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Nove Tesi: Antispecismo Storico e Antispecismo Metafisico

Di seguito è possibile leggere un testo di Marco Maurizi pubblicato su Liberazioni ed ormai datato 20 marzo 2005.
Il tema affrontato in nove agili tesi è quello del confronto tra antispecismo storico e metafisico, la distinzione sarà chiarita dalla lettura.
Il testo riporta indubbiamente una visione interessante e meritevole di approfondimento. anche se sussistono delle affermazioni opinabili come la seguente:

L’uomo non è affatto in sé un animale dominante. La sua evidente debolezza fisica rispetto agli altri animali dice, anzi, palesemente il contrario. L’uomo diviene animale dominante e lo diviene solo come essere collettivo, sociale e non come “specie”.”

Dal punto di vista meramente antropologico è abbastanza chiaro che la specie umana abbia dimostrato una volontà di dominio intrinseca, forse proprio perché fisicamente debole e quindi esposta ad attacchi di altre specie. Il fatto di non avere potenti armi derivanti da abilità fisiche, è infatti causa (la natura è ricca di esempi in tal senso) di un’aggressività spiccata. Non è quindi opportuno basare la tesi dell’assenza di volontà di dominio nella specie umana su aspetti morfologici e biologici, lo si potrebbe fare magari considerando gli aspetti culturali ed evolutivi, ma è proprio la storia umana ad indicarci che è avvenuto l’esatto contrario.

Buona lettura.

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1. L’antispecismo attuale (metafisico) e quello che di cui abbiamo bisogno (storico)

L’antispecismo metafisico, cioè l’antispecismo corrente e più diffuso, contrappone in modo astratto l’uomo all’animale, è astorico e considera l’essere umano solo come individuo. L’antispecismo storico invece considera concretamente e dialetticamente il rapporto uomo-animale e considera l’uomo essenzialmente come essere sociale.

2. La fallacia dell’antispecismo metafisico

L’antispecismo metafisico non fa che 1) guardare la storia dell’umanità dal punto di vista del dominio sugli animali; 2) trasformare questo concetto in una realtà oggettiva posta al di sopra della storia e delle diverse società umana finora esistite; quindi, 3) porre questo fantasma (“Lo Specismo”) come causa di tutte le violenze perpetrate sugli animali finora. In realtà, lo specismo – la convinzione propria del genere umano di essere qualcosa di altro e superiore agli altri animali e di poterne disporre a proprio piacimento – non è causa di niente ed è, semmai, effetto di qualcosa che gli antispecisti metafisici devono ancora spiegarci.

3. Come nasce la favola dell’antispecismo metafisico (Singer)

L’antispecismo metafisico è l’errore fondamentale e inemendabile di Singer: “Non dobbiamo ritenere queste pratiche aberrazioni isolate: infatti le possiamo interpretare correttamente solo se le consideriamo come manifestazioni dell’ideologia della nostra specie, vale a dire come l’atteggiamento che noi, animali dominanti, abbiamo verso altri animali” (Lib. an., p. 189).

L’uomo non è affatto in sé un animale dominante. La sua evidente debolezza fisica rispetto agli altri animali dice, anzi, palesemente il contrario. L’uomo diviene animale dominante e lo diviene solo come essere collettivo, sociale e non come “specie”.

4. Perché l’antispecismo deve essere storico

In che modo la coscienza specista giustifica (ma non produce) i diversi comportamenti specisti (allevare una certa specie di animali a scopo alimentare, usarne un’altra per il vestiario, sacrificarne un’altra ancora per esigenze rituali-religiose etc. etc.) è una questione che non può essere posta in generale ma riguarda la storia dell’uomo e solo qui può trovare una spiegazione vera. Invece la “breve storia dello specismo” abbozzata da Singer in Animal Liberation non è una storia reale, (cioè di individui che vivono in società concrete, con bisogni specifici etc.), ma una storia di “idee”. Singer cita alcuni pensatori che durante la storia hanno proposto questa o quella concezione dell’animale, come se la storia reale fosse fatta dai filosofi. Invece le teorie dei filosofi non fanno che rispecchiare un tipo di esistenza sociale (Aristotele, ad es., giustificava la schiavitù perché la società greca del suo tempo non poteva esistere senza schiavi etc.). È a partire dall’organizzazione della società umana che si comprende il costituirsi dello specismo e non il contrario!

5. Perché l’antispecismo storico non è relativista

Comprendere come le varie società umane e le diverse epoche hanno giustificato l’uso degli animali non significa dire che esistono tanti “specismi” quante società ed epoche si sono avvicendate nella storia (e quindi relativizzarne il concetto) ma al contrario trovare l’origine comune di essi nel modo in cui funziona la società umana reale.

6. L’antispecismo metafisico non riesce a comprendere il razzismo e il sessismo

L’antispecismo metafisico non ha alcun rapporto con il razzismo e il sessismo. O spiega lo specismo come “analogo” al razzismo e al sessismo (e quindi non spiega che rapporto c’è tra questi termini). Oppure considera lo specismo come concetto “più generale” del razzismo e del sessismo (e quindi commette la fallacia di cui al punto 2, considerando un concetto la causa di un evento reale). Oppure da una spiegazione pseudo-storica di questo tipo: lo specismo è causa del sessismo e del razzismo perché l’uomo prima soggioga gli animali, poi l’altro sesso, poi le altre razze (oppure: prima gli animali, poi le altre razze, poi l’altro sesso e così via). In realtà questa è un’altra favola che ha solo l’apparenza di una spiegazione storica.

7. L’antispecismo storico spiega il razzismo e il sessismo

L’evento storico che è alla base dello specismo, del sessismo e del razzismo è il sorgere della contrapposizione tra spirito e natura. Questa separazione dalla natura e la nascita dell’illusione di una realtà spirituale superiore alla natura sono alla base dello specismo, del sessismo e del razzismo. Di volta in volta l’uomo considera sé come rappresentante dello spirito e proietta sull’altro l’inferiorità della natura non-spirituale (gli animali, la donna, le altre “razze”).

8. L’antispecismo storico spiega l’uomo come essere sociale

Il dominio sulla natura è sempre giustificato in nome dello spirito. Ma esso è fondato sul dominio all’interno della società, sulla gerarchia sociale (dunque sulla violenza dell’uomo sull’uomo). L’autonomia dello spirito e la sua contrapposizione alla natura è possibile solo laddove alcuni vivono del lavoro degli altri e possono dedicarsi ad attività spirituali (dall’elaborazione di un sapere teologico al perfezionamento della scienza etc.). Questo processo comincia nell’oscurità della preistoria umana (quando l’uomo uccideva gli altri animali come un animale qualsiasi, senza dover giustificare la propria violenza) ma si perfeziona con le prime forme di società umana organizzate in senso gerarchico. Tutta la cultura umana è costruita sulla sofferenza dell’uomo, oltre che su quella degli animali.

9. L’antispecismo metafisico separa l’uomo e l’animale

L’antispecismo metafisico dice che l’uomo dovrebbe abbandonare lo specismo per il bene delle altre specie, perché lo specismo consiste nel perseguire l’interesse dell’uomo a scapito degli altri animali. In tal modo l’uomo continua ad essere separato e contrapposto alle altre specie. L’antispecismo storico insegna invece che la prima vittima dello specismo è l’uomo stesso e che esso deve porvi fine per liberare sé assieme a tutti gli altri animali.

Indirizzo breve di questa pagina: http://www.manifestoantispecista.org/web/OiSB5

6 Commenti

  1. Sarei interessato a capire in che modo l’autore di queste “agili tesi” – come le definisce il nostro Cerealkiller – abbia potuto (senza neanche porsi il benchè minimo dubbio) dare per scontata una divisione così netta fra due antispecismi, quello storico e quello metafisico, che francamente mi lascia oltremodo basito.
    Non sono uno sprovveduto, ma con tutta onestà ho dei limiti a capire come sia possibile poter credere all’esistenza di DUE antispecismi, presentati tra l’altro senza offrire uno spiraglio di discussione.
    Su quali basi si parte da un simile presupposto?
    E soprattutto: come è possibile iniziare una disamina così delicata e difficile senza porsi (anzi: senza porre, con umiltà, agli interlocutori) il problema se esista veramente questa differenziazione?
    Concordo sulle opinabilità sollevate da Adriano: alle quali aggiungerei anche che, se si parte da affermazioni categoriche come queste, ben difficilmente si può portare il discorso ad un punto di svolta che possa in qualche misura far giungere alla redazione di un manifesto.
    Trovo queste affermazioni prive di una volontà dialogica. Non mi pongo in contrapposizione per partito preso: vorrei conoscere le ragioni che hanno portato a queste conclusioni.
    Forse è solo un problema di forma. Ma come mi hanno insegnato, la comunicazione è tutto.
    L

  2. Ciao Lidio,

    Come scrivevo nell’introduzione al documento è una visione, un punto di vista, sia esso categorico o meno, ha poca importanza, nel senso che in ogni caso può servire a far riflettere altre persone. E’ ciò che è accaduto con il tuo commento, e questo (il confronto) è ciò che serve.
    Concordo con te che dove ci sono affermazioni categoriche sia più difficile arrivare ad un accordo, a una visione unanime del problema. Però ritengo anche che è proprio la ricchezza della diversità che potrebbe maggiormente aiutarci. pertanto c’è chi ritiene che esistano due antispecismi, chi lo reputa assurdo e via discorrendo.
    A volte è un problema di forma, concordo, ma suggerisco in ogni caso di prendere sempre e comunque con il dovuto distacco la questione e calarna in un contesto generale e non particolare. Siamo solo agli inizi.
    Mi premurerò di avvisare l’autore in modo che possa – se vuole – fornire una risposta.

  3. Caro Adriano,
    anzitutto ti ringrazio per aver “recuperato” questo testo. Devo però fare due premesse alla lettura del medesimo:

    1) lo considero un testo in parte già invecchiato…da quando è stato scritto la ricerca (mia e di altri) sulla definizione di specismo ha sicuramente fatto progressi. Non nel senso di “rinnegare” quanto scritto ma sicuramente nel senso di renderlo più preciso.

    2) si tratta di “Tesi” e non di un saggio. Le tesi sono un “programma di lavoro”, l’abbozzo di un ragionamento, non una esposizione esaustiva. Per questo la loro apparenza “perentoria” e “assertiva” deve essere presa cum grano salis (ad ogni modo non c’è alcuna affermazione dogmatica o aprioristica nelle tesi: anche se in modo molto stringato, la differenza tra antispecismo metafisico e storico viene ampiamente argomentata, mi pare).

    Detto questo mi pare che ci sia un grosso equivoco nell’obiezione che muovi e mi sembra (ad occhio e croce) si tratti dello stesso equivoco che muove le tue obiezioni all’altro mio testo che hai pubblicato (e a cui risponderò in seguito). Ovviamente l’equivoco è dovuto esclusivamente all’esposizione troppo stringata del testo e quindi è colpa mia. In sostanza tutto dipende da cosa si intende per “animale dominante”. Tu cosa intendi con quest’espressione?

  4. Ciao Marco,

    Ti ringrazio per la risposta.
    Infatti ho cercato di proporre il testo come uno stimolo, una visione del problema ed un’idea inserendolo anche nella categoria “idee e proposte” e “stimoli”.

    Animale dominante: in questo frangente lo interpreto come atteggiamento che la nostra specie ha nei riguardi delle altre specie, il tutto considerando l’aspetto biologico della questione

  5. ***
    Dal punto di vista meramente antropologico è abbastanza chiaro che la specie umana abbia dimostrato una volontà di dominio intrinseca, forse proprio perché fisicamente debole e quindi esposta ad attacchi di altre specie.
    ***

    Torno su questo argomento un attimo, perché da qualche altra parte ho letto un pezzo di Adriano che citava con una certa convinzione la caratteristica violenta e dominante della specie umana basandosi sull’antropologia, ma non lo trovo più! :-(

    Cmq riparto da qui.

    L’antropologia non è una statica ed univoca come una materia scientifica classica, perché suo malgrado è fortemente fallibile.
    In particolare ci sono intere correnti di pensiero (e studio ovviamente) che negano assolutamente questa natura dominante e aggressiva della specie umana.
    Se non ricordo male, uno degli studi che più servì ad accreditare la teoria dell’aggressività intrinseca alla specie, fu fatto studiando i gorilla. Poi però si scoprì che i gorilla tra i primati non sono quelli che ci somigliano di più, anzi! Lo sono gli scimpanzé, la cui aggressività è attualmente dimostrata come “reattiva”, cioè che si scatena solo a seguito di stress, a differenza dei gorilla che invece sono aggressivi e dominanti per tutt’altri motivi.

    In questo contesto si sviluppa poi anche la forte critica all’antropologia machista (non maschilista ;-)). Quella che un po’ ciecamente ci sognava cacciatori assetati di sangue, e che appunto accecata da questo si è fatta abbindolare da miti poi dimostratisi falsi o quando meno seriamente opinabili.

    Questa variante è fondamentale per l’antispecismo.
    Per farla breve:
    Se davvero siamo come i gorilla, l’antispecismo potrebbe agire solo sul piano della contrapposizione, perchè non si può pensare di sradicare una proprietà connaturata alla specie senza scatenare serie e gravi conseguenze. Sarebbe come cercare di togliere l’istinto felino ai gatti. No? Tutto si porrebbe sul piano dell’empatia che diventerebbe l’unico anti di cui potremmo dotare l’umanità.
    Se invece siamo come gli scimpanzé, allora possiamo combattere anche l’ideologia, usare uno strumento in più che è la nostra intelligenza, a partire dal ricostruire una storia della specie umana il più possibile credibile (non noi, intendo gli studiosi), e darci una speranza sul fatto che senza specismo questa nostra storia sarebbe stata completamente diversa.

    Stabilirlo è complesso, ma è prezioso cominciare a tenere in considerazione che valide correnti antropologiche non concordano affatto con quanto si è voluto credere e si crede tutt’ora. Citerò delle fonti appena torno in possesso di alcuni libri prestati…ho una pessima memoria :-(

    Resta poi da trovare la causa reale ovviamente. Nel senso che se il delirio cui stiamo assistendo è nato da una causa originaria cosiddetta specista, cosa ha dato vita allo specismo originario?
    Sembra un indovinello ma non lo é. Ma la dimostrazione scientifica l’avremo solo una volta trovata la vera causa ^^

    Tenendo ben presente che non possiamo attribuire un giorno di nascita ad una entità teorica così complessa come quella in corso di esame, perché non sarà certo nata in un giorno ma cresciuta a partire o intorno a qualcosa probabilmente di quasi innocuo, cosa può davvero avere scatenato il primo comportamento [b]metodico[/b] di sopraffazione degli animali, tanto da necessitare poi idee che suffragassero arbitrariamente questi comportamenti?
    Quanto indietro bisogna andare per scoprirlo?

    Io una mia teoria ce l’ho. Quanto valida, be’, vorrei averla letta nelle parole di qualcun altro molto più figo e preparato di me, così da dire “sono d’accordo” e basta.
    Invece non ho ancora incontrato nessun riferimento a questa mia idea, il che significa solo due opzioni
    a) è una cazzata
    b) è ragionevole ma…

    …ma boh. Resta il fatto che la mia idea, di origine del comportamento specista, è l’unica che a ritroso mi permette di trovare coerenza negli effetti, ma anche di dire che se è davvero quella la causa, le cose per la nostra specie sono ancora più complicate del previsto.

    Non accenno a questa causa solo perchè vorrei esporla bene, e vorrei chiedervi, se avete una idea in proposito di spiegarla, perchè veramente per me è una dannazione.
    E rifacendo la domanda per chiarezza:
    Cosa ha portato gli esseri umani a comportamenti METODICI di sopraffazione nei confronti degli animali tali per cui abbiamo dovuto trovare teorie di superiorità a giustificarle?

  6. Cara Eva,

    come avrai letto in altri post sono assolutamente d’accordo con te. In genere credo che bisogna assolutamente distinguere i senguenti concetti:

    – aggressività
    – violenza
    – crudeltà
    – specismo

    Benché si possa dire che nell’uomo esiste (come in ogni animale) una “aggressività” congenita, essa ha in genere un valore “benigno”, serve all’autodifesa, all’azione etc. Anche la violenza e la crudeltà (che pure sono diverse ma che ora non ci interessa differenziare) possono essere caratteristiche individuali congenite o sviluppate tramite un determinato ambiente sociale. Ma mentre si può dire che l’aggressività, la violenza, la crudeltà sono insite nella struttura biologica dell’uomo, secondo me non ha senso dire la stessa cosa dello specismo, perché lo specismo è un COSTRUTTO SOCIALE! Nell’individuo ci sono certo degli elementi senza il quale esso non si produce ma poi esso è la risultante di uno sviluppo complesso che trascende il singolo. Sarebbe come dire che nell’individuo è potenzialmente compreso il “nazismo”…non ha senso e, ripeto, non perché l’uomo sia buono in sé (per me l’uomo non è né buono, né cattivo), ma perché il nazismo si spiega SOLO mettendo insieme le potenzialità dell’individuo (aggressività, violenza, crudeltà) e una serie di condizioni che sono specifiche, cioè storiche e sociali. Lo stesso per lo specismo.

    Invece per quanto riguarda il secondo punto: la risposta alla tua domanda (“com’è che si produce il comportamento “metodico” di oppressione dell’animale?”) secondo me c’è ma non so se la risposta a questa domanda spieghi effettivamente l’origine dello specismo…

    Intendo dire:

    (1) le società umane uccidono animali mano a mano che si affinano le capacità intellettive (produzione di strumenti di offesa, elaborazione di tattiche di caccia) e cooperative (caccia ad animali di grossa taglia…inizialmente spingendoli in paludi o giù da dirupi etc.). Tuttavia, la caccia costituisce ancora – a questo livello – una forma di incontro/scontro con l’animale che si gioca su piano paritario e di “rapporto”.

    (2) Generalmente, infatti, si tende a retrodatare l’origine del “dominio” alla domesticazione delle specie (neolitico), cioè al controllo del ciclo biologico dell’altro (quindi alla sua TOTALE – cioè METODICA – funzionalizzazione ai nostri bisogni).

    Il passaggio da (1) a (2) viene quindi visto, ad esempio dai primitivisti (Zerzan), come il PECCATO ORIGINALE, cioè l’origine delle società umane gerarchiche ed oppressive (non solo in senso extraspecifico ma anche intraspecifico).

    Il problema di questa spiegazione è che in realtà non c’è una CESURA storica reale tra i due momenti. Sappiamo infatti – e questo è un motivo di critica alle tesi di Zerzan – che prima che iniziasse la pratica dell’allevamento le società mesolitiche (cioè di passaggio dal paleolitico al neolitico) operavano già una SCELTA nel tipo di selvaggina, compivano cioè una CACCIA SELETTIVA (scegliendo in base alle esigenze e alle disponibilità ecologiche certe specie invece che altre e certi individui invece che altri) mostrando quindi di avere già un’idea di come GESTIRE il vivente in quanto RISORSA PERMENENTE (senza contare che già venivano sfruttate per diversi fini umani praticamente TUTTE le parti dell’animale ucciso: carne, pelle, denti etc.). Anche la sedentarizzazione (propedeutica all’allevamento e all’agricoltura) è conseguenza del fatto che le società nomadi cominciano a spostarsi in un ambito limitato, sfruttando di volta in volta un terreno e le risorse (vegetali e animali) che vi stanziano o vi passano in un dato periodo dell’anno.

    Dunque, la risposta alla tua domanda: “cos’è che rende METODICO lo sfruttamento animale?” (e vegetale) secondo me è semplice: è la RAGIONE STRUMENTALE, cioè il fatto che l’uomo sa (o impara a) calcolare qual è la via più facile di soddisfazione di un bisogno.

    Però con questa risposta non abbiamo detto nulla dell’origine dello specismo come “ideologia del dominio”, ovvero nascita di una pretesa differenza “ontologica” tra umano e non umano e come creazione della “superiorità di specie”, no?

    Però a ciò vorrei aggiungere la seguente considerazione (su questo cfr. “Cos’è l’antispecismo?”): non TUTTE le società umane hanno stabilito un dominio pratico sull’animale (allevamento) e hanno prodotto un’ideologia di tipo specista (rigida separazione tra uomo e animale, idea di superiorità)…le società di caccia e raccolta non sono iscrivibili in questa tendenza (seppure uccidono animali crudelmente, saprai dalla letteratura antropologica che l’animismo ha una concezione unitaria e non antropocentrica del vivente). Al contrario, invece, le società che hanno stabilito un dominio sull’animale hanno prodotto gerarchie infraspecifiche…e solo le società gerarchiche hanno prodotto l’ideologia del dominio. Dunque, la mia potesi è che l’ideologia specista si produca solo dove si è prodotta una gerarchia di classe, nel senso che per produrre l’idea dell’uomo DIVINO non basta l’asservimento animale ma ci vuole l’asservimento umano: solo dove alcuni uomini (re, sacerdoti) vengono investiti della qualità “divina” a scapito di altri uomini si produce una gerarchia di valore anche TRA l’uomo e l’animale.

    Beh io ho detto la mia. La tua tesi invece qual è? :)
    M

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