E’ morto Tom Regan

Fonte: www.veganzetta.org/e-morto-tom-regan

Il 17 febbraio 2017 è morto Tom Regan il noto filosofo dei diritti animali statunitense.

Regan era da tempo malato e si è spento a causa di una polmonite all’età di 78 anni.
Studioso, professore universitario, conferenziere, vegano, da moltissimi anni impegnato in favore dei diritti animali, è stato una delle figure di spicco dell’animalismo mondiale.
Il suo libro “Gabbie vuote. La sfida dei diritti animali“, ha contribuito in maniera fondamentale al dibattito sulla considerazione morale che dobbiamo agli altri Animali. Fautore di un approccio giusnaturalista alla questione animale, ha introdotto il concetto di soggetto-di-una-vita secondo il quale gli Animali – in quanto esseri senzienti – hanno un valore intrinseco che deve essere rispettato, sono quindi portatori di diritti che però sistematicamente noi Umani violiamo.
Concettualmente Regan ha avanzato una critica all’impostazione utilitarista di Peter Singer, che concentra l’attenzione sull’interesse e non su chi ne è portatore. Il suo lavoro, fornendo una chiave di lettura sicuramente incentrata sull’individuo e sulle sue esigenze, rappresenta molta parte del pensiero animalista contemporaneo.

Quanto avevo appreso sui diritti umani si rivelò immediatamente rilevante per la mia riflessione sui diritti animali. La possibilità che gli animali abbiano diritti dipende dalla risposta alla domanda: «Gli animali sono soggetti-di-una-vita?». Questo è ciò che dobbiamo chiederci circa gli animali in quanto questa è la stessa domanda che dobbiamo porci circa noi stessi.

Dobbiamo svuotare le gabbie, non renderle più grandi.

Dovremmo vivere semplicemente, in modo che altri possano semplicemente vivere.

Così Regan scriveva nel suo famoso libro1, e così ci piace ricordarlo. Grazie.

Note:

1) Tom Regan, Gabbie vuote. La sfida dei diritti animali, Edizioni Sonda, 2009

“Proposte per un Manifesto antispecista” nel dibattito argentino sugli zoo

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Nel gennaio 2016 il quotidiano argentino El Dia ha dedicato un articolo – intitolato “Protezionisti e attivisti: la vita per gli animali” – al dibattito in corso nel Paese sudamericano sui campi di prigionia per Animali che comunemente vengono chiamato zoo.
L’articolo in questione riporta i punti di vista di direttori e lavoratori degli zoo e degli animalisti (più o meno radicali) che dibattono sull’opportunità di mantenere questa istituzione specista. L’ampio articolo presenta una struttura alquanto particolare nell’evidente tentativo di fornire una panoramica esaustiva sull’argomento dalla posizione pro-zoo a quella diametralmente opposta. Uno dei paragrafi dell’articolo è dedicato alla visione antispecista e in esso viene citato “Proposte per un Manifesto antispecista” riportando anche la traduzione in spagnolo (effettuata evidentemente dalla giornalista che ha curato il testo dell’articolo) di un passo del libro:

MANIFIESTO ANTIESPECISTA “La pertenencia biológica a la especie humana no justifica moral ni éticamente disponer de la vida, de la libertad y del trabajo de un ser sintiente de otra especie

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Essere animalisti nella Palestina occupata: PAL in Italia

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Ahmad Safi direttore dell’organizzazione PAL (Palestinian Animal League) intraprenderà un tour in Italia dal 13 al 18 aprile. PAL è il il primo gruppo per la protezione degli Animali che opera nei territori occupati da Israele in Palestina e Safi ne è il fondatore.
Il lavoro di un gruppo animalista in una zona come i territori occupati non è certo impresa da poco, le motivazioni che hanno spinto Safi a costituire una realtà locale del genere (un esperimento inedito nel Medio Oriente) possono essere riassunte nel motto dell’associazione: “aiutare gli animali, dare valore alle persone“. Nel sito web della trasmissione radiofonica Restiamo Animali si legge infatti a tal proposito:
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Guardare più in alto e più lontano

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“Mai come nella nostra epoca sono state messe in discussione le tre fonti principali di diseguaglianza, la classe, la razza e il sesso. La graduale parificazione delle donne agli uomini, prima nella piccola società familiare e poi nella più grande società civile e politica è uno dei segni più certi dell’inarrestabile cammino del genere umano verso l’eguaglianza.

E che dire del nuovo atteggiamento verso gli animali? Dibattiti sempre più frequenti ed estesi, riguardanti la liceità della caccia, i limiti della vivisezione, la protezione di specie animali diventate sempre più rare, il vegetarianesimo, che cosa rappresentano se non avvisaglie di una possibile estensione del principio di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano, un’estensione fondata sulla consapevolezza che gli animali sono eguali a noi uomini, per lo meno nella capacità di soffrire? Si capisce che per cogliere il senso di questo grandioso movimento storico occorre alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano”.

Norberto Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli Edizioni, 1994

Il “Meat Abolition Day” e l’antispecismo

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Di seguito alcune considerazioni di Veganzetta che rispecchiano le posizioni di Manifesto antispecista sul progetto “Abolizione della carne”.

Considerazioni di Veganzetta sul progetto “Abolizione della carne”

Alcune persone che seguono Veganzetta hanno scritto chiedendo per quale motivo non vengono pubblicate notizie relative al progetto “Abolizione della carne” che, nato in Francia, da qualche tempo sta prendendo piede anche in Italia.
Dalla presentazione del progetto nelle pagine del sito web ufficiale, si possono citare (ma si consiglia di leggere per intero il testo) alcuni passaggi, utili alla comprensione dei motivi per cui si è deciso di non pubblicizzare gli eventi che si sono svolti in questi giorni in alcune città italiane:

“Questo sito promuove la richiesta di abolizione della produzione e consumo di carne animale in tutto il mondo.”

“L’idea qui espressa è che dobbiamo lavorare esplicitamente per la proibizione legalizzata della produzione e del consumo di carne animale. Si tratta sia di una misura necessaria, sia di qualcosa che è possibile da ottenere senza aspettarci una rivoluzione nel modo di pensare o nell’organizzazione delle nostre società.”

“Bisogna dare inizio ad un processo che si concluda con l’approvazione di leggi che proibiscano la cattura (la caccia e la pesca) e la produzione (l’allevamento) di animali per il consumo umano. Le istituzioni pubbliche giocano anche un ruolo fondamentale nella riqualificazione dei lavoratori il cui reddito dipende dalle suddette attività. Questo processo inizia con la volontà pubblica di richiedere l’abolizione della carne.”

“L’abolizione della carne è un approccio riformista. Non c’è bisogno di rivoluzionare credenze e relazioni sociali partendo da zero per installare radicalmente un nuovo ordine sociale. Si tratta di portare una risposta operazionale a un problema concreto: l’orrendo destino riservato fino ad oggi agli animali che vengono mangiati.”

Tali passaggi tracciano un quadro lineare dell’approccio proposto dal progetto in questione: avanzare richiesta ai Governi per l’emanazione di leggi che vietino la produzione di carne rendendola illegale per ottenere un risultato immediato e efficace, senza attendere una “rivoluzione nel modo di pensare o nell’organizzazione delle nostre società“; insomma riconoscere (e accettare avallandolo) il ruolo fondamentale delle istituzioni vigenti in questo processo abolizionista (e quindi legalista), il cui intervento servirebbe per riformare la società umana senza intaccarne le caratteristiche speciste e gerarchiche.
Va da sé che quanto sopra esposto non ha attinenza con il pensiero antispecista, che è invece dichiaratamente rivoluzionario, che spinge per un cambio paradigmatico della società umana e che non può riconoscere le istituzioni – in quanto speciste e autoritarie – come referenti, ma mira a un cambiamento “dal basso” individuale e collettivo su basi etiche egualitarie. Ciò potrebbe causare anche la promulgazione di leggi in favore degli Animali, come reazione da parte del sistema specista nel tentativo di riassorbire la spinta rivoluzionaria antispecista, ma interventi del genere sarebbero solo una delle conseguenze della lotta per la liberazione animale, e non uno dei fini.
Di sicuro l’idea dell’abolizione della carne non è sbagliata se considerata utilitaristicamente e meramente dal punto di vista animalista, di sicuro potrebbe sortire risultati positivi per i miliardi di Animali ad oggi schiavi degli Umani, ma rimarrebbe sempre e solamente incasellata in un’ottica welfarista della questione animale improntata ai diritti degli Animali e non alla loro liberazione. Senza volersi addentrare in questioni teoriche su abolizionismo e liberazionismo, è indubbio che il divieto di produzione di carne sarebbe sempre e comunque una concessione che il sistema specista umano concede ai non umani, significherebbe che tutto sommato questo ordine delle cose potrebbe funzionare autocorreggendosi.
Come si è visto il progetto “Abolizione della carne” non nasconde affatto le proprie aspirazioni che vengono illustrate con chiarezza, proprio per questo chiunque sia interessata/o all’antispecismo potrà fare le proprie valutazioni e comprendere il perché una realtà antispecista come Veganzetta, non può sostenere un progetto simile. Non si tratta di boicottaggio, o di ostilità, ma semplicemente di visioni teoriche e strategiche diverse, che possono sicuramente procedere parallelamente – ciascuna a suo modo e senza ostacolarsi – ma che non hanno rilevanti punti d’incontro: per l’antispecismo è impossibile concepire che un progresso morale come la fine del massacro di Animali per fini alimentari, possa derivare dall’intervento di uno Stato (specista) mediante l’emanazione di leggi che di fatto impongono un divieto da rispettare, per non incorrere in una punizione: ancora una volta si confonderebbe Legge con giustizia sperando in un reale cambiamento calato dall’alto, deresponsabilizzando al contempo il singolo al qualenon verrebbe nemmeno chiesta un’autocritica in chiave vegana.

Veganzetta al Veganch’io 2014

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Sabato 30 agosto ore 15.30 – 17.30  a Vimercate (Milano) nell’area feste di Via degli Atleti, 1 in occasione del festival VEGANch’io 2014:

workshop 2: “Strategie e tattiche del movimento antispecista” con Aldo Sottofattori, Adriano Fragano (Veganzetta) e Benedetta Piazzesi.

Durante e dopo il workshop saranno distribuite le copie cartacee di Veganzetta e del libretto “Proposte per un Manifesto antispecista.

info: www.veganchio.org

Il gossip degli anti-animalisti

Fonte: http://ilmanifesto.it/il-gossip-degli-anti-animalisti/

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Editoriale de Il Manifesto – 1 gennaio 2014
Il gossip degli anti-animalisti
di Annamaria Rivera

Come pre­messa, occorre dire che il caso di «Cate­rina e la vivi­se­zione» si con­fi­gura come uno scan­dalo mon­tato ad arte. Si potrebbe sospet­tare che sia una sorta di ritor­sione per la vit­to­ria otte­nuta con la chiu­sura di Green Hill, dopo anni di lotte, repres­sione e mani­fe­sta­zioni, anche di massa. Ricor­diamo che a metà luglio il mostruoso alle­va­mento di cani bea­gle, desti­nati a espe­ri­menti di ogni genere in tutta Europa, con sede a Mon­ti­chiari, di pro­prietà della mul­ti­na­zio­nale Usa Mar­shall Farms Inc., è stato chiuso dalla magi­stra­tura, che ha incri­mi­nato i ver­tici dell’azienda.

Per ispi­ra­zione, come sem­bra, d’interessi assai cor­posi, il caso della stu­den­tessa gra­ve­mente malata, insul­tata in rete dagli imman­ca­bili men­te­catti per aver difeso la spe­ri­men­ta­zione su ani­mali, è stato arti­fi­cio­sa­mente gon­fiato dai media di ogni ten­denza, che ne hanno stra­volto il senso e le pro­por­zioni reali, ridu­cen­dolo a gos­sip da vacanze di Natale. Nel corso di que­sta bla­te­ra­zione scan­da­li­stica, che parte da un pre­sup­po­sto indi­mo­stra­bile – gli autori degli insulti vir­tuali sareb­bero rap­pre­sen­ta­tivi dell’«animalismo»- si sono perse den­sità e pro­fon­dità dei dilemmi e della stessa ela­bo­ra­zione teo­rica dell’antispecismo. La quale ha ante­ce­denti assai illu­stri: fra tutti basta citare la Scuola di Francoforte.

Pochi sono stati finora i com­menti, da parte non anti­spe­ci­sta, che si siano misu­rati con la com­ples­sità della que­stione. Si sa, è tipi­ca­mente ita­liano pren­dere la parola pub­bli­ca­mente su qual­siasi tema – e su que­sto più che su altri — pur non aven­done alcuna competenza.

Come pro­to­tipo del genere di arti­coli che si pre­ten­dono colti ed equi­di­stanti, ma che scon­tano una cono­scenza appros­si­ma­tiva del dibat­tito anti­spe­ci­sta e non solo, assu­miamo quello del teo­logo Vito Man­cuso: Sull’“antinaturalismo” degli ani­ma­li­sti, apparso il 29 dicem­bre scorso su La Repub­blica e ripreso nella prima pagina di Micro­Mega online.

Per comin­ciare: Man­cuso dà per scon­tato che a insul­tare Cate­rina Simon­sen siano stati «gli ani­ma­li­sti», men­tre la sola cosa certa è che sono espo­nenti della vasta cate­go­ria di imbe­cilli che, gra­zie alla vol­ga­rità dila­gante e alla caduta dei freni ini­bi­tori indotta dalla rete, vomi­tano insulti con­tro chicchessia.

Non solo: il teo­logo si rivela alquanto ignaro degli orien­ta­menti, teo­rie, dibat­titi che attra­ver­sano il mondo, assai ete­ro­ge­neo, degli inte­res­sati alla sorte dei non umani. Così che, non distin­guendo tra zoo­fili, ani­ma­li­sti, anti­spe­ci­sti, infila tutti nel mede­simo cal­de­rone. Dà per scon­tato, per esem­pio, che ad acco­mu­nare gli «ani­ma­li­sti» sia il fatto di «volere per gli ani­mali gli stessi diritti dell’uomo». E invece vi è una cor­rente anti­spe­ci­sta, per­lo­più d’ispirazione anti­ca­pi­ta­li­sta, mar­xi­sta e/o liber­ta­ria, che rifiuta di par­lare di diritti ani­mali e pone l’accento sui pro­cessi di libe­ra­zione, riguar­danti umani e non umani.

Inol­tre, Man­cuso attri­bui­sce abu­si­va­mente agli «ani­ma­li­sti», quale tema etico fon­da­men­tale che li carat­te­riz­ze­rebbe, la que­stione violenza/nonviolenza: dilemma serio, ma che, almeno in que­sto arti­colo, è trat­tato in modo discu­ti­bile, pro­iet­tando sugli altri – gli «ani­ma­li­sti»- una que­stione che è sì cen­trale, ma anzi­tutto nel suo pen­siero. Di con­se­guenza, egli assi­mila, quali vit­time della vio­lenza umana, patate, cipolle, bat­teri, topi e pri­mati (gli ultimi due non nomi­nati espli­ci­ta­mente, ma la spe­ri­men­ta­zione ani­male, si sa, ha loro tra le vit­time principali).

In realtà, se il teo­logo si fosse con­fron­tato con qual­che buon sag­gio, non neces­sa­ria­mente anti­spe­ci­sta in senso stretto – per esem­pio, con L’animale che dun­que sono di Jac­ques Der­rida -, saprebbe quali siano le domande prin­ci­pali: gli altri ani­mali sono capaci di gioire, sof­frire, com­pren­dere? Non sono forse delle sin­go­la­rità irriducibili?

Altret­tanto con­ven­zio­nale è la con­ce­zione man­cu­siana dei non umani. Non per caso egli, tra tutti i filo­sofi che, almeno a par­tire da Mon­tai­gne, si sono posti la que­stione, cita pro­prio e solo Kant: ovvero colui del quale Theo­dor W. Adorno ha cri­ti­cato l’odio e l’avversione per gli ani­mali, e la morale priva di com­pas­sione o commiserazione.

Tra i tanti pas­saggi di que­sto arti­colo impron­tati al senso comune, la frase «A parte quella umana, nes­suna spe­cie ces­serà mai di seguire l’istinto sotto cui è nata» appare non troppo degna di uno scritto che si pre­tende colto. Da lungo tempo stu­diosi in vari campi, com­presi gli eto­logi, hanno messo in discus­sione la nozione di istinto, ammet­tendo che nume­rose spe­cie ani­mali pos­sie­dano intel­li­genza, sen­si­bi­lità, inten­zio­na­lità, sin­go­la­rità, capa­cità di sim­bo­liz­za­zione e di empa­tia, non­ché cul­tura: inten­dendo come ele­mento minimo basi­lare di quest’ultima l’attitudine a ela­bo­rare solu­zioni dif­fe­ren­ziate per risol­vere uno stesso pro­blema nel mede­simo ambiente.

Inol­tre, l’affermazione di Man­cuso «L’uomo al con­tra­rio [degli altri ani­mali] ha impa­rato a poco a poco a esten­dere gli ideali di giu­sti­zia a tutti gli esseri umani, com­presi quelli dalla pelle diversa» è con­trad­dit­to­ria oppure è il frutto di un grave lap­sus. Egli, infatti, col­loca que­sta frase dopo un pas­sag­gio nel quale scrive: «nes­suna spe­cie ani­male esten­derà mai alle altre spe­cie i diritti di supre­ma­zia che la natura lungo la sequenza della sele­zione natu­rale le ha con­cesso». Forse che gli esseri umani «dalla pelle diversa» (diversa da chi?) appar­ten­gono a una fami­glia altra da quella di Homo Sapiens? En pas­sant, aggiun­giamo che il teo­logo sem­bra igno­rare che certi pri­mati, in par­ti­co­lare i bonobo stu­diati da Frans de Waal, cono­scono sen­ti­menti e com­por­ta­menti quali altrui­smo, com­pas­sione, empa­tia, gen­ti­lezza, pazienza, sen­si­bi­lità, per­fino mora­lità, estesi anche al di là della loro specie.

In sostanza, Man­cuso ripro­pone come uni­ver­sale la vec­chia dico­to­mia natura/cultura, tipi­ca­mente occi­den­ta­lo­cen­trica, sco­no­sciuta a tanta parte dell’umanità, che ha ela­bo­rato, invece, onto­lo­gie e cosmo­lo­gie fon­date sul para­digma della con­ti­nuità. Que­sta dico­to­mia è stata abi­tual­mente arti­co­lata in fun­zione di una serie di anti­tesi com­ple­men­tari quali innato/acquisito, eredità/ambiente, istinto/intelligenza, spontaneo/artificiale: oppo­si­zioni arbi­tra­rie, che discen­dono da un’ideologia legata a una forma pecu­liare di razio­na­lità — quella stru­men­tale — che rara­mente si è inter­ro­gata o ha messo in que­stione il pro­prio arbi­trio o la pro­pria parzialità.

E’ pro­prio la razio­na­lità stru­men­tale — figlia del cogito car­te­siano, a sua volta erede della «filia­zione giudaico-cristiana, dun­que sacri­fi­ca­li­sta» — che pro­duce oggi un livello tale di assog­get­ta­mento e mer­ci­fi­ca­zione dei non umani che, per citare ancora Der­rida, «qual­cuno potrebbe para­go­narli ai peg­giori genocidi».