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Sono anarchico, dunque antispecista

gatto nero e1485819358112 - Sono anarchico, dunque antispecista

Su Umanità Nova si parla di anarchismo e antispecismo.
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Fonte: www.umanitanova.org/2017/01/29/sono-anarchico-dunque-antispecista

Ho già avuto modo di parlare del rapporto tra anarchismo e antispecismo (vedi “Anarchismo e antispecismo: un nesso inscindibile” in A-Rivista Anarchica, anno 45 n. 403, dicembre 2015 gennaio 2016), e con quest’altro intervento vorrei cercare di approfondire maggiormente la questione. Innanzitutto va detto che non si vuole in alcun modo andare a riprendere le teorie e gli scritti dei pensatori anarchici che, per quanto importanti e fondamentali essi siano, non sono in questo ambito di irrinunciabile menzione. Voglio dire che la questione antispecista non deve andare a cercare legittimazione attraverso ciò che i filosofi libertari hanno scritto e diffuso ma, a prescindere dalle loro teorie, la corrente antispecista deve rappresentare una nuova visione della società libertaria per cui si lotta, e una nuova pratica del quotidiano.
In ciò che ho già avuto modo di scrivere, affermo che seppur non voglio ricoprire il ruolo di giudice che sentenzia chi è l’anarchico e l’anarchica, personalmente ritengo che, secondo il mio modo di intendere la teoria libertaria, l’antispecismo ne è una componente non solo importante, ma necessaria e imprescindibile. Ed è proprio da qui che vorrei ripartire. Anarchismo e antispecismo, ad oggi, rappresentano due teorie diverse, seppur con basi sottostanti comuni e a volte indistinguibili. Ciò che differenzia la prima teoria dalla seconda è il fine ultimo: se l’anarchismo classico si limita a prevedere la libertà, intendendo questa parola nell’accezione più estensiva possibile, e quindi la libertà dal dominio e dalle gerarchie (politico-sociali-economiche), solo in riferimento all’emancipazione umana, l’antispecismo intende estendere quella stessa libertà anche nei confronti di tutte le altre specie animali di qualsiasi appartenenza, liberando dunque i rapporti sociali, intra e interspecifici, dalle maglie del nesso disposizione-subordinazione.
A questo punto i quesiti sono due: l’antispecismo è una parte necessaria all’anarchismo, oppure restano due teorie seppur simili, comunque distinte? Di conseguenza, sono anarchico e quindi antispecista?
In quanto alla prima domanda, anche se in riferimento a me stesso, ho in precedenza già risposto. A tal proposito, senza volere irritare alcuno, credo che l’antispecismo rappresenti una componente imprescindibile dell’anarchismo e, dunque, quando si parla di anarchismo non dovrebbe specificarsi che si vuole estendere la libertà per cui si lotta anche agli animali non umani ma, al contrario, dovrebbe risultare un qualcosa di ovvio che non necessita di un distinto richiamo. Risulta infatti lapalissiano constatare che disporre della vita di animali, per qualsiasi fine umano questo avvenga (ricerca scientifica, nutrizione, cosmetica, divertimento, sport), contribuisce a costruire quella società verticistica e padronale contro cui l’anarchismo combatte. E altrettanto indiscutibile è la constatazione che l’atto di disporre della vita di animali, oltre a non essere in alcun modo necessaria sotto qualsiasi punto di vista, significa provocare sofferenza e privare della libertà, che noi anarchici e anarchiche invochiamo per gli umani, a tanti altri esseri animali solo ed esclusivamente sulla base di una diversa appartenenza di genere, tanto che anche dal punto di vista dell’anarchismo classico la domanda a cui bisognerebbe rispondere non è perché io, anarchico, sono antispecista, ma perché tu, anarchico, non lo sei. Risulta evidente pertanto che l’estensione dell’idea di libertà anche agli animali non umani rappresenta un’evoluzione dell’idea di società libertaria che vogliamo costruire, e un allargamento delle prospettive future e dell’agire presente e quotidiano rispetto ai pensatori dell’anarchismo classico. Infatti, seppur con qualche eccezione, è innegabile che agli albori dell’anarchismo il pensiero si sia concentrato quasi esclusivamente sulla liberazione degli umani, fondando una corrente che seppur condivisibile, si è costruita su basi profondamente antropocentriche e speciste (come qualsiasi teoria non antispecista d’altronde). A ben guardare, la sola considerazione che siano gli umani a decidere se allargare o meno la libertà all’autodeterminazione, alla libertà soggettiva, al riconoscimento delle prerogative individuali e sociali dei non umani e dunque se liberare i rapporti ecosistemici dall’oppressione e dalla dominazione umano-specista, evidenzia come tutte le dinamiche siano eminentemente costruite sulla gerarchia e il potere dell’umano su tutto il resto. Infatti, se sono io a decidere se concederti la libertà, significa che sono io a detenere il potere di decidere sulla tua vita. Questo si traduce in dominio, si tratta infatti di nulla di più di un puro e assoluto dominio, i cui dominanti si autolegittimano ad esserlo: niente di diverso dalle varie gerarchie che le teorie anarchiche cercano di distruggere. In conclusione, rispetto al primo quesito, la risposta dovrebbe essere positiva: l’anarchismo non dovrebbe prescindere dall’antispecismo se davvero si intende liberare totalmente le società dal dominio e dal potere padronale.
Per quanto riguarda la seconda domanda, ovvero se sono anarchico e quindi antispecista, voglio partire dal presupposto che si può essere antispecisti ma non anarchici, ma anche anarchici senza essere antispecisti, ma con delle precisazioni. Se è indubbia l’esistenza di vegani etici, ossia di coloro che sono tali in quanto antispecisti (non si vuole dare in alcun modo credito ai vegani per motivi salutistici, ovvero a coloro che aderiscono a quella corrente che può essere chiamata veganspecismo), ma che comunque non riconoscono le basi dell’anarchismo come praticabili e valide, è altrettanto evidente che antispecista non è sinonimo di anarchico. Non mi riferisco alle destre xenofobe e fasciste che da più o meno un decennio cercano di impadronirsi di un’idea di profonda libertà stuprando l’accezione e le radici dell’antispecismo, ma di quelle persone antirazziste, antisessiste e antifasciste che si riconoscono nella liberazione animale ma non nell’anarchismo, o che comunque non l’hanno mai dichiarato. Penso ad esempio a Henry Spira, Gary Francione, Alex Hershaft, Zoe Weil ecc. che, con le dovute e necessarie differenziazioni rispetto all’azione diretta antispecista, si battono per la liberazione animale: non si parla di quel protezionismo cinofilo che non ha nulla a che fare con l’antispecismo, ma di un vero e proprio attivismo.
Va comunque sottolineato che per quanto l’antispecismo sia una corrente politica, filosofica e culturale relativamente “nuova”, e come tale è in continua formazione, risultano già esserci delle componenti imprescindibili, come ad esempio il tratto liberazionista, rifiutando invece quello abolizionista. A tal proposito, ad esempio, il summenzionato e più conosciuto Gary Francione è dichiaratamente abolizionista. Pertanto va tenuto conto del fatto che l’antispecismo non si batte attraverso la sensibilizzazione normativa e/o istituzionale per la rettifica o l’abolizione di una determinata norma, ma per la liberazione totale la quale, inevitabilmente, comprende anche quella animale, negando qualsiasi legittimazione all’intervento normativo come forma di lotta essendo la produzione legislativa essa stessa una struttura del dominio che si vuole abbattere.

Ugualmente, però, non può dirsi che tutti gli anarchici e le anarchiche aderiscano all’antispecismo ma, anzi, una piccola parte di essi lo fa. Come prima anticipato, a parer mio, va assolutamente fatta una precisazione, distinguendo tra anarchismo antropocentrista, di chiaro stampo specista, e anarchismo antispecista il quale dovrebbe semplicemente essere riconosciuto come anarchismo. Senza volere suscitare la rabbia di alcuno, in linea con la mia modesta idea di anarchismo, sarebbe quello che considero anarchismo antropocentrista, ossia che considera l’umano come essere superiore rispetto a tutti gli altri – va da sé infatti che disporre della vita degli animali non umani mi pone coscientemente o incoscientemente in una posizione di superiorità – a necessitare di specifica distinzione, considerando l’anarchismo come già portatore di interessi antispecisti. In effetti, posto che la legittimazione dello specismo si basa solo ed esclusivamente sulla diversa appartenenza, ogni anarchico inorridirebbe dinanzi ad una teoria di anarchismo nazionalista (che tra l’altro già esiste), ma non al cospetto di un anarchismo specista (inoltre, come si evince, in questo caso si specifica che si tratta di un “anarchismo” nazionalista). Cos’è che non legittima il primo “anarchismo” ma il secondo sì? Possiamo quindi considerare anarchia una qualche forma di nazionalismo, ossia di tante società “libertarie” costituite attraverso l’unità nazionale e che si dividono in comunità per così dire razziali, cioè di un anarchismo valido solo tra chi condivide la stessa identità nazionale? C’è chi sostiene di sì, i fautori del cosiddetto nazional-anarchismo appunto. Attenzione perché il confine è labile: se è valido l’anarchismo specista, ossia di una società libertaria che non accetta gerarchizzazioni e domini, ma valida solo tra gli umani, perché non considerare come valide anche tutte le altre differenze che costruiscono, ad esempio, il nazional-anarchismo? Chi può stabilire che il dominio umano su tutti gli altri animali non umani possa comunque realizzare un anarchismo reale, puro, autentico, a differenza di quel sedicente anarchismo che nasce dal dominio di classe, d’identità culturale e di provenienza? Va chiarito che personalmente non ho nulla da condividere con il nazional-anarchismo (anzi, non lo reputo in alcun modo anarchismo), e che sicuramente ritengo possibile la costruzione un percorso politico-sociale con gli anarchici non antispecisti ritenendole persone molto vicine a me e con le quali si può dialogare, ma d’altro canto credo che per costruire una società libertaria non si possa in alcun modo prescindere dall’antispecismo. In definitiva, guardando al mio personale vivere, per rispondere alla seconda domanda, ritengo di essere anarchico e quindi antispecista.

Nicholas Tomeo

 

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Indirizzo breve di questa pagina: http://www.manifestoantispecista.org/web/xfjgl

7 Commenti

  1. La lotta antispecista che mira alla modifica del quadro normativo e giurisprudenziale attraverso i mezzi consentiti dall’ordinamento statale non è certamentte meno efficace, per la liberazione animale, di quella che viene definita “azione diretta antispecista”. Quindi se è vero che “si può essere antispecisti ma non anarchici, ma anche anarchici senza essere antispecisti”, affermare che “l’antispecismo non si batte attraverso la sensibilizzazione normativa e/o istituzionale per la rettifica o l’abolizione di una determinata norma” è falso.

    • Gli “apparati di potere della società umana” non sono intrinsecamente specisti: manifestano una tendenza specista proporzionale al numero di specisti presenti nel contesto sociale.

      Così come il governo degli Stati Uniti consentiva la schiavitù fino a quando è stato approvato il XIII emendamento, che la ha abolita: prima del 1864 gli Stati Uniti erano un paese schiavista; dopo, non più.

      La “liberazione animale” si può realizzare con l’approvazione di norme che aboliscano la proprietà di tutti gli esseri senzienti, così come la proprietà degli esseri umani. è stata proibita con l’abolizione dello schiavismo. E l’abolizionismo animale ha come obiettivo la liberazione animale, non solo il “benessere” (come invece il welfarismo).

      “Antispecismo” deriva da “specismo”, un termine coniato da Richard D. Ryder nel 1970, e Ryder è stato consulente del parlamento inglese e del gruppo dei Liberal Democratici per la protezione degli animali: tutt’altro che estraneo agli “apparati di potere della società umana”, direi…

      La “strategia legalista” ha portato ben più benefici alla lotta per i diritti umani rispetto alla strategia di pura contrapposizione al potere statale, e a mio parere la stessa cosa avverrà nel campo della lotta – abolizionista e non welfarista – per i diritti animali.

      • Caro Andrea, mi pare che ci siano un po’ troppi argomenti affrontati in un’unica volta con relativa e conseguente confusione.
        Cerco di rispondere in dettaglio:

        Gli “apparati di potere della società umana” assicurano e tutelano un’architettura fondata sulla visione verticale e gerarchica della società. Per tale motivo sono “apparati di potere”, in caso contrario – ossia se non assicurassero la sussistenza di un sistema verticale e gerarchico – non sarebbero apparati di potere, ma altro, perché non ci sarebbe un potere da mantenere ed amministrare. Passando più nello specifico, una delle sicure visioni gerarchiche che la società umana in cui viviamo considera è quella della specie: chi non appartiene alla nostra specie è inferiore, o nel migliore dei casi “diverso” e in quanto tale passibile di controllo, sfruttamento e dominio. Gli apparati di potere che mantengono lo status quo, provvedono a che questa discriminazione – e in generale questa visione paradigmatica della vita – non cambi. Tali apparati, pertanto, sono quantomeno intrinsecamente specisti.

        Non è possibile fare un parallelo nemmeno dal punto di vista strategico tra lotta per la fine della schiavitù umana e lotta per la fine della schiavitù degli altri Animali, nel primo caso la parte umana discriminata ha partecipato direttamente alla lotta per il riconoscimento dei propri diritti umani e per una equa inclusione nella società a cui legittimamente appartiene, per questo motivo “gli apparati di potere” a cui fai riferimento, hanno avuto una loro precisa funzione (ammesso e non concesso che la schiavitù umana sia finita…) in quanto parte integrante della società a cui gli individui discriminati volevano appartenere godendo pienamente dei diritti fondamentali umani. Nel secondo caso parliamo di una lotta di una parte di Umani svolta per conto di altri viventi che non appartengono alla specie umana, che non ne riconoscono le strutture sociali, perché hanno proprie società e proprie specificità. La liberazione animale si occupa di individui che in quanto non Umani, non desiderano affatto far parte della società umana, non si capisce dunque come si possano fare dei paralleli se non per linee teoriche tra le strategie delle due lotte. Ci sono invece moltissimi punti di contatto tra le modalità e l’impianto discriminatorio, di controllo e repressivo relativi alla gestione degli schiavi Umani e quella degli schiavi di altre specie: è più che probabile che la schiavitù umana sia stata gestita con modalità mutuate dall’esperienza maturata nello schiavizzare gli Animali.

        La “liberazione animale” volge la propria attenzione alla condizione dell’individuo schiavo: è tale individuo il fulcro della lotta e niente altro. La liberazione animale non si può ottenere mediante l’approvazione di norme e leggi, quella di cui tu parli è l’abolizione della schiavitù animale. Il tuo approccio non è liberazionista, bensì abolizionista. L’abolizionismo non ha come fine la liberazione animale, ma l’abolizione di norme e leggi causa della condizione di schiavitù degli Animali: la differenza pare sottile, ma è sostanziale.

        L’abolizione della proprietà di tutti gli esseri senzienti equivale in termini pratici al collasso dell’architettura sociale umana in cui viviamo che su tale proprietà basa uno dei suoi più importanti pilastri e grazie a tale proprietà ha fondato il suo “sviluppo”, non si capisce pertanto come sia possibile che una struttura sociale mediante i suoi organi di controllo, possa agire volontariamente in modo suicida.
        Se l’abolizionismo puntasse alla completa liberazione animale, giungerebbe allora a concepire il crollo della società specista come la conosciamo oggi per i motivi di cui sopra, pertanto dovrebbe cessare di considerare gli apparati di potere della società umana, come legittimi referenti.

        Ryder è uno psicologo che ha avuto il grande merito di coniare il termine “specismo” e di proporlo in ambiente accademico, la sua percezione dello specismo è però rimasta in ambito psicologico, infatti lui ne ha sempre parlato come una discriminazione. Fortunatamente la teoria antispecista ha fatto grandi passi dagli anni ’70 ad oggi, concependo lo specismo non solo come discriminazione dovuta ad un atteggiamento pregiudiziale nei confronti degli Animali (come afferma Ryder), ma anche come un’ideologia e una prassi di dominio degli Animali (quindi allargando la visione in ambito sociale e politico). Per maggiori informazioni e approfondimenti suggerisco di leggere questa pagina del sito web: http://www.manifestoantispecista.org/web/definizione-di-specismo/ o meglio ancora il testo del libro “Proposte per un Manifesto antispecista” che metto a disposizione gratuitamente in formato digitale e scaricabile a questo indirizzo: http://www.manifestoantispecista.org/web/download/2759/

        Sulla strategia “legalista” in seno alla lotta per i diritti umani a cui accenni, ci sarebbe molto da discutere. Sempre rimanendo nell’ambito della lotta per i diritti civili dei neri statunitensi, è possibile senza ombra di dubbio affermare che la strategia legalista di alcuni gruppi di afroamericani soprattutto negli anni ’60 del secolo scorso, ha ottenuto risultati tangibili anche perché altri gruppi di afroamericani hanno al contempo portato avanti altri tipi di lotta, ti basti pensare alle posizioni di Martin Luther King e Malcom X per comprendere quanto il primo abbia ottenuto anche grazie alle posizioni del secondo. Quindi semmai si può giungere a dire che l’abolizionismo animalista potrà trarre indubbi vantaggi grazie al liberazionismo animalista. Le due visioni però rimangono diverse e distanti.

        • Ringrazio i redattori del manifesto per l’ampia e articolata risposta e provo a precisare le mie opinioni, suddivise per argomento.
          ORIGINI DELL’ANTISPECISMO
          Sono ben cosciente del fatto che la filosofia antispecista si sia molto evoluta rispetto a Ryder. La mia considerazione era riferita esclusivamente alla precedente vostra affermazione secondo la quale “l’antispecismo nasce libertario ed è questo il punto di contatto con le teorie anarchiche”. Ho solo osservato che Ryder non è libertario né anarchico.
          FUNZIONE DEGLI APPARATI DI POTERE
          A proposito della funzione degli “apparati di potere”, concordo con il fatto che essi assicurino la sussistenza di un “sistema gerarchico”. Concordo anche con il fatto che, oggi, tale sistema gerarchico sia ampiamente specista.
          Tuttavia ciò non significa che lo specismo sia una caratteristica ineliminabile degli apparati di potere in se stessi; prendendo ad esempio lo schiavismo, la relazione padrone/schiavo è quanto di più gerarchico si possa immaginare: eppure lo schiavismo è stato eliminato mediante una riforma del sistema legale interna gli apparati di potere stessi, e non attraverso l’abbattimento degli apparati.
          Ciò è avvenuto perché gli apparati di potere sono sensibili sia alla pressione delle “opinioni pubbliche” che alle istanze di interessi economici che possono chiedere, e di fatto hanno chiesto nel caso dell’abolizione della schiavitù, un allargamento dell’ambito di applicazione dei diritti umani.
          Questi fatti storici, fra l’altro, smentiscono la tesi secondo la quale gli apparati di potere sarebbero sempre e comunque funzionali al mantenimento dello “status quo”.
          Quindi, così come tali apparati si sono storicamente dimostrati non intrinsecamente schiavisti, essendo stati capaci di assecondare l’evoluzione della struttura sociale verso forme non schiaviste, è possibile (o meglio, a mio parere, probabile) che in futuro si dimostrino non intrinsecamente specisti.
          PARALLELI CON L’ANTISCHIAVISMO
          L’argomento “strategico” – secondo il quale non sarebbe possibile stabilire un parallelo tra lotta antischiavista e lotta per la liberazione degli animali, in quanto nella prima ci fu un coinvolgimento diretto degli oppressi, impossibile nella seconda – è a mio parere irrilevante: infatti il mio intervento aveva esclusivamente in vista il comportamento degli “apparati di potere”, che si sono dimostrati permeabili alle pressioni antischiaviste dei nati liberi – interni al sistema di potere – e alle istanze degli interessi economici connessi.
          Aggiungo che, sempre a mio parere, è molto dubbio che le pressioni degli schiavi – gli unici outsiders rispetto al sistema di potere – abbiano avuto un ruolo più rilevante rispetto a quelle degli insiders, motivati da ragioni ideali o economiche, nel determinare la svolta antischiavista negli Stati Uniti.
          Constato poi che l’argomento “strategico” sminuisce la possibilità di perseguire una “liberazione animale” che abbia come “fulcro della lotta” l’individuo oppresso, in questo caso l’animale non umano: infatti il non umano è, rispetto alla società umana, un outsider privo delle capacità operative necessarie per opporsi all’animale umano oppressore, e quindi necessariamente oggetto passivo della lotta di liberazione condotta dagli animali umani, mentre gli schiavi umani hanno potuto portare un contributo significativo e concreto alla lotta liberazionista antischiavista.
          ABOLIZIONISMO E LIBERAZIONISMO
          Per quanto riguarda l’affermazione secondo la quale “l’abolizionismo non ha come fine la liberazione animale, ma l’abolizione di norme e leggi causa della condizione di schiavitù degli Animali”, asseritamente basata su una distinzione “sottile ma sostanziale”, constato che nel testo non c’è alcuna descrizione di tale presunta distinzione, né sottile né spessa. Mi pare comunque un’affermazione illogica, in quanto ogni forma di schiavitù si basa su un disposto normativo interno al sistema giuridico (degli animali umani): abolita la norma può sussistere soltanto una schiavitù di fatto, contraria alla legge e come tale contrastata dagli “apparati di potere” (ufficiali) degli animali umani.
          Quando si dice che “l’abolizione della proprietà di tutti gli esseri senzienti equivale in termini pratici al collasso dell’architettura sociale umana in cui viviamo” non si fa altro che riesumare uno dei classici cavalli di battaglia schiavisti, dimostratosi storicamente falso. L’economia americana è stata capace di sopravvivere alla grande senza schiavitù, così come il sistema dei trasporti ha fatto a meno senza problemi dell’apporto degli animali non umani.
          Si tratta in primo luogo di innovazione tecnologica, settore nel quale ad esempio l’industria dei derivati animali semplicemente non può più competere a lungo con quella dei surrogati. Per produrre un uovo in batteria ci vuole una quantità di materie prime 18 volte superiore rispetto a un surrogato di uovo, di fatto indistinguibile al gusto. Lo sviluppo continuerà senza bisogno che alcun settore economico si suicidi: il settore dei derivati animali verrà semplicemente ucciso da un altro settore economico, come è sempre avvenuto.
          Concordo invece sul fatto che abolizionismo legalista e liberazionismo inteso come azione diretta possano non solo coesistere, ma sviluppare significative sinergie.
          È però necessario a mio parere che, in particolare in Italia, si comprenda che l’abolizionismo nel campo dei diritti animali ha SEMPRE come fine la liberazione degli animali, e non solo il loro benessere. ’abolizionismo e il welfarismo sono posizioni nettamente distinte. Per approfondimenti: https://www.abolitionistapproach.com/
          Affermare (come si fa qui: https://contagioantispecista.noblogs.org/post/2017/11/07/dallaltra-parte-della-barricata) che le posizioni di WWF e PETA sono abolizioniste è, semplicemente, falso.
          Ma anche dichiarare che “Le istanze antispecista sono quindi liberazionista e non vengono avanzate richieste agli organi del potere; si considerano invece come referenti la singola persona umana e la società civile” (Proposte di un manifesto antispecista, p. 40) significa restringere arbitrariamente il campo d’azione dell’antispecismo, limitandolo all’anarchismo.
          Ancora più arbitrario è ritenere che “L’antispecismo […] non può essere considerato abolizionista: non si avanzano richieste di modifiche di leggi, norme e regolamenti, bensì liberazionista, ossia si aspira alla liberazione animale nell’accezione più ampia del termine” (Proposte di un manifesto antispecista, p. 20).
          Questo significa creare non sinergie, ma steccati: steccati basati su parole, e quindi eminentemente specisti. :-)

  2. Grazie Andrea per il tuo commento che verrà segnalato all’autore dell’articolo in questione.

    «La lotta antispecista che mira alla modifica del quadro normativo e giurisprudenziale attraverso i mezzi consentiti dall’ordinamento statale» in realtà non è una lotta antispecista vera e propria, perché seguendo una strategia legalista riconosce gli apparati di potere della società umana specista (come pure il loro ruolo) e li considera come referenti. In questo senso, quindi, è lecito parlare di lotta per il benessere animale (o di un’altra forma di lotta), non certo di lotta per la liberazione animale che in quanto tale causerebbe un collasso delle strutture sociali speciste ora vigenti (basate grandemente sulla schiavitù animale e in generale dei viventi). Lo stesso si potrebbe dire per una lotta antirazzista che non considera i mezzi consentiti dall’ordinamento statale razzista che intende combattere.
    Discutere solo di “azione diretta antispecista” è limitante, è invece opportuno concepire nella sua interessa la filosofia antispecista dalla quale poi scaturiscono le strategie d’azione.
    Come evidenziato nel testo di Tomeo, bisogna considerare che l’antispecismo nasce libertario ed è questo il punto di contatto con le teorie anarchiche. Giustamente Tomeo sottolinea che il campo di intervento dell’anarchismo classico è quello umano, per tale motivo può esistere un anarchismo specista, come può esistere anche un anarchismo antispecista (che non prevede la presenza di una divisione concettuale ed ontologica del campo di intervento).

  3. Andrea i tuoi commenti sono molto utili a chiarire diversi punti che passo a discutere brevemente.

    ORIGINI DELL’ANTISPECISMO: Ryder ha coniato il neologismo “specismo” e lo ha definito in ambito psicologico, non ha parlato di antispecismo e non ne ha tracciato le caratteristiche.
    (si veda: http://www.veganzetta.org/wp-content/uploads/2013/02/Speciesism-Again-the-original-leaflet-Richard-Ryder.pdf).

    FUNZIONE DEGLI APPARATI DI POTERE: già risposto nei precedenti commenti.

    PARALLELI CON L’ANTISCHIAVISMO: un altro elemento che è importante sottolineare per marcare le differenze tra la lotta antischiavista intraumana e quella in favore degli schiavi non umani, è che nella seconda possiamo parlare di una lotta contro noi stessi in quanto Umani e quindi schiavisti. Non è possibile infatti stabilire una netta divisione tra schiavisti e antischiavisti come nel caso della lotta per i diritti civili degli Umani neri, nel nostro caso un reale comportamento antispecista nella società umana in cui viviamo è nella pratica impossibile. Pertanto la lotta di liberazione umana è chiaramente improntata allo stravolgimento della società umana attuale e allo scardinamento della visione antropocentrica che l’ha creata. Non si tratta solo di liberare gli Animali dalla schiavitù, ma anche le nostre menti umane dalla schiavitù dell’idea della schiavitù animale.

    ABOLIZIONISMO E LIBERAZIONISMO: non vengono presi in considerazione nella discussione gli aspetti pratici della liberazione animale. Affermare che gli Stati Uniti d’America sono sopravvissuti economicamente alla liberazione degli Umani neri, non apporta nulla alla discussione se non un altro parallelo fuorviante. La lotta per la liberazione degli schiavi umani neri negli USA, non ha significato uno stravolgimento delle logiche e delle dinamiche della società umana se non in minima parte. La lotta per la liberazione animale inevitabilmente stravolgerebbe ogni norma, legge e consuetudine. Basti pensare allo stesso concetto di proprietà (privata o pubblica). Noi Umani consideriamo “nostro” un pezzi di territorio perché ciò è stato deciso mediante accordi regolati da leggi con altri Umani, se dovessimo rispettare i diritti fondamentali degli altri Animali (ad esempio la libertà di movimento), probabilmente non potremmo più recintare nulla, costruire delle case, steccati, recinzioni, strade, autostrade, linee ferroviarie, non potremmo deviare fiumi, creare dighe ecc… Perché ciò impatterebbe pesantemente sui non umani ledendo i loro diritti fondamentali. Le città umane costruite con ferro, cemento e asfalto, coprono e soffocano ampie parti di territorio che non è nostro, ma di ogni vivente, escludendo per quanto possibile ogni altro abitante. In una ipotetica società umana a-specista, tali strutture potrebbero esistere ancora?
    Dunque se lo stesso concetto di proprietà che abbiamo noi Umani dovrebbe essere messo in discussione, come si può solo pensare che la società umana così come è strutturata ora possa sopravvivere a una rivoluzione di tale portata? E che addirittura la società stessa possa agire in favore di un cambiamento così radicale? Sono queste le basi su cui si dovrebbe discutere.

  4. Grazie per le precisazioni; i punti su cui mi sembra più utile proseguire il dialogo sono quelli relativi ai paralleli con l’antischiavismo e alla presunta impossibilità del successo di un approccio abolizionista ai diritti animali, ovvero dell’abolizione dello sfruttamento degli animali non umani da parte degli animali umani; peraltro, siccome l’approccio abolizionista ai diritti animali animale definisce se stesso attraverso una dichiarata analogia con la lotta per l’abolizione della schiavitù umana, trovo più congruo trattare insieme i due aspetti.
    Scrivi: “un altro elemento che è importante sottolineare per marcare le differenze tra la lotta antischiavista intraumana e quella in favore degli schiavi non umani, è che nella seconda possiamo parlare di una lotta contro noi stessi in quanto Umani e quindi schiavisti. Non è possibile infatti stabilire una netta divisione tra schiavisti e antischiavisti come nel caso della lotta per i diritti civili degli Umani neri, nel nostro caso un reale comportamento antispecista nella società umana in cui viviamo è nella pratica impossibile”.
    Anche il più fervente antischiavista vissuto negli Stati Uniti della prima metà dell’Ottocento avrebbe avuto serie difficoltà a non “partecipare” in qualche misura al sistema schiavista: come poteva evitare di percorrere le strade costruite con il lavoro degli schiavi? O essere certo che tra il cotone delle sue lenzuola non ci fosse anche il frutto del lavoro forzato dei neri? Ciononostante poteva agire coerentemente e decisamente per abolire la schiavitù, senza che questioni capziose di “purezza” lo distraessero dall’obiettivo, proprio perché nella sua mente non trovava spazio il pensiero che fosse in qualche misura legittimo utilizzare esseri umani come risorse per altri esseri umani. Allo stesso modo oggi si può essere realmente antispecisti rigettando l’idea che sia legittimo un qualsiasi tipo di utilizzo degli animali da parte degli uomini, anche se praticamente ci si può trovare quotidianamente a contatto con i macabri residui dello sfruttamento animale.
    Scrivi: “La lotta per la liberazione degli schiavi umani neri negli USA, non ha significato uno stravolgimento delle logiche e delle dinamiche della società umana se non in minima parte. La lotta per la liberazione animale inevitabilmente stravolgerebbe ogni norma, legge e consuetudine. Basti pensare allo stesso concetto di proprietà (privata o pubblica)”.
    Il ragionamento non fila. Molte norme, leggi e consuetudini resterebbero del tutto in piedi anche dopo aver abolito la proprietà degli animali. Gli schiavi proprio questo erano: proprietà di altri uomini, come gli animali oggi.
    Scrivi: “se dovessimo rispettare i diritti fondamentali degli altri Animali (ad esempio la libertà di movimento), probabilmente non potremmo più recintare nulla, costruire delle case, steccati, recinzioni, strade, autostrade, linee ferroviarie, non potremmo deviare fiumi, creare dighe ecc… Perché ciò impatterebbe pesantemente sui non umani ledendo i loro diritti fondamentali”.
    È chiaro che molte strutture andrebbero ripensate, ma si tratta delle stesse strutture che con il loro impatto deleterio stanno mettendo seriamente a rischio la sopravvivenza degli animali umani, degli ecosistemi e più in generale della vita sulla Terra. Queste strutture andranno quindi ripensate comunque, e prima lo si farà meglio sarà. La libertà di movimento degli animali non umani non è necessario sia assoluta, così come non la è quella degli animali umani oggi. Si tratta in linea di principio di accordare agli animali non umani degli standard di trattamento che non siano discriminanti rispetto a quelli accordati agli animali umani, tenendo conto delle rispettive esigenze. Gli animali non umani non avranno mai diritto a votare alle elezioni politiche o ad andare in bicicletta, anche perché non saprebbero che farsene, ma devono mantenere il diritto a vivere la loro vita liberamente e a perseguire la loro felicità, senza che alcun animale umano possa arrogarsi il diritto di privarli di tali libertà.
    Scrivi: “le città umane costruite con ferro, cemento e asfalto, coprono e soffocano ampie parti di territorio che non è nostro, ma di ogni vivente, escludendo per quanto possibile ogni altro abitante. In una ipotetica società umana a-specista, tali strutture potrebbero esistere ancora?”
    Queste strutture non sono dannose solo per gli animali non umani, ma anche per gli animali umani e per la sopravvivenza stessa dell’ecosistema. La necessità di rimuoverle è quindi a monte, prima e a prescindere da ogni considerazione specista o antispecista. E non si tratta di un’utopia, ma di realismo: l’unica utopia (o meglio: distopia) è quella che ritiene che la specie umana possa sopravvivere per secoli all’interno di tali strutture, continuando a danneggiare il sistema che la sostiene. Se tali strutture non verranno rimosse il dibattito tra specisti e antispecisti verrà sospeso, ed eventualmente ripreso in un futuro remoto da altre specie, diverse da quella umana. :-)
    Scrivi: “Dunque se lo stesso concetto di proprietà che abbiamo noi Umani dovrebbe essere messo in discussione, come si può solo pensare che la società umana così come è strutturata ora possa sopravvivere a una rivoluzione di tale portata? E che addirittura la società stessa possa agire in favore di un cambiamento così radicale? Sono queste le basi su cui si dovrebbe discutere”
    La società umana non può sopravvivere, innanzitutto, all’utopia/distopia promossa dal sistema di depauperamento intensivo delle risorse naturali che oggi appare “normale”, ma che in realtà è del tutto demenziale. Se la società umana non agirà velocemente in favore di un cambiamento radicale, smetterà semplicemente di esistere, insieme alla specie che la ha prodotta, il che costituirà comunque un cambiamento radicale. È come chiedersi: “come è possibile che un pazzo lanciato su un’automobile che corre a trecento all’ora, e che continua ad accelerare, si fermi?” O usando il freno o schiantandosi contro un muro. Il dubbio non è quindi “se” si fermerà, ma “come” si fermerà.
    Un tipico argomento specista è quello che sostiene che l’animale umano sia legittimato a sfruttare gli animali non umani a causa del fatto che possiede una maggiore “razionalità”. L’argomento è assurdo, e in questa sede non vale la pena di spiegare le ovvie ragioni per cui non può essere preso sul serio. Ma bisognerebbe riflettere anche sul fatto che la premessa da cui parte, che appare verosimile nel confronto individuale tra un singolo animale umano e un singolo animale di un’altra specie, si ribalta completamente se si prende in considerazione la specie umana nel suo complesso. Quale altra specie, infatti, è così stupida da avvelenare volontariamente il proprio ecosistema e mettere a rischio la sopravvivenza propria e della stessa vita sul pianeta che la ospita? In scala minore, solo i lemmings. Ma solo quelli del videogioco, però. :-) (http://www.nationalgeographic.it/natura/animali/2015/08/11/news/davvero_i_lemming_si_suicidano_sapevatelo-2726630/)

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