Il libro un anno dopo: più di 2.100 copie distribuite

gb tino verducci ma - Il libro un anno dopo: più di 2.100 copie distribuite

Nell’aprile del 2015 con la pubblicazione online (che seguiva di pochi giorni quella cartacea) del testo di “Proposte per un Manifesto antispecista“, cominciava l’avventura editoriale di questo piccolo libro, ad un anno di distanza è giunto il momento di stilare un resoconto  di quanto fatto.

Nell’arco dell’anno sono state effettuate numerose presentazioni in Italia con vendita diretta, il formato digitale dell’opera è stato reso pubblico e liberamente scaricabile mediante il sito web Veganzetta.org che ha provveduto anche alla vendita delle copie cartacee via internet.
La pubblicazione e la presentazione del libro mi hanno dato la possibilità di incontrare e confrontarmi – di persona o virtualmente – con un considerevole numero di lettrici e lettori che hanno voluto partecipare alla discussione delle idee proposte nel testo con osservazioni, critiche e suggerimenti.
Oltre a ciò posso affermare con soddisfazione che le presentazioni del libro sul territorio hanno rivelato un vivace e nutrito sottobosco antispecista, formato da persone umane molto interessate all’argomento e al contempo slegate da associazioni o gruppi. Ciò fa ben sperare: il riscontro ottenuto è la riprova che nonostante la preoccupante frammentazione e parcellizzazione del mondo animalista e antispecista a cui stiamo assistendo, sussistono delle buone basi per una crescita futura.
Ma passiamo ai numeri.
Da aprile 2015 a fine maggio 2016 sono state scaricate dal web 1.624 copie del libro in formato digitale (dati statistici del server che ospita il sito web manifestoantispecista.org), nello stesso periodo sono state distribuite (sito web Veganzetta.org e presentazioni sul territorio) 550 copie cartacee. In totale, quindi, nel primo anno di pubblicazione sono state distribuite 2.174 copie del libro, mancano ancora all’appello i dati relativi alle vendite effettuate mediante i canali di distribuzione della casa editrice NFC Edizioni.
A completare il quadro – che reputo molto soddisfacente – vi sono anche le numerose fotografie ricevute da coloro che hanno letto e apprezzato il testo (alcune delle quali sono pubblicate di seguito) e le richieste pervenutemi anche da altri Paesi come Svizzera, Spagna e Inghilterra.

Ringrazio di cuore lettrici e lettori e le associazioni, gruppi e collettivi che mi hanno invitato a presentarlo.

Adriano Fragano

Download gratuito del testo integrale del libro: www.manifestoantispecista.org/doc/proposte-per-un-manifesto-antispecista-adriano-fragano-nfc.pdf

Mangiamo animali morti?

mucca al macello - Mangiamo animali morti?

Fonte Veganzetta

La maggior parte delle persone umane afferma di desiderare il bene degli Animali, ma al contempo ama anche la loro carne. È ciò che si chiama “il paradosso della carne”: non vogliamo vedere che ciò che mangiamo è in realtà un Animale morto.
Sempre più ricercatori affrontano il tema della “dissonanza cognitiva” fra le pratiche sociali e le credenze che mirano ad occultare la sofferenza animale. Tutto viene orchestrato per convincerci, sin dall’infanzia, che è normale, naturale e necessario consumare prodotti di origine animale. Tuttavia, nei fatti, non c’è niente di più falso.
Nel saggio di cui parla l’articolo di seguito, Martin Gibert propone una sintesi dei dibattimenti contemporanei sul paradosso della carne. Ciò che l’autore del saggio fa, è presentare il veganismo come movimento morale e politico che lotta per la giustizia animale, sociale ed ambientale.

Fonte: www.huffingtonpost.fr/kevin-barralon/voir-une-viande-comme-un-animal-mort_b_7550278.html

Mangiamo animali morti?
Kévin Barralon

La domanda può sembrare assurda. Ovviamente, per essere mangiati, gli animali devono prima essere uccisi. Sappiamo tutti che dietro a una bistecca, c’è un animale morto.
Tuttavia, per la maggior parte del tempo, facciamo dell’animale un elemento estrinseco alla carne.
Ci crea sempre fastidio quando, a tavola, un vegetariano ci ricorda che il cosciotto d’agnello è innanzi tutto una carogna.
Questi moralizzatori!
Così, spesso, abbiamo fatto finta di dimenticare. Dopotutto, bisogna mangiare carne per vivere!
Questo è un alibi.

La necessità della carne, è il nostro pretesto. E poi, se si ammette che la carne non è, come è ovvio, necessaria, si potrà sempre dire che, poiché ci piace mangiarli e li mangiamo, il consumo di animali è giustificato di fatto.
Il mio piacere di mangiare una bistecca vince perché così ho deciso. Gli animali hanno solo bisogno di essere trattati bene. Uccisi con amore.
Come è possibile conciliare l’amore che diciamo di provare per gli animali “domestici” (gatti, cani, ecc), con il massacro a cui partecipiamo dando il nostro denaro a coloro che “uccidono con amore”?
Martin Gibert, che insegna etica e filosofia del diritto, nel suo ultimo saggio di recente pubblicazione, “Voir son steak comme un animal mortVéganisme et psychologie morale” (“Vedere la sua bistecca come un animale morto – Veganismo e psicologia morale”) spiega questa ambiguità inerente alla natura umana attraverso il concetto di “dissonanza cognitiva” che si manifesta, in relazione alla carne, con il seguente sintomo: “noi amiamo gli animali ed amiamo mangiare i loro cadaveri”.

Il cadavere sul mio piatto

L’immagine del cadavere, noi la temiamo; e questo, gli industriali lo hanno compreso perfettamente.
È la ragione per la quale non troveremo mai sulle confezioni di dentifricio la scritta: “Contiene animali morti”; perché, presentati così, molti prodotti sarebbero molto meno vendibili.
Allora, il problema si camuffa.
In effetti, è in circostanze simili che, secondo Martin Gibert, interviene la “percezione morale”.
Ma la percezione morale dei mangiatori di animali è piuttosto “confusa” e infatti potrebbe succedere che un telespettatore che mangia solitamente bistecche, rimanga sconvolto dal fatto che un partecipante ad uno show televisivo uccida un maiale in diretta per nutrirsenedefinendo questa violenza “non necessaria”, e ignorando il fatto che non lo sia uccidere un animale in generale.
Se uccidere degli animali non è necessario, perché si mangia ancora carne?
La domanda è, secondo Martin Gibert, “Come si fa a non essere vegan?”.
È vero, è difficile rimanere indifferenti alla sofferenza degli animali, dice Gibert, “Chi può vedere senza rabbrividire l’agonia di un bue o di un maiale?”.
Tuttavia, teniamo alla nostra bistecca ed è proprio in questa cornice contraddittoria che bisogna analizzare la psicologia dell’onnivoro.
C’è, nei nostri rapporti agli animali, una continua contraddizione da superare. Possiamo, ad esempio, persuaderci che gli animali non soffrano veramente, o del fatto che abbiamo realmente bisogno delle proteine che, per credenza popolare, si dice siano contenute solo nei prodotti di origine animale ma, quando ci viene dimostrato il contrario, inneschiamo automaticamente un processo di rimozione della colpa.
Sosteniamo in questi casi che “le cose non dipendono da noi” e che, anche se mangiamo animali, non siamo responsabili della loro uccisione.
E, così ci piace dire, in nessun caso, smetteremo di mangiare carne perché sono i vegani che smettono di farlo, e i vegani sono una setta.
Dire questo ci rassicura, perché i vegani costituiscono un campanello d’allame per la nostra “dissonanza cognitiva”.

Rendere la realtà più digeribile

“Dovunque, si creano degli eufemismi per rendere la realtà più digeribile”. Secondo Martin Gibert, riprendendo il termine coniato dalla psicologa americana Melanie Joy, “La maggior parte delle persone sono carniste”.
Dietro a questo neologismo, c’è “l’apparato ideologico che ha per funzione il soffocamento della dissonanza cognitiva”.
Il carnista fa appello a innumerevoli alibi per giustificare delle pratiche e mantiene la posizione che nell’immaginario collettivo è maggioritaria, secondo la quale non c’è niente di male ad abbattere degli animali se tutto questo è visto come naturale e necessario.
Martin Gibert vede il carnismo come una “barriera ideologica che nasconde la realtà dello sfruttamento”.
“L’allevamento industriale riguarda l’82% degli animali in Francia, eppure molto spesso si fa appello, per giustificare la pratica del mangiare animali, ad un ipotetico podere felice in cui gli animali sarebbero trattati bene.
Ma la questione della necessità ritorna costantemente: perché porre fine alla vita di un animale privandolo di tutto ciò che avrebbe potuto vivere quando non è necessario?
Si potrebbe dire, per esempio, che è legittimo uccidere il mio cane in modo “felice e umano” perché io voglio andare in vacanza?
Perché sarebbe legittimo uccidere un maiale solo per mangiare un pezzo di salsiccia?
Sicuramente non è la presunta “carne felice” la risposta a questi dubbi e il presunto concetto di necessità fa acqua da tutte le parti.

Il veganismo come soluzione

Ma il problema della carne va oltre la questione legata all’uccisione e allo sfruttamento degli animali.
Come giustamente ricorda Martin Gibert, anche la questione ambientale deve essere presa sul serio.
Nonostante le ambizioni apparenti dei governi in materia di politica ambientale, il problema dell’influenza degli allevamenti di bestiame sull’ambiente è in gran parte nascosto. Questi sono responsabili del 14,5% delle emissioni di gas a effetto serra, secondo un rapporto della FAO pubblicato nel 2013; più che “tutti i mezzi di trasporto”.
Perché il problema viene ignorato anche da coloro i quali pretendono di definirsi “ambientalisti”?
Come si può giustificare questa disparità tra le nostre convinzioni e le nostre concrete abitudini?
Basta fermarsi a mentire a se stessi.
Se penso che gli animali non devono essere uccisi senza necessità, è perché credo che abbiano un interesse a perseguire la loro esistenza.
Il consumo di carne non è compatibile con la presa in considerazione gli interessi degli animali e dei requisiti ambientali.
L’imperativo è quello di eliminare la carne dalla nostra dieta.

Traduzione a cura di Ada Carcione per Veganzetta

E’ ora di abbandonare l’ipocrisia del vegetarismo

mucca macchina - E’ ora di abbandonare l’ipocrisia del vegetarismo
Vecchi scritti sempre utili.
Quello che segue è un estratto della seconda edizione del libro “VEGAN FREAK”, uscito nel Settembre 2009, edito da PM Press, scritto dagli autori e indirizzato a quanti sono ancora fermi a una dieta latto-ovo vegetariana e si chiedono se fare o meno il salto verso il veganismo.

Fonte: Vegan Freak, seconda edizione.
Bob Torres e Jenna Torres
PM Press Editore
2009

Anche se si può facilmente concordare con le idee che sono alla base del veganismo etico a livello filosofico, più di qualcuno può avere l’idea che il veganismo sia qualcosa di troppo lontano, che comporti troppo impegno e sia troppo faticoso da affrontare.
Come compromesso si decide spesso di diventare o rimanere vegetariani, perché, davvero, questa sembra spesso una soluzione ragionevole. Inoltre, non sempre si riesce facilmente a immaginare di rinunciare al formaggio, alla panna nel caffè o alle uova o a qualsiasi altro prodotto di origine animale che si consuma regolarmente.

Possiamo comprendere tutto questo ma pensiamo fermamente che sia necessario andare oltre, se si hanno veramente a cuore gli animali. Mentre la scelta del vegetarianismo può essere molto semplice per voi, comporta delle abitudini di consumo che creano condizioni di sofferenza estrema e morte per gli animali di cui sostenete di preoccuparvi.

Abbiamo trascorso tanto tempo come compiaciuti e “etici” latto-ovo vegetariani  e conosciamo la mentalità particolarmente bene. Abbiamo pensato che stavamo facendo qualcosa di buono con il nostro vegetarismo, ma in fin dei conti, eravamo solo parte del problema, e se sei un vegetariano che mangia uova, latticini e altri prodotti animali, sei parte del problema anche tu.

Sì, è un po’ brusco quanto diciamo ma prima di buttare il libro e accusare tutti noi di essere degli stronzi vegani estremisti, tieni in considerazione queste due grandi ragioni per cui il vegetarismo costituisce una risposta scarsa al problema dello sfruttamento degli animali.

Ragione # 1: considerando che mangiare carne comporta direttamente la morte dell’animale per ottenerne la carne, molti vegetariani affermano che il consumo delle uova e del latte non uccidono alcun animale. Quindi, secondo questo ragionamento, mangiare tali prodotti non è un male morale, perché non ci sono vittime.

Questo approccio è profondamente sbagliato perché non tiene in considerazione il funzionamento della moderna produzione intensiva.

L’unica cosa che non si dovrebbe mai dimenticare è che l’industria della produzione di prodotti di origine animale è un business globalizzato che si sforza di massimizzare i profitti a spese degli animali per ottenere la massima efficienza possibile. Con margini di profitto molto bassi in tutta l’industria, i produttori non possono permettersi di sprecare nulla e di certo non terranno in vita animali che non sono produttivi.  Quindi, in primo luogo, ciò significa che le galline che depongono le uova sono inevitabilmente abbattute quando la loro produttività diminuisce oltre un certo limite.
L’industria le eliminerà in camere a gas, le fulminerà, romperà loro il collo. In modo simile, anche le mucche da latte seguiranno la stessa sorte se non riusciranno più a produrre il giusto quantitativo di latte sia a causa della loro età sia per varie infezioni o malattie. La maggior parte delle vacche da latte che sono arrivate alla fine del loro ciclo produttivo vengono abbattute molto tempo prima di quando sarebbero morte naturalmente e trasformate in carne macinata di manzo o altri prodotti di questo tipo.

L’altra questione sulla quale ovviamente nessuno è incoraggiato a riflettere, è quella legata al ruolo dei maschi in questo processo.

Galline ovaiole e mucche da latte sono entrambe di sesso femminile. Poiché gli animali tendono a dare vita a femmine e maschi in un rapporto all’incirca del 50 e 50, dove va a finire il 50% dei maschi?

Nel caso delle galline ovaiole, i maschi sono assolutamente inutili per il produttore. Se non possono deporre le uova, e non sono buoni per la carne allevarli sarebbe semplicemente uno spreco di denaro e nessun produttore di uova – free range, organiche o no – è disposto a perdere denaro in questo business per trasformarsi in un santuario per animali da fattoria non produttivi.

Così, i pulcini maschi vengono spesso scartati alla nascita e utilizzati per la produzione di  ”farine proteiche”, o gettati nei cassonetti a morire di fame e soffocare lentamente. Un atto di crudeltà inimmaginabile.

Per le vacche da latte, i vitelli maschi vanno incontro a una fine simile. I maschi non possono produrre il latte, e così non hanno alcun valore per il produttore di latte, che, come i produttori di uova, non vuole bocche non redditizie da sfamare all’interno della sua fattoria. I vitelli maschi di solito sono separati a forza dalle loro madri e venduti all’asta pochi giorni dopo la nascita per trasformarsi in vitelli da carne.

Profondamente confusi e spaventati dalla mancanza di madri, questi neonati con un istinto di mandria vengono incatenati per il collo, soli, in casse all’interno delle quali possono a malapena muoversi per evitare che i loro muscoli si sviluppino troppo. Questo perché la carne di vitello con una tonalità rosa chiaro viene venduta a prezzi più alti sul mercato.

Questi animali sfortunati, animali che sono chiaramente esseri senzienti in grado di percepire e comprendere il mondo che li circonda, saranno costretti a trascorrere tutta la loro breve vita in questo modo, sofferenti e confusi, condannati a vivere un inferno in terra, tutto per colpa di un sistema di produzione, quella lattiero-casearia, tutt’altro che “innoqua” e che fornisce uova e latte ai latto-ovo vegatariani.

Come potete vedere, le uova e il latte “senza crudeltà” sono una fantasia, e se siete vegetariani, ora è il momento di smettere di vivere nella menzogna.

Ci si potrebbe discolpare dicendo che “non si può cambiare” ma in ultima analisi, queste scuse non fanno nulla per aiutare gli animali, cosa che voi che vi autodefinite a favore dei cosiddetti “diritti degli animali”, dovreste invece fare.

Ragione # 2: La seconda ragione per cui la scelta latto-ovo vegetariana è totalmente inutile nell’ottica dell’affermazione dei cosiddetti “diritti animali”, ha a che fare con il problema essenziale del rapporto di dominanza degli esseri umani sugli animali.

Se si vuole raggiungere l’obiettivo di un “veganismo come movimento” bisogna cominciare a costruire un movimento che vada oltre alle scelte legate al semplice consumo e miri invece a ridefinire i modi in cui gli umani si rapportano agli animali,  pretendendo che agli animali vengano concessi dei diritti che non possono essere violati per ragioni di mera convenienza, di gusto o per “tradizione”.

I diritti fondamentali per la cui affermazione i vegani si battono sono dei diritti del tutto simili quelli che riguardano la specie umana, il diritto di non essere di proprietà di un altro, il diritto di integrità fisica e la sicurezza e il diritto di non essere utilizzati come strumento per un altro fine.

Più semplicemente, stiamo cercando di eliminare la schiavitù degli animali secondo una serie di diritti inalienabili.

Così, anche se fosse possibile per un produttore produrre in qualche modo latte e uova senza provocare la morte di miliardi di animali l’anno, egli dovrà necessariamente limitare e controllare gli animali per la produzione di questi prodotti per i consumatori, che includono chiaramente schiere di latto-ovo vegetariani.

Gli animali coinvolti in queste forme di produzione sono considerati totalmente di proprietà dei rispettivi produttori, sono per loro macchine viventi utilizzate allo scopo di guadagnare, schiavi che giorno dopo giorno per tutta la loro vita soffrono unicamente per soddisfare esigenze, desideri e bisogni non propri.

Anche se le modalità di allevamento possono differire leggermente, la stessa dinamica di fondo è comune anche ai prodotti che trovate nel vostro negozio di alimentari o quelli etichettati “free range”, “locali”, o “biologici”.

Il mito di un prodotto animale “cruelty free” è proprio questo: un mito.

Come persone che si prendono cura di animali, abbiamo un fardello pesante da sopportare, che merita la nostra massima attenzione e il nostro più grande sforzo. L’enormità del compito è travolgente, ma tutti noi possiamo cominciare a innescare un cambiamento lavorando assieme.

La buona notizia è che potete fare qualcosa e siete in grado  di applicare cambiamenti positivi nella vostra vita che riconoscono il valore intrinseco degli animali.

La cattiva notizia è che miliardi – sì miliardi – di animali muoiono ogni anno e non possiamo più permetterci mezze misure auto indulgenti e scuse insulse. Invece di cercare il percorso meno difficile, dobbiamo vivere le nostre vite come esempi.

Dobbiamo lavorare costantemente per ridefinire e ripensare il rapporto tra l’uomo e gli animali e applicare queste modifiche a questo rapporto nella vita quotidiana.
Dobbiamo almeno questo a quegli essere di cui diciamo di preoccuparci, quelli che non possono parlare per loro stessi.

Se vi preoccupate per il benessere degli animali, e vi opponete alla diffusione delle inutili sofferenze e della morte, è necessario in primo luogo arrestare le dinamiche che li sfruttano.

Come forma di protesta vissuta, il veganismo è l’espressione di questo desiderio di giustizia, una reazione viscerale e logica agli orrori. E’ non essere complici.

E’ ora di abbandonare l’ipocrisia del vegetarismo e compiere il passo essenziale nella lotta contro un sistema che non considera gli animali come esseri in grado di sentire, amare e pensare, ma come semplici macchine per la produzione di profitto.

E ‘ora di fare questo passo e diventare vegan.

A cura di Ada Carcione – Veganzetta