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Intervista a Carol Adams: teoria, attivismo, letteratura

tspom - Intervista a Carol Adams: teoria, attivismo, letteratura

Fonte: www.liberazioni.org/articoli/Liberazioni-n12-primavera.2013-A.Tiengo-IntervistaCarolAdams.pdf

Intervista a Carol Adams: teoria, attivismo, letteratura
di Adele Tiengo

Nella prefazione all’edizione per il decimo anniversario della pubblicazione originale di The Sexual Politics of Meat (TSPOM)(1), riveli di aver riflettuto per 15 anni prima di scrivere il libro. In quella all’edizione per il ventesimo anniversario torni sull’argomento ripercorrendo il percorso di attivismo che ti ha portata a scrivere la tua “teoria impegnata”. Questa lunga attesa è stata dettata da una tua necessità o da quella degli eventuali lettori? Sentivi il bisogno di un maggiore impegno da attivista prima di elaborare una teoria?

Quando nel 1974 ebbi l’idea, scrissi un saggio e l’anno successivo mi venne suggerito di trasformarlo in un libro. Così cominciai a scrivere, ma dopo le prime 200 pagine il risultato risultava molto lineare e piatto. Sembrava che tutto ciò che stavo scrivendo si riducesse a questo: «Ecco qui un esempio; ora eccone un altro: sono connessi!»; oppure: «Guardate, gli uomini sono coloro che combattono le guerre e sono anche coloro che macellano gli animali: qui ci deve essere una connessione!». Sapevo che i miei argomenti, per risultare forti e convincenti, dovevano essere qualcosa di più di una semplice constatazione dell’esistenza di connessioni. Avevo anche bisogno di imparare a scrivere questo tipo di libro. All’inizio, il mio ragionamento suonava pressappoco così: «Mary Shelley ha reso vegetariano il mostro! Non è interessante? E Percy Shelley scrisse A Vindication of Natural Diet, prendendo il titolo da The Vindication of the Rights of Women, scritto dalla madre di Mary Shelley! Dunque, prendiamo in considerazione tutto questo!». Ma sentivo che il tutto era ancora troppo lineare e dualistico. Era come se ci fosse un livello più profondo di queste connessioni, livello a cui dovevo arrivare. Compresi allora che avevo bisogno di più tempo per riflettere seriamente su queste tematiche. Mi resi conto che probabilmente avrei avuto un’unica occasione per farmi leggere e non volevo che il libro fosse inadeguato a rappresentare le mie idee. Perciò decisi di mettere tutto da parte e di comprendere il contesto. Non bastava dire:
«Guarda questo, guarda quello», avevo bisogno di una teoria che spiegasse la ragione di queste connessioni.
Ai tempi non ero interessata a frequentare una scuola di dottorato. Non mi vedevo come professoressa, non pensavo che il mio lavoro potesse trarre giovamento da una scuola di dottorato. Species Matters, un’antologia della Columbia, contiene un mio capitolo intitolato «Cosa venne prima di The Sexual Politics of Meat»(2) in cui parlo molto dettagliatamente del mio attivismo negli anni Ottanta. Ho imparato molto dall’attivismo ed esso è stato cruciale per completare il libro. Innanzitutto, imparai competenze che si possono acquisire solo facendo attivismo in prima persona: imparai come essere eloquente anche se messa sotto pressione, come prendere posizione e come pensare in maniera strategica, come portare a termine obiettivi realistici e urgenti. Imparai inoltre come scrivere, come organizzare i pensieri e sviluppare argomenti. Imparai a scrivere velocemente e in maniera accurata. Leggevo parecchio. Quello fu un periodo di grande tensione, io e il mio compagno subivamo numerosi attacchi personali per il nostro lavoro contro il razzismo. In quel periodo feci anche le ricerche che mi condussero alla mia teoria femminista veg.
Penso inoltre che l’attivismo mi abbia permesso di pensare al modo in cui le idee vengono vissute dagli altri. Le idee possono sembrare minacciose; come si risponde a qualcuno che si sente minacciato? Questo ora mi è molto chiaro per quanto riguarda il veganismo. Pensiamo di dover discutere con chi non è vegan, pensiamo di dover essere molto precisi, razionali, ma ciò che l’attivismo mi fece comprendere è che puoi utilizzare il miglior argomento del mondo, ma non farai comunque cambiare idea a dei razzisti! Questi non si muovono dalle loro posizioni perché sono spaventati. Focalizzandosi sulle argomentazioni, anziché su interventi strategici di altra natura, molti dei quali sono non verbali, potremmo correre il rischio di consolidare lo status quo, invece che metterlo in discussione.
Non ho deciso di essere un’attivista prima di mettermi a scrivere. Piuttosto dovevo essere un’attivista perché credevo nell’importanza dell’attivismo, nell’importanza di mettermi dalla parte degli sfruttati. L’attivismo divenne così il percorso per mezzo del quale tornai a scrivere il libro con un livello più profondo di comprensione della realtà. Lottando contro il razzismo fui testimone delle trasformazioni razziste attraverso cui si guardava alle persone afro-americane come subumane (ossia ai modi per mezzo dei quali le persone di colore venivano animalizzate) e compresi che non si trattava di qualcosa di teorico, bensì di qualcosa che ti coinvolge a livello pratico. Iniziai pertanto a considerare il mio attivismo da un punto di vista teorico come qualcosa di molto dinamico. Il mio attivismo non era finalizzato all’obiettivo di scrivere meglio, semplicemente lo vivevo come un bisogno personale. Inoltre, non sapevo che farmene di tutte quelle idee! Ma sapevo cosa volevo fare riguardo alla violenza domestica e al razzismo e sentivo il bisogno di agire: negli anni Settanta restare in silenzio su questi temi era inaccettabile e conquistando questa voce – quella dell’attivista – finii col conquistarne anche un’altra – la voce teorica. Ma non c’era nessun piano prestabilito, se è questo quello che mi hai chiesto!

Horkheimer scrive che il grattacielo capitalista dello sfruttamento umano è fondato sullo sfruttamento animale, che le sue fondamenta sono costituite dal macello. Il sottotitolo di TSPOM è Una teoria critica femminista-vegetariana: quali potrebbero essere le connessioni, se esi-stono, fra l’animalismo e la teoria critica di Horkheimer?

Non ero molto ferrata su questo argomento quando scrissi quel libro. Di certo, parlando di sfruttamento, ho messo in luce che l’etimo del termine “capitale” deriva da “caput”, “capo di bestiame”. Penso anche a come Henry Ford abbia tratto ispirazione dai macelli di Chicago per ideare la catena di montaggio. Barbara Noske inizia il suo libro Humans and Other Animals(3) parlando degli animali come esempi di lavoro alienato. Gli animali, in quanto lavoratori alienati, sono alienati dai propri corpi e, come spiega Barbara Noske, sono produttori dei loro stessi corpi, che sono poi il prodotto finale dell’industria della carne. Ella definisce questo processo come «il complesso industriale animale», sul calco del più noto «complesso industriale militare». In molti sostengono che tutte le oppressioni sono costruite su quella degli animali e che il modello per l’oppressione delle donne è rappresentato dalla domesticazione degli animali “da reddito”. Come sostiene Barbara Noske, la carne è il cibo del capitalismo. Hai sempre bisogno di materia prima perché ne perdi parecchia nella produzione della carne. Penso che il mio contributo in questo ambito sia consistito nell’aver messo in rilievo ciò che accade nelle questioni di genere, nel rilevare come gli animali siano femminilizzati e sessualizzati e come le donne e altre persone assoggettate siano animalizzate. Penso che la teoria femminista-vegan e, ad esempio, quella elaborata dalla scuola di Francoforte si intersechino e che molto lavoro teorico debba ancora essere fatto.

In TSPOM hai sviluppato una teoria che deve molto alla letteratura. In che modo la critica letteraria può lavorare a favore della liberazione degli animali?

La letteratura apre nuovi mondi per i lettori. Mi piace pensare che ci aiuti a incontrare gli altri animali in maniere che non siano segnate dalla dominazione. La critica letteraria, nella sua forma migliore, può aiutare a diventare lettori impegnati, a pensare la letteratura in modo nuovo, a mettere alla prova le proprie convinzioni. Per me la critica letteraria è stata sia un modello sia una fonte di ispirazione teorica. Grazie ad essa ho scoperto il concetto di «referente assente» e ho subito realizzato che è questa la lente attraverso cui vediamo gli animali. Ho capito che dovevo affrontare il tema di come il vegetarianesimo appare in un romanzo e non solo il fatto che vi appaia. Ho perciò identificato il modo in cui opera la tecnica narrativa dell’“interruzione”. L’interruzione si verifica quando in un romanzo il racconto viene interrotto da questioni relative al vegetarianesimo. L’interruzione ci fa fermare e ci permette di pensare alle idee che sono state presentate.
Sono preoccupata che gli Animal Studies diventino di tendenza, perché così si sviluppa una critica letteraria che parla di animali mantenendoli però nella sfera dei referenti assenti, senza alcun riflesso nella vita reale. Mi riferisco a studiosi che scrivono di animali eppure mangiano animali morti. Per costoro si può dire che abbiano incontrato realmente gli animali, se nella loro vita continuano a mantenere un ruolo dominante e oppressivo su di essi? Gli animali sono diventati all’improvviso un campo di studio nuovo e totalmente inesplorato dal mondo accademico; si sono moltiplicati saggi, ad esempio, sugli animali in Shakespeare, in Auden, in Jane Austen, ecc. Personalmente, non ho mai guardato a ciò che accadeva agli animali nei romanzi solo perché questo diceva qualcosa sui romanzi stessi; volevo invece capire cosa accadeva agli animali nei romanzi perché penso che ciò possa dirci qualcosa su ciò che accade agli animali reali. Penso infine che la critica letteraria sia sempre politicizzata. Qualcuno mangia qualcun altro dopo aver letto un romanzo – oppure no. E qualcuno mangia qualcun altro dopo aver scritto un saggio di critica letteraria – oppure no. L’importante per me è mettere in atto quell’“oppure no”.

Ad esempio, nel romanzo La vita degli animali John Maxwell Coetzee(4) mostra l’opposizione fra filosofia e letteratura e quella fra razionalità e immaginazione empatica. Che cosa pensi di queste opposizioni?

Pensiamo al personaggio creato da Coetzee per rappresentare il suo punto di vista sugli altri animali: una donna sulla sessantina. Egli dà corpo alle tensioni di cui vuole parlare trasferendole in una donna anziana e questo lo sappiamo attraverso la prospettiva del figlio. La prima cosa che il figlio nota è che lei sta invecchiando e che non è più a suo agio con il proprio corpo. Al centro del romanzo non c’è semplicemente una scrittrice donna, ma una scrittrice donna con un corpo che viene mediato dagli occhi di un uomo più giovane. Credo che lo sgradevole rapporto con la nuora e il fatto che non mangi con i suoi nipoti rivelino un aspetto molto interessante del tema che io chiamo vivere fra consumatori di carne. In un saggio, Coetzee scrive di quando insegnava all’Università del Texas e fu invitato a un barbecue, dove non c’era nulla che lui potesse mangiare. Parte de La vita degli animali solleva la questione delle relazioni fra vegetariani/vegani e onnivori e le difficoltà che a queste si associano.
In The Feminist Care Tradition in Animal Ethics(5), Josephine Donovan ed io sosteniamo che Coetzee è parte dell’etica femminista della cura, che le sue opere rientrano in questo ambito di pensiero (rivendichiamo audacemente anche Derrida!). In un dialogo con Paola Cavalieri, Coetzee sostiene che le persone hanno una sorta di rivelazione riguardo alla condizione animale, su cui ritornano in continuazione alla ricerca di giustificazioni razionali. Ma prima della razionalità c’è la rivelazione dell’incarnazione.
Quando Coetzee crea quel tipo di opposizione o di tensione ne La vita degli animali, penso che stia cercando di farci riconoscere che ciò che percepiamo agisce a un livello che potremmo non essere in grado di esprimere o di riconoscere, ma che comunque i sentimenti che suscita possono avere una grande influenza su di noi. Coetzee crea un’opposizione fra filosofia e letteratura al livello della lettura, non della scrittura, perché è l’immaginazione empatica che ha dato origine alla tensione. È l’immaginazione empatica che interagisce con tutti questi temi in maniera così intelligente e affascinante.

Mentre scriveva Carne(6), Ruth Ozeki scopre che le donne non solo sono trattate metaforicamente come mucche, ma viene dato loro anche lo stesso farmaco – il dietilstilbestrolo (DES). Che cosa pensi di questa drammatica connessione?

Molte persone mi hanno suggerito che Ruth Ozeki abbia letto TSPOM, perché i temi che affronta appaiono in molti capitoli del mio libro. Credo che il suo romanzo sia molto piacevole, triste e ben scritto. La questione non si riduce al fatto che alle donne e alle mucche viene somministrato lo stesso farmaco, c’è molto più di questo: le tecnologie riproduttive utilizzate per le donne sono state sviluppate sulla base di manipolazioni riproduttive condotte sulle mucche; ciò è stato possibile perché le mucche sono in una condizione di schiavitù sessuale, devono riprodursi continuamente e perciò hanno bisogno di ormoni.

Sfogliando TSPOM sembra che tutte le immagini e le pubblicità siano scioccanti, anti-femministe e speciste, mentre i testi scritti veicolino idee sia positive che negative su donne e animali. È corretta questa impressione? Il linguaggio visivo è più violento di quello verbale? Questo ha qualcosa a che vedere con la pornografia?

Penso che ci sia qualcosa di vero in quanto dici. In Modi di vedere(7), John Berger sostiene che gli uomini guardano le donne e che le donne guardano gli uomini che guardano le donne. Noi veniamo guardate e questo riflette l’attitudine della filosofia occidentale a ritenere che le donne siano più vicine al corpo e gli uomini alla razionalità. Molte similitudini con gli animali conseguono da questo dualismo e, al di là della pubblicità, esiste questa tendenza a distanziare le donne dagli uomini. La politica sessuale della carne riguarda esseri viventi che diventano consumabili, donne visivamente consumabili e animali, addomesticati o cacciati, consumabili materialmente.
Sì, penso che il linguaggio visivo sia più violento e potenzialmente più oppressivo del linguaggio verbale. C’è un libro bellissimo, The Pornography of Representation(8) di Susanne Kappeler, che collega il problema del “guardare” alla soggettificazione. “Guardare” nella cultura occidentale significa che un soggetto guarda un oggetto, alle spese di un altro essere che diventa quell’oggetto. “Guardare” è qualcosa che dimostra il dominio di chi guarda. Nell’atto di guardare, ma non in quello di leggere, si instaura automaticamente una gerarchia.

Recentemente hai criticato un video realizzato dalla PETA, che aveva l’obiettivo di screditare l’idea secondo cui i maschi vegani non siano sessualmente sani e virili. Il video mostra una ragazza che ha sul corpo i segni di un rapporto sessuale violento con il suo compagno vegano e traspare una certa ironia sulla violenza sessuale e domestica. Puoi spiegare il tuo punto di vista sulla questione?

La PETA non criticherebbe mai il funzionamento della politica sessuale della carne nella nostra società, perché ne ha bisogno. Anzi, la PETA utilizza la politica sessuale della carne per farsi strada all’interno della cultura dominante. La PETA è molto astuta, sa come attirare l’attenzione ed il sesso è facile da vendere. Penso che la PETA sia misogina e persino le donne, alcune delle quali sono ai vertici di questa associazione, possono essere misogine. La PETA sa che le idee, gli argomenti o i video che distribuisce non ripristinano il referente assente, accetta che la nostra cultura non si preoccupi degli animali, per cui non cerca tanto di rappresentare gli animali, quanto piuttosto di fare in modo che qualcos’altro rappresenti il suo messaggio. E uno dei modi che ha scelto per rappresentare la sua preoccupazione per gli animali è quello di utilizzare i corpi delle donne. La nostra cultura ricompensa la PETA per il fatto di essere misogina, prestandole attenzione proprio quando mette in atto azioni misogine. La nostra cultura sa bene come parlare delle donne come oggetti, sa guardare le donne come oggetti. L’idea che si debbano rassicurare gli uomini sulla loro sessualità perché sono diventati vegani è semplicemente assurda. Perché mai ci si dovrebbe addentrare in una tale discussione? Sembra qualcosa più da Ottocento che da XXI secolo! Il problema è che la PETA monopolizza la poca attenzione che la cultura dominante concede all’attivismo per i diritti animali e il suo monopolio sessualizza quello spazio. Uno dei risultati di questa politica è che in tutto il mondo le attiviste animaliste faticano ad ottenere attenzione per le loro cause e vengono ignorate perché non le presentano in maniera sexy o non le sessualizzano. La PETA allora cambia gli standard al fine di essere considerata degna di attenzione da parte dei media; oltre ad essere vergognoso, trovo che questo sia anche molto pericoloso.

In TSPOM sostieni che l’industria alimentare sfrutta principalmente le femmine e i cuccioli degli animali non umani. Tuttavia, la caccia e attività come la corrida coinvolgono solitamente animali maschi…

Nel terzo capitolo di TSPOM ho mostrato che la caccia si fonda su una tradizione che identifica la preda con la femminilità (gli animali uccisi vengono considerati deboli e quindi accostati alla femminilità). Le mucche sono apparentemente così “bovine”, ottuse e stupide, che non ci preoccupiamo del fatto che le mangiamo. La caccia non coinvolge sempre animali maschi (dipende da chi viene cacciato), ma certamente esiste anche in questo caso una politica sessuale della carne: la virilità viene conquistata grazie al nemico sconfitto, descritto poi come femminile. L’industria alimentare funziona in modo tale che gli animali, indipendentemente dal fatto che siano di sesso maschile o femminile, vengano rappresentati come femmine. La cultura americana, ad esempio, ha un’ossessione per il petto di tacchino e così alleviamo questi poveri tacchini con petti talmente grandi che a malapena reggono il proprio peso. Anche questo è legato al modo in cui femminilizziamo gli animali addomesticati; non è che l’industria alimentare non sfrutti gli animali maschi, lo fa eccome! I pulcini maschi vengono buttati via perché non depongono uova. I vitelli, che non possono partorire, vengono uccisi, perché ciò di cui l’industria alimentare ha bisogno è la schiavitù sessuale. Ciò di cui certi sport hanno bisogno è una reincarnazione regressiva della virilità ferendo e uccidendo altri animali. Perciò, sì, penso che ci sia una connessione tra questi fenomeni.

La cultura americana è spesso vista come una cultura carnivora. Il cowboy è una figura nazionale tipica e il rodeo è lo sport ufficiale di molti Stati. Come mai queste associazioni sono così radicate e in che modo la cultura tradizionale influenza i vegetariani potenziali?

Il motivo è ancora la politica sessuale della carne! La cultura americana democratizza il consumo di carne e lo associa con la virilità e con l’imperialismo. L’idea è che gli uomini abbiano bisogno della forza degli animali morti e questo è quantomeno ridicolo, dato che gli animali uccisi sono per lo più erbivori. Per gli uomini le attività cosiddette virili sono gratificanti e anche questo è interessante. La cultura dominante veicola inoltre un messaggio secondo cui esisterebbe un’associazione fra l’essere vegetariani o vegani e l’essere “effeminati” o che comunque un uomo è meno virile se non mangia carne.
Un modo in cui le tradizioni influiscono sui vegetariani potenziali è che le famiglie riproducono la cultura tradizionale e ci vuole un po’ di tempo perché questi imparino ad agire diversamente. A molti sembra che i vegetariani tradiscano le consuetudini familiari. Ho scritto un libro, Living Among Meat Eaters(9), che cerca di far comprendere che i vegetariani non distruggono le famiglie solo per il fatto di essere tali.

Il giorno del Ringraziamento, ad esempio, è legato all’immagine della famiglia che si riunisce a tavola, con il tacchino come piatto forte. Come si viene a compromessi con tradizioni culturali come questa, tradizione che coinvolge legami familiari e convivialità insieme ad atti di violenza?

Alcuni vegani continuano ad andare ai pranzi del Ringraziamento, altri trovano modi alternativi e a volte sono talmente fortunati che le loro famiglie decidono di fare un Ringraziamento vegan. Penso che sia ancora corretto quanto ho scritto in Living Among Meat Eaters e cioè che la nostra presenza mentre altri si cibano di animali morti li renda consapevoli che stanno facendo qualcosa di sbagliato. Il nostro ruolo dovrebbe essere quello di mantenerci a distanza dalla lotta che sta avvenendo nella coscienza di qualcun altro.
Gli Stati Uniti hanno accolto con entusiasmo il movimento Slow Food, che promuove una riflessione etica sul cibo incoraggiando le persone a preoccuparsi dell’ambiente, della propria salute e delle tradizioni culinarie locali, senza però prestare attenzione agli animali non umani. Che cosa pensi del chilometro zero e della carne biologica?

Penso che siano fenomeni molto pericolosi perché feticizzano la carne biologica locale. Questa tipologia di carne non può rispondere ai desideri di consumo dell’intera popolazione statunitense. Ritengo perciò che l’idea della carne biologica sia un modo per evitare di prendere in considerazione il fatto che non abbiamo bisogno di mangiare animali. Piuttosto che esplorare i molti modi meravigliosi, vari e creativi di preparare pietanze vegan, la risposta è stata quella di cercare di riformare un sistema sbagliato, che non può in nessun modo essere sostenuto. Questi fenomeni inoltre suggeriscono implicitamente che il problema non sia l’uccisione in sé. Io credo invece che il problema sia proprio l’uccisione degli animali. Uno dei risultati della carne e del latte biologici è che una mucca viene uccisa più facilmente perché non si possono utilizzare gli antibiotici. Gli animali rimangono mezzi per un fine, ma un “assassinio amichevole” è pur sempre un assassinio.
Il veganismo è iniziato come movimento politico e, prima che avessimo il tempo di articolare appieno le nostre connessioni con i movimenti di giustizia alimentare, è spuntato il chilometro zero come un modo più facile di pensare il mondo perché non richiede di mettere in discussione la relazione con gli altri animali e permette comunque di sentirsi nel giusto. Penso che la popolarità di questo movimento abbia creato un’ondata di rituali e di credenze pericolosi.

Alcune correnti ecofemministe hanno condotto ricerche sul postumanismo. Che cosa pensi di questo approccio? Ritieni che possa fornire basi solide per la liberazione degli animali?

Quello che ho notato è che ci sono correnti postumaniste che cercano di definire l’ecofemminismo come qualcosa di essenzialista e penso che si tratti di produzione accademica inutile se non scorretta. Credo che alcuni autori e autrici siano stati/e disonesti/e classificando le fasi iniziali dell’ecofemminismo come retrograde senza essersene realmente occupati/e. C’è almeno un autore fra questi che sta cercando di favorire la popolarità della carne biologica, perciò ho molti problemi al riguardo. Penso che si possa intessere un dialogo molto interessante con il postumanismo. C’è chi sta facendo un lavoro ottimo e stimolante al riguardo e altri invece che lo trovano solo un luogo più al riparo dal coinvolgimento con gli animali.

Come attivista, quali sono i tuoi obiettivi e come intendi perseguirli?

Al momento mi considero una lavoratrice culturale, cerco di aiutare le persone a criticare la cultura dominante, a vedere il mondo e le relazioni in maniera diversa, perciò i miei obiettivi potrebbero essere semplicemente far conoscere alle persone il cibo vegan, o mostrare lo slideshow di TSPOM, cercando di raggiungere più gruppi possibili al fine di incrementare la consapevolezza critica sulla realtà del mondo in cui viviamo. Lavoro anche in difesa dei diritti riproduttivi delle donne, specialmente negli Stati Uniti. Sono anche coinvolta in un gruppo che lavora coi senzatetto e, proprio ora, stiamo portando avanti un programma per la restituzione delle armi. Penso che scrivere sia parte del mio attivismo, perciò in giorni diversi faccio cose diverse per poter poi scrivere sul cambiamento.

Su cosa stai lavorando al momento?

Sto lavorando con Lori Gruen alla curatela dei saggi presentati alla conferenza che abbiamo organizzato lo scorso novembre in memoria di Marti Kheel. Questa conferenza, intitolata «Finding a Niche for All Animals», ha coinvolto autori e autrici sia già affermati/e che emergenti. È stato un fine settimana entusiasmante e meraviglioso. Eravamo tutti molto tristi nel ricordare Marti e il suo lavoro, ma anche grati per quello che la sua vita ha reso possibile.

 

Note:
1 Carol J. Adams, The Sexual Politics of Meat: A Feminist-Vegetarian Critical Theory, New York, Continuum 1990.
2 Id., «What Came Before The Sexual Politics of Meat: The Activist Roots of a Critical Theory», in Marianne DeKoven e Michael Lundblad (a cura di), Species Matters: Humane Advocacy and Cultural Theory, Columbia University Press, New York 2012. 3 Barbara Noske, Humans and Other Animals: Beyond the Boundaries of Anthropology, Pluto Press, Londra 1989.
4 John Maxwell Coetzee, La vita degli animali, trad. it. di F. Cavagnoli e G. Arduini, Adelphi, Milano 2000.
5 Josephine Donovan e C. J. Adams (a cura di), The Feminist Care Tradition in Animal Ethics: A Reader, Columbia University Press, New York 2007.
6 Ruth Ozeki, Carne, trad. it. di A. Nadotti, Einaudi, Torino 2001.
7 John Berger, Modi di vedere, trad. it. di M. Nadotti, Bollati Boringhieri, Torino 2004.
8 Susanne Kappeler, The Pornography of Representation, University of Minnesota Press, Minneapolis 1986.
9 C. J. Adams, Living Among Meat Eaters: The Vegetarians’ Survival Handbook, Continuum, New York 2001.

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