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Lettera aperta della Veganzetta al futuro movimento antispecista: le radici comuni

Dalla Veganzetta: http://www.veganzetta.org/?p=451

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Ogni percorso finito ha un suo punto di partenza ed un suo arrivo. Non fa eccezione la filosofia antispecista che come punto di arrivo ha la liberazione animale (umana e non) e di conseguenza una nuova società umana libera, solidale ed egualitaria. Disquisire sul percorso e sul suo arrivo è già un esercizio arduo, ma risulta impossibile se viene a mancare un requisito fondamentale: una partenza comune. Fuor di metafora ci preme come redazione della Veganzetta affrontare il tema delle radici comuni del pensiero antispecista, radici assai complesse e variegate, ciò perché senza una solida base da cui partire ogni sforzo per avanzare risulterebbe vano, e quanto sta accadendo, e quanto è accaduto di recente, lo dimostra.
Individuare un’unica origine generatrice dell’antispecismo non è possibile, proprio per il fatto che risulta chiara una sorte di commistione tra diverse anime e visioni a volte tra di loro anche poco compatibili. Storicamente si può ricondurre la nascita ufficiale del pensiero antispecista agli anni ’70, e precisamente al 1970 quando Richard D. Ryder, uno psicologo inglese, conia il termine “specismo” (1). Analizziamo però una considerazione dalla quale si è evoluto molto del sentire comune antispecista:

«Il razzista viola il principio di eguaglianza attribuendo maggior peso agli interessi dei membri della sua razza qualora si verifichi un conflitto tra gli interessi di questi ultimi e quelli dei membri di un’altra razza. Il sessista viola il principio di eguaglianza favorendo gli interessi del proprio sesso.
Analogamente, lo specista permette che gli interessi della sua specie prevalgano su interessi superiori dei membri di altre specie. Lo schema è lo stesso in ciascun caso
» (2)

Tale posizione è nel contempo origine di gioie e dolori per il pensiero antispecista contemporaneo. Infatti troppo spesso ci si è fermati a questo concetto per formulare una definizione di antispecismo, e questa superficialità di analisi ha generato delle pericolose derive sia in campo teorico che in quello pratico.
L’idea stessa che l’antispecismo sia una diretta derivazione di lotte sociali interspecifiche come l’antirazzismo, l’antisessimo e similari, è del tutto fuorviante; infatti l’antispecismo per la prima volta si occupa non delle istanze di una minoranza o di un gruppo sociale, o etnia che rivendica i propri diritti, ma di una vastità di esseri senzienti che non lo fanno perché non ne sono in grado. La differenza abissale tra le lotte per l’emancipazione umana e la lotta antispecista è questa: per la prima volta non c’è un gruppo che rivendica un diritto, e che lotta per esso, ma rappresentanti di una specie vivente che lottano per evitare che la loro stessa specie continui a sfruttare le altre. Ciò pone l’antispecismo su di un piano assolutamente diverso da quanto accaduto in precedenza nella storia delle lotte civili e sociali dell’umanità. Ed è per questo che sarebbe preferibile adottare una diversa definizione di antispecismo, o perlomeno un diverso concetto esplicativo, che consideri una naturale evoluzione di pensieri egualitari, e non una sua diretta derivazione da uno di essi. La differenza pare minima ma nella realtà è fondamentale.
Infatti una naturale evoluzione sarebbe da intendersi come l’elaborazione di una diversità di concetti critici, una loro fusione, somma ed armonizzazione, elementi necessari per poter creare un pensiero del tutto nuovo e di ampiezza inedita. Una diretta derivazione da precedenti lotte di emancipazione sociale è quindi un errore concettuale che porterebbe a considerare il pensiero antispecista alla stessa stregua di quello antirazzista, antifascista o antisessista.
Ciò non può essere possibile perché, come detto in precedenza, l’antispecismo è la loro somma (e la somma di molto altro), e non una loro variante.
L’equazione antispecismo=antifascismo o antirazzismo è sbagliata e pericolosa. L’antispecismo è ANCHE antirazzismo, ANCHE antifascismo, ma non solo, l’antispecismo è un nuovo paradigma, una rivoluzione sociale e culturale che intende rifondare la società umana, non può pertanto essere considerato da un unico punto di vista.
L’antispecismo nella sua complessità coinvolge pensieri distanti e diversi, concetti complessi e deve essere considerato come un nuovo progetto.
Dall’anarchismo verde, a Earth First! e l’ecologismo radicale, dalle teorie di Murray Bookchin, all’ecologia profonda, dall’animalismo anglosassone all’animalismo di matrice anarchica libertario e individualista, e alla teoria e azione di Barry Horne, dagli scritti di Theodor Adorno ed Max Horkheimer (Scuola di Francoforte) in cui c’è molto dell’antispecismo moderno, ai testi di Rosa Luxembourg, da Jeremy Bentham per arrivare a Peter Singer, Tom Regan e Jim Mason, dalle considerazioni sul darwinismo di James Rachel, agli scritti ispirati di Anna Maria Ortese, dalla visione dei diritti degli Animali di Mark Rowlands, a Charles Patterson o Ralph Acampora, dal femminismo di Carol J. Adams, a Gary L. Francione, fino a considerare la non violenza di Gandhi e di Aldo Capitini.
Questo piccolo elenco in ordine sparso di contributi teorici non è assolutamente esaustivo, e molto altro vi si potrebbe aggiungere (basti pensare a quanto i pensatori classici e del passato ci hanno lasciato: da Platone, Pitagora, Teofrasto e Plutarco a Leonardo da Vinci fino a Voltaire e Bentham). Ciò solo per dimostrare quanto possa essere variegata la genia della filosofia antispecista, e quanto sia ancora in divenire.
Nessuno può e deve pertanto arrogarsi il diritto di considerare tale filosofia come figlia di un progetto politico, sociale o culturale. Considerare ad esempio l’antispecismo (come troppo spesso si sta facendo ultimamente) una variante dell’anarchismo libertario, e di conseguenza tentare una fusione tra idea ed azione anarchica ed antispecista è un’assoluta riduzione, un evidente passo indietro, nonché un grosso errore tattico e politico. L’antispecismo NON è anarchia, come NON è comunismo, ma trae ispirazione e forza anche da alcuni loro concetti, di sicuro non può essere assoggettato a strategie e pratiche da essi poste in essere, perché esso non può rappresentare in alcun modo il passato, bensì si propone di progettare un nuovo futuro assolutamente diverso e distante dallo status attuale e il più possibile slegato da ogni pensiero antropocentrico che ha permeato e permea anche le visioni rivoluzionarie più avanzate.
Le radici comuni, come per un albero che cresce vigoroso, sono numerosissime, in perfetta libertà chi si occupa di antispecismo continuerà a prediligerne alcune, ma è necessario tener ben presente che solo l’insieme delle radici potrà continuare a sorreggere ed alimentare l’intero albero, e nessuna di esse potrà mai sostituirne altre. Solo in questo modo potremmo riuscire a definirci compagni, veri compagni di una nuova società libera, e non compagni di coloro che rimangono ancora aggrappati a soluzioni parziali di un problema complesso che trascende la specie. Urge quindi un definitivo affrancamento dalle ideologie passate, senza rimpianti, senza dubbi, ma con la consapevolezza che qualcosa di nuovo di rivoluzionario è nato.

Concludiamo con la speranza che vi sia realmente una volontà di collaborazione tra persone antispeciste, e che si intraprenda un cammino comune fatto di commistioni di diverse istanze e pensieri, a tal proposito proponiamo la lettura e l’analisi di una “cassetta degli attrezzi”(3) per un futuro movimento antispecista, strumento utile ed aperto a critiche e contributi per l’avvio di una seria e costruttiva discussione.

La Redazione della Veganzetta

Note:

(1) Suggeriamo la lettura del testo Brevi note su Specismo e Antispecismo – di Massimo Filippi
http://antispecismo.wordpress.com/2008/03/11/specismo-e-antispecismo-storia-e-prospettive
Per una panoramica su specismo ed antispecismo.
(2) Peter Singer, Liberazione animale, Il Saggiatore 2003. Pg 24
(3) La cassetta degli attrezzi: http://antispecismo.wordpress.com/cassetta-degli-attrezzi/

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Indirizzo breve di questa pagina: http://www.manifestoantispecista.org/web/YPxAR

4 Commenti

  1. Ciao Antonio,

    Solo in apparenza sei d’accordo.
    Infatti le differenze di approccio sono notevoli.
    Tu erroneamente fai una distinzione netta tra antispecismo e lotta alle discriminazioni intraspecifiche, questo errore concettuale deriva dalla convinzione che ciò che accade agli Animali non riguardi l’Umano e viceversa. La storia ci insegna però che non è così.
    Il movimento antispecista si prefigge la LIBERAZIONE ANIMALE.
    Ora bisogna intendersi una volta per tutte cosa significhi ANIMALE. Se si vuole adottare un approccio davvero antispecista l’animale è sia l’Umano sia il non umano. Infatti parliamo di Umani e Animali (entrambi con prima lettera maiuscola, per evitare di parlare di umani e non umani), ciò per significare inoltre che vi è pari dignità. In sistesi si vuole definitivamente abbattere il muro specista che ha diviso la specie umana dalle altre specie animali elevandola a specie dominante e ponendola al di sopra delle logiche naturali. E’ indubbio che la specie umana sia la più potente e distruttiva tra le specie viventi (senzienti e non), ma questo non significa che debba essere posta al di sopra delle altre. La specie umana E’ una specie animale, pertanto noi siamo animali. Il ritorno ad un naturale alveo (in seno alla natura) non significa per forza un ritorno alla natura, ma alle logiche che essa prevede. Se si lotta per fare in modo che la specie umana termini questa sua assurda guerra contro la natura e le altre specie, come si può pretendere che ciò si avveri se gli stessi Umani non cessano di adottare metodi discriminatori tra di loro?
    In sunto: può un antispecista occuparsi di un Cane o un Gatto e difenderli dalla violenza per poi permettere che si usi violenza contro un migrante extracomunitario, o un barbone, o una donna o un omosessuale? Evidentemente no. L’antispecismo esige un’assoluta coerenze, e se si è contro la discriminazione tra specie, si è anche contro la discriminazione tra individui della stessa specie.
    Essere antispoecista significa avere a cuore la sorte del singolo, non della specie o dell’ecositema.
    Pertanto se è vero che un antirazzista o un antisessista può benissimo NON essere un antispecista, è vero anche che un antispecista in quanto tale è ANCHE antirazzista, antisessista e contrario ad ogni idea e/o pratica di dominio, prevaricazione e discriminazione.
    Ciò che siamo e facciamo è causato da una società umana ingiusta, crudele ed egoista: fino a quando essa non cambierà – fino a quando noi non cambieremo – non vi sarà nessuna liberazione animale.
    Questa considerazione è assolutamente logica e consequenziale. Non esistono posizioni relamnete antispeciste che prevedano una netta divisione tra problemi di rapporto tra Umano-Animale e problemi di rapporto tra Umano-Umano.

  2. E sono nuovamente d’accordo con te. Ma quando parli di una concezione allargata che comprenda anche la situazione umana non parli più di antispecismo ma di antidiscriminazione, di movimento per l’uguaglianza o di altro ma non, secondo me, di antispecismo. Il movimento antispecista nasce ed è un movimento antidiscriminatorio tra le specie e non un all’interno della specie umana. Può essere una naturale evoluzione del pensiero ma non è condizione per l’antispecismo. I rapporti all’interno della specie attengono ad altro (antirazzismo, antisessismo, ecc.) ma non all’antispecismo perchè questo riguarda solo i rapporti tra i due macroinsiemi (umano ed animale). Persa questa distinzione si perde l’identità dell’antispecismo e si rientra solo in un movimento per l’uguaglianza (in cui è presente anche l’antispecismo ma con il quale, quest’ultimo, non si identifica totalmente). Io la vedo così, ecco perchè dicevo che un antispecista PUO’ ANCHE essere antirazzista ma non necessariamente, perchè il problema dell’uguaglianza all’interno della specie, ripeto, può riguardare la sua sfera morale ma non il suo essere antispecista. Se siamo i primi noi a non credere in una dignità morale dell’antispecismo e quindi abbiamo bisogno di inserire altri argomenti che abbiano già un loro riconoscimento morale non vedo grossi passi avanti. Mi ripeto, la liberazione umana può essere una naturale evoluzione del pensiero, una forma di lotta integrata per raggiungere il nostro fine ma non è condizione essenziale per l’antispecismo per il semplice fatto che esulerebbe dalla definizione propria di antispecismo.
    Infine vorrei farti osservare che non condivido e non condividevo già allora l’antispecismo di Singer per il semplice fatto, come ben sai, che quella teoria fu formulata solo per dare una giustificazione alla vivisezione; devo , però, riconoscere che moltissimi punti sono condivisibili ed accettabili.
    Scusami se continuo a mettere in discussione quello che dici magari sembrando che parli dal pulpìto ma questo è ciò che penso e non trovo modo migliore per esprimermi.

  3. Ciao Antonio,
    Grazie per il tuo commento.
    In realtà ciò che tu indichi è la concezione iniziale dell’antispecismo, ossia come l’antispecismo è stato concepito originariamente e come ciò ci può desumere dalle pagine di liberazione animale di Singer e da altri autori. In realtà la visione critica antispecista ha fatto molti passi avanti da allora, basti pensare al rifiuto dell’approccio utilitarista tanto per dirne una.
    Ciò che ora l’antispecismo è sicuramente deriva dal suo concetto iniziale, ma ora le cose sono cambiate: quando si parla di LIBERAZIONE ANIMALE non ci si riferisce solo ed esclusivamente a quella degli Animali, ma anche degli animali umani. In definitiva se la società umana NON cambia come si può pensare che cambi il rapporto con gli altri?
    Quindi la liberazione umana viaggi di pari passo con quella animale, è una conseguenza. Non è pertanto logico che essendo contro il razzismo si è anche contro lo specismo, ma è logico il contrario.
    Non si parla di una nuova dignità morale dell’antispecismo, ma di una concezione allargata che comprenda anche la situazione umana. Altrimenti si tratterebbe l’umano come una specie a parte, come del resto è accaduto sino ad ora. Ci si comporterebbe quindi da specisti.

  4. L’analisi fatta in questa lettera e cioè che l’antispecismo non nasce come “diretta derivazione di lotte sociali interspecifiche come l’antirazzismo, l’antisessimo e similari” mi trova d’acccordo ma noto maggiormente in questo blog e in questa lettera in particolare la necessità di voler dare all’antispecismo una sorta di riconoscimento morale
    Mi spiego meglio. L’antispecismo, a mio avviso, nasce in quanto vi è l’esistenza di almeno due specie animali, in particolare animali appartenenti alla razza umana e animali non appartenenti alla razza umana; senza questa distinzione non si parlerebbe di antispecismo. Ancora nasce come movimento di liberazione degli animali non appartenenti alla razza umana quindi è profondamente sbagliato il continuare a voler sottolineare che l’antispecismo tende alla liberazione animale(umana e non) ; è sbagliatio il voler continuare a sottolineare che gli antispecisti siano anche antirazzisti,anche antisessisti ecc. perchè questo denota solo una profonda sottomissione ideologica al pensiero dominante e a mio avviso è un modo di rispondere alla famosa frase che ci viene continuamente posta e cioè con tutti i problemi che ci sono per gli umani pensate agli animali? il fine dell’antispecista non è quello di liberare l’uomo nell’ambito della propria specie ma riconoscere agli animali gli stessi diritti naturali riconosciuti agli umani. Il fatto di essere antirazzista riguarda solo la sfera morale personale dell’antispecista ma non può riguardare l’antispecismo in quanto il razzismo è comunque un problema interno alla specie umana. E ciò è confortato dalla constatazione che se fosse vero che l’antispecista è ANCHE antirazzista dovrebbe essere vero anche il contrario e cioè che l’antirazzista è anche antispecista. (Faccio osservare che l’antirazzismo è un movimento che non supera i confini della propria specie).
    Quindi, più giusto sarebbe dire che l’antispecismo PUO’ ANCHE essere antirazzismo ma non necessariamente.

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