Frammenti di un discorso animalista

Fonte: Veganzetta

ecocentrismo-Vs-antropocentrismo

Prospettive per lo svelamento di un paradigma anti-antropocentrico

Come scrive Carlo Ginzburg  a conclusione di  un testo che tutti, “prima di morire”, dovrebbero leggere,  “la firasa, cioè la capacità di passare in maniera immediata dal noto all’ignoto sulla base di indizi, secondo il vocabolario dei sufi, è l’organo del sapere indiziario, intuizione bassa, radicata nei sensi. Lega strettamente l’animale uomo alle altre specie animali.”(1)  Secondo l’autore, l’Animale medico,  paleontologo, geologo, giurista, storico, astronomo, procede in queste discipline indiziarie, solo marginalmente contaminate dal paradigma scientifico galileiano ( ad eccezione dell’astronomia e della medicina scientifica accademica meccanicistica-riduzionistica contemporanea), seguendo un metodo  che non sarebbe improprio definire divinatorio,  semeiotico, o,  in termini epistemologici  attuali, congetturale, non diversamente, quindi, dagli altri  Animali, Zecche e Tafani compresi. Infatti, nelle loro attività quotidiane,  Gufi e Cinghiali interpretano segni, tracce, impronte, registrazioni, suoni, rumori, odori,  così come i medici galenici e ippocratici o taoisti agopunturisti  e olisti interpretano i sintomi dei pazienti ( come dice Ippocrate, non ci sono malattie, ma singoli malati che vanno curati secondo terapie caratterizzate da una prospettiva altamente individualizzante e non sistematica).Nello stesso modo, indiziario e semeiotico-divinatorio,   si produce  Zadig nell’omonimo testo di Voltaire, così  indirizzano l’inchiesta gli investigatori  Auguste Dupin di Edgar Allan Poe e  Sherlock Holmes di Conan Doyle,  così  si muovono gli storici nei loro percorsi euristici, così  il francescano  fra Guglielmo da Baskerville  (2)  individua il Cavallo Brunello dell’abate senza averlo mai visto, sempre a partire da tracce, segni apparentemente marginali e insignificanti . Fedele alla linea di Carlo Ginzburg  ( ma la linea, forse, non c’è)  è l’anarco-epistemologo  dada Paul Karl Feyerabend (3), il quale sostiene che tutte le scienze, anche  quelle che vorrebbero essere costituite secondo il paradigma quantitativo galileiano sono, in realtà, ipotetiche e congetturali e dotate di un alto grado di aleatorietà e di improbabilità.  Per Feyerabend , scienze come la fisica e l’astronomia sono più vicine  ai saperi locali delle streghe e al loro paradigma divinatorio  che non al mito delle scienze esatte e sistematiche, nella ricerca scientifica si avanza più come lo Zarathustra  nietzscheano, a passi di danza,  più in conformità   all’agire comportamentale consapevole degli Animali , che non ai parametri e agli standard della scienza meccanicista e riduzionista.

A proposito di Nietzsche, in uno dei suoi libri più famosi, Al di là del bene e del male, sostiene che “l’uomo è l’animale non ancora stabilmente determinato”(4) Tenendo presente il punto di vista antifondazionalista e antiidentitario del filosofo tedesco, potremmo interpretare questa considerazione  – discussa  pure in un numero di qualche anno fa della rivista dal titolo deleuziano  millepiani (5)- come una valorizzazione dell’animalità:  infatti, per Nietzsche, la religione, la civiltà e la morale tendono pervicacemente a disciplinare, addomesticare, addestrare l’Umano, allontanandolo violentemente dal suo status animale, cioè naturale, in particolare attraverso la tecno-cultura, facendo largo uso della ragione strumentale, come direbbe  il francofortese Adorno. Tuttavia, nonostante questa forzatura apparentemente irriducibile e ineluttabile, l’operazione non è ancora conclusa, si è rivelata, per il momento,  almeno in parte, e per fortuna, malriuscita.  D’altro canto, l’antropologo tedesco Arnold Gehlen legge diversamente questo aforisma nietzscheano:  la cosiddetta natura umana sarebbe qualcosa di costituzionalmente, ontologicamente e antropologicamente carente. Anche per Umberto Galimberti  (6)   la natura umana è povera di istinti : l’animalità nell’Umano sarebbe così “incompiuta”.  Secondo questa ipotesi, l’incompiutezza dell’Umano, la sua debolezza istintuale e biologica, sarebbe stata compensata dalla tecnica – male dell’Occidente, inevitabile destino dell’Occidente, secondo Galimberti. Ma allora, perché lamentarcene? – . Secondo Nietzsche, invece, l’Umano è mosso dall’istinto di potenza come gli altri Animali, e sono stati i processi di civilizzazione  a ridurre  gli istinti dell’uomo, gli stessi che sono responsabili della sua “mancanza biologica” attuale, che non è quindi né strutturale-morfologica, né originaria. In Gehlen è d’altro canto presente  una tendenza finalistica-aristotelica  di fondo, una teleologia, derivante da una concezione di Umano quale essere originario, distinto in maniera radicale dagli Animali, gerarchicamente superiore ad essi, in quanto, per essenza, animale dotato di ratio, vivente politico, come appunto  in Aristotele.  Niente di più lontano da Nietzsche, che in Genealogia della morale sostiene che il senso di ogni civiltà sta nel modellare l’Umano quale Animale domestico, nel disciplinare e addestrare la sua animalità, in special grado con l’uso della tecnica. Siamo ipso facto dall’altra parte della barricata rispetto a chi sostiene la teoria della tecnica come compensazione delle carenze biologiche umane. Con l’incessante e sempre più accelerato imporsi della tecnica nell’ambito della civilizzazione, assistiamo a una chiara  dominanza  della cultura sulla natura, della coscienza sull’inconscio e sugli istinti. L’Animale Umano è vinto dalle forze culturali che sono anche forze omologanti. Secondo Nietzsche, comunque, l’Umano agisce ancora prevalentemente sulla base di istinti provenienti dal corpo, in modo inconsapevole, come per Freud.  La stessa “intelligenza razionale” sarebbe un prodotto del corpo e, forse, non è una prerogativa specificamente umana ma , probabilmente, è  un tratto comune a tutti gli Animali (come vedremo tra poco, vari filosofi antichi di primissimo piano ritengono che pensiero e linguaggio, articolazioni della ratio, siano tipiche peculiarità  del mondo animale).

Tra i filosofi della contemporaneità, uno dei più animalisti è sicuramente Gilles Deleuze, che in un video postumo (realizzato per essere visto a posteriori, a futura memoria) dal titolo Abecedario ritorna su uno dei suoi esempi preferiti, quello dell’Animale che ha sempre un mondo specifico , un ambiente, Umwelt, con rinvio alle tesi del biologo tedesco J. Von Uexkull  (7).

“Cosa mi affascina di un animale? La prima cosa è che ogni animale ha un mondo. E’ curioso, perché ci sono un sacco di enti umani che non hanno mondo, ambiente, vivono una vita qualunque. Gli animali hanno un mondo, che a volte è straordinariamente limitato, come nel caso della zecca. La zecca risponde o reagisce solo a tre cose,  a tre eccitanti e basta, in una natura immensa .  Tende verso l’estremità di un ramo su un albero, attirata dalla luce, può aspettare sul ramo degli anni, senza mangiare, senza niente, completamente amorfa, aspetta che un ruminante, un erbivoro, una bestia passi sotto il ramo. Poi si lascia cadere, è  una specie di eccitante olfattivo. La zecca annusa la bestia che passa sotto il ramo. Questo è il secondo eccitante, quindi, luce e calore, e poi, quando è caduta sul dorso della bestia, cerca la zona meno ricoperta di peli, un eccitante tattile, e si ficca nella pelle. Del resto non le importa assolutamente niente. In una natura  brulicante, estrae e seleziona tre cose.”

Il mondo, Umwelt, della Zecca consiste, quindi, essenzialmente di sensazioni luminose,  termiche e tattili, accanto alle facoltà olfattive. Il vissuto della Zecca si situa così tra due spazio-temporalità sospesi quasi nel nulla, tra la Zecca sazia che è destinata a morire  e la Zecca che è in grado di digiunare per moltissimo tempo.  Come osserva Deleuze:

la zecca è un animale semplice con tre affetti-sensi-sensazioni  soltanto, e tuttavia quale potenza, finalmente qualcuno che possiede sempre gli organi e le funzioni corrispondenti agli  affetti di cui è capace. Il ragno e la sua tela, il pidocchio e la testa, la zecca e un angolo di pelle di mammifero : queste sono bestie filosofiche , e non la nottola di Minerva di Hegel.” (8)

Con questa considerazione, come s’intuisce facilmente, Deleuze non vuole denigrare la povera Civetta, ma semplicemente ironizzare contro Hegel, dal momento che la Nottola, rappresentazione della filosofia,  è l’ Animale preferito dal noto filosofo tedesco.

Oltre  alla visione sull’animalità che abbiamo cercato finora di illustrare, in Deleuze  troviamo almeno un altro sguardo, un’altra posizione, suggerita da una singolare interpretazione dei racconti di Franz Kafka, nei quali l’Animale si differenzia nel tentativo di trovare una via d’uscita, di tracciare una linea di fuga. Tutto nell’Animale è metamorfosi,  e la metamorfosi è in un unico circuito: divenir –Umano dell’Animale   e divenir-Animale dell’Umano. Con questo, Deleuze allude e  ai processi di civilizzazione che hanno trasformato l’Animale Umano in un prodotto culturale reificato, e ai tentativi di ribellione  verso  la civilizzazione, il produttivismo, l’alienazione del lavoro, l’urbanizzazione,  attraverso il ritorno all’animalità: così si spiega quel racconto che tutti noi abbiamo letto alle Medie, La metamorfosi, di Kafka, un testo non certo pacificante, gratificante e, ci si passi il termine, carino, ma, anche per questo, altamente formativo, se adeguatamente approfondito. Solo così si intuisce il senso del divenire-scarafaggio del protagonista del racconto,Gregor Samsa, inteso come un processo metamorfico per accedere ad una via d’uscita da una situazione antropica insostenibile, per tracciare  una linea di fuga radicale da un universo concentrazionario  straumano che Bifo, animatore di Radio Alice di Bologna nel 1977, ora redattore di Alfabeta2, definirebbe  cyber-nazi.

C’è, inoltre, un rapporto tra il divenire-Animale e lo scrivere, come rileva H. Von  Hofmannsthal:

Lo scrittore è uno stregone perché vive l’animale come la sola popolazione di fronte a cui è responsabile”.

A tale riguardo, sotto la voce A – Animale dell’ Abecedario,  Deleuze  osserva:  “Se lo scrittore è colui che spinge il linguaggio al limite, limite che separa il linguaggio dall’animalità, dal grido, dal canto, allora sì, bisogna dire che lo scrittore è responsabile di fronte agli animali che muoiono. Scrivere, non è per loro, non si scrive per il proprio gatto o cane, ma al posto degli animali che muoiono, significa portare il linguaggio a questo limite. E non c’è letteratura che non porti il linguaggio e la sintassi al limite che separa l’uomo dall’animale. Bisogna stare su questo limite, credo, anche quando si fa della filosofia. Si è al limite che separa il pensiero dal non-pensiero.Bisogna sempre essere al limite che separa dall’animalità, ma appunto in modo da non esserne più separati.  C’è una inumanità propria al corpo ed allo spirito umano, ci sono dei rapporti animali con l’animale”.

Scrivere è, dunque, qualcosa d’impersonale, che supera  l’IO, scrivere non ha altra funzione:  essere un flusso che si congiunge con altri flussi. Un flusso è qualcosa d’intensivo, istantaneo e mutante, fra una creazione e una distruzione. In Kafka, poi, non c’è più né Umano né Animale, ma ibridazione. L’Animale non parla come un Umano, ma estrae dal linguaggio delle tonalità prive di significazione: Gregor – ne La metamorfosi di Kafka –  si caratterizza per il suo autentico pigolio, balbettio Animale-Scarafaggio, come il balbettare  di Bartleby  – lo scrivano di  Herman  Melville, famoso per  la  sua risposta- manifesto –riot: “Preferirei di no!”.  Il balbettio è Animale perché non ha come sua base delle parole preesistenti, ma introduce  parole  selezionandole,  concatenandole attraverso di sé  (queste parole  non esistono più  indipendentemente dal balbettio ).(9)

Se per Deleuze il linguaggio animale è pre-logico, o extra-logico, per alcuni filosofi antichi, invece, è un fenomeno della ratio, un’espressione del logos. Come pone ben in evidenza Maria Fusco (10), del Dipartimento di Filosofia dell’Università “La Sapienza “di Roma, nel dibattito filosofico sviluppatosi soprattutto durante l’impero romano  intorno alla domanda se anche gli Animali non Umani siano dotati del logos, al discorso esternato e articolato attraverso una voce, ne corrisponde uno interiore la cui configurazione  è strettamente correlata alla nostra mente, alla ragione. Contro l’antropocentrismo degli Stoici, secondo i quali gli Animali, pur compiendo opere mirabili, sono guidati solo da una predisposizione innata a compiere determinate attività, e non certo da una qualche forma d’intelligenza, Sesto Empirico negli Schizzi Pirroniani osserva che, anche se  non decodifichiamo  le voci degli Animali, non sarebbe assurdo pensare  che essi discorrano  tra loro senza che noi li comprendiamo. Anche quando udiamo la  voce dei cosiddetti barbari – continua Sesto Empirico – ,  non la comprendiamo, anzi, ci fa l’impressione di essere un suono uniforme. Quindi, dal punto di vista dell’Umano la voce degli Animali sembra un suono uniforme  e privo di significato, mentre è del tutto plausibile che,  dal punto di vista degli Animali , essa  sia un vero e proprio linguaggio. Ciò viene dimostrato anche dalla capacità di differenziare la voce che gli Animali attivano nelle diverse circostanze. Secondo Sesto Empirico, quindi, vi sono prove empiriche evidenti del fatto che gli Animali sono dotati del logos esternato e articolato dalla voce, strettamente legato a quello interiore e silenzioso che chiamiamo  pensiero. Sulla stessa linea di Sesto Empirico è il neoplatonico Porfirio ( III d. C.) che, nel suo trattato De abstinentia , al fine di promuovere il vegetarismo – forma primitiva, ci si consenta il termine, di veganismo – , dimostra che anche gli Animali non Umani  sono dotati di entrambi i tipi di logos. Porfirio, di più, sostiene che gli Animali non solo comunicano  i flussi e i movimenti plurali dell’anima, ma pensano al  loro vissuto interiore prima di emettere la voce.

Mario  Cenedese

 

NOTE

1)      C. Ginzburg, Spie. Radici di un paradigma indiziario, in Id., Miti, emblemi,spie, Einaudi, Torino, 2012, p.193

2)      Protagonista  frate-detective del romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco, Bompiani, Milano, 1980

3)      P. K. Feyerabend, Contro il metodo, Feltrinelli, Milano, 1979

4)      F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano, 2006, p.68

5)      S. Berni, Sul detto di Nietzsche : “L’uomo è un animale non ancora definito”, millepiani 31, ottobre 2006, pp. 111-121

6)      U. Galimberti,  Psiche e techne,  Feltrinelli, Milano,  1999

7)      Cfr. millepiani 31, ottobre 2006. Si confronti poi Jakob Von Uexkull, Ambienti animali e ambienti umani, Quodlibet, Macerata, 2010, pp. 41-53, sulla Zecca

8)      G. Deleuze, C. Parnet, Conversazioni, Ombre Corte, Verona, 1998, pp. 67-68

9)      Cfr. millepiani 31, ottobre 2006

10)   M. Fusco, Animali sulla soglia, Mimesis,  Milano-Udine,   2011.

Dirottare l’aggressività

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Fonte: http://www.animalstation.it/dirottare-laggressivita/

Superare l’aggressività verso l’altro per un comportamento più efficace per la liberazione animale

«Dovresti farti tagliare i capelli» disse il Cappellaio. Era un po’ che guardava Alice con grande curiosità, e questa fu la prima volta che aprì bocca. «E tu dovresti imparare a non fare osservazioni» disse Alice un po’ severamente, «è molto maleducato».
Lewis Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie

Ho già parlato del sentimento di rabbia empatica manifestato da molti animalisti contro coloro che sfruttano, maltrattano o uccidono animali (cacciatori, sperimentatori, allevatori, ecc.). Ma un atteggiamento aggressivo e ugualmente diffuso nella comunità animalista si riflette anche nella comunicazione con il pubblico generale (individualmente e collettivamente) e viene attuato in una modalità comunicativa contrassegnata da un sentimento di disprezzo, spesso apertamente ostentato, verso il non-animalista, e definita da critiche, insulti e osservazioni sarcastiche.

In questo contesto il non-animalista viene qualificato come un individuo insensibile, egoista, empio, e definito con alcuni appellativi caratteristici, come carnivoro,mangiatore di cadaveriassassino. L’altro viene biasimato solo in quanto mangia carne, va in giro con borsette in pelle o porta i pargoli al circo, nonostante lo stesso potrebbe essere una persona apprezzabile sotto ogni altro aspetto. Dal singolo individuo il disprezzo dell’animalista “aggressivo” spesso passa facilmente ad estendersi alla comunità umana, concludendosi in alcuni casi in un sentimento di speranza per una estinzione totale dell’intero genere umano.

Lungi da me erigermi a saggio e dar lezioni agli altri, che la mia taglia non è certo quella di un Buddha. Neppure voglio condannare coloro che ritengono giusto esprimersi in modi aggressivi: ognuno è padrone di sé e responsabile delle proprie azioni. Credo però sia utile parlare un po’ di questo atteggiamento e capire se debba e possa essere superato in vista di un comportamento più efficace per la liberazione animale.

All’origine di queste manifestazioni di aggressività c’è sicuramente rabbia, quella stessa rabbia empatica di dissenso verso le ingiustizie di cui ho già parlato. Ma, in questo caso, decisamente predominante è il ruolo di un atteggiamento conflittuale, che ha all’origine un sentimento di ostilità verso il non-animalista.

Capisco bene chi vive questo sentimento di ostilità, poiché anch’io l’ho ben conosciuto più e più volte. Sarei un ipocrita ora a professarmi oggi come del tutto estraneo a tale sentimento. Tuttavia, posso dire di viverlo molto più di rado e con una intensità di poco conto rispetto al passato. Poiché comunque non vivo in stato contemplativo sopra una pianta e anch’io vengo influenzato dalle circostanze e dai sentimenti: combinazioni poco liete di stati d’animo sovraeccitati e personaggi particolarmente odiosi lasciano facilmente risvegliare l’impulsivo signor Hyde che freme in ognuno di noi. Ma si tratta pur sempre di eventi isolati, pulsioni scosse e poi riposte. Una situazione ben diversa da un sentimento di ostilità pervasivo e costante o, comunque, fortemente dominante.

Eppure non sono né mi sento un illuminato. Semplicemente, rispetto al passato, come spesso capita a tutti, ho cambiato modo di vedere le cose. Ora non sono qui ad ingiungervi di reprimere il vostro sentimento di ostilità, né di simulare un’affettata cordialità – poiché l’ostilità latente verrebbe comunque comunicata a livelli più profondi e inevitabilmente percepita dall’altro – vorrei invece solo suggerire di dirottare la propria ostilità verso una (forse) più giusta direzione.

La causa di un dominante sentimento di ostilità verso gli altri credo possa essere rintracciata in una errata identificazione dell’obiettivo da combattere, che, per l’animalista “aggressivo”, viene individuato nel soggetto non-animalista. Questi, se anche non viene considerato l’esecutore materiale del crimine sull’animale, ne viene comunque ritenuto complice. In ogni caso, se l’animale è schiavizzato, maltrattato, ucciso, si ritiene che la colpa sia, in ultima analisi, del soggetto non-animalista, che, con le sue scelte, determina il destino dell’animale. Ma in questo modo, penso, si confonde l’effetto, ovvero il soggetto specista, con la causa che ne è all’origine: lo specismo.

Lo specismo è un’ideologia sociale pervasiva a tutti i livelli della società, condizionante nel modo di sentire, pensare e agire, inibente della facoltà di pensiero critico, opprimente della libera scelta, in grado di influenzare radicalmente il comportamento dell’individuo nel favorire, sostenere e perpetuare l’oppressione umana delle altre specie animali. Il soggetto specista, pertanto, si realizza solo in quanto naturale prodotto dello specismo. In altre parole, il soggetto specista è, esso stesso, vittima dello specismo.

Con questo non voglio dire che il soggetto specista non abbia alcuna colpa nel suo comportamento. Una tale risoluzione, credo, deresponsabilizzerebbe l’individuo, legittimandone le scelte illegittime, liberandolo dalla necessità di una lucida riflessione e slegandolo da ogni vincolo morale. Pur se i fattori sociali hanno un forte potere nel condizionare il pensiero dell’individuo, questi non è un essere impotente privo della facoltà di reagire, una forma in creta liberamente modellabile. Tuttavia, credo che la sua capacità di libero pensiero sia enormemente limitata dall’ideologia specista e, per produrre un effetto utile, il residuale potenziale di cambiamento richiede, oltre ad un vissuto favorevole allo sviluppo di sensibilità empatica e altre capacità, anche un grande atto di volontà nel pensiero critico che non sempre risulta per tutti possibile.

Ma se si accetta l’idea che il soggetto specista rappresenta solo o soprattutto l’effetto dello specismo, attaccare il primo perde ogni senso: il vero obiettivo da combattere è lo specismo e non il soggetto specista. Bisogna colpire l’ideologia e non il singolo individuo.

Dopotutto, questo appare chiaro anche nel comportamento dello stesso animalista “aggressivo”. È frequente infatti leggere discussioni su social network dove animalisti si scagliano contro utenti non-animalisti che per lo più non sanno chi siano, che volto abbiano (se non è presente una foto), né quale sia il loro nome (se usano un nickname), comunque si tratta di persone che nella maggior parte dei casi non hanno mai conosciuto personalmente. Non è dunque difficile capire che ciò che l’animalista sta attaccando non è l’utente-entità virtuale, ma le sue idee o, meglio, ciò che esse rappresentano: ovvero l’ideologia specista [1].

Il soggetto specista, pur essendo esso stesso vittima dello specismo, ne rappresenta allo stesso tempo la sua personificazione, si manifesta come l’essenza corporea dell’ideologia specista, il mezzo attraverso il quale lo specismo si attua e si concretizza. Ed è questo, credo, che trae in errore l’animalista, che finisce per vedere nel non-animalista il nemico da contrastare, deviando e riversando la propria ostilità dallo specismo al soggetto specista.

Ma se si prende consapevolezza di questo abbaglio percettivo si può agevolmente riprendere il controllo della propria ostilità e reindirizzarla verso l’originario obiettivo: l’ideologia specista. E ci si renderà presto conto che il nostro miglior alleato per abbattere l’ideologia specista è proprio il soggetto specista, che in tal modo non viene più riconosciuto come un nemico, ma come un amico.

Dobbiamo capire che fintanto che gli altri intorno a noi continueranno a sostenere l’ideologia specista, vivremo in un mondo di gabbie, di urla, di sangue. Solo attraverso un mutamento del pensiero nel pubblico possiamo sperare di abbattere il muro dello specismo e iniziare finalmente a costruire un mondo libero. Un mondo senza gabbie, senza urla, senza sangue.

Dopotutto, mi pare indubbio che un atteggiamento aggressivo contro il singolo difficilmente può rivelarsi fruttuoso. Quale utilità può mai avere criticarlo, insultarlo, deriderlo? Cosa possiamo ottenere dandogli dell’assassino?

Che ciò serva a farlo riflettere criticamente sulle proprie scelte e su nuove prospettive di considerare gli animali, è assai poco probabile. Un simile atteggiamento è piuttosto funzionale nell’allontanare gli altri. Nel celebre (e consigliatissimo) classico Come trattare gli altri e farseli amici, pubblicato la prima volta nel 1936, Dale Carnegie, con uno stile colloquiale e frizzante, propone una serie di trenta principi, divisi e strutturati in altrettanti capitoletti, per costruire relazioni interpersonali più serene e armoniose. Nel primo, fondamentale, capitolo di apertura, scrive:

Novantanove volte su cento la gente non accetta critiche sul proprio modo di comportarsi, per quanto sbagliato possa essere. La critica è inutile perché pone le persone sulla difensiva e le induce immediatamente a cercare una giustificazione. È pericolosa perché ferisce l’orgoglio della gente, la fa sentire impotente e suscita risentimento.

Insomma: un effetto davvero catastrofico. D’altronde, ognuno di noi avrà sperimentato personalmente l’insofferenza che si prova di fronte a certi individui particolarmente critici. Critici non nel senso di essere dotati della pregevole facoltà di pensiero critico. Mi riferisco invece a quelle persone che trovano estremamente stimolante criticare tutto e tutti e sulle faccende più stupide e banali. Tipicamente questo genere di persone riscuote scarsa simpatia, risulta noiosa e molto fastidiosa. Molti attivisti dovrebbero capire che è questa l’immagine (personale e del movimento) che trasmettono attaccando gli altri con un atteggiamento ipercritico. Si rischia, insomma, di fare la figura del Cappellaio Matto.

Quanto poi sia poco efficace e, anzi, controproducente perseverare in un atteggiamento aggressivo, lo possiamo capire ancora dalle parole di Carnegie, che più oltre scrive:

Se siete irritati e avete voglia di dirne quattro a qualcuno, facendolo vi sfogherete. Ma l’altra persona? Lui non si divertirà affatto. Il vostro tono bellicoso, la vostra ostilità non gli renderanno certo facile darvi ragione.

Un atteggiamento di ostilità è produttivo solo in quanto produce un poco lieto conflitto del tipo “noi-loro”, funzionale unicamente alla propaganda dei detrattori dell’animalismo, costantemente impegnata a presentarci come individui fanatici, violenti, spinti da sentimenti antiumani. In una parola: nemici del pubblico. Tale propaganda ottiene un facile effetto presso il pubblico, già diffidente verso di noi per la nostra diversità di pensiero, e può sussistere solo fintanto che troverà nelle manifestazioni di aggressività degli animalisti la necessaria convalida.

È pertanto necessario superare questo conflitto noi-loro e capire che la nostra «lotta per gli animali» non va intesa come una guerriglia rivoluzionaria contro il non-animalista, ma come un moto rivoluzionario con (insieme) il non-animalista e contro l’ideologia specista [2].

Ma un’ideologia altro non è che un «complesso di credenze, opinioni, rappresentazioni, valori che orientano un determinato gruppo sociale» [3]. Ovvero, in una parola, un complesso di pensieri. E i pensieri non possono essere cambiati con l’imposizione, con la forza, ma solo guidati dolcemente. È ancora Carnegie a sottolineare come

Non si può obbligare nessuno a pensare in modo che faccia piacere a noi. […] E la gentilezza e la simpatia fanno cambiare idea alle persone più facilmente di un atteggiamento intransigente e rabbioso.

Un atteggiamento comunicativo più conciliante, amichevole, umile, è senza dubbio più efficace nel demolire l’ideologia specista e, dunque, nel costruire un mondo a-specista. Inoltre, una diversa percezione del non-animalista, ri-conosciuto non come un nemico ma come un amico, un alleato, migliora anche il nostro rapporto con gli altri, considerati in tal modo non più esseri egoisti e senza cuore, ma per quel che in realtà sono: esseri umani come noi, con i loro pregi e i loro difetti, con le loro debolezze, le loro paure, i loro vizi, vittime di un sistema coercitivo imperante.

Questo nuovo modo di percepire l’altro migliora notevolmente anche la qualità della nostra vita, rendendoci più sereni e meno influenzabili da emozioni sfavorevoli. Ciò viene inevitabilmente percepito anche dagli altri e questo è già di per sé un’ottima cosa per la nostra causa: un movimento portato avanti da attivisti spinti dall’odio, dal rancore, dal disprezzo, ha scarsissime possibilità di riuscita.

Infine, ci sentiremo anche più fiduciosi verso il destino e l’umanità: poiché l’essere umano non è votato per natura alla violenza contro gli animali – e le nostre origini di specie lo dimostrano chiaramente – ma, più semplicemente, è un animale facilmente influenzabile dai fattori socio-ambientali. E che, come tale, può dunque essere indotto verso comportamenti più empatici verso il mondo animale.

Riccardo B.

 

Note:

1. Specularmente, l’avversione che molti non-animalisti provano verso la comunità animalista non si muove su un piano personale, ma ha origine ed è diretta contro ciò che gli animalisti rappresentano ai suoi occhi, ovvero la messa in discussione delle sue radicate credenze specistiche, in grado di scuotere la sua coscienza empatica che, per essere mantenuta repressa, richiede una ferma volontà nel negarla e inibirla.

2. Se davvero vogliamo rintracciare dei “nemici” (in un’accezione puramente simbolica e senza voler legittimare il ricorso ad atti sconsiderati di violenza di qualsiasi tipo) presso la comunità umana, o dei rappresentanti umani dell’ideologia dello specismo, questi possono essere individuati in coloro che si impegnano attivamente, intenzionalmente e consapevolmente nella propaganda specista e nella promozione dello specismo in vari modi, producendo o comunque con l’intenzione di produrre un’effettiva azione di influenza nella società (pubblico, istituzioni e professionisti). Questi “nemici” sono le aziende di sfruttamento animale e i loro dirigenti e i sostenitori attivi dello sfruttamento animale (come ad esempio i membri del gruppo Resistenza Razionalista [http://difesasperimentazioneanimale.wordpress.com] o di FederFauna [http://www.federfauna.org]).

3. Treccani.it: Ideologia.