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Peter Singer: “Oh mio dio questi vegani…”


Da Veganzetta:

Proponiamo la lettura di un interessante – anche se datato – testo pubblicato da Gary L. Francione sul suo sito web. In esso si affrontano alcuni argomenti che permettono di puntualizzare dei concetti utili per una riflessione di stampo antispecista (in coda all’articolo) sul veganismo e sulla pratica vegana.

Fonte: www.abolitionistapproach.com/peter-singer-oh-my-god-these-vegans
Di Gary L. Francione

Nel dibattito in corso tra coloro che promuovono l’approccio abolizionista e coloro che propongono quello welfarista, alcuni tra i welfaristi dichiarano il proprio supporto al veganismo, così c’è in realtà poca differenza tra loro riguardo al fatto di mangiare e usare prodotti d’origine animale.
Però a proposito del supporto al veganismo da parte dei welfaristi, è importante capire che la posizione di quest’ultimi è molto diversa da quella abolizionista.
L’abolizionista vede il veganismo come una base morale non negoziabile per un movimento che sostiene l’abolizione di ogni uso degli animali, anche se il trattamento degli stessi dovesse essere “umano”. L’abolizionismo assegna ai non umani un valore intrinseco e afferma che non dovremmo mai ucciderli per mangiarli, nemmeno se allevati e uccisi “in modo umano”. Il veganismo è visto come un fine – come un’espressione del principio d’abolizione. I vegan abolizionisti non avviano campagne per riforme welfariste per rendere presumibilmente lo sfruttamento degli animali più “umano”. Certo che è “meglio” infliggere meno sofferenza, ma in primo luogo non abbiamo giustificazioni morali per far del male. E’ “meglio” non picchiare la vittima di uno stupro, ma uno strupro senza percosse non è per questo più accettabile moralmente, e non significa che dobbiamo far campagne per ottenere uno stupro “umano”.
Gli abolizionisti guardano al veganismo come un importante mezzo di cambiamento e spendono il loro tempo e le loro risorse per educare gli altri al veganismo e al contempo alla necessità di fermare l’uso degli animali, anziché tentare di convincere la gente a mangiare uova “cage-free” o carne(1) prodotta da animali reclusi in recinti più grandi.
A proposito del supporto a ogni forma di veganismo da parte dei welfaristi (e molti di loro a questo non partecipano): è un veganismo non visto come fine ma come un semplice mezzo per ridurre le sofferenze animali. Non vedono l’uso degli animali come problema primario: pensano che potrebbe essere accettabile uccidere e mangiare i non umani e che il problema principale sia il modo in cui vengono trattati. I welfaristi che promuovono il veganismo argomentano che è difficile ricavare prodotti animali in modo moralmente accetabile, dovremmo quindi essere vegan in gran percentuale, ma si può essere flessibili e mangiare anche non-vegan. Dal momento che i welfaristi sono focalizzati sul trattamento piuttosto che sull’uso, fanno campagne per promuovere cose come le uova da galline “non in batteria” o le alternative alle casse da gestazione (usate per le scrofe, sono una specie strettissime gabbie di contenzione di ferro che non permettono alla scrofa di effettuare quasi nessun movimento, N.d.T.).
La maggior parte di quelli che sottoscrivono questa visione sono d’accordo con la posizione del teorico dell’utilitarismo Peter Singer, che è un esempio eccellente di “veganismo” welfarista.
Singer non pensa che sia necessariamente un problema l’uso dei non umani per finalità umane, perché non vede l’uccisione degli animali come necessariamente immorale. Secondo lui gli animali (con l’eccezione dei primati non umani e forse poche altre specie) non hanno consapevolezza di sé e non badano davvero che li usiamo ma solo come li usiamo. Questo porta Singer a dire che potrebbe essere moralmente accetabile essere “onnivori consapevoli”, se stiamo attenti a mangiare solo animali che siano stati allevati e uccisi “in modo umano”.

Per esempio, in un’intervista del 2006 a The Vegan (la pagina web citata dall’autore non è più disponibile online, riferimenti alla dichiarazione di Peter Singer sono ampiamente presenti in internet, N.d.R.), Singer afferma:

Per evitare d’infliggere sofferenze agli animali – per non parlare dei costi ambientali della produzione intensiva – abbiamo bisogno di diminuire drasticamente il consumo di prodotti d’origine animale. Ma questo vuol dire un mondo vegan? Potrebbe essere una soluzione, ma non necessariamente la sola. E’ la sofferenza inflitta che ci preoccupa, più che l’uccisione, allora posso anche immaginare un mondo nel quale la gente mangia soprattutto cibo vegetale, ma occasionalmente si regali il lusso di uova da galline allevate a terra, o forse perfino carne da animali che hanno vissuto bene, in condizioni naturali per la loro specie, e sono abbattuti umanamente in fattoria.(2)

Nell’intervista del maggio 2006 a Mother Jones, Singer afferma:

C’è un po’ di posto per l’indulgenza nella nostra vita. Conosco persone che sono vegan a casa ma se vanno in un ristorante particolare si concedono il lusso di non essere vegan quella serata. Non ci vedo veramente nulla di male.
Non mangio carne. Sono vegetariano dal 1971. Sono gradualmente diventato sempre più vegan. Sono molto vegan ma un vegan flessibile (flexible vegan). Non vado al supermarket per comperare cose non vegan per me stesso. Ma quando viaggio o vado a casa di qualcuno sono ben contento di mangiare vegetariano anziché vegan.

Nell’ottobre 2006 in un’intervista alla rivista welfarista Satya, Singer afferma:

Quando faccio la spesa per me stesso acquisto vegan. Ma quando viaggio ed è difficile reperire cibo vegan in alcuni luoghi o per difficoltà varie, sono vegetariano. Non mangio uova se non sono da galline allevate a terra, ma solo se lo sono. Non ordino un piatto pieno di formaggio, ma non mi preoccupo per esempio se un curry vegetale indiano è cucinato con il ghee (burro chiarificato, N.d.T.).

Singer argomenta che ci sono occasioni in cui abbiamo l’obbligo morale di non essere vegan:

Penso che sia più importante provare a produrre un cambio verso la giusta direzione che essere personalmente puri. Così quando state mangiando con qualcuno in un ristorante e il piatto vegan che avete ordinato arriva con un po’ di formaggio grattato sopra, qualche volta i vegan ne fanno una gran questione e lo rimandano indietro e questo può signifiare del cibo sprecato. E se siete in compagnia di gente non vegan e nemmeno vegetariana, penso che sia una cosa sbagliata. Sarebbe meglio limitarsi a mangiare, perché la gente poi pensa “Oh mio dio questi vegan….”.

Chiaramente non si può tracciare una differenza morale tra carne, prodotti del latte o uova. Quindi Singer si attesta sulla posizione seguente: se foste in un ristorante con dei non vegetariani e il piatto vegetariano ordinato arrivasse con un po’ di bacon o altro prodotto carneo, o se i vostri ospiti non vegetariani vi servissero della carne durante una festa, voi sareste obbligati a mangiare carne per impedire alla gente di pensare “Oh mio dio questi vegetariani…”.
Io discuto diffusamente la visione di Singer sull’uccisione degli animali nel mio saggioThe “Luxury” of Death.
L’attenzione di Singer verso il trattamento più che verso l’uccisione degli animali porta a pensare che il veganismo non sia altro che uno dei modi di ridurre la sofferenza, ma che non ci sia nulla di obbligatorio o di richiesto perché non c’è nulla di sostanzialmente sbagliato nell’uccidere gli animali. In realtà Singer vede un vegano coerente come un “fanatico”. E molti welfaristi parlano del veganismo in tale maniera. Per esempio Paul Shapiro, direttore della campagna di HSUS (Humane Society of the United States, N.d.T.) contro l’allevamento intensivo, afferma:

Sono vegan perché lo vedo come uno strumento per ridurre la sofferenza animale.

Vegan Outreach ne ha scritto estensivamente, e io sono d’accordo con loro. Scrivono che mangiare vegan “non è di per sé un fine. Non è un dogma o una religione, nemmeno una lista d’ingredienti proibiti o leggi immutabili – non è altro che uno strumento per opporsi alla crudeltà e ridurre la sofferenza”.
In altre parole il veganismo è solo un ulteriore modo, insieme a gabbie più grandi e altre riforme welfariste, di ridurre la sofferenza. E così Shapiro apparentemente giustifica la promozione delle uova non provenienti da allevamenti in batteria (cage free nel testo originario, N.d.R.) come “socialmente responsabili” collaborando con la coalizione che sostiene l’etichetta di certificazione “allevato e maneggiato umanamente“.
Per i welfaristi il problema di base è il trattamento degli animali, non l’uso. Come afferma Singer:

E’ ben difficile essere un onnivoro consapevole ed evitare tutti i problemi etici, ma se davvero foste attenti a mangiare solo animali che avessero avuto una buona vita, potrebbe essere una posizione etica difendibile.

Nel febbraio 2007, partecipai a un dibattito in podcast con Erik Marcus di Erik’s Diner. Marcus è un entusiasta promotore d’insignificanti riforme sul benessere animale, incluse le uova di galline non allevate in batteria. Ma, come il dibattito ha reso penosamente ovvio, Marcus esagera sulla protezione fornita agli animali dalle norme welfariste, nonostante non sia a conoscenza di fatti rilevanti. In più sembra essere inconsapevole di quanto le riforme welfariste rendano lo sfruttamento animale più accetabile socialmente, incrementando il consumo, così di come queste riforme facciano l’interesse economico degli sfruttatori istituzionali d’animali.
Un saggio del sociologo Roger Yates rivela la stupefacente ignoranza di Marcus e dei suoi colleghi di HSUS a proposito dello sfruttamento istituzionalizzato degli animali.
Marcus, come altri “vegan” welfaristi, sostiene che è accettabile mangiare cibo non vegan dal momento che si è vegan a livello essenziale e promuove regolarmente prodotti animali presumibilmente ottenuti più “umanamente”. Non discuto della sincerità di Erik, ma sono in profondo disaccordo con lui.
L’atteggiamento casual verso il veganismo è caratteristico dei welfaristi. Nel dicembre del 2006 per un articolo su Dan Mathews di PETA, Mathews e l’autore dell’articolo vanno a mangiare da McDonald’s e l’autore chiede a Mathews se per lui va bene se ordina un cheeseburger. Si riporta che Mathews risponde: “Ordina ciò che vuoi; metà dei nostri iscritti sono vegetariani e l’altra metà pensa che sia una buona idea“. […] E Matthews stesso prende un “veggie burger”- che nemmeno McDonald’s dichiara come vegetariano, dal momento che è cotto sulla stessa griglia della carne e altri prodotti d’origine animale.
L’abolizionista rigetta la posizione welfarista sul veganismo sia perché alimenta esplicitamente lo specismo e lo sfruttamento, ma anche perché è una strategia controproducente. Se spieghi a qualcuno che non c’è giustificazione morale nel mangiare alcun cibo d’origine animale, magari non lascerà subito tutto, ma è stato stabilito un obiettivo chiaro su una base precisa e coerente. Se dici che è accettabile essere meno di vegan, si può essere certi che nessuno vorrà spingersi oltre. Quando c’è gente come Singer, il cosiddetto “padre” del movimento, che dice alla gente che essere “onnivori consapevoli” è etico, è esattamente a questo che i più si atterranno.
In conclusione, c’è un mondo di differenza tra il veganismo degli abolizionisti e il “veganismo” dei welfaristi. Questi ultimi vedono il veganismo come un modo per ridurre le sofferenze ma non ne sanno riconoscere il fondamento etico.
C’è un mondo di differenza tra chi prende sempre posizione contro il sessismo e tra chi dice che bisogna essere “flessibili” e ogni tanto “concedersi” un po’ di sessismo, o perfino sentirsi obbligati di comportarsi in un certo modo per evitare la reazione “Oh mio dio, queste femministe….”

Traduzioni di Costanza Troini

Note:

1) Francione nel testo utilizza il termine flesh anziché meat. In inglese per fleshs’intende la carne viva, la carne del corpo vivente, mentre per meat si intende la carne come prodotto alimentare. Tale distinzione è importante da sottolineare perché in italiano non esiste e ciò può ingenerare confusione. Utilizzando il termine flesh, Francione intende sottolineare il fatto che la carne commercializzata altro non è che un pezzo del corpo di un Animale, annullando la separazione ontologica dei due termini.

2) Nella sua dichiarazione Singer parla di uova derivanti da Galline allevate con il metodo free range, ossia di Galline allevate a terra e non in batteria, ciò non significa affatto che si tratti di Galline allevate all’esterno “libere” di razzolare nel campo, ma in capannoni appositi dove gli Animali vengono ammassati e illuminati sa sola luce artificiale.

Commento di Veganzetta:

La posizione di Francione riguardante il veganismo è chiara: da abolizionista dichiara di reputarlo un fine, mentre accusa l’animalismo welfarista (lo si potrebbe definire anche riformista per meglio intendersi) di considerarlo meramente un mezzo senza comprenderne appieno le potenzialità. Prendendole per buone, le considerazioni di Francione permettono di chiarire alcuni punti che riguardano varie visioni riguardanti la questione animale e il loro rapporto con la pratica vegana: animalisti welfaristi, abolizionisti, liberazionisti, antispecisti considerano il veganismo secondo prospettive differenti e spesso molto distanti tra di loro.
Seguendo la traccia di Francione è possibile affermare che il welfarismo consideri la pratica vegana uno dei tanti mezzi per ottenere il fine di riformare la società umana secondo criteri più giusti nei confronti degli Animali, il veganismo – quindi – assume un ruolo nel percorso che il welfarismo intende attuare per ottenere leggi, normative e regolamenti per riconoscere agli Animali una serie di diritti fondamentali pur non mettendo in discussione la struttura e i fondamenti teorici della società umana specista. E’ chiaro che il veganismo in questa prospettiva appare una mera metodologia – depotenziata e svuotata delle sue caratteristiche fondanti – che con molte altre può tornare utile al conseguimento dell’obiettivo welfarista, il suo ruolo, pertanto, se non marginale, di sicuro non risulta centrale per l’animalismo welfarista, tanto molte persone welfariste non sono nemmeno vegane.
Per contro Francione afferma che per l’animalismo abolizionista – corrente che egli abbraccia – il veganismo rappresenta un fine. La differenza a suo dire quindi è notevole e si palesa nel fatto che l’abolizionismo si prefigge di giungere alla fine dello sfruttamento animale, mediante una serie di provvedimenti attuati dalle istituzioni, in modo da “correggere” se non cambiare la società umana secondo linee guida improntate al rispetto degli altri Animali. Quindi per l’abolizionismo una società vegana normata e sancita dalle istituzioni come noi oggi le concepiamo, rappresenta un fine. Per i motivi di cui sopra l’animalismo abolizionista non può essere considerato secondo una prospettiva rivoluzionaria capace di risolvere i problemi tra Umani e Animali: si potrebbe infatti giungere ai fini abolizionisti senza eliminare lo specismo dalla nostra società.
Per quanto concerne l’animalismo liberazionista, esso è molto più critico di quello abolizionista in riferimento alla capacità dell’attuale sistema sociale umano specista di autocorreggersi, la finalità – quindi – è l’ottenimento della liberazione animale mediante un cambiamento culturale che non derivi da provvedimenti istituzionali e impositivi. In questa prospettiva la pratica vegana ritorna ad essere un metodo di lotta considerato, però, nella sua pienezza di significato e utile al conseguimento dell’obiettivo che è la liberazione animale.
Simile al concetto di veganismo dell’animalismo liberazionista, è quello antispecista: la pratica vegana è una filosofia di vita, in essa si riassume una visione orizzontale, compassionevole, e antigerarchica della specie umana e diviene mezzo coerente con il fine che è quello della destrutturazione e ricostruzione della società umana in chiave a-specista, società in cui la liberazione animale interesserà anche la società umana. Nella sua ricerca delle ragioni dello specismo – e nell’individuazione dei metodi di lotta contro di esso – l’antispecismo fornisce la chiave di lettura della lotta liberazionista e quindi ne riporta molte caratteristiche ampliandone però gli orizzonti che arrivano a comprendere anche la liberazione umana: è chiaro, quindi, che il concetto di veganismo delle due correnti di pensiero appaia molto vicino.

Ultimo elemento di riflessione che scaturisce dal testo di Francione si potrebbe definire come una sorta di “assenza genitoriale” dell’idea antispecista. Se Richard Ryder è ricordato come l’ideatore del termine “specismo”, è pur vero che egli lo ha sempre considerato secondo una chiave di lettura ben particolare: lo specismo è una discriminazione. Chi si occupa della questione sa però che lo specismo è ben più che una discriminazione – individuale o collettiva – ma è anche un sistema di valori, un paradigma che caratterizza la società umana, per tale motivo Ryder è e rimane un autore importante per la teroria antispecista, ma non ne è evidentemente il padre. Si tende inoltre a considerare in ambito antispecista Tom Regan e Peter Singer come altre due figure “paterne”, anche in questo caso ci sono diverse questioni da sottolineare: la posizione giusnaturalista di Regan che parla di agenti morali, pazienti morali e di “valore inerente” dei “soggetti-di-una-vita” è senza dubbio uno degli aspetti di grande importanza per l’evoluzione del pensiero antispecista, ma che non considera una critica alla società specista e non concepisce la lotta allo specismo secondo una prospettiva rivoluzionaria: il fulcro del pensiero è sicuramente l’individuo (elemento fondamentale per l’antispecismo), ma il suo intervento si ferma ad esso e non supera il concetto dei diritti animali.
Per quanto riguarda Peter Singer a lui va il merito di aver reso celebre il concetto di specismo e di aver posto all’attenzione di un vasto pubblico la questione della liberazione animale. Il suo apporto, però, ha caratteristiche esclusivamente utilitaristiche (e non potrebbe essere altrimenti data la natura delle posizioni filosofiche di Singer), per tale motivo Singer approccia i numerosi e fondamentali problemi di relazione Umano-Animale secondo una lente utilitarista che è spesso ben lontana dal pensiero animalista liberazionista e dall’antispecismo, in cui anche un singolo individuo senziente schiavizzato rappresenta l’elemento fondamentale dell’idea liberazionista (come visto in precedenza parlando di Regan), ciò a prescindere da ogni altro tipo di considerazione che possa portare alla massimizzazione di un bene per il maggior numero di individui, come suggerirebbe l’utilitarismo.
Anche Singer, come Ryder, considera inoltre lo specismo come una discriminazione, non considerando un versante politico della lotta antispecista e non slegandosi mai realmente da una visione prettamente antropocentrica. Infine è possibile affermare che la sua coerenza utilitarista lo porta paradossalmente ad avventurarsi su posizioni chiaramente discutibili e incoerenti, come quelle evidenziate da Francione nel suo testo, in cui si citano affermazioni di un Singer tutt’altro che rispettoso dei più basilari fondamenti etici animalisti, tanto da spingerlo a dichiarare.

E’ ben difficile essere un onnivoro consapevole ed evitare tutti i problemi etici, ma se davvero foste attenti a mangiare solo animali che avessero avuto una buona vita, potrebbe essere una posizione etica difendibile.

E’ del tutto evidente che nemmeno Peter Singer, pur riconoscendo un suo ruolo di grande importanza per l’antispecismo, può esserne considerato il padre. Inoltre è importante sottolineare l’ovvio problema, che tale presunta “paternità” causa, discusso da Francione nel suo articolo:

Quando c’è gente come Singer, il cosiddetto “padre” del movimento, che dice alla gente che essere “onnivori consapevoli” è etico, è esattamente a questo che i più si atterranno.

In conclusione è possibile affermare che l’antispecismo attinge da un considerevole numero di autrici e autori, ma che, proprio per via delle sue origini “ibride”, non ha – per fortuna – madri o padri certi.

Indirizzo breve di questa pagina: http://www.manifestoantispecista.org/web/c5ie9

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