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Sea Shepherd, il Leone Cecil e il “purismo” vegano

facce - Sea Shepherd, il Leone Cecil e il “purismo” vegano
Su Veganzetta un interessante articolo di Gary Francione tradotto in italiano

Fonte: www.abolitionistapproach.com/sea-shepherd-weighs-in-on-cecil-the-lion-insisting-on-veganism-is-purism-and-elitist

Sea Shepherd irrompe nel dibattito sul leone Cecil: il veganismo è “purismo” e risulta “elitario”
di Gary L. Francione

Paul Watson di Sea Shepherd è entrato di forza nella controversia su Cecil il leone. Watson bersaglia quelli di noi che sostengono l’assoluta mancanza di una significativa differenza morale tra uccidere gli animali per sport e uccidere gli animali per il piacere del palato, e che si oppongono all’uccisione di Cecil come impegno di rigetto del massacro di oltre 60 miliardi di altri animali a fini alimentari (senza contare quelli marini).

In “The Cult of Competitive Purism”, Watson sostiene che quelli di noi fermi su questa posizione siano “elitari” e colpevoli di “purismo”.
La posizione di Watson non giunge a sorpresa. Ma un semplice esame delle sue affermazioni mostra perché è in errore.

I Cecil di terra e i Cecil d’acqua

Sea Shepherd è una grande organizzazione che porta a casa un considerevole quantitativo di denaro da donatori di tutto il mondo, molti dei quali – forse la maggior parte – non sono vegan. Molti – forse la maggior parte – dei donatori di Sea Shepherd guardano alle balene e ad altri mammiferi marini nello stesso modo che altri guardano a Cecil il leone, si dispiacciono del loro sfruttamento, e allo stesso tempo continuano a consumare alltri animali. Pensano che i mammiferi marini siano speciali, in parte perché sono in pericolo o protetti, e credono che gli stessi mammiferi marini contino più di altri animali, dal punto di vista morale. Per loro, proprio come Cecil è morto con un’orribile, prolungata agonia, così i cetacei vengono uccisi in modo inumano e sono trattati peggio degli animali che mangiamo.

E sapete una cosa? E’ esattamente quello che Paul Watson continua a ripetere a chi sostiene Sea Shepherd.

Ecco cosa Watson ha avuto da dire in un’intervista al The Guardian (se ne parla anche su Veganzetta, N.d.R.):

Non potete comparare l’uccisione di animali in un mattatoio locale a quella di una balena. Ciò che succede a quelle balene – o delfini, per esempio a Taiji – non sarebbe mai tollerato in un macello. Tali mattatoi verrebbero chiusi. Ci vogliono dai 10 ai 45 minuti per uccidere una balena, e quelle catturate muoiono in una spaventosa agonia. Questo sarebbe totalmente intollerabile e illegale in ogni stabilimento di macellazione nel mondo.

In più sono una specie a rischio d’estinzione e protetta – maiali e mucche non lo sono. Sono parte di un ecosistema, cosa che maiali e mucche non sono. Mi dà sempre fastidio quando viene fuori quel paragone. E specialmente quando viene usato dai giapponesi, i quali mangiano più maiali, mucche e polli di tutti gli abitanti dell’Australia e della Nuova Zelanda messi insieme. Solo l’un per cento dei giapponesi mangia le balene; la maggior parte mangia bovini e suini e pollame. E’ un’analogia ridicola.

Nota: Watson dice:

1. Lo sfruttamento degli Animali da fattoria è meno crudele di quello dei mammiferi marini.

Non siamo sicuri se Watson sia mai stato in un mattatoio, ma sono posti raccapriccianti e gli animali patiscono una morte terribile nella lunga prassi dall’arrivo nell’impianto alla morte vera e propria nel momento dell’uccisione. E lo stress che quegli animali provano durante il procedimento di macellazione è palpabile e pari punto per punto al grande dolore fisico che soffrono.

Non solo, il paragone fatto da Watson tra il tempo d’uccisione di un cetaceo e il tempo che si impiega ad abbattere un animale da fattoria è di per se stesso problematico. Gli animali marini non sono addomesticati e non passano la vita intera soffrendo, vivono liberi finché vengono ammazzati. Di sicuro pensiamo che uccidere i cetacei o ogni senziente non-umano è moralmente discutibile. Ma la dichiarazione di Watson che l’analogia tra la sofferenza degli uni e degli altri sia ridicola, è in sé ridicola e suggerisce che il capitano pensi che, dal momento che i cetacei sono – si suppone – più evoluti dal punto di vista cognitivo, la loro sofferenza valga moralmente di più. Questo è puro e semplice specismo.

2. Watson è disturbato dal paragone tra i due gruppi perché i mammiferi marini sono “in pericolo e protetti”.

E allora? Questo rende i cetacei più importanti dal punto di vista morale? Non per quanto ci riguarda. Un mammifero marino a rischio d’estinzione valuta la sua vita così come una mucca o un maiale o un pollo valutano la propria. E’ quindi sbagliato uccidere un bovino (o altri non umani senzienti) per nessun’altra ragione se non per il piacere del palato, così come lo è uccidere un cetaceo per la stessa o un’altra frivola ragione. Quello che Watson sta dicendo porterebbe alla conclusione che uccidere un mammifero marino sarebbe meno ingiusto se non fosse in pericolo o protetto. Forse il capitano lo accetterebbe. Noi no.

Ad ogni modo, Watson opera in un’associazione molto ricca con donatori non vegan, che pensano ai cetacei come un gruppo di Cecil che vive nell’oceano. Vogliono proteggere i Cecil d’acqua continuando a mangiare prodotti d’origine animale. Watson viene in loro difesa.

Watson obietta alla nostra limpida constatazione dell’evidente contraddizione morale tra l’opporsi alle uccisioni e continuare a consumare animali perché non vuole che ciò si faccia presente a tutti coloro che hanno fatto dei cetacei e/o dei leoni i propri idoli. In altre parole, Watson non vuole che qualcuno dica ai suoi benefattori che sono moralmente obbigati a scegliere di essere vegan.

Non c’è da sorprendersi.

Cos’è veramente in gioco ora: Sostenere campagne monotematiche

Di sicuro noi siamo d’accordo con Watson che non dovremmo mai trattare come inferiore, sminuire, ridicolizzare chi si oppone all’uccisione di Cecil, o dei delfini o delle balene, o al consumo di carne di cane in Cina o Corea, o allo sfruttamento di ogni animale in ogni situazione. Questa è la ragione per la quale impieghiamo tanto tempo per discutere di etica animale con persone e gruppi che non fanno parte di alcun “movimento per gli animali”. Ecco perché abbiamo scritto Eat Like You Care: An Examination of the Morality of Eating Animals. Crediamo che chi ha una propensione o un interesse morale per gli animali sia pronto per considerare eticamente il consumo degli animali stessi, e un candidato a diventare vegan come principio morale.

Ma crediamo anche di avere l’obbligo di essere chiarissimi e di educare chi ha interesse in particolari forme di sfruttamento animale e, se non ancora vegan, già attivista nella causa che sostiene. Questo è quello che dobbiamo agli umani che stanno cercando un percorso etico, preoccupandosi di una determinata situazione. Questo dobbiamo alle centinaia di milioni di non umani che sono vittime ogni singolo giorno.

Vogliamo sottolineare che un’educazione vegan – una limpida, paziente, comprensiva discussione dei principi etici in questione – sia la forma più efficace d’attivismo per il singolo individuo. Senza urla e biasimo, ma discussione ed educazione. Al tempo stesso, siamo preoccupati del “business model” usato dalle grandi associazioni per raccogliere fondi, che poi le portano a sostenere riforme welfariste e campagne su un singolo soggetto.

Sea Shepherd è un’organizzazione che promuove varianti della stessa campagna su un singolo soggetto: la protezione dei mammiferi marini. Quello che veramente preoccupa Watson è che quelli che lui stesso denigra come “elitari” e “puristi” non vogliano sostenere tali campagne, che sono il suo pezzo forte. In altre parole, quelli dalla parte di Cecil, delle balene, dei piccoli di foca, o altri animali sfruttati, dovrebbero essere “allevati”. Cosa vuol dire? Vuol dire che queste persone dovrebbero essere incanalate verso associazioni come Sea Shepherd, o uno degli altri innumerevoli gruppi che “nutrono” la compassione sollecitando le donazioni, senza mai mettere il donatore di fronte alla realtà: il veganismo non è un’opzione; è un imperativo morale. Se gli animali contano moralmente, non possiamo giustificarne l’uso per mangiare, vestirsi etc., e finché non diventiamo vegan siamo partecipanti attivi nel loro sfruttamento istituzionalizzato.

Le campagne monotematiche – seppur diversificate – sono strutturalmente identiche. Tutte coinvolgono individui molti dei quali si comportano, dal punto di vista morale, in modo non differente da chi è bersaglio di quelle stesse campagne monotematiche.

Così una campagna monotematica focalizzata sui delfini di Taiji avrà molte persone che si oppongono alla strage dei cetacei, ma si ficcano in bocca prodotti d’origine animale mentre danno voce alla propria protesta. L’unico modo che tale gente ha per sostenere tale campagna è fare in modo che si sentano a proprio agio a proposito dello sfruttamento. E si fa in modo che siano tranquilli mediante l’insidiosa pretesa che il bersaglio della campagna sia immorale e la loro condotta non lo sia, o che lo sia molto meno rispetto a quella di chi massacra i delfini. Questo evita alle persone il disagio per il proprio comportamento che sfrutta gli animali e lo perpetua e li induce alla donazione.

Come parte del conforto che incoraggia il sostegno, queste campagne demonizzano gli umani dalla parte sbagliata, nello sforzo di distinguere tra loro e i “buoni” che protestano contro la strage dei delfini. Questo spesso si trasforma e rinforza condotte razziste, etnocentriche e xenofobe da parte della “animal people”. Basta guardare gli ignobili commenti anti-asiatici che appaiono quasi immediatamente in seguito a Taiji, alla caccia giapponese alle balene, all’uccisione dei cani come cibo in Cina e Corea. La campagna contro Andre Robinson ha orribilmente portato con sé derive razziste (racist slurs), così come quella contro Michael Vick.

Watson pensa che non sostenere e criticare queste campagne è “elitario” e rappresenta il “purismo”. Ha torto. Gli abolizionisti rifiutano semplicemente di partecipare e perpetuare l’ingiusta fantasia che ci sia una differenza tra uccidere un delfino e uccidere un pollo, così come la gente che ci tiene viene “allevata” da Sea Shepherd e altri gruppi e mai messa di fronte alla realtà morale. Gli abolizionisti vogliono promuovere l’idea che se gli animali contano dal punto di vista etico, il veganismo è la sola risposta razionale. Gli abolizionisti vogliono promuovere l’idea che non possiamo giustificare il trattamento di ogni senziente non-umano come mera risorsa.

Watson è in disaccordo con tutto questo. Ammette che secondo lui i mammiferi marini sono speciali. E chiarisce che Sea Shepherd “promuove il veganismo non per i diritti degli animali ma per ragioni ambientali conservazioniste”. Non potrebbe essere più chiaro di così. Watson rigetta il nucleo fondante del movimento abolizionista, che risiede nel fatto che tutti gli esseri senzienti sono uguali nel diritto morale di non essere usati come risorse per gli umani, che dovrebbe essergli accordato. E che dobbiamo chiarire totalmente oggi, proprio ora.

Ci fa piacere che Watson serva pasti vegan sulle sue navi, anche se lo fa solo per motivi conservazionisti. Ma andate sul sito di Sea Shepherd. Noi lo abbiamo fatto. Non siamo riusciti a trovare il minimo accenno all’obbligo morale di diventare vegan se si pensa che uccidere i cetacei sia sbagliato. Abbiamo trovato un saggio (one essay) di Watson che dice:

Sea Shepherd Conservation Society è una delle pochissime, se non l’unica, organizzazioni conservazioniste che promuovono attivamente e praticano il veganismo.
Perché? Perché vediamo la connessione tra la zootecnia e l’inquinamento dei mari, il depauperamento della vita acquatica, la distruzione della foresta pluviale e i cambiamenti climatici.
Il veganismo è reale conservazione in azione. Va oltre il discorso dei cambiamenti climatici e dell’impoverimento della biodiversità, e di fatto fa veramente qualcosa per arrivare al cuore del problema.

Ma dichiara chiaramente che il veganismo non ha nulla a che fare con alcun obbligo morale che dobbiamo agli altri animali (tranne che i mammiferi marini):

Sea Shepherd Conservation Society non è comunque un’organizzazione vegetariana o vegana, né Animal Rights o Animal Welfare. Noi siamo un movimento di conservazione della vita e dell’habitat marini.
Allora perché tutti i pasti sulle navi Sea Shepherd sono vegan?
La riposta è: perché il vegetarismo e soprattutto il veganismo sono potenti alternative agli otto miliardi di umani e i loro allevamenti d’animali che stanno mangiando vivi gli oceani.

Le argomentazioni ambientaliste di Watson sul veganismo sono potenti, ma non coinvolgono in nessun modo le persone “empatiche” nell’evidenza che non c’è alcuna differenza tra uccidere una balena e mangiare un pollo. In effetti, Watson rigetta questa posizione.

Allora che cosa c’è in gioco?

Watson rivendica che:

Le rivoluzioni sociali non accadono dall’oggi al domani. Ho osservato il movimento vegan passare da qualcosa che nessuno aveva mai sentito nominare alla realtà dinamica e in continua crescita che è oggi. L’aumento della consapevolezza è incredibile. Quello che non vogliamo fare è isolare o scoraggiare potenziali difensori del veganismo.

Siamo stati coinvolti nel movimento più o meno lo stesso periodo di tempo di Watson. Ci piace Watson; semplicemente non siamo d’accordo con lui.

Non potremmo essere meno d’accordo sul fatto che il movimento vegan sta procedendo bene, come sembra pensare il capitano. Al contrario, il movimento è stato dirottato da quel “happy exploitation” che è ora onnipresente. Peter Singer, il cosiddetto “padre” del movimento animalista, dichiara di essere lui stesso un “flexible vegan” e tutti i grandi gruppi rigettano il veganismo (reject veganism) su base morale e lo promuovono solo come modo di ridurre le sofferenze insieme con le uova non prodotte in batteria, i maiali allevati senza gabbie di gestazione e il programma “Whole Foods Animal Welfare Rating”. Gli abolizionisti stanno cercando di creare un movimento di persone che vedono il veganismo come un principio fondamentale di giustizia.

Watson sembra pensare che non possiamo concretizzare gli argomenti abolizionisti perché “ci sono molti stupidi là fuori” che non vedono la connessione e devono essere “allevati”. A parte che il pensiero di Watson che ognuno sia un idiota è curioso, dato che dichiara che i vegan sono “elitari” che guardano gli altri dall’alto in basso. Gli abolizionisti credono che la gente non sia stupida, e che la maggior parte, o almeno moltissimi, hanno a cuore gli animali non umani. La gente sa anche che i prodotti d’origine animale non crescono sugli alberi e che gli animali soffrono e muoiono per finire nei nostri piatti. Possono non sapere nei dettagli cosa accade negli allevamenti e nei mattatoi, e questo è il punto – i particolari sono irrilevanti. Diventare vegan non dovrebbe dipendere se ci sono o no abusi. Diventare vegan dovrebbe dipendere da un semplice fatto: gli animali muoiono affinché noi possiamo mangiarli e indossarli. Così come quelli che protestano per la morte di Cecil o dei mammiferi marini non smeterebbero di protestare anche se la macellazione fosse resa più “umana”, la moralità di mangiare o indossare animali non dipende da come sono trattati, ma solamente dal fatto che gli animali vengono usati.

Noi abbiamo l’obbligo di chiarire che le campagne monotematiche perdono di vista il punto, perpetuando la fantasia che ci sia differenza tra una mucca e una balena, o tra le pellicce e la lana. E non è una questione di “elitarismo”. Infatti non c’è nulla di meno elitario dell’idea che non è accettabile per noi sfruttare i non-umani, così vulnerabili – e che è esattamente ciò che viene perpetuato dalle campagne monotematiche.

Così quando vediamo storie come quella di Cecil o simili, che suscitano sdegno, dobbiamo usarle come un’opportunità d’impegnarsi in un veganismo creativo, non violento, e chiarire che non c’è assolutamente differenza tra quello che fa chi tra noi non è vegan e ciò che fanno quelli al cui comportamento ci opponiamo.

Con tutto il cuore siamo d’accordo che la persona che ha ucciso un animale come Cecil – pagando anche un mucchio di soldi – soffra di disturbi psicologici. Tuttavia coloro che vengono uccisi come cibo o abbigliamento erano una volta esseri viventi come Cecil, con i loro interessi, le loro famiglie, e le loro biografie. Perché l’atto di ordinare un hamburger o di mangiare un cono gelato ci dovrebbe rendere meno duri, oppressivi, ingiusti, o crudeli? Se non affrontiamo razionalmente il nostro continuo, onnipresente, pervasivo uso degli animali per il gusto o per la moda, nulla potrà mai cambiare.

Così non abbiamo più scuse o giustificazioni di quante ne abbia Walter Powell, che ha ucciso Cecil. Siamo tutti Walter Powell. Dobbiamo bloccare la carneficina. Abbiamo bisogno di fermare l’ingiustizia. Serve cambiare il paradigma da proprietà a persone, e l’unico modo per farlo è lavorare senza sosta per costruire un mondo vegan. Più forte diventa il movimento abolizionista, più lo sfruttamento Animali di tutti i tipi finirà. I vegan non frequenteranno zoo o acquari; non andranno al circo o al rodeo; si opporranno al massacro di ogni mammifero marino, di altri animali acquatici, o terrestri; non indosseranno alcun animale. Chiudendo con ogni sfruttamento non avremo bisogno di innumerevoli campagne monotematiche, le quali, in 40 anni di moderno “movimento” per gli animali, non hanno avuto impatto.

Watson osserva:

La realtà è che quasi tutti gli attuali vegan, una volta non erano vegan. Molti hanno iniziato con sentimenti d’empatia per i loro animali da compagnia, o per gli animali a loro graditi. Questi semi di compassione, se nutriti da giusta educazione, possono essere ispirati e motivati attraverso incoraggiamento positivo.

Questo è sempre lo stesso stanco nonsense delle organizzazioni welfariste: “Siamo in ‘viaggio’ e, dal momento che siamo ‘compassionevoli,’ va tutto bene e nessuno dovrebbe dire di essere ‘purista’ or ‘elitario’.”

Tutti i grandi gruppi prendono questa posizione. Ed è esplicitamente specista. Per vederlo chiaramente immaginate quello che segue: John è cresciuto in una comunità razzista. Per i primi vent’anni della sua vita John ha riempito di epiteti offensivi ogni persona non bianca che incontrava, considerandola inferiore. Poi un giorno John capisce che il razzismo è sbagliato. John vuole ora lavorare per la giustizia sociale e l’eguaglianza. Dal momento che John ha impiegato vent’anni ad arrivare a questa posizione, dovrebbe forse considerare il rifiuto del razzismo solo parte di un “viaggio”, e noi non possiamo dire che il razzismo è moralmente sbagliato e che bisogna bloccarlo immediatamente? Ovviamente no. John dovrebbe prendere la posizione di educare le persone sul razzismo e noi dobbiamo dire chiaro e tondo che il razzismo è ingiusto e va fermato.

Il fatto che ci vuole un po’ per capire che qualcosa è odioso, non significa che non dobbiamo dire senza ombra d’ambiguità che è moralmente ignobile e deve smettere. Non rispondiamo al razzismo con campagne per i “Lunedì senza barzellette razziste” (“Racist-joke-free Monday”). Rispondiamo chiedendo giustizia.

Gli abolizionisti non stanno criticando gli individui che si appigliano a una nuova comprensione dell’etica animale. Gli scontri personali sono un ostacolo. Stiamo parlando, e pianificando, una revisione del messaggio messo su dalle grandi organizzazioni che dominano la piazza – quei gruppi che mandano innumerevoli sollecitazioni per le donazioni, che seguono le atrocità del giorno, insieme con l’appello “Aiutateci. Mandate le vostre donazioni per gli animali!” (“Help us stop [fill in the blank]. Send your donation for the animals!”)

E’ triste che Watson pensi sia giusto – in realtà obbligatorio – spendere milioni in equipaggiamenti, staff, e mandare navi per salvare una balena, ma che veda come “purismo” o “elitario” lo sforzo e l’urgenza di stabilire che non c’è alcuna differenza morale tra quella balena e miliardi di animali consumati da gente che si presuppone “compassionevole”.

Così, alla fine, la questione diventa: il pollo, il cui cadavere è venduto a 1,99 dollari per libbra, conta moralmente come la balena che Watson cerca di salvare?

Noi pensiamo di sì.

Traduzione a cura di Costanza Troini per Veganzetta

Indirizzo breve di questa pagina: http://www.manifestoantispecista.org/web/Zxi3s

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