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La cassetta degli attrezzi

Come chiunque si accinga a cominciare un’opera, anche l’antispecista ha bisogno di una serie di attrezzi che lo aiutino a portarla a conclusione nel migliore dei modi.

Con un po’ di fantasia possiamo immaginare quali possano essere gli attrezzi presenti in un’ipotetica cassetta a disposizione dell’antispecismo; essa sarà ricolma di oggetti del tutto teorici, o meglio, degli “oggetti ideali”, ma con capacità di influenzare e cambiare la realtà come e più di qualsiasi oggetto materiale.

Per scaricare il documento in formato .pdf cliccare “la-cassetta-degli-attrezzi-6.pdf

E’ sottinteso che ogni tipo di contributo è benaccetto.

NB:Il documento è alla sua SESTA revisione, l’ultima risale al FEBBRAIO 2012

Indirizzo breve di questa pagina: http://www.manifestoantispecista.org/web/KPFWl

30 Commenti

  1. Ciao Adriano, ho letto ripetutamente “la cassetta degli attrezzi” e mi trovi concorde in ogni punto (forse l’ordine di apparizione di alcuni punti tipo il punto 10 rispetto ad altri…ma da anarchico son di parte). Marco (saluto anche lui) scrive in precedenza:
    -Insomma, al di là dell’autosufficienza (che mi piace comunque più di “autarchia” come parola…) come si stabilisce la distanza “giusta” di uno scambio dalla distanza “eccessiva, distorta, sbagliata”?-
    Il limite potrebbe essere semplice da individuare. Occorrerebbe rilevare che impatto ha il trasporto sull’ambiente, ed in caso di bilancio negativo per quest’ultimo evitarlo. in quel senso l’autarchia è valida cosa anche se legata a tristi personaggi del passato. Tutto ciò è naturalmente ben al di là da venire, siamo ancora noi stessi molto lontani dal poter valutare per ogni cosa che facciamo il reale impatto. Di primo acchitto potremmo dire che una videoconferenza ha meno impatto di un incontro de visu per il quale molte persone (es. convegni) devono spostarsi, questo perchè non riusciamo a valutare tutte le conseguenze delle nostre azioni. Spostarsi vuol dire non solo inquinare bruciando carburante ma produrre plastica e rifiuti con le auto, necessitare di energia elettrica per i treni, fabbriche e tutto il resto. Ma molte di queste controindicazioni sono presenti anche per metterci nelle condizioni di effettuare una semplice videochiamata. Non è solo premere un pulsante.
    Servirebbe un vero studio catalogativo dell’impatto delle azioni umane sull’ambiente (magari possiamo saltare a piè pari la produzione di carni che già sappiamo essere la prima cosa a dover scomparire, pena la nostra estinzione) ma se dobbiamo capire quali sono le tecnologie che possiamo “tenere” per buone ritengo sia un punto necessario. Anche perchè parlando di decrescita non intendiamo tornare a crescita zero, perlomeno non in tempi rapidi direi.
    Un caro saluto, Enzo

  2. p.s.:
    in merito all’ipotesi Gaia di Lovelock io ho un corollario simpatico autoprodotto; Se Gaia è considerabile come un unico essere vivente, una macrocellula…non è che noi umani siamo semplicemente un tumore?

  3. Cara Eva,

    Grazie per i complimenti.

    La speranza è invece che prendiate parte attivamente (come stai facendo tu e come fa Enzo) all’elaborazione degli attrezzi della cassetta e del concetto di antispecismo, in modo da avere una visione il più possibile allargata e omnicomprensiva.
    Molto interessante la tua proposta sull’ideologia del dominio.
    In effetti nella cassetta degli attrezzi è solo accennata, mentre dovrebbe avere uno spazio rilevante. Ti propongo di fornire una definizione dettagliata dell’ideologia del dominio in modo da poterla inserire magari nell’attrezzo 2: L’universalità della lotta di liberazione animale in base a principi quali: l’uguaglianza, la libertà, la giustizia, la solidarietà ed il rispetto dell’alterità.

    Cosa ne pensi? Saresti disponibile?

  4. Caro Enzo,
    Le tue considerazioni, e quelle di Marco, sono interessanti perché sollevano un problema relativamente al “limite” che la futura società umana libera dovrebbe porsi, in effetti non è affatto facile stabilire cosa è eccessivo, cos’è giusto o sbagliato. Come dici tu servirebbe un preciso lavoro atto ad individuare i pro ed i contro di una singola azione per poter prendere poi la giusta decisione.

    Del resto è tutto relativo. Si potrebbe dire ad esempio che non è solo la distanza geografica ad essere una discriminante, ma anche il mezzo di spostamento: in teoria si potrebbe ridiscendere un fiume in barca e compiere un viaggio anche lungo senza avere un grande impatto sull’ecosostema, per contro si potrebbe compiere un viaggio breve in SUV su un’autostrada ed essere responsabili di un impatto sugli Animali e sull’ambiente rilevante.

    Il suggerimento dell’uso di “attrezzi” come la tecnologia appropriata, la decrescita e il bioregionalismo, potrebbero essere molto utili se collegati sinergicamente tra loro.

    In verità però forse è ancora troppo presto per poter ponderare i futuri sviluppi.

    Ipotesi Gaia: anche in questo caso è tutto relativo (il tumore è benigno o maligno? —> cancro)

  5. Caro Marco,

    Mi scuso per il ritardo con cui ti rispondo.

    Passo ai tuoi punti:

    1) Certamente, potrebbero essere una fase unica, però rimane in piedi il problema dell’indivisuazione preventiva di una serie esauriente di “attrezzi” da analizzare, è per tale motivo che il documento li presenta in un elenco con una breve spiegazione. Il tutto chiaramente è in costruzione e si attendono ulteriori contributi, una volta arrivati ad un numero importante di attrezzi si potrebbe cominciare il lavoro di “interconnesione tematica” (ottimo termine).
    Il primitivismo come richiesto è stato inserito:

    24 – L’adozione di alcuni criteri derivanti dalla filosofia del primitivismo (15) inteso come “modello culturale” in cui prevalgono la mutua collaborazione e l’egualitarismo.

    ndr: la visione primitivista come utile strumento per l’elaborazione di modelli sociali futuri a cui ispirarsi non per un ritorno al passato, ma per un’organizzazione futura più integrata con la natura

    Vedere anche la nota 15

    Giustamente tu consideri una lettura antispecista del primitivismo, chiaramente – come tu stesso asserisci – ogni singolo attrezzo della cassetta dovrà essere sottopostoad una lettura antispecista in quanto non tutto – chiaramente – ciò che un singolo attrezzo significa può essere considerato utile allo scopo.
    Come potrai quindi facilmente capire il lavoro da fare è enorme…
    Con Schillaci si sta gradualmente affrontando la decrescita in chiave antispecista sulle pagine de la Veganzetta, l’espero in questo campo è chiaramente lui. La declinazione antispecista di ogni singolo attrezzo è importante, è anche vero che non tutto sarà possibile affrontarlo oggi, in quanto non abbiamo purtroppo una capacità di astrazione tale da poter proiettare ogni singola questione in un futuro ancora del tutto ipotetico (vedasi la questione delle distanze), però gran parte degli attrezzi è possibile declinarla secondo una visione antispecista già da subito.
    Per cercare di rendere il tutto più fruibile si può chiaramente variare l’ordine dell’elenco degli attrezzi in modo da raggiupparli tematicamente, si accettano proposte di riorganizzazione.

    2) Si in realtà di parla di diritti umani in quanto è un concetto universalmente compreso e condiviso, sarebbe meglio parlare ovviamente di liberazione umana, ma forse in un primo momento il criterio legato al doppio binario diritti-umani-diritti-animali potrebbe funzionare, non solo per gli animalisti, ma anche per coloro che lottano per i diritti civili umani.

    3) Benissimo puoi proporre un termine alternativo da inserire al posto di “conciliante”? Si potrebbe così cambiare e rendere il tutto più preciso e calzante.
    Per quanto riguarda le azioni antispeciste, credo sia utile – come suggerivi – inserire i punti suggeriti da Francione, però sarebbe meglio farlo non integrandoli nell’attrezzo 10, ma in un nuovo attrezzo. Potresti postarli creando un vero e proprio attrezzo in modo che lo si possa aggiugere?

    4) Come giustamente afferma Enzo non è che si debba eliminare un termine perché ci ricorda fatti o accadimenti storici spiacevoli o negativi. In realtà in concetto di autarchia prefigura un sistema chiuso, mentre non è questo che vorremmo, pertanto l’autosufficienza come filosofia, nel senso più generale del temrine, sarebbe un criterio più vasto e calzante. Diciamo che il confine è labile ed una sintesi sarebbe da tentare subito in modo da sgombrare il campo da equivoci. Quindi in realtà il termine “autarchia” non rende bene, e l’autosufficienza evoca visioni (anche se improprie) legate alla sussistenza, temo. In realtà non è ciò che sarebbe auspicabile, ma invece si dovrebbe parlare di società umane organizzate e pienamente indipendenti che comunque non rifiutano lo scambio, o non lo considerano solo per necessità. Soluzioni alternative?

    5) Modifica eseguita

    metodo del consenso: di seguito un testo introduttivo che contribuirà a chiarire i tuoi dubbi

    http://antispecismo.wordpress.com/2008/01/11/il-metodo-del-consenso/#comment-93

    Tecnologia: assolutamente d’accordo. L’attrezzo delle Tecnologie appropriate (16) va quindi approfondito con questo spirito

    Darwinismo: L’argomento è vasto e per alcuni versi “pericoloso”, si potrebbe anche in questo caso procedere mediante la reinterpretazione del concetto in un’ottica antispecista: a te la palla

    non- violenza: il topic si può e si deve ovviamente aprire, sarà una delle prossime iniziative

  6. Caro Adriano,
    grazie per le esaurienti risposte.

    1) Ovviamente penso che si dovrà fare un’enorme sforzo collettivo per rendere operativa la proposta della “cassetta” che già contiene tutto un programma di lavoro…Magari si riuscisse a realizzare dei tavoli di lavoro collegati o anche solo un programma di discussioni pubbliche sul tema “antispecismo e…” (riempendo di volta in volta i … con un tema: decrescita, non-violenza, gerachia, autarchia etc.)!

    3) Non penso basti trovare un aggettivo diverso, perché il problema di cosa qualifichi un’azione antispecista è troppo complesso per essere riassunto in una parola. Comunque ci penserò. La proposta di introdurre Francione tra gli attrezzi invece non mi convince perché temo che potrebbe essere discutibile. Mi spiego: sono sicuro che ogni antispecista pensi che un’azione antispecista debba corrispondere a dei criteri generali (e QUESTO assunto generico lo metterei tra gli attrezzi)…il problema è che non tutti sono d’accordo su quanti e quali siano!! E dunque non mi sentirei in grado di determinare IO (o farli determinare a Francione) questi criteri.

    4) mah, l’autodeterminazione sarebbe un bel concetto ma ora è usato in senso “nazionalistico” e dunque creerebbe altrettanta confusione. E se si usasse, invece di un solo aggettivo, una “definizione complessa” tipo: società “autarchiche e solidali”, o società “autosufficienti in senso economico e politico”?

    Mah, magari non c’è bisogno di assumersi tutta la “palla” del darwinismo (palla complicata e spinosa)…basterebbe sottolineare il dato di FATTO che la natura non è una realtà statica ma in costante divenire (cioè assumere l’ottica della “storia naturale”) per rendere più fluidi concetti come quelli di specie, di bioregione, biosfera e simili, sottraendoli così alle interpretazioni “olistiche” di tipo metafisico.

    Mi scuso per la brevità e la rozzezza di queste note ma ho un’emicrania spaventosa.
    a presto.
    Marco

  7. Cara Eva,

    sono assolutamente d’accordo con te sull’importanza di incentrare la critica dello specismo sul concetto di dominio. Per questo ho molto apprezzato il testo che avete pubblicato su AdT e che Adriano ha postato qui sul blog (di cui, se non erro, sei una delle autrici, vero? Brava! :-D). Come avrai forse potuto vedere nel relativo thread di questo blog ho letto e postato anche la discussione che avete avuto sul vostro forum a questo proposito…Devo però sottolineare di essermi trovato d’accordo con la critica che vi aveva mosso Virgola, cioè che il riferimento al dominio va bene se però non lo si riduce solo ad un’IDEOLOGIA ma si sottolinea come esso sia sempre innanzitutto una PRASSI di sfruttamento. Tale prassi è infatti storicamente precendete e logicamente fondativa rispetto al concetto di “superiorità di specie” (ritengo che le testimonianze storiche in tal senso siano convincenti, ma se ne può parlare). A parte questo, penso che la tua proposta sia decisamente da sottoscrivere.

    un saluto
    Marco

  8. Caro Marco,
    ti ringrazio dell’attenzione ^^

    La confusione nasce per diversi motivi, il primo fra tutti, il fatto che quel testo è stato scritto molto impulsivamente, perché il tempo ci sfilava sotto i piedi e ne avevamo assoluto bisogno.

    Quindi posso sintetizzare di sicuro così il pensiero, sia mio, e forse anche di Irene (ma non è qui con me quindi non posso saperlo con certezza se non sulla base di cose che ci siamo dette nel tempo), che viene contestato, pensando a come lo avremmo scritto avendo avuto più tempo.

    Avremmo formalmente diviso – credo – lo specismo ideologico, dallo specismo pratico. Non avendolo fatto (eravamo orientate ad una platea che manco sa che esiste altro oltre a benetton), è plausibile che i conti non tornino, sopratutto perché diamo particolare importanza all’aspetto ideologico.

    Avremmo fatto questa distinzione perchè la troviamo importante, sia per favorire la chiarezza di alcuni temi, ma anche e forse sopratutto per favorire la ricerca di strumenti utili alla concretizzazione di quell’ANTI che ci preme tanto.

    Non c’è dubbio (almeno in teoria) che è nata prima “una” pratica specista, ed in seguito una ideologia che la giustificasse. E altrettanto vero però, che dal momento della “nascita” di quella stessa pratica specista (qualsiasi fosse quella che ha dato il via a questa cosa), il meccanismo vitale dinamico è stato coerente con tutti gli altri fenomeni simili, e cioè pratica ed ideologia si sono reciprocamente alimentate in maniera secondo me, ponderatamente quasi uguale.

    Il fatto di mescolare, durante l’analisi, pratica ed ideologia tende a creare veramente gran confusione. A mettere nello stesso contenitore pratiche ad esempio, che secondo me sono COERENTEMENTE DERIVATE dallo specismo, ma che non sono necessariamente speciste, prima di avere chiarito cosa sia lo specismo stesso.

    E’ evidente però che per comodità intellettuale però si può usare “specismo” per richiamare alla mente tutta una serie di cose che con questo hanno strettamente a che fare; in una fase di analisi, come era la nostra, se ci fossimo rivolti a persone che come voi meditano a fondo su queste tematiche, non lo avremmo fatto. ^^

    Fatta la piccola premessa, il nostro dare particolare importanza alla ideologia dipende dal fatto che se è vero che c’è una ideologia alla base di tutta una serie di fenomeni comportamentali, – quindi una idea -, allora questa si può cambiare (cioè c’è speranza ^^).
    E l’importanza di questo è fondamentale quando ti rendi conto che il resto dell’umanità ha una percezione di sé stessa completamente falsata, dove crede di essere ciò che è e di non poterci fare nulla, come si parlasse di entità statiche, per di più disabituate a pensare.

    Non solo. Più importante ancora è che l’ideologia è probabilmente il cardine della persistenza delle pratiche nel tempo. Nella trasmissione dei comportamenti da padre a figlio, laddove magari di istinto il figlio non avrebbe gli stessi comportamenti del padre, è l’ideologia a giustificare e a contaminare – nel bene e nel male – le nuove generazioni.

    Ergo, per quanto si dovrà sempre attaccare le pratiche, fare resistenza, ostruzionismo, etc…ciò avrà senso solo continuando a cercare di scardinare di pari passo l’ideologia (l’architettura di idee) specista e sue coerenti derivate.

    So che forse non sarete tutti d’accordo, e io l’ho fatta un po’ troppo breve forse…però devo andare alla conferenza della manzoni e sono in ritado come al solito :-S
    Sono a disposizione ovviamente per parlarne all’infinito ^^

  9. Cara Eva,
    comincio a mettermi al passo con gli arretrati! :-)

    Allora, sono sostanzialmente d’accordo con quello che scrivi. Ho solo un dubbio di comprensione e una perplessità.

    Il dubbio di comprensione riguarda questo passaggio:

    ***
    Il fatto di mescolare, durante l’analisi, pratica ed ideologia tende a creare veramente gran confusione. A mettere nello stesso contenitore pratiche ad esempio, che secondo me sono COERENTEMENTE DERIVATE dallo specismo, ma che non sono necessariamente speciste, prima di avere chiarito cosa sia lo specismo stesso.
    ****

    Non ho capito cosa intendi… :(

    Invece ho trovato azzeccatissimo questo che scrivi:

    ***
    Più importante ancora è che l’ideologia è probabilmente il cardine della persistenza delle pratiche nel tempo. Nella trasmissione dei comportamenti da padre a figlio, laddove magari di istinto il figlio non avrebbe gli stessi comportamenti del padre, è l’ideologia a giustificare e a
    contaminare – nel bene e nel male – le nuove generazioni.
    ***

    Questo è il punto decisivo che lega la dimensione individuale e quella sociale dello specismo. Se riguardi il dibattito tra me e Adriano a proposito dell’articolo “Cos’è l’antispecismo?”
    (http://antispecismo.wordpress.com/2008/02/05/cose-lantispecismo-e-sue-critiche/) noterai che sembra esserci una contrapposizione tra il mio sottolineare il predominio delle strutture “sociali” rispetto all’individuo nella
    spiegazione dei processi di costituzione del dominio e invece la posizione di Adriano che sottolinea sempre con forza l’elemento centrale della “volontà” e dunque della “responsabilità” dei singoli nelle scelte collettive. Ovviamente sto semplificando, però è significativo un
    passaggio in cui Adriano scrive:

    ***
    la storia di cui parliamo è la storia scritta dalla nostra specie, la politica è un’emanazione del nostro pensiero. La religione è una nostra invenzione. Quindi nulla di tutto ciò che ha influenzato il nostro cammino deriva dall’esterno della nostra mente. E’ questo che si dovrebbe considerare NON per dipingere una visione nichilista del nostro destino, ma semplicemente per capire che la soluzione del problema che noi abbiamo creato, risiede ancora una volta dentro di noi, e come abbiamo percorso una delle molteplici strade disponibili grazie alle nostre caratteristiche e capacità, ne potremmo percorrere una nuova che consideri altre visioni. Dai tuoi discorsi [cioè miei, M.M.] a volte pare che le diverse tappe percorse dall’uomo siano stati degli eventi scollegati dalle sue intrinseche capacità, so che non è ciò che intendi, ma credo sia opportuno ammettere che ciò che abbiamo fatto è dipeso dalla nostra volontà, che a sua volta è dovuta all’esigenza di soddisfare determinate nostre caratteristiche
    ***

    Adriano dice en passant che dai miei discorsi sembra emergere una specie di “de-responsabilizzazione” dell’individuo (e della specie?) in quanto prendo in considerazione prevalentemente i processi globali di costruzione del dominio come se ci fossero in qualche modo “esterni”. Ora, io penso effettivamente qualcosa del genere. Ma non perché voglio sottrarre l’umanità alle sue responsabilità morali, semplicemente perché penso che sia più corrispondente al vero. Porto all’attenzione le seguenti frasi di Adriano:

    “la politica è un’emanazione del nostro pensiero”

    “La religione è una nostra invenzione”

    e soprattutto

    “ciò che abbiamo fatto è dipeso dalla nostra volontà”.

    Ho già scritto non mi ricordo più in quale post che non si può ricostruire la storia come effetto di una “volontà”. Allora avevo giustificato questo assunto sottolineando il banale fatto che la storia è come minimo prodotto dello SCONTRO tra volontà diverse (e non di UNA volontà univoca e universale). Ora posso aggiungere, grazie al tuo esempio, che essa è anche il risultato di miriadi di NON-volontà, cioè di AUTOMATISMI culturali. Questi contano parecchio, sono degli effetti “nascosti” e “silenziosi”, sono anzi il “cemento” di cui è fatta la società. La trasmissione dell’ideologia è un ottimo esempio di tali automatismo: poiché l’infanzia è un periodo di passività, l’ideologia filtra come un’ovvietà, come un presupposto del mondo in quanto tale, senza che sia possibile metterla in discussione (beh, a dire il vero anche nel processo educativo c’è – almeno da un certo momento in poi – lo scontro tra volontà ma avviene sempre in situazione di “minorità” da parte dei figli…effettivamente, più che uno scontro TRA volontà è lo scontro che i figli ingaggiano per vedersi affermata UNA volontà tout court, cioè vedersi riconosciuta l’indipendenza di giudizio).

    Proprio per questo, però, direi che quando scrivi:

    ***
    il nostro dare particolare importanza alla ideologia dipende dal fatto che se è vero che c’è una ideologia alla base di tutta una serie di fenomeni comportamentali, – quindi una idea -, allora questa si può cambiare (cioè c’è speranza ^^).
    ***

    in realtà forse stai sottovalutando la portata del valore che ha l’ideologia nel (ri)produrre la prassi di dominio (come giustamente sottolinei tu: è un’azione reciproca). In effetti, proprio perché l’ideologia non viene sostenuta in modo razionale e cosciente ma primariamente in modo ISTINTIVO, ACQUISITO e, dunque, IRRAZIONALE, essa è difficile da scardinare. Non è un’IDEA, ma qualcosa di molto più profondo e radicato nei corpi: un modo di VIVERE e PERCEPIRE il mondo!

    E lo si capisce facendo il ragionamento contrario: anche l’antispecismo è un modo di vivere e percepire il mondo e non solo un’idea. Penso che sia un’esperienza che abbiamo fatto in molti: l’antispecismo è una PRASSI (cercare di stabilire nella vita quotidiana dei rapporti non gerarchici tra le specie) che ha degli EFFETTI sul modo di vedere e percepire la realtà. Finché si agisce in modo automatico (mangiare carne, andare allo zoo, usare shampoo di marca) non si vede veramente ciò che si fa. Nel momento in cui si agisce in modo consapevole, si percepisce anche il mondo con occhi diversi (come attraverso gli occhiali del protagonista di “Essi vivono” di J. Carpenter :D). In quel momento, dopo che le azioni che prima si facevano in modo automatico vengono interrotte, anche il loro effetti “narcotizzante” cessa ed esse assumono un singificato diverso: mangiare carne = trangugiare pezzi di animale assassinato, andare allo zoo = guardare animali in prigionia, usare shampoo di marca = spalmarsi i capelli di sostanze chimiche ed inquinanti prodotte grazie alla tortura di animali indifesi. (In questo senso penso che sia molto di più che semplicemente “attaccare le pratiche, fare resistenza, ostruzionismo”…ha un significato POSITIVO, non solo OSTRUZIONISTICO)

    Ora, la passività dell’individuo rispetto alla cultura (persino rispetto alle scelte che fa o, meglio, che pensa di fare) è un FATTO che in sociologia è una banalità assoluta, teorizzata da decenni. All’inizio quindi non riuscivo a capire il perché della resistenza che ho trovato tante volte in ambito animalista nel ricordare questo fatto che per me è importantissimo, perché se non lo si prende in dovuta considerazione si rischia di combattere contro i mulini a vento (ad es., andare a convincere le persone porta a porta sperando di produrre così un cambiamento che invece non può non essere GLOBALE e trans-individuale).

    Comincio a pensare che tale resistenza dipenda da questo: siamo ormai abitutati a dire che gli specisti SANNO BENISSIMO quello che succede agli animali e che però NON VOGLIONO cambiare. Insomma, si tratterebbe semplicemente di un semplice DIFETTO di volontà o, se si vuole, di PIGRIZIA (mentale e anche fisica). Ma questa costruzione del processo decisionale individuale è, da un punto di vista sociologico, molto imprecisa. E’ sicuro che la volontà individuale di fronte al messaggio antispecista è frenata dal fatto che si percepisce come faticoso “cambiare abitudini”. Però se ci si ferma a questo non si prende in considerazione la catena di cause super-inviduali che producono questa pigrizia. Questa stessa pigrizia è in gran parte un prodotto dell’ambiente e non è qualcosa che venga SCELTO!

    E’ chiaro che OGNI ESSERE ORGANICO opera secondo la legge del risparmio energetico e sceglie quindi – per costituzione – la via meno faticosa verso la meta. Ma quale sia questa “via” e cosa significhi “meno fatica” e quale sia la “meta”, almeno nell’uomo, dipende dalla cultura, non è un dato biologico (ad es., delle culture possono ritenere indispensabile una meta che dal punto di vista di un’altra cultura implica fatiche inutili: deformarsi i piedi per camminare più aggraziati o far girare una patatina dalla Germania alla Sicilia per farla tornare in Svizzera e poi Italia invece che coltivarsela sotto casa etc.). Poiché noi ci immaginiamo che per ogni uomo la schiavitù animale sia “comoda”, pensiamo che lo specismo sia un’ideologia che non viene messa in discussione perché è “comoda”. Ma in realtà NON è così! Lo specismo non viene messo in discussione perché in generale è difficile mettere in discussione la propria cultura e tanto più ci si allontana dalla “media” del proprio strato sociale di appartenenza tanto più è difficile operare un cambiamento nelle proprie condizioni. Questo vale per ogni forma di ideologia (è proprio difficile essere a favore delle famiglie omosessuali se si cresce in una periferia romana…e non si ha la fortuna di incontrare Pasolini! :D). Non sorprende che lo specismo sia l’ideologia più profondamente radicata e quindi più difficile da estirpare.

    Mi sono dilungato assai, scusassero! :-P

    ciao
    Marco

  10. “e tanto più ci si allontana dalla “media” del proprio strato sociale di appartenenza tanto più è difficile operare un cambiamento nelle proprie condizioni”

    ovviamente volevo dire

    “un cambiamento nelle proprie convinzioni”. :P

  11. Ciao Marco,
    ***
    Il fatto di mescolare, durante l’analisi, pratica ed ideologia tende a creare veramente gran confusione. A mettere nello stesso contenitore pratiche ad esempio, che secondo me sono COERENTEMENTE DERIVATE dallo specismo, ma che non sono necessariamente speciste, prima di avere chiarito cosa sia lo specismo stesso.
    ****
    Non ho capito cosa intendi… :(

    Era esattamente ciò che mi ero accorta essere scritto male.
    Intendevo dire che per motivi pratici spesso si inscatola nel contesto “specista” sia lo specismo vero e proprio (pratiche ed ideologia), che anche però diverse altre cose direttamente derivate ma che non sono esclusivamente speciste, o che più correttamente, senza lo specismo basico, non potrebbero essere chiamate in causa.
    Per chi ha chiaro il nucleo basico dello specismo questo non è un problema, per gli altri può risultare motivo di confusione. Allo stesso modo però è l’unico modo semplice e veloce che si ha di fare intendere che c’è una relazione tra lo specismo vero e proprio e tutta una serie di altri fenomeni comunemente ritenuti negativi.

    Nel nostro testo si parla di tante cose che non sono direttamente “specismo”, ad esempio dell’autoreferenzialità umana. Questa sarebbe un azzardo definirla “specista” in assoluto, eppure è difficile avere dubbi sul fatto che vi è una fortissima relazione tra discriminazione di specie gerarchica e autoreferenzialità della specie umana. Probabilmente in una cultura aspecista non sarebbe concepibile ragionare e vivere (come invece facciamo), come esistessimo solo noi. La relazione è talmente forte come tra padre e figlio appunto, che figurativamente sono accorpabili in una stessa famiglia. Senza il primo il secondo non esiste, ma non si può dire che il secondo sia il primo :-)

    Tutto sto giro di parole, per spiegare che abbiamo cercato di semplificare il testo ottenendo un bel calderone. Quello che ci interessava era citare fenomeni gravi, gravissimi e associarli alla parola specismo. La relazione diretta non potevamo che accennarla alla lontanissima e in poche parole (dato anche quanto è difficile per noi stesse avere chiarezza), ma si sperava di sollevare il desiderio di approfondire, di porsi delle domande.

    Ora posso aggiungere, grazie al tuo esempio, che essa è anche il risultato di miriadi di NON-volontà, cioè di AUTOMATISMI culturali. Questi contano parecchio, sono degli effetti “nascosti” e “silenziosi”, sono anzi il “cemento” di cui è fatta la società.

    Sono perfettamente d’accordo con te.

    Ora, la passività dell’individuo rispetto alla cultura (persino rispetto alle scelte che fa o, meglio, che pensa di fare) è un FATTO che in sociologia è una banalità assoluta, teorizzata da decenni. All’inizio quindi non riuscivo a capire il perché della resistenza che ho trovato tante volte in ambito animalista nel ricordare questo fatto che per me è importantissimo, perché se non lo si prende in dovuta considerazione si rischia di combattere contro i mulini a vento (ad es., andare a convincere le persone porta a porta sperando di produrre così un cambiamento che invece non può non essere GLOBALE e trans-individuale).

    Ancora completamente d’accordo.

    A tutti ciò che segue delle tue considerazioni, vorrei aggiungere una riflessione per me importante.
    Io e Irene ci siamo a nostra volta scontrate su questo tema, poiché, mentre io sostenevo una rilevanza molto forte della formazione culturale, lei sosteneva che alla cultura ci si può ribellare quindi diventa un atto di volontà abbracciare oppure no lo specismo.
    Non so se lei ha cambiato idea, io no :-)!
    Sostengo ancora che la cultura con cui dobbiamo fare i conti non è quella delle abitudini che nascono nella ripetitività della vita o quella nozionale della scuola, ma quella che viene impartita da genitori a figli nei primissimi anni di vita. Banalizzare è difficilissimo ma provo lo stesso a fare un esempio con il circo.

    Dire ad una persona che il circo, per tutta una serie di motivi, è “sbagliato”, non è solo un attacco diretto alla sua razionalità, ma spesso al suo legame affettivo infantile – ovviamente spesso inconscio – con la famiglia. Accettare che è sbagliato, visto che da bimbo la mamma e il papà – che sono agli occhi di un adulto normale come dei santi – ti ci portavano e tu eri felice per tutta una serie di emozioni che provavi molto forti, è difficile e potenzialmente doloroso perché per mettere in discussione tutto ciò serve la volontà di andare a scardinare le informazioni ricevute sulla base dell’assoluta fiducia che si ripone nelle persone preziose per la propria infanzia.
    Non sono cazzate. Non sono cose che valgono solo quando si tratta di pedofili che sono stati a loro volta seviziati.

    E’ evidente che non è così semplice. Ma quello che intendo dire è che la “cultura” cementifica di cui stiamo parlando non è alla facile portata della nostra razionalità per motivazioni molto serie e che a loro volta, come dici tu, vanno tenute in considerazione se si vuole cambiare.
    Questo è uno dei motivi per cui si può dare per scontato che il cambiamento non avverrà in una sola generazione e neanche in dieci. L’unico modo che abbiamo di attaccare queste fondamenta così forti è continuare ad instillare dubbi, su tantissime questioni (direttamente e indirettamente speciste), così che per le generazioni future diventi più frequente, direi quasi abituale, mettere in discussione il pacchetto all-inclusive di informazioni che ti piazzano in mano a due anni, e che a causa di certi perversi meccanismi ti porti dietro senza mettere mai in atto le capacità critiche di cui siamo dotati.
    Come dici tu vanno scardinati automatismi. Una intera meccanica di branco che ci rende veramente stupidi e ci impedisce di sfruttare le capacità di ragionamento perché spesso, invece che ragionare per affrontare quesiti di qualsiasi natura, siamo abituati a ricordare FIDUCIOSAMENTE informazioni acquisite in maniera come dici tu passiva, e ad usare quelle.
    Questo fenomeno psicologico è ben conosciuto. Sto cercando di approfondire in maniera più tecnica e meno fai-da-te, ma non è facile perché ad esempio, nel campo della psicologia infantile, gli studi raramente sono orientati all’analisi della relazione uomo-altre specie, quindi devi spulciare e cercare spunti e collegamenti che siano attendibili.

    Buona notte!

  12. Una proposta:
    Questo argomento su quale sia o no la meccanica psico sociale con cui abbiamo a che fare, forse sarebbe utile separarla in una riflessione apposita dove discutere di strategie.
    Alla fine sia che il problema sia culturale passivo o culturale attivo, saperlo ci dovrebbe servire solo a trovare vie di diffusione più efficaci, no?
    E’ solo una idea ovviamente :-)

  13. Si comunica che è stata pubblicata la QUINTA revisione de La Cassetta degli Attrezzi.
    Vi sono state alcune modifiche ai testi preesistenti e l’aggiunta del concetto di SOBRIETA’ come stile di vita

  14. Ciao Adriano

    dopo tanto tempo ho finalmente deciso di dedicare un pò di tempo alla lettura di questo sito per comprendere meglio il pensiero antispecista,anima fondamentale della community di forum etici di cui faccio parte (col nome di Canaan)

    Dopo l’apprezzamento che ti faccio per un lavoro così preciso ed esaustivo,vorrei da te alcuni chiarimenti su dei punti della cassetta degli attrezzi:

    punto 6: a cosa è dovuto l’allontanarsi da logiche “che reputano la vita in sé un bene
    prezioso da conservare, anche al di là di ogni ragionevole e logica obiezione” ? Mi sembra di avere capito che l’antispecismo si ponga come difesa dell’individuo. Come si concilia questo con la centralità dell’ecosistema proposta da questo sesto punto? Quali sono le tue obiezioni a difendere la vita in sè?

    punto 8: cosa intendi concretamente con “assolutista” e “dogmatista”? Se intendi una concezione che non accetta in alcun modo di cambiare i suoi presupposti fondamentali allora lo è anche l’antispecismo e non vedo cosa ci sia di negativo in questo.

    punti 9 e 10: come si può attuare, nel presente immediato,questa prospettiva,senza che ciò significhi boicottare interamente la società in cui si vive per andare a fondarne un’altra ex novo in distacco totale da essa visto che anche pratiche come l’iscrizione all’università o il pagamento delle tasse sono di sostegno a società speciste?

    Spero in chiarimenti esaustivi

  15. Ciao Pietro,

    Ti ringrazio per il tuo apprezzamento e per il tempo che hai voluto dedicare alla lettura di questo sito.

    Passiamo ai chiarimenti:

    Punto 6: l’antispecismo non dovrebbe difendere la vita intesa come bene universale con un suo valore intrinseco, ma dovrebbe occuparsi dell’individuo, del singolo che è un essere vivente, e quindi portatore di vita. L’idea del rispetto per la vita è fuorviante e anche foriera di pericolose derive che potrebbero causare uno scollamento tra concetto di vita e soggetto di una vita.
    Per spiegarmi meglio ti posso dire che l’antispecismo lotta affinché un Animale abbia una vita degno a di essere vissuta (in libertà, senza sfruttamento e nel suo ambiente naturale), e non perché un Animale abbia una vita. Molti Animali sono vivi ma prigionieri in uno zoo, o in un circo o un allevamento. La loro non è una vita degna di essere vissuta. Incentrare pertanto l’antispecismo sul biocentrismo sarebbe un errore che non permetterebbe al pensiero antispecista di evolversi.
    Ecco perché è da rispettare il singolo che è vivo, e non la vita in quanto tale.

    Punto 8: l’antispecismo si basa su concetti derivanti dal razionalismo etico. Questo non significa che non possa avere aspetti assolutistici (un antispecista non mangerebbe mai Animali ad esempio), ma certamente non è dogmatico (ossia che basa la propria linea di pensiero su cardini inamovibili e indiscutibili come accade per le religioni). Tutto in ambito antispecista è in continuo mutamento. Dagli scritti di Singer e Regan sono stati fatti passi da gigante, tanto che molto di ciò che essi dicevano, oggi è indubbiamente superato. La stessa pratica vegana (che a molti pare come una sorta di pratica religiosa) è passibile di modifiche. Se un domani si capisse che esiste un altro modo per mettere in pratica l’antispecismo, essa verrebbe abbandonata. Se parliamo dell’alimentazione, ad esempio, già il fruttarismo sarebbe una pratica migliore.

    Punti 9 e 10: questa è la domanda delle domande. Le soluzioni potrebbero essere molte, te ne elenco alcune che potrebbero anche essere utilizzate contemporaneamente. Dalla teoria virale (ossia combattere dall’interno la società specista vivendoci immersi e sfuggendo dai suoi ingranaggi, agendo in modo critico per introdurre altre persone all’antispecismo), al distacco dalla società (una sorta di isolazionismo mediante comunità strutturate ed autonome come gli eco-villaggi), alle zone liberate (ossia a zone fisiche o meno liberate dallo specismo che si creano e si distruggono di continuo e che divengono momenti di incontro, confronto e crescita individuale e collettiva – un po’ come le T.A.Z. di Hakim Bey). In ogni caso è sempre vero che noi siamo nati e cresciuti in una società specista e per quanti sforzi facciamo, non potremo mai avere nemmeno le capacità cognitive adeguate per immaginare una società liberata. Nostro compito è preparare il terreno per fare in modo che altri che seguiranno potranno immaginare e realizzare questa stupenda idea. In ogni caso l’antispecismo è rivoluzionario e quindi tende al cambiamento radicale e fondamentale della società.

    Spero di essere stato esaustivo

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