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Il mondo che prefiguriamo

Che economia ci sarà in una società ecologica e come si organizzeranno le comunità libere? Ecco l’opinione di un ecologista sociale.

28 luglio 2005 – Peter Staudenmaier
Fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/

rivista anarchica anno 35 n. 310 – estate 2005

Il mondo che prefiguriamo

Nel pieno delle lotte per un mondo migliore, i fautori dell’ecologia sociale si sono spesso impegnati in un dialogo critico con altre posizioni del pensiero della sinistra, proprio a proposito delle caratteristiche che dovrebbe avere il mondo per il quale ci battiamo. Le discussioni di questa natura affrontano spesso la questione dei rapporti materiali tra le persone e con il mondo naturale in un futuro liberato. Che economia ci sarà in una società ecologica? Come organizzeranno la propria esistenza le comunità libere?
Un’indagine rivolta in tal senso richiede l’esercizio di un’importante facoltà della filosofia dialettica: la capacità di pensare in modo speculativo. Prefigurare un futuro e lo stato oltre il capitalismo significa spingerci con il pensiero al di là del mondo intorno a noi e calarci in uno diverso, strutturato in modo del tutto differente, un mondo che abbia sviluppato alcune delle potenzialità sociali ed ecologiche che noi oggi riusciamo a vedere solo in forma distorta. Significa cercar di vedere il mondo non così com’è ma come dovrebbe essere.
Nel corso degli anni i fautori dell’ecologia sociale hanno avanzato diverse proposte concrete per un’economia municipalizzata e un’economia etica. Sono proposte che vanno nel senso di quello che Murray Bookchin definisce “il recupero dello stesso processo produttivo come mediazione ecologica tra uomo e natura”.
Queste proposte pratiche hanno in comune una concezione di fondo sulla possibilità di gestire in modo diverso economie complesse, senza mercati, senza classi e senza burocrazie, secondo linee di uguaglianza e di partecipazione.
Chi è per l’ecologia sociale sostiene che i meccanismi economici di una società libera, che siano quelli della produzione, della distribuzione o della riproduzione, dovrebbero avere quattro caratteristiche di fondo, dovrebbero cioè essere consapevoli, trasparenti, alterabili e integrati.
Consapevoli: vogliamo meccanismi economici scelti deliberatamente e strutturati deliberatamente, in modo da adempiere alle finalità che noi ci poniamo collettivamente, e non strutture economiche che ci costringano ad adempiere ai loro scopi.
Trasparenti: vogliamo che ognuno sia in grado di comprendere come funzionano i meccanismi economici della società.
Alterabili: Vogliamo poter cambiare le strutture economiche in base alle esigenze ecologiche e sociali.
Infine, vogliamo meccanismi economici che siano del tutto integrati con gli altri aspetti dell’autogestione delle comunità.
Come si presentano nella pratica questi valori? Come si potrebbe attuare questo insieme di postulati speculativi? Il testo che segue è un tentativo succinto di delineare un panorama della ristrutturazione economica in una società fondata sui principi dell’ecologia sociale.

La visione del mondo dell’ecologia sociale

Il mondo che noi prefiguriamo è un mondo di avventure e di possibilità, di relazioni radicalmente nuove e di forme possibili di esistenza individuale e sociale non facili da immaginare, ancor meno da descrivere nell’ottica del presente. Gran parte di quello che accadrà in un futuro ecologico sociale, tanto a livello dell’ambiente quanto a quello personale o comunitario, avrà un carattere spontaneo e creativo: noi non possiamo pianificarlo, proporlo o tanto meno predirlo.
Ciò nondimeno, un’evoluzione spontanea e creativa di potenzialità avrà bisogno di un quadro istituzionale e di una visione etica, se non vuole limitarsi a essere un semplice sogno. Perciò dobbiamo puntare la nostra attenzione sulle strutture sociali che rendano più probabile l’affermazione di una natura libera e di una società libera.
Gli ecologisti sociali lavorano per una società strutturata intorno alla libertà, alla cooperazione e alla diversità ecologica e sociale. La nostra visione di un mondo migliore si ispira a tutta una serie di esperimenti pratici e di speranze utopiche alimentate nel corso della storia da movimenti di emancipazione dal basso. Al centro della nostra visione delle comunità libere c’è la democrazia diretta: persone che gestiscono la propria esistenza in modo consapevole e collettivo, per il bene delle comunità cui appartengono. Invece di affidare il potere decisionale a esperti, professionisti, rappresentanti o burocrati, l’ecologia sociale prevede che tutti partecipino direttamente all’autogestione del propri affari comunitari.
Dato che siamo contrari alle forme istituzionali di dominio e gerarchiche, noi sostenitori dell’ecologia sociale respingiamo lo stato in quanto tale. Invece di presupporre un organismo separato che resta esterno alla società e che prende decisioni per conto di questa, prospettiamo che sia una rete di assemblee comunitarie l’organo decisionale di base e la struttura primaria per praticare la democrazia diretta.
Tali assemblee comprendono tutti i residenti di un dato territorio (nelle grandi città a livello di quartiere e nelle campagne a livello di comune) che si riuniscono a intervalli regolari per discutere e decidere le questioni che hanno da affrontare: scelte politiche ed economiche, anzi, qualsiasi scelta di rilevanza sociale che incida in modo significativo sulla vita della comunità nel suo insieme.
L’assemblea popolare comprende chiunque voglia prendervi parte e offre una tribuna democratica a ogni membro della comunità per impegnarsi reciprocamente su base paritaria a dare forma alla vita sociale.
Le interazioni che si verificano stimolano un senso di responsabilità e di interdipendenza comune, oltre a offrire uno spazio pubblico per risolvere dissidi e contrasti secondo ragione e senza costrizioni. Riconoscendo che le persone hanno interessi diversi, aspirazioni e convinzioni diverse, l’assemblea di quartiere e il senso civico che le vive accanto offrono l’opportunità per riconciliare gli obiettivi particolari e quelli generali. La democrazia diretta, in questo senso, comporta a impegnarsi per il bene del proprio vicino.
Il bene della comunità, a sua volta, implica un rispetto attivo e l’apprezzamento del contesto naturale al cui interno vivono le comunità locali. Nessun ordine sociale è in grado di garantire che l’ecosistema e gli habitat che ospitano i vari insediamenti umani possano vivere e prosperare, ma i fautori dell’ecologia sociale sono convinti che le comunità che si strutturano intorno ai principi della libera associazione e dell’aiuto reciproco siano molto più idonei a favorire la diversità e la sostenibilità ambientale rispetto a quelli che hanno al centro sistemi di potere autoritari. Nelle società che hanno saputo superare il dominio e la gerarchia, possono integrarsi la floridezza dell’ambiente e quella degli esseri umani, traendo forza l’uno dagli altri.
La prospettiva etica che esprime questi potenziali non è meno importante degli stessi metodi pratici. Gli ecologisti sociali vogliono creare forme che promuovano la libertà e la solidarietà, strutturando questi valori nel tessuto stesso delle relazioni sociali e delle istituzioni pubbliche. Per questo, sottolineando l’importanza delle assemblee dirette aperte a tutti, vogliamo incoraggiare e non precludere la creazione di altre forme sociali libertarie e cooperative. Nella nostra concezione di un mondo libero ha un posto importante un’enorme varietà di associazioni spontanee, di soluzioni dinamiche, di luoghi di lavoro, di strutture familiari… Le uniche forme da escludere sono quelle fondate sullo sfruttamento e sull’oppressione.

Autogestione comunitaria

Il modello di democrazia diretta dell’ecologia sociale, pertanto, è concretizzabile in tanti modi diversi, secondo i bisogni, i desideri e le esperienze di coloro che ne sono ispirati. Questo vale soprattutto per i processi economici e lo scenario qui delineato è solo una delle possibili interpretazioni degli aspetti economici di una società che si fondi sull’ecologia sociale. La prospettiva unitaria di fondo è quella di un’economia etica, in cui le condizioni materiali della nostra esistenza sono reintegrate in un più ampio contesto etico e istituzionale. Economia etica significa che le scelte sulla produzione e sul consumo fanno parte della vita civile della comunità nel suo insieme.
In un quadro del genere, i consigli operai rivestono una funzione centrale nell’amministrazione quotidiana della produzione, mentre le assemblee locali hanno l’ultima parola riguardo alle decisioni più importanti in campo economico. Tutti i membri di una data comunità partecipano alla formulazione della politica economica, che viene discussa, dibattuta e decisa nell’assemblea popolare. L’ecologia sociale prevede un ampio decentramento della produzione, in modo che chi lavora in una data impresa viva in genere nella stessa municipalità dove lavora. Grazie a una trasformazione consapevole del lavoro in un’attività sociale libera, che combina capacità manuali a quelle intellettuali, noi prospettiamo un processo produttivo che soddisfi i bisogni della persona e della comunità, articolati nel loro contesto ecologico. Oltre a rifiutare capi, profitti, stipendi e valori di scambio, cerchiamo di superare la riduzione capitalistica degli esseri umani a strumenti di produzione e di consumo. Il modello assembleare dell’ecologia sociale spinge ad affrontare le decisioni economiche non puramente in quanto produttori o consumatori, ma come membri di una comunità che mirano a un obiettivo generale di benessere sociale ed ecologico.
Le linee generali della produzione comunitaria sono dunque stabilite a livello di assemblea, ma sono poi messe in pratica da collettivi di dimensioni minori, anch’essi operanti su basi ugualitarie, partecipative e democratiche. Le cooperative familiari e i luoghi di lavoro collettivi costituiscono una parte integrante di questo processo. Le decisioni che incidono a livello regionale sono elaborate da confederazioni di assemblee locali, in modo che chiunque ne sia toccato possa partecipare alle scelte definitive. A comitati specialistici si possono delegare compiti particolari, ma le questioni di sostanza e di pubblico interesse sono soggette alla discrezione dell’assemblea popolare.
La democrazia diretta favorisce la formazione e l’espressione di opinioni divergenti, perciò, per ogni decisione da prendere, ci saranno diversi punti di vista, ognuno illustrato dalle persone che lo porteranno avanti. I membri dell’assemblea valutano le varie proposte e ne discutono i meriti e le implicazioni, eventualmente apportando modifiche e correzioni. Quando non emerge un chiaro consenso, si vota una o più volte per stabilire quali siano gli interventi che godono del maggior favore.
La visione di un’economia etica dell’ecologia sociale ha come cardine il comunismo libertario, nel quale i frutti del lavoro comune sono a libera disposizione di tutti. Il principio “da ognuno secondo le sue capacità e a ognuno secondo i suoi bisogni”, che distingue la nostra prospettiva da molti altri programmi anticapitalisti. nasce da un’etica civile nella quale l’attenzione al bene comune configura le scelte individuali. In assenza di mercati, di proprietà privata, di divisione in classi, di produzione di merci, di sfruttamento del lavoro e accumulazione del capitale, il comunismo libertario può diventare il meccanismo distributivo per il benessere sociale e il corrispettivo in economia delle strutture politiche trasparenti e a misura d’uomo proposte dall’ecologia sociale.
In una soluzione del genere, l’interazione tra piccoli comitati, gruppi di lavoro e l’assemblea plenaria diventa indispensabile per garantire il carattere democratico e partecipativo del processo decisionale. La preparazione di proposte coerenti da presentare all’assemblea richiederà un lavoro specialistico e una scrupolosa raccolta di informazioni, nonché un lavoro di analisi e di interpretazione.
Dato che queste attività potrebbero avere una sottile influenza sull’esito definitivo di ogni decisione, la responsabilità per svolgerle dovrebbe essere affidata a rotazione a una commissione transitoria selezionando a caso i membri dell’assemblea.

Pratica di democrazia diretta

Dopo che l’assemblea ha considerato, discusso e messo a punto le varie proposte presentatele, e ha approvato le linee generali dell’economia locale, i membri della comunità continuano a perfezionare e ad attuare le scelte sui luoghi di lavoro, di abitazione e altrove.
Gli ostacoli e disaccordi che non sono risolvibili si presentano al livello della singola impresa, istituzione e complesso abitativo, si possano riportare all’assemblea plenaria per essere ridiscussi. Se, per qualsiasi motivo, non si rispettano alcuni aspetti di una politica concordata, questo fatto risulterà subito evidente ai membri della comunità, che potranno quindi applicare le modifiche e le correzioni necessarie.
Gran parte della vita economica si svolgerà all’interno di collettività di piccole dimensioni, in collaborazione diretta con i compagni di lavoro, coabitanti, associati e vicini; gli aspetti complessivi dell’orientamento economico pubblico saranno presi in esame all’interno dell’assemblea dell’intera comunità.
Se necessario, le questioni che riguardano un’intera città o una regione saranno affrontati a livello confederale, ma la decisione definitiva resterà nelle mani dell’assemblea locale.
Due sono le ragioni di questa enfasi sulla sovranità delle assemblee. La prima è che l’assemblea locale è la tribuna più accessibile per la pratica della democrazia diretta e di vigilanza contro il riemergere di differenze di potere e di nuove forme gerarchiche. Dato che comprende tutti i membri della comunità su termini paritari e opera tramite la partecipazione diretta e non per rappresentanza, l’assemblea offre le migliori possibilità per estendere l’autogestione collettiva a tutte le sfere della vita sociale.
La seconda ragione è che l’assemblea locale rende possibile a tutti decidere delle proprie faccende politiche ed economiche in modo generalizzato e coerente, grazie alla discussione faccia a faccia con le persone insieme alle quali si vive, si gioca, si lavora. L’assemblea popolare favorisce un approccio totale agli affari pubblici, in grado di tenere conto della miriade di interconnessioni tra economico, sociale ed ecologico.
Questa visione sarà in gran parte praticabile se la si lega a una revisione radicale dell’infrastruttura tecnologica, revisione sostenuta dall’ecologia sociale per ragioni ambientali come per ragioni democratiche. Noi prevediamo che la produzione avvenga per lo più sul piano locale, con la socializzazione di funzioni specialistiche e con l’integrazione del lavoro concettuale e di quello manuale. Ci saranno ancora alcune importanti attività sociali che non potranno o non dovranno essere del tutto decentrate: gli istituti di ricerca avanzata, per esempio, saranno al servizio di ampie regioni anche se ospitate in una municipalità. Per questo la confederazione, che esclude i campanilismi e gli isolazionismi, svolge una funzione essenziale all’interno della visione politica dell’ecologia sociale.
Se questo scenario si concentra principalmente sulle comunità locali che generano politiche economiche commisurate alle proprie specifiche condizioni sociali ed ecologiche, l’ecologia sociale è contraria ai concetti di autosufficienza e di autarchia come valori in sé: noi li riteniamo auspicabili se e quando contribuiscono alla partecipazione e a processi decisionali democratici sotto il segno dell’ecologia.
Preconizziamo una confederazione di assemblee in coerente dialogo tra loro, per il tramite di organismi confederali composti da delegati revocabili e con precisi mandati da parte di ogni assemblea costituente. Tali organismi sono considerati dirette emanazioni delle comunità democratiche locali e non loro sostituti. Poiché le relazioni economiche in particolare implicano spesso la collaborazione tra comunità distanti tra loro, la confederazione offre un contesto compatibile per la condivisione di risorse, capacità e conoscenze.
Una rete confederale di assemblee popolari offre un metodo pratico perché tutti orientino consapevolmente e insieme la propria esistenza e perseguano obiettivi comuni nell’ambito di un progetto di libertà sociale.
Coniugando solidarietà e autonomia, possiamo ricreare la politica, l’arte dell’autogestione comunitaria, come espressione più elevata dell’azione diretta. In un mondo così concepito, l’economia come la conosciamo oggi non esisterà più. Quando il lavoro diventerà un’attività creativa, quando la produzione sarà l’armonizzazione dei potenziali umani ed ecologici, quando l’economia si trasformerà in autodeterminazione collettiva e in un consapevole esplicarsi di possibilità sociali, naturali ed etiche fino a quel momento inimmaginabili, saremo arrivati ad avere una società liberata e le idee qui delineate prenderanno la forma concreta di realtà viventi e di esperienze dirette.

Note:

Traduzione dall’inglese di Guido Lagomarsino

Peter Staudenmaier, attivista anarchico e ecologista, collabora con l’Institute for Social Ecology, è autore di Ecofascism: Lessons from germany Experience

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Indirizzo breve di questa pagina: http://www.manifestoantispecista.org/web/g8QOc

4 Commenti

  1. Ciao Eva,
    Credo che la società umana dovrà subire uno stravolgimento le cui conseguenze oggi non è possibile valutare, questo solo per poter sopravvivere a se stessa.
    Se tali cambiamenti saranno fatti volontariamente e coscientemente, sarà la cosa migliore. Altrimenti saremo costretti a farlo, pena la nostra estinzione e la distruzione del pianeta.
    Questo scenario apocalittico serve solo per farti capire che forse ha poca importanza che lo smantellamento della società del dominio avverrà in modo drammatico e cruento o gradualmente e pacificamente (?), l’importante è che è ormai inevitabile. Tanto vale affrettarsi ad elaborare un nuovo modello di vita che sia finalmente rispettoso degli altri.

    Tu scrivi “finchè non rimaremmo talmente pochi che saremo troppo distanti per litigarci il poco rimasto.”
    Anche in questo caso si arriverebbe inevitabilmente ad una soluzione. Come sempre, il destino pare essere nelle nostre mani.

  2. Ciao Killer,

    probabilmente mi sono espressa male.
    Anche io credo che si debba andare in quella direzione ma credo che questa rivoluzione che dobbiamo assolutamente mettere in atto, richieda molto tempo.
    Quindi, siccome ritengo che questo tempo non ci sia, temo che la cosa avverrà in maniera violenta e drammatica.
    Cioè, il numero di umani ad esempio non farà in tempo a ridursi perchè tutto gli umani arrivano a capire che “così non va…consumiamo di meno, cambiamo sistema economico…e forse è il caso di dare una taglio alle nascite…”, ma perché (così io la vedo), ci saranno grandissime carestie, che scateneranno grandissimi ulteriori conflitti (e come disse Einstain, non con i bastoni, almeno non per questo prossimo giro di boa), che a loro volta scateneranno carestie, e così via…finchè non rimaremmo talmente pochi che saremo troppo distanti per litigarci il poco rimasto.
    Questa mia visione taluni la chiamano erroneamente “catastrofismo”. Ma tale non è, secondo me qualsiasi matematico è in gradi di ipotizzare uno scenario simile…
    Resta il fatto che nel frattempo si deve mettere in atto tutto il possibile per cambiare. Metti mai che io (e tutti quelli che la vedono come me) mi sbaglio e riusciamo a riasettarci senza scatenare l’apocalisse… ;-)
    Spero solo che in tutto questo si salvino il più possibile le altre specie…:-(

  3. Cara Eva,

    Personalmente io non parlerei di “costo zero”, nel senso che a mio avviso una decrescita drastica della popolazione umana mondiale è auspicabile ed anzi assolutamente necessaria. Non solo non ci sono risorse per le future generazioni, ma non ce ne sono nemmeno per le presenti con gli attuali ritmi di consumo. Quindi la visione descritta (che condivido in gran parte, ma a cui aggiungerei dei fondamentali distinguo) può parere utopistica, ma sotto un certo punto di vista ritengo sia possibile, visto che in un modo o nell’altro dovremo diminuire numericamente, volenti o nolenti.

    La questione demografica, pertanto, non è affatto elusa.

  4. Girando le carte è inutile negare che io ritenga il modello qui ben spiegato, l’unico coerente con “aspecismo”, con l'”antispecismo” ed infine l’unico possibile e sostenibile.

    Di ecologia sociale si può correttamente parlare perchè è la società stessa che abbiamo strutturato ad essere ributtata dal sistema naturale, quindi è la società stessa che deve ritrovare una sua collocazione nel ciclo di nascita e di morte di tutto ciò che esiste.

    C’è purtroppo qualche problema secondo me nel realizzare (anche volendo) il modello qui sopracitato, a costo zero, dove per costo zero intendo senza che si estingua il 98% della popolazione umana:

    Il primo e sicuramente il più importante è il tempo. Il tempo che ci resta (ovviamente secondo me, e secondo la mia limitata visione delle cose), da qui a quando il famoso pointbreak ci capitombolerà a valle tutti e 98%. Non faremo in tempo a cambiare rotta, a cambiare testa, e sopratutto ad intervenire.
    Questo però per me non è motivo di sconforto. Anzi. Quando penso a questo buco nero che vedo nel nostro futuro penso che tutto ciò che devo fare è lavorare per proteggere queste idee, questo modello possibile e realizzabile, per garantire a quelli che dovranno pagare il conto di poter construirsi un futuro diverso, perchè ci manca solo che ricominciano tutto d’accapo. Quindi non si tratterà mai di sforzi inutili, anzi, bisogna pensare che c’è fretta.

    Il secondo è che dobbiamo parlare di sovrapopolazione o da qui non se ne esce. Posto che il disastro cui secondo me dovremo far fronte risolverà drasticamente il problema, è comunque qualcosa di cui dobbiamo prendere coscienza.
    Non c’è nulla che suggerisca che una specie il cui numero di individui aumenta sensibilmente e in poco tempo, si stia garantendo alcun successo di sopravvivenza e benessere. Al contrario…ma in questo gli esseri umani continano a pensare che “ce ne è per tutti”.
    Non è affatto vero. Non solo consumiamo ed inquiniamo anche al minimo del nostro impatto in maniera insostenibile, ma rubiamo la terra alle altre specie, impedendo che davvero si possa parlare di ecologia, di qualsiasi natura.
    Dovremo prima o poi accettare che siamo troppi ed è stupido se ci teniamo alla sopravvivenza, continuare ad esserlo. E anche dirci che ogni modello di democrazia diretta è applicabile in maniera sensata solo in termini territorialmente ristretti (in un certo senso di competenza, salvo per le tematiche che davvero impattano su tutti), ma quando c’è sovrapopolazione, necessariamente si incappa in conflitti insanabili con la democrazia diretta poichè il voto viene corrotto da stupidità, avidità o semplice bisogno.

    Saluti cordiali e grazie per questo utile spazio!

    Eva Melodia
    Antispecismo in Toscana
    http://adtforum.hopto.org

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