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Definizione di specismo

Frutto di un lavoro cominciato nel 2007, di seguito è possibile leggere l’attuale proposta di definizione del termine “specismo” tratta dal libro “Proposte per un Manifesto antispecista. Teoria, strategia, etica e utopia per una nuova società libera” di Adriano Fragano, NFC Edizioni, 2015.

DEFINIZIONE DI SPECISMO

Il termine specismo fu usato per la prima volta dallo psicologo inglese Richard Ryder nel 1970, per riferirsi alla convinzione pregiudiziale che gli Umani godano di uno status morale superiore (e quindi di maggiori diritti) rispetto agli altri Animali. L’intento di Ryder consisteva nell’evidenziare le analogie fra lo specismo e il razzismo, dimostrando che le argomentazioni filosofiche per condannare queste due posizioni sono affini. Fra le varie giustificazioni addotte a difesa dello specismo come pregiudizio, le più comuni si basano sui seguenti fondamenti:

1) la replica dei meccanismi naturali di lotta fra specie (legge della giungla, catena alimentare, etc.);

2) una concezione del diritto inteso come prerogativa attribuibile soltanto agli esseri umani perché raziocinanti;

3) la non consapevolezza di tutti gli Animali della propria esistenza.

In modo del tutto arbitrario, però, lo status morale superiore umano viene esteso anche agli Umani che mancano degli attributi di volta in volta strumentalmente utilizzati per giustificare, in positivo, tale status, ma tutelati in quanto appartenenti alla specie umana (per esempio neonati, handicappati mentali, malati in stato vegetativo, etc.).

Lo specismo non è solo un atteggiamento pregiudiziale (causa di un pregiudizio individuale o collettivo), ma anche un’ideologia e prassi del dominio sugli Animali * . Più in generale lo specismo può essere definito una filosofia antropocentrica nella concezione degli Animali. In tal senso è importante definire il concetto di dominio per tentare di comprendere quando la società umana diviene specista. Si definisce sfruttamento il controllo (totale o parziale) del ciclo biologico di un altro essere vivente fino a fargli perdere l’autonomia, riducendolo a una risorsa. Quando lo sfruttamento si esercita su un altro essere senziente come negazione della possibilità di avere qualsiasi rapporto libero e come riduzione (o cancellazione) della sua identità, allora parliamo di dominio.

Ciò detto, vanno considerate speciste le società umane che praticano l’addomesticamento della vita non umana in ogni sua forma e, pertanto, tutta la storia della civiltà fondata sull’allevamento e l’agricoltura.

In linea generale, si può affermare che lo specismo, come visione ideologica, nasce con l’affermazione di civiltà e di religioni antropocentriche ** , nelle quali l’Umano si pone al di fuori della natura, come signore della natura, in una posizione di privilegio ontologico e assiologico.

La storia dell’umanità ci mostra inoltre che, benché lo specismo non sia stato l’unica causa di tali sviluppi sociali, è certo che senza lo sfruttamento della natura, non sarebbe stato possibile creare il differenziale di ricchezza sociale ed economica che è alla base delle società classiste, sessiste e belliciste e, dunque, dell’intera “civiltà”.

Le oppressioni di specie, di genere, di classe e di razza sono chiaramente connesse: la società umana stessa è tenuta insieme e definita da rapporti di esclusione e sfruttamento dell’altra/o, che è regolarmente l’oggetto di una prassi di sfruttamento a beneficio di una élite. Si comprende dunque come la lotta contro lo sfruttamento animale, miri a eliminare il tassello fondamentale su cui si è costruita tutta la civiltà del dominio.

Per i motivi di cui sopra, è lecito pensare che la morale comune (da cui deriva il senso comune, ossia il comune sentire) e tutte le istituzioni (locali, nazionali, internazionali o sovranazionali che siano) sono contraddistinte da una filosofia specista. Non è perciò un caso il fatto che il movimento di liberazione animale in tutto il mondo, abbia cominciato a maturare una consapevolezza che lo spinge ad allargare sempre più il campo etico in cui s’inscrive l’originario dibattito storico sullo specismo.

Va infine evidenziato che, se la società umana si è sviluppata secondo determinate linee guida caratterizzate da ideologie e prassi di dominio quali lo specismo, se ne può dedurre che probabilmente lo specismo stesso abbia delle radici ben più profonde (di natura antropologica) di quelle fino a ora analizzate, non solo quindi sociali e storiche: è opportuno pertanto parlare anche di un specismo antropologico.

Note:

(*) Il sociologo americano David Nibert definisce lo specismo come “un’ideologia creata e diffusa per legittimare l’uccisione e lo sfruttamento degli altri animali”.
Si veda: David Nibert, Animal Rights/Human Rights: Entaglements of Oppression and Liberation, Rowman & Littlefield, 2002.

(**) Per quanto sicuramente caratterizzate anch’esse da crudeltà sia in senso inter che intraspecifico, probabilmente non è corretto considerare come società inequivocabilmente speciste (né in senso materiale né ideologico), le società di raccolta e caccia con la loro visione animistica del vivente. È possibile comunque che lo fossero potenzialmente senza poterlo diventare a causa dell’ancora scarsa capacità di controllo nei confronti dei viventi.

Indirizzo breve di questa pagina: http://www.manifestoantispecista.org/web/grnpz