responsabile e fondatore di questa impresa sia Michela Vittoria Brambilla. E non costituisce problema, evidentemente, anche il fatto che in tutto il sito non ci sia una sola sezione dedicata a libri e approfondimenti culturali. Guarda caso che in periodo pre-elettorale la signora Brambilla organizza un bel meeting “Io voto col Cuore” (a cui possono democraticamente partecipare pure i quadrupedi) per  discutere l’agenda politica da proporre al prossimo governo. Lo scopo di questo sodalizio, come dichiarato nel “chi siamo” del sito è quello de “l’unione fa la forza”. Ovviamente si combattono vivisezione, circhi, zoo, caccia, randagismo, inquinamento…, ma per quanto riguarda la carne, si denunciano solo gli allevamenti intensivi (verso cui anche la maggior parte dei carnivori sarebbe peraltro contraria) e si incentiva qua e là lo stile di vita veg.  Per verificare il livello culturale dell’intera faccenda basta scorrere i tristi blog sopracitati. Con una media di 5 post a testa in quasi un anno (e commenti di una banalità sconcertante) si vede subito che l’importante é sembrare molto decisi, parlando di tutto un po’ senza dover mettere mai in discussione l’organizzazione sociale umana con tutti i privilegi di specie che questo comporta. L’unica che nel suo blog è seguita con molti commenti (pur nei suoi pochi post e pur non interfacciandosi coi lettori) è la signora Brambilla che, come sappiamo, a causa della sua attiva militanza politica nella destra berlusconiana, è, con i suoi sostenitori, uno dei motivi di accesi conflitti in ambito animalista. Noi crediamo che molto astutamente la signora Brambilla porterà al suo partito (quello che, insieme alla Lega Nord, è il più lontano di tutti dai problemi animalisti e ambientalisti) e alle politiche fascistoidi e populiste, molti voti di persone che ingenuamente pensano che basti avere qualche parlamentare “forte” per aiutare  la causa degli animali. Del resto lo scudo di attivisti che la signora Brambilla ha intorno a sé parla da solo: in cambio di qualche parola e vaga promessa si svende la possibilità di un cambiamento radicale che necessita di una visione totalmente nuova rispetto alla propaganda di questi politicanti in cerca di consenso.

Oltre la specie spera che questi attivisti allineati alle forze di destra, “ingenui e arrabbiati”, si rendano conto, col tempo, che l’animalismo ha bisogno di ben altro che di persone che badano solo all’azione (qual che sia poco importa) e che non perdono occasione di denigrare sui beneamati social network qualsiasi sforzo di approfondimento teorico. Noi crediamo che solo uno stretto rapporto tra teoria e prassi potrà permettere al movimento di crescere non solo nei numeri , ma in qualità e determinazione.

Se il qualunquismo degli attivisti brambilliani (quelli che stanno senza problemi con Michela Brambilla, ma sostengono che la politica non c’entra nulla con l’animalismo) è purtroppo condiviso dalla maggior parte degli animalisti e che potremmo riassumere con “ciò che riguarda gli animali non ha nulla da spartire con ciò che riguarda gli umani”, ci sono altri due elementi da cui viene costantemente inquinato il nascente movimento animalista: i fascisti di CasaPound e dintorni e gli attivisti dei 100% animalisti.
Del PAE (Partito Animalista Europeo) emanazione di quel qualunquismo dalle poche idee e poco chiare, non vale quasi la pena di parlare. E’ una formazione dichiaratamente trasversale, che si è apparentata con i Verdi (salvo staccarsi poco dopo) e ha tra i suoi militanti alcuni attivisti dei 100%. Attrarrà sicuramente qualche animalista ingenuo che non si domanda come voterebbe il PAE su tutte le questioni politiche (99,9%) che non riguardino gli animali non umani.

La destra estrema da qualche tempo ha iniziato a gravitare intorno alla questione animale. Ambientalisti, foreste che avanzano, squadre di pulizia di strade (oltre che etniche) e paladini della natura stanno tentando di occupare il campo purtroppo lasciato quasi totalmente sgombro dalle forze della sinistra (sia radicale che soprattutto progressista) e si stanno infiltrando nel movimento a velocità sostenuta (sia dal basso, con presidi e manifestazioni, che dall’alto, con siti internet presuntamente filosofici e intellettuali d’antan e riciclati per il nuovo uso). La parte degli attivisti più consapevoli si trova a dover continuamente ribadire che il presupposto antifascista è sempre e comunque un punto fermo laddove si tratti di difendere davvero (e non con slogan ad effetto) i diritti dei più deboli. Non ci può essere lotta autentica e disinteressata senza i presupposti fondatori della cultura democratica e antiautoritaria che tutti dovrebbe accomunarci. Ma, nell’estrema povertà politica di questi ultimi anni, il valore dell’antifascismo sembra essersi dissolto e la parola, a molti, sembra apparire come un contenitore vuoto. Oltre la specie vuole ribadire, onde non dover avere nulla a che fare con i fascisti, questo fondamentale valore che permea tutti i suoi soci e la sua attività. Non vogliamo fascisti o loro simpatizzanti alle nostre iniziative. Non vogliamo razzisti, sessisti e omofobi. Non possiamo difendere con coerenza la vita degli animali se non diamo per acquisito, una volta per tutte, il rispetto della vita umana in tutte le sue possibili individualità e diversità.

E poi, last but not least, ci sono i 100% animalisti che sono una vera piaga e spina nel fianco per tutto il movimento. Se nessuno del loro gruppo si dichiara apertamente fascista (vogliamo sperare che sia vero) il loro modo di fare attivismo è controproducente per l’immagine che il movimento dovrebbe dare di sé. Arroganti, inutilmente aggressivi, i 100% trovano qualsiasi pretesto per calunniare, offendere, denigrare non solo cacciatori, vivisettori, macellai, pellicciai ecc., ma anche gli attivisti di altre associazioni o gruppi animalisti. Accusano di furto chiunque raccolga fondi per gli animali, mettono in difficoltà attivisti che magari hanno dovuto compiere degli illeciti per le loro attività animaliste, offendono pesantemente qualsiasi persona che voglia farli riflettere sul perché il loro modo di fare sia dannoso per il movimento.
Chi ha militato nel loro gruppo e poi ne è uscito (odiato a vita e denigrato nei secoli dei secoli) sa quanto l’unanime e accorata unità attorno al loro capo sia solo il segno di un gruppo tristemente identitario, che non ammette differenze (e neppure sfumature) al suo interno, dogmaticamente convinto della qualità delle sue azioni (solitamente cori da stadio e affissione di qualche manifesto offensivo qua e là).
Oltre la specie non vuole avere nulla a che fare con i 100%. Non approva nulla del loro modo di agire. Se qualche attivista più defilato di questa associazione dovesse partecipare alle nostre manifestazioni, purché non indossi simboli inneggianti alla violenza e all’oppressione e si adegui allo stile dell’iniziativa (cartelli rispettosi delle persone, mai attacchi personali) non sarà forzatamente allontanato. Chissà mai che paragonando modalità di fare attivismo così diametralmente opposte costoro possano rendersi conto che la questione animale vale ben più di uno slogan campato in aria e di un’offesa lanciata al volo.

Ultimamente sotto quasi ogni comunicato antispecista siamo purtroppo costretti a leggere la frasetta, ormai diventata un tormentone: “l’antispecismo non può essere che antifascismo, antirazzismo, antisessismo, …”.
Oltre la specie crede che questa frase dovrebbe, per prendere corpo e avere senso (e non restare uno slogan pressoché muto e che dice poco o nulla ai più) concretizzarsi nella realtà del movimento. Un movimento che non abbia ancora acquisito la capacità di confrontarsi apertamente e liberamente considerando le istanze delle sue varie componenti, che non riesce (o spesso non vuole) trovare momenti di incontro e dibattito collettivi, che pensa che si possa procedere con personalismi e decisioni prese da pochi invece che da migliaia di persone, forse ha problemi di democrazia interna. A mancare, spesso, non é l’obiettivo comune (che per chiunque consideri davvero la sorte degli animali non umani non può che coincidere con la loro liberazione), bensì la consapevolezza che sia necessario inserire l’azione dei singoli individui e gruppi all’interno di un paradigma critico che sappia concretamente andare oltre i facili slogan di condanna delle discriminazione inter- e intra-specifiche.
Se cessassimo, ad esempio, di concepire le campagne di pressione come territorio privato dei gruppi e delle associazioni che le hanno inizialmente promosse (spesso contrapponendosi contro singole situazioni di sfruttamento e senza valutare altre possibilità) e cercassimo di cimentarci in progetti allargati e di più ampio respiro, valutando insieme strategie, tattiche, rischi e benefici, potremmo finalmente parlare di un movimento per la liberazione animale in crescita e che non dipenderà più dai continui andirivieni di chi crede di avanzare facendo un passo avanti e due o tre indietro.

Oltre la specie ritiene che ancora per molti anni il “movimento” resterà in balia del qualunquismo, dei fascismi di varia natura e di un immobilismo dovuto alla mancanza di un confronto autentico, ma crede anche che questa fase di confusione/chiarimento potrà rivelarsi utile per crescere in forza e consapevolezza. Quelli che oggi sembrano vani tentativi di fare luce su lotte apparentemente intestine, saranno causa di importanti differenzazioni e feconde possibilità future di far nascere un dibattito culturale e sociale importante che possa seriamente mettere in crisi l’antropocentrismo. Zoofili, protezionisti, qualunquisti e fascisti vari, pur dichiarandosi spesso (ma a sproposito) antispecisti, non hanno ancora individuato nell’antropocentrismo il vero nemico da combattere. Combattono le persone, non le idee e le pratiche, e ciò non ha spostato in 30 anni, e non sposterà di una virgola, l’infimo valore che hanno gli animali nella nostra cultura.

Gli animali hanno bisogno di ben altro.

Oltre la Specie
www.oltrelaspecie.org
www.oltrelaspecie.blogspot.it

Antispecisti di destra? Eh no, compagn*!

Fonte: http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/09/19/antispecisti-di-destra-eh-no-compagn/

Ho appena letto la testimonianza pubblicata su Infoaut dal titolo Provocazioni fasciste al corteo anticaccia a Brescia, che a prescindere dal resoconto dei fatti – sul quale non ho chiaramente nulla da eccepire – mi lascia molto contrariata in quanto a conclusioni.
Ultimamente sento molto spesso parlare di ‘antispecismo e destra’ – mi torna ad esempio subito in mente l’articolo uscito su Left qualche tempo fa dal titolo animalismo nero – e questo è stato peraltro uno dei temi trattati, con estrema serietà, all’ultimo Incontro di Liberazione Animale, tenutosi alla fine di agosto vicino a Torino (il titolo di uno dei workshop era proprio ‘Antispecisti di destra?’, da un ottimo contributo pubblicato dalla Veganzetta e consultabile qui).

Ecco perciò mi sento di dire con una certa tranquillità che spesso, trovandomi in ambiente antispecista, non ci sono stati dubbi riguardo al fatto che non vi sia posto per ‘destrorsi’ nel nascente movimento, siano essi nostalgici fascistoni conclamati o più insidiosi ‘intellettuali’ di quelli che vorrebbero ‘cancellare le obsolete definizioni di destra e sinistra, comunismo e fascismo’ (e guarda caso sono quasi sempre di destra quelli che vogliono ‘dimenticare il passato’ – come ad es. la filosofa Alessandra Colla che, ho da poco con mio stupore scoperto, è tra i redattori della rivista Asinus Novus – cosa questa che mi piacerebbe approfondire, ma questo non è –ancora – né il luogo né il tempo – ma è chiaramente una domanda aperta la mia, in attesa di un sereno confronto in merito). Altro conto, come è stato testimoniato da tanti dei presenti all’incontro di agosto, sono quei cortei un po’ generalisti nei quali non si può parlare di un’organizzazione da parte di un cosidetto ‘movimento antispecista’ (ma quale? Pare davvero ancora troppo prematuro parlare di movimento) che raccoglie tutta una serie di individualità tra le quali ne spiccano molte inclini più che altro alla zoofilia, a tratti vagamente squilibrate e del tutto avulse da qualsivoglia contesto politico.
Queste persone, che sicuramente possono rappresentare  – anche solo, a voler essere ottimisti – per la propria ingenuità delle dinamiche di piazza un pericolo per sé stessi e per gli altri non sono antispecisti, checché magari a volte si proclamino tali. Questo perché l’antispecismo ha una valenza politica che queste persone non prendono assolutamente in considerazione, facendo un minestrone di sentimentalismi, istanze personali, confusione e superficialità non da poco (sono proprio quelle persone che hanno permesso al corteo summenzionato che una persona venisse aggredita, così come quelle che al corteo contro ‘Green Hell’ stringevano la mano ai poliziotti per dare loro solidarietà come lavoratori  – subendo poi peraltro sgomenti una carica!)

Per tornare alla testimonianza di cui sopra, ciò che forse la compagna non ha preso nella dovuta considerazione (così come a suo tempo i redattori di Left) è non ‘ciò che si vede’, e cioè il fascista che viene a provocare il corteo o la zoofila che dice di lasciar correre e non si rende conto della gravità della cosa…. Ma ciò che ‘non si vede’ perché non c’è: e cioè interesse da parte dei compagni di sinistra per la lotta antispecista.

E qui apriamo un vaso di Pandora, ma ritengo sia ora di farlo, perché a volte pare (e sottolineo pare) quasi che articoli come quello al quale mi trovo a rispondere siano volti a legittimare quello stesso disinteresse, adducendolo al fatto che l’antispecismo sarebbe una pratica politica di destra…. Eh no, compagn*!

Come femminista e antispecista, convinta dell’intersezionalità delle diverse lotte, mi sono scontrata più e più volte con il dileggio, il disinteresse o l’aperto fastidio nei confronti della lotta antispecista da parte di persone con una pratica politica attiva e di sinistra alle spalle: femminist*, antirazzist*, antifascist* (sensibilissim* alle diverse istanze!) che di fronte alla lotta antispecista dimostravano indifferenza totale, quando non dileggio o aperto disprezzo (vogliamo parlare delle intoccabili grigliatone di sinistra??), la definivano insomma senza tanti giri di parole – e anzi con assordanti silenzi – come una lotta futile e tutto sommato inesistente.

E sebbene intimamente io senta di voler mostrare solidarietà alla compagna attaccata e a quelli intervenuti in suo aiuto, vorrei portare alla loro attenzione il fatto che, probabilmente, quello che hanno vissuto lo hanno vissuto proprio perché molti di quelli con cui condividono tante importanti battaglie non erano lì con loro quel giorno.

Ed esorto perciò noi tutti, che abbiamo a cuore la lotta antifascista, a renderci conto che quando i fascisti si fanno spavaldi è perché sentono una debolezza, un vuoto, uno spazio in cui possono cercare di infiltrarsi: perciò se ciò dovesse accadere nell’ambito della lotta di liberazione animale, il primo esame di coscienza dovrebbe venire proprio dal movimento antagonista e da quei tantissimi militanti e attivisti che ad oggi, nei confronti del nascente movimento antispecista, non hanno dimostrato che perplessità e indifferenza.