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Cos’è l’antispecismo – e sue critiche…

Di seguito potrete visionare un testo di Marco Maurizi dal titolo a dir poco impegnativo: “Cos’è l’antispecismo”. Il testo è proposto perché ricco di spunti di riflessione – e di critica – utili al dibattito sull’antispecismo e di conseguenza sullo specismo.

www.manifestoantispecista.org/web/wp-content/uploads/2008/02/marzo-maurizi-antispecismo.doc

A seguire anche una prima considerazione personale, ogni contributo è il benvenuto.

Indirizzo breve di questa pagina: http://www.manifestoantispecista.org/web/jHYZm

27 Commenti

  1. Sostanzialmente si può cominciare con il considerare due punti fondamentali, due elementi di discordanza con il testo proposto.

    1) lo specismo come conseguenza dell’impostazione della società umana (quindi con connotati prettamente storici)

    2) l’individuazione dell’origine dello specismo nella stanzialità e della struttura sociale umana

    Vi sarebbero poi altri punti (ad esempio a riguardo del primitivismo e dell’estinzione umana) da affrontare, ma ciò lo si farà se serve successivamente per non creare troppa confusione.

    1) Maurizi afferma “È indubbio che qualcosa come un’attitudine mentale o un habitus morale che ponga l’interesse dell’uomo al di sopra di quello di ogni altro vivente esiste. Ma esiste socialmente non individualmente. Esso è cioè il prodotto dell’interazione tra gli uomini e di una determinata organizzazione della società, non può essere spiegato in termini biologici o psicologici (come un desiderio di prevaricazione insito nella natura umana o l’espressione di una violenza innata).”.
    Ciò che viene reputato indubbio, a mio avviso, è invece fortemente dubbio. Basta consultare un qualsiasi testo di antropologia, o un qualsiasi scritto che si occupi dell’evoluzione sociale umana per capire che invece è fortemente probabile (o perlomeno non escludibile aprioristicamente come il testo propone) che sia insita nell’essere umano la volontà di sopraffazione nei confronti degli altri. Non considerarlo presupporrebbe dichiarare che l’essere umano nasce puro e sostanzialmente buono (nell’accezione più ampia del termine), ciò cozza contro le innumerevoli prove a carico dei singoli individui, delle società nomadi di raccoglitori e cacciatori, delle società primitive contemporanee etc… Tutte o quasi prove che dimostrano che raramente l’uomo riesce a raggiungere un livello tale da essere considerato esente da crudeltà e da volontà di dominio. Il “buon selvaggio” altro non è, purtroppo, che una figura letteraria, per contro nella realtà in qualsiasi società – anche la più disorganizzata, spontanea e primitiva, c’è chi comanda e sfrutta e chi obbedisce e viene sfruttato.
    L’individuazione della nascita del concetto sociale di classe come punto di partenza dell’ottica specista è un errore, piuttosto il concetto di classe ha enfatizzato ciò che era già ben presente nella visione umana della vita sociale.

    I popoli nomadi hanno caratteristiche di crudeltà ben evidenti, anche i singoli gruppi umani, sebbene isolati, riescono ad omologare i propri atti nei confronti degli “altri” secondo una visione di sopraffazione. I Masai – popolo antichissimo e nomade – hanno una considerazione nulla della Donna, sono più impostanti le Mucche perché considerate moneta di scambio. La pratica della schiavitù era diffusissima nelle tribù umane, infatti i nemici se non venivano sacrificati divenivano schiavi. Le stesse pratiche di iniziazione dei giovani membri della tribù erano, e sono, connotate da crudeltà e sadismo.
    non è possibile pertanto tentare, pena il fallimento, di agganciare la problematica della visione specista umana solo alla questione della società di classe: sarebbe purtroppo un tentativo strumentale.

    Insomma la letteratura in merito è notevolissima e non lascia spazio a sicurezze in merito. Il dubbio, quindi, che la crudeltà e la volontà di dominio sia intrinseca nell’Umano è più che lecito.
    Ultima considerazione. Se per assurdo ciò non fosse vero, come si spiegherebbe che da una ipotetica perfezione ed integrazione nella natura, la società umana si è “evoluta” sempre e comunque verso modelli crudeli, ingiusti o connotati dal dominio?

    2) L’ultima riflessione del punto 1 si aggancia al presente punto. Ritengo molto probabile che vi siano due possibili “evoluzioni” sociali ed individuali, due tipologie di crescita nella specie umana.

    a) La visione della società del dominio: partita dai singoli gruppi umani vaganti nella preistoria dove un capo aveva diritto di vita e di morte sugli altri, continuata nelle società nomadi e cacciatrici con la ghettizzazione dei più deboli e la nascita del mito della casta guerriera dominante affiancata dalla nascita delle prime religioni scaturite dalla volontà di legittimazione soprannaturale dell’ingiustizia. Giunta fino alla creazione di società stanziali, verticali e legate al territorio genitrici della moderna società del capitale.

    b) la visione della società della solidarietà: versante debole e minoritario concretizzatosi solo periodicamente nella storia umana attraverso esperimenti comunitari sociali perlopiù legati a visioni considerate utopistiche o rivoluzionarie. Visione, questa, antitetica rispetto alla prima che è chiaramente la più facile e la più percorsa.

    Le due visioni, storicamente riscontrabili, ci fanno capire che in realtà la specie umana possiede in nuce sia la capacità di distruggere e soggiogare, sia quella di collaborare e rispettare. Ciò che noi definiamo “cultura” ci rende popi più propensi all’uno o all’altro atteggiamento che diviene stile di vita, ideale e fede.

    In questa visione si può calare l’ipotesi di una costruzione di una nuova società, in questo Maurizi ha pienamente ragione, quindi NON un recupero di ancestrali purezze, peraltro quasi inesistenti nella realtà, ma della creazione di nuovi rapporti con i nostri simili e con gli Animali.

  2. La bella analisi che Adriano ci propone mi solleva dal difficile compito di riscrivere gran parte delle affermazioni che avrei voluto mettere a disposizione del dibattito, concordando io quasi parola per parola con le sue considerazioni.

    E sottovoce lo ringrazio: non sarei stato capace di essere così incisivo nel contrappormi alle pur interessanti affermazioni di Maurizi che ho peraltro letto assai attentamente.

    Per aggiungere ancora qualche modesto corollario, dunque, tralascerò di approfondire alcune mie convinzioni assolutamente radicate in anni di studi e di esperienza sul campo per quanto riguarda l’analisi dell’interazione sociale dell’uomo e passerò oltre, sperando in un giorno nel quale la consapevolezza che noi umani si appartenga alla specie più pericolosa del pianeta cominci a diventare un “idem sentire” condiviso da maggioranze più larghe.

    Adriano, perdonami: la innata cattiveria dell’uomo non è un “legittimo dubbio”. Credo che si possa tranquillamente affermare che questa nostra attitudine sia una “certezza”. Con le debite eccezioni, certamente.

    Liquidare – per tornare alle affermazioni di Maurizi – come “nichilista estinzionista” chi ha una visione realistica del futuro, oppure criticare chi cerca di “salvare il salvabile”, di fronte all’ineluttabile, mi pare un tantino restrittivo.

    Avrò capito male, nonostante abbia riletto più volte, ma la mia considerazione la sostengo con forza.

    Bollare poi costoro come “primitivisti” è un esercizio comunicativo oserei dire estremamente azzardato.

    Sono d’accordo con Maurizi sull’impossibilità di disgiungere la liberazione animale da quella umana, ma ciò non può creare un passaporto concettuale utilizzabile per transitare verso la presupposizione che sia possibile tale “liberazione” in futuro più o meno prossimo.

    Occorre essere realisti. Non già tirando in ballo John Zerzan, ma ricordando che il pianeta terra ha ormai già da tempo raggiunto il punto di non ritorno.
    Se la maggiore potenza industriale non ha alcuna intenzione di sottoscrivere il protocollo di Kyoto, e gli umani che stanno “sul ponte di comando” delle multinazionali si muovono nella stessa direzione, è proprio perchè questi “signori della guerra e del petrolio” sono perfettamente consapevoli della catastrofe, ma sanno che hanno ancora qualche annetto davanti per continuare a compiere le loro immense nefandezze.

    Così come fanno, né più né meno, i “signori della carne”.
    Parlare di privitivismo – dunque – a me sembra una stortura e dunque insisto: “salviamo il salvabile”, in modo da ridurre la sofferenza animale, praticando quello che Maurizi definisce lo specismo “rozzo”.

    Una precisazione, infine.
    Per anni ho creduto giusto aderire al movimento estinzionista. Oggi comprendo quanto sia erroneo sostenere quelle tesi.
    Non perchè abbia mutato i miei convincimenti, ma perchè è assolutamente inutile.

    Credo infatti sia possibile affermare che ormai l’umanità non potrà più riprendersi ed è – per fortuna della Terra – destinata a “togliere il disturbo”.

    Al massimo fra un centinaio d’anni, più o meno.

    Mi rendo conto che queste mie disamine possono essere immediatamente catalogate come “semplicistiche”.
    Correrò il rischio di essere apostrofato in tal senso: sono anni che provano a demolire queste constatazioni realistiche ricorrendo a tale giudizio.
    :-)

    Per concludere credo che salvaguardare la cultura umana sviluppatasi (si fa per dire) in un tempo paragonabile ad un battito di ciglia all’interno del percorso evolutivo del pianeta, significhi rimanere COMUNQUE ancorati ad una visione dell’uomo che tende a renderlo degno di proseguire la permanenza in questo mondo.

    Lasciatemi nel dubbio che non sia giusto permetterglielo.

    L

  3. Caro Adriano,

    i problemi che sollevi rispetto a questo testo sono importanti e ti ringrazio per i commenti. Non voglio sottrarmi oltre al confronto anche se devo dire che anche questo testo è un testo un po’ particolare. Se le Tesi erano un “programma di lavoro” che necessitava di ulteriore riflessione, questo testo presenta, in forma abbreviata, solo il “risultato” di quel lavoro di ricerca, che ho svolto in realtà qui (come vedi con ben altra estensione e abbondanza di riferimenti bibliografici):

    http://www.liberazioni.org/liberazioni/articoli/MauriziM-04a.htm
    http://www.liberazioni.org/liberazioni/articoli/MauriziM-05.htm

    Non pretendo certo che li si legga, però vorrei fosse chiaro che è lì che stanno le argomentazioni centrali alla base di “Cos’è l’antispecismo?”. Cercherò qui brevemente di riprodurle.

    La prima questione che poni (e la ponevi anche rispetto alle Tesi) è se l’uomo sia o non sia un “animale dominante” o, come dici qui, se non abbia una qualche “volontà di sopraffazione”. Ammetto che le risposte che stanno nelle Tesi e in “Cos’è l’antispecismo?” possono sembrare non convincenti, tuttavia io non sto affatto affermando che l’uomo è “buono” per natura e vorrei che fosse chiaro. Si tratta di una tesi che non solo non condivido ma che penso non abbia SENSO. Così come non ha senso dire che l’uomo è “cattivo” per natura. Non sono frasi che ci aiutano a capire come si è evoluta la società umana, dunque non ci aiutano a capire nemmeno cos’è lo specismo. Bisogna andare oltre il buono e il cattivo e trovare dei concetti che aiutino a spiegare i rapporti concreti tra uomini e tra umani e non umani.

    Tu parli di “volontà di sopraffazione” e di “crudeltà”. Ma anche questi non mi sembrano concetti sufficienti.
    Cosa signfica infatti “volontà di sopraffazione”? Se con questo intendi la capacità di assalire e uccidere un altro animale è indubbio che appartenga alla specie umana così come a qualsiasi altra specie animale “predatrice”. Anche gli altri animali sono crudeli, il gatto sembra addirittura divertirsi a torturare animali indifesi…dunque? Magari non lo fa per “sadismo” (non sappiamo cosa gli passa per la testa) ma ciò non fa molta differenza per il topolino o la lucertola che stanno nelle sue grinfie. Si potrebbe sempre affermare che tutti gli animali “crudeli” sono specisti ma possiamo veramente affermare questo se per “specismo” intendiamo (e ancora non mi pare ci sia una definizione alternativa a quella singeriana) “pregiudizio della propria superiorità nei confronti di altre specie”? Evidentemente no. Non basta la volontà di “far male” per definire lo specismo, c’è come minimo bisogno anche (1) della COSCIENZA della propria “superiorità”. Ma
    non basta ancora, c’è bisogno (2) della volontà e della capacità di DOMINARE l’altro. Ecco, secondo me, senza il concetto di DOMINIO non se ne esce. E bisogna declinarlo sia per quanto riguarda la società umana al proprio interno che per il rapporto tra la società umana e la natura.

    Parlare infatti di caratteristiche “delL’uomo” in generale semplifica troppo la questione. L’uomo è un animale SOCIALE ed è essenziale capire che rapporti si sviluppano (all’interno della società e nei confronti della natura) nelle diverse società. Ora, io distinguo – in linea con la paleontologia e l’antropologia – fasi diverse dell’evoluzione sociale umana. Per semplificare possiamo definirne come segue:

    – società di caccia e raccolta (tendenzialmente egualitarie, simbiosi con l’ambiente naturale)

    – società stanziali e nomadiche che esercitano un controllo parziale sull’ambiente naturale (stabilizzazione ed ereditarietà delle gerarchie – nel linguaggio antropologico: il chiefdom – , ortocultura, pastorizia)

    – stati arcaici (autonomizzazione dell’elite, sfruttamento di uomini e animali: agricoltura e allevamento intensivi finalizzati alla riproduzione della gerarchia)

    Quest’ultimo stadio (che è stato reso possibile dalla cosiddetta “rivoluzione neolitica” cfr. l’articolo di Giannetto su Liberazioni) è quello in cui propriamente prende forma la CIVILTA’ e nasce effettivamente lo specismo che, senza la società di classe non è possibile. Prima di spiegare in che senso affermo questo rispondo ad una tua obiezione:

    ***
    Il “buon selvaggio” altro non è, purtroppo, che una figura letteraria, per contro nella realtà in qualsiasi società – anche la più disorganizzata, spontanea e primitiva, c’è chi comanda e sfrutta e chi obbedisce e viene sfruttato.
    ***

    Il “buon selvaggio” è certo un mito letterario, però è un fatto antropologicamente ben documentato che le società di raccolta e caccia sono incapaci di generare forme di sfruttamento interno, essendo i rapporti sociali basati sulla reciprocità e l’autorità su un consenso tacito e fondato sulla fiducia. Laddove si intravede la tendenza del “capo” di sfruttare la propria posizione a proprio vantaggio, in genere il gruppo si divide. Parlo di fenomeni storici e antropologici assodati: perché nascesse la civiltà come la consociamo c’è stato bisogno di cambiare “modo di produzione”, di “legare” all’organizzazione sociale e produttiva i singoli individui umani, di rendere loro impossibile l’opzione “split”. E questo è avvenuto solo quando la sopravvivenza non era più legata alla capacità di adattarsi all’ambiente naturale (raccolta e caccia) ma quando l’ambiente naturale è stato adattato ai bisogni umani
    . E ciò si è accompagnato al fatto che un’autorità
    centrale ha cominciato a organizzare il lavoro collettivo e gestire le risorse. Dunque, è vero come dici tu che le società gerarchiche si sono prodotto GRAZIE allo sfruttamento della natura (senza il surplus produttivo dato dalla possibilità di sfruttare i cicli biologici non è possibile l’esistenza di elite che NON lavorano), ma è vero – come dirò fra breve – che il concetto di “superiorità umana” (e dunque lo specismo) nasce solo quando le gerarchie si sono fissate definitivamente e divinizzate, dunque quando divengono effettivamente POLITICHE: con la nascita dello Stato.

    Mi permetto di citare dal secondo articolo indicato sopra per definire cosa intendo per DOMINIO:

    ” 1. Il dominio si articola in
    (a) dominio sulla natura esterna all’uomo;
    (b) dominio sulla natura interna dell’uomo;
    2. Il dominio sull’uomo stesso, ovvero il dominio di classe;
    3. La divisione tra lavoro spirituale e lavoro materiale (tra lavoro intellettuale e fisico etc.)[9].

    Si può far risalire il dominio sulla natura esterna, appunto, al sorgere delle prime società che praticarono l’allevamento di animali e l’agricoltura [1a] . È qui che, fuoriscendo dall’universo di riproduzione semplice delle società nomadiche di raccolta e caccia, comincia ad esercitarsi un controllo sulle risorse naturali che assume la forma dell’asservimento dei cicli naturali ad un’istanza ad essa, in qualche modo, esterna. Ma il dominio sulla natura esterna non è scindibile da quello sulla natura interna all’uomo, ovvero dal sorgere di un’istanza di controllo degli istinti e dei moti interiori [1b]: già la disciplina del lavoro imposta dal passaggio da un’economia di raccolta ad un’economia agricola è segno di una maggiore coercizione che l’uomo esercità su di sé. A questa trasformazione, per così dire, “economica”, si accompagna una trasformazione “politica”, cioè il gerarchizzarsi delle società umane [2], la nascita di strati sociali dediti ad attività non immediatamente volte alla riproduzione materiale (èlite politiche e religiose: [3]).

    La struttura del dominio appare così essenzialmente circolare e a spirale: è vero che il dominio sulla natura ha reso possibile l’accumulo del “surplus sociale” necessario alla nascita della gerarchia politica e della schiavitù, ma è altresì vero che la divisione sociale del lavoro (tra sacerdoti e popolo prima, tra intellettuali e lavoratori poi) ha reso possibile l’elaborazione del sapere necessario ad un sempre più intenso sfruttamento della natura. Estraneazione dalla natura e dominio sulla natura fanno qui tutt’uno. In quest’ottica, non esiste un “peccato originale”, un atto di dominio originario e sovraordinato rispetto agli altri: dominio sugli animali, dominio di classe, coercizione al lavoro, spiritualizzazione ed estraneazione dalla natura etc. sono tutti fenomeni tra loro strettamente intrecciati. È però vero che il salto storico qualitativo è qui dato dal passaggio dalle società nomadi dedite alla raccolta e caccia – chiuse nel loro universo magico e mimetico, in cui la natura e l’uomo sono ancora visti come attraversati da forze numinose – alle società stanziali agricole, che si dotano progressivamente di una religione centralizzata e, col passaggio dalle religioni notturne e matriarcali alle religioni solari e patriarcali, sanciscono il dominio sulla natura e sull’uomo come opera di uno spirito progressivamente autonomo e dominatore”.

    Capisci dunque che quando scrivi:

    ***
    I popoli nomadi hanno caratteristiche di crudeltà ben evidenti, anche i singoli gruppi umani, sebbene isolati, riescono ad omologare i propri atti nei confronti degli “altri” secondo una visione di sopraffazione.
    ***

    Io sono perfettametne d’accordo con te. Non mi avrai mica preso per un primitivista?? :) Tra l’altro ho scritto chiaramente in “Cos’è l’antispecismo?” che solo grazie alla civiltà abbiamo potuto realizzare il concetto di “ugualgianza animale”, sviluppare una sensibilità verso la violenza insita nei rapporti naturali e, dunque, l’ideale pratico del veganismo. Sia chiaro, dunque, io non penso affatto che le società di raccolta e caccia siano società “ideali” cui bisogna ritornare. Penso però che ciò che tu qualifichi come “crudeltà” ha caratteristiche molto ambivalenti.

    Anzitutto, ripeto, non è un concetto sufficiente a definire lo specismo come prassi materiale di dominio sull’animale. L’uccisione dell’animale nelle società di raccolta e caccia non è ciò su cui si basa l’esistenza del gruppo umano (non possono esistere società che basano il proprio fabbisogno alimentare su un fenomeno dal risultato così incerto come la caccia) e dunque si tratta ancora di un incontro/scontro tra individui “liberi” e “autonomi”. Solo nelle società stanziali inizia il processo di schiavizzazione della natura.

    In secondo luogo, e questo è ancora più importante, non c’è qui alcuna traccia di un senso di “superiorità umana”, non c’è cioè lo specismo come “ideologia”. L’uomo qui non vive solo in simbiosi organica col mondo circostante, ma anche in simbiosi mistica con esso: l’uomo è l’animale, l’animale è l’uomo, ci sono continui passaggi di identità, i confini sono concettualmente fluidi. E
    sai bene che pressoché tutte le società di caccia e raccolta (anche quelle attuali che sono certo società millenarie e non immediatamente paragonabili a quelle originiarie) si trovano vari riti magici legati al fenomeno dell’uccisione (ad es. le preghiere al Signore degli Animali) in cui l’animale, non l’uomo, è considerato DIVINO, un essere SUPERIORE.

    Riassumendo: perché si realizzi il rovesciamento ideologico che porta l’uomo ad essere SEPARATO concettualmente dall’animale, come essere superiore e divino (dunque perché nasca lo SPECISMO come prassi e come ideologia giustificatoria) sono necessari i fenomeni storici che ho delineato rozzamente sopra:

    1) il fatto che l’esistenza dell’animale è asservita materialmente a quella umana (dunque i processi di domesticazione)
    2) il fatto che la società umana si gerarchizzi e una parte di essa venga divinizzata a scapito dell’altra (dunque il passaggio alle forme istituzionali del chiefdom e dello Stato arcaico)
    3) il sorgere di una cultura patriarcale e religiosa, fondata su concetti rigidi e gerarchici che giustifichi ideologicamente l’asservimento di uomini e animali.

    Storicamente ciò è avvenuto in tempi, luoghi e forme diverse che sarebbe utile indagare in modo analitico. Io ho solo tentato di delinearne i tratti più generali e strutturalmente necessari alla definizione dello specismo come prassi e teoria di dominio.

    Mi scuso per la lunghezza ma ho dovuto sintetizzare cose dette altrove in modo più esteso…

  4. La risposta mi Marco mi sembra che restituisca al discorso il piano che merita; suggerisco di essere meno suscettibili e affrettati nell’analizzare il testo che apre i confronti, altrimenti si rischia di impegnare tutti in un botta e risposta eccessivamente di carattere personale. (anche se giustamente dall’opinione degli individui non si scappa!)
    Purtroppo l’approccio primitivista è mal conosciuto, di certo anche a causa di come è stato posto dai suoi più famosi sostenitori. Tuttavia, a mio modestissimo avviso, diventarne detrattori altrettanto superficiali è tipico di chi si ferma ad allontanarne gli spunti per soffermarsi sulle debolezze. Io rifiuto di riferirmici sputando sentenze banali come “l’uomo (chi, quale uomo?..) non è nato buono” e “ho visto una foto di Zerzan senza la barba lunga e con i mocassini”..su…non si tratta di questo. Considerare che nelle società di raccolta, che non sono necessariamente anche di caccia, l’umanità ha raggiunto nel complesso l’apice nel non ricorrere a forme di disugualianza sistematiche non è affatto cosa da poco. Altro mito da sfatare è che esistesse anche in quella fase uno stato di convivenza simbiotica tra le specie immerse nell’habitat originario. La visione delle natura madre Terra premurosa è solo l’ennesimo errore in cui gli osservatori pregiuziali attaccano una visione anticivilizzatrice.
    Poi, non avere paura di mettere in discussione l’arma di cui oggi disponiamo per combattere lo specismo è il passaggio successivo: azione culturale come mezzo e non come fine ultimo. La questione va sviluppata punto per punto e credo necessiti della disponibilità delle belle teste che stanno partecipando alle discussioni su questo anti-blog, però, ripeto, dobbiamo uscire dalle considerazioni che partono dal vedere il cosiddetto primitivismo come una dottrina fatta e finita, piuttosto che, come l’antipsecismo, una direzione funzionale alla riflessione critica.Se volete buttiamo alle ortiche i vari “ismi” che effettivamente come impostazione si prestano a generare fraintendimenti, ma se vale per un termine direi che vale anche per l’altro.

  5. Tu parli di “volontà di sopraffazione” e di “crudeltà”. Ma anche questi non mi sembrano concetti sufficienti….

    Mi pare che stiamo parlando della stessa questione, io la chiamo volontà di sopraffazione, tu di dominio, io parlerei di volontà di sopraffazione come causa dell’ottica del dominio, ma si possono anche invertire i termini, il senso non cambia.
    Come giustamente tu dici serve anche la coscienza, o meglio consapevolezza della propria superiorità e la volontà – e capacità – di dominare.
    La nostra specie possiede ampiamente tutto ciò ed è per questo che siamo ciò che siamo.
    Quello che io intendo però è che sono convinto del fatto che in natura sia presente in ogni essere vivente senziente una componente di aggressività che può sfociare in crudeltà. I testi di etologia sono pieni di esempi sull’argomento. Il gatto che gioca con il topo lo fa per motivi legati all’esercizio della caccia, ma forse anche per un suo “divertimento” personale, ciò noi – con la nostra ottica di umani – possiamo interpretarlo come un gioco crudele o sadico, forse lo è, forse no. Ad ogni modo è indubbio che la crudeltà (sempre secondo i nostri canoni) di alcuni atti che si compiono in natura quotidianamente riguardano tutte le specie viventi. E’ una questione di interpretazione, o semplicemente si tratta di ammettere che la natura esige determinati comportamenti, siano essi supportati da coscienza o meno.
    Posso anche essere d’accordo con te e con la tua analisi sulle cause che hanno portato alla visione del dominio, però mi pare che tu ti soffermi molto sull’”evoluzione” o meglio sulle cause dell’evoluzione di questo dominio, e non sulle ragioni o sulle sue origini. Preferisco pensare che la nostra specie non è altro che una specie animale che ha elaborato concettualmente ed enfatizzato alla massima potenza dei comportamenti e delle tendenze già presenti naturalmente. Quindi preferirei parlare di aberrazione o di parossismo di determinati comportamenti, come si potrebbe parlare di esaltazione di aspetti positivi insiti nella specie, come ad esempio la solidarietà o lo spirito di sacrificio. Cosa significa tutto questo? Credo che in generale si debba parlare di amplificazione di alcuni aspetti tipici delle specie animali causati dalla società e dalla cultura sviluppate dall’Uomo – come giustamente dici tu – è un animale sociale. Il Leone uccide per sfamarsi, noi siamo pervasi intimamente dalla stessa pulsione, ma a causa della nostra “evoluzione” sociale, culturale e della nostra storia, noi siamo portati ad uccidere anche solo per divertimento. In natura esiste il concetto di possesso: un Castoro costruisce la sua diga, un Topo la sua tana e ciascuno di loro difende il proprio territorio, o la propria tana dagli intrusi, l’Uomo ha elaborato il concetto di proprietà ampliandolo e distorcendolo fino a partorire la visione capitalistica della società dove la proprietà, il possesso, l’interesse personale assurgono a veri ed unici valori. Per contro si può anche parlare di molti aspetti positivi che sono stati anch’essi mutuati dalla nostra natura animale e rielaborati (si pensi solo alla visione nonviolenta, all’altruismo che può giungere fino al sacrificio estremo ecc..).

    Il “buon selvaggio” è certo un mito letterario, però è un fatto antropologicamente ben documentato che le società di raccolta e caccia sono incapaci di generare forme di sfruttamento interno, essendo i rapporti sociali basati sulla reciprocità e l’autorità su un consenso tacito e fondato sulla fiducia. Laddove si intravede la tendenza del “capo” di sfruttare la propria posizione a proprio vantaggio, in genere il gruppo si divide. Parlo di fenomeni storici e antropologici assodati: perché nascesse la civiltà come la consociamo c’è stato bisogno di cambiare “modo di produzione”, di “legare” all’organizzazione sociale e produttiva…

    Concordo solo in parte. Riallacciandomi con il discorso che facevo prima: a mio avviso non esiste un buon selvaggio perché da esso è derivato l’uomo contemporaneo. Credo fermamente nell’idea che vi sia una linea di continuità mai interrotta tra ciò che eravamo e ciò che siamo. Il buon selvaggio, l’uomo primitivo, il nomade raccoglitore è ciò che noi eravamo, ma è da lui che abbiamo ricevuto le informazioni – le istruzioni – basilari che abbiamo elaborato per divenire ciò che siamo. Non credo che sia mai esistita una realtà primitiva perfetta dove l’uomo sia mai stato in equilibrio con la natura senza tentare di prevalere su di essa, perché ritengo che sia questa la “missione” di ogni specie: prevalere sulle altre e sulla natura, curare i propri interessi, assicurare alla propria prole un futuro sicuro anche a discapito degli altri. Se così non fosse stato, oggi saremmo ancora dei nomadi raccoglitori. Senza addentrarmi in questioni prettamente biologiche (non ne avrei la capacità) mi limito a dire che credo davvero che l’Uomo abbia solo fatto una cosa: amplificare le pulsioni naturali di cui era dotato. Il fatto che sia più facile adottare le pulsioni negative e distruttive perché con la violenza e con il dominio è più facile ottenere ciò che si desidera, ha contribuito alla creazione della nostra società. Ecco quindi che a mio avviso non esiste un buon selvaggio, ma solo un essere capace di distruggere o di costruire ma ancora inconsapevole delle proprie potenzialità. Oggi siamo quindi solo degli ex selvaggi che hanno acquisito purtroppo la consapevolezza della propria forza e che la usano per dominare e distruggere.
    Credo quindi che anche le società umane dedite alla raccolta ed alla caccia fossero capaci (a modo loro) di sfruttamento e di dominio. Il fatto che fossero MENO capaci di organizzare socialmente la loro tendenza al dominio ed allo sfruttamento, non li rende migliori, li rende solo meno dannosi, infinitamente meno di quanto lo siamo oggi noi.

    Quindi concludendo: un uomo non nasce buono o cattivo, ma nasce semplicemente dotato di una propensione all’aggressività e al dominio come alla solidarietà e alla convivenza pacifica, questo perché semplicemente, in estrema sintesi, trattasi di un Animale. L’evoluzione ci ha permesso di aumentare a dismisura l’una e l’altra tendenza, la nostra organizzazione sociale ha contribuito significativamente al successo della visione del dominio. La struttura sociale umana pertanto non è la causa di ciò che siamo, ma la concausa e nel contempo l’effetto. La società contemporanea umana è la diretta espressione della volontà di dominio della specie umana, una nuova società aspecista potrebbe essere l’espressione della volontà di uguaglianza della nostra specie.

    La critica alla società capitalista e del dominio, pertanto, se portata solo con l’intento di cambiare la struttura sociale umana è una critica limitata. Bisogna tener conto del fatto che le ragioni che hanno portato alla svoluppo ed alla vittoria di tale società partono da molto lontano.

    Chiedo scusa se sono un po’ uscito dal seminato.

  6. Intervengo ancora per esprimere la mia visione differente del processo storico: quando l’amico Adriano dice che

    non esiste un buon selvaggio perché da esso è derivato ciò che siamo noi oggi. Credo fermamente nell’idea che vi sia una linea di continuità mai interrotta tra ciò che eravamo e ciò che siamo. Il buon selvaggio, l’uomo primitivo, il nomade raccoglitore è ciò che noi eravamo, ma è da lui che abbiamo ricevuto le informazioni basilari che abbiamo elaborato per divenire ciò che siamo.

    credo che incappi nell’errore di valutare il cambiamento come se fosse il risultato dello sviluppo della somma di detrminati fattori. In realtà questo non avviene perchè esistono delle componenti che impediscono ad altre di svolgere il proprio ruolo di influenza, per ragioni di potere o anche per motivi più futili e circostanziali, addirittura anche per l’incidenza della casualità. In linea teorica possiamo escludere che sia contenuta nella “natura” originaria dell’uomo questa sorte di “peccato originale” che conferisce all’intera specie la propensione ad offendere. La percezione di umanità stessa che suggerisce l’idea che condividiamo tra individui della stessa specie inclinazioni al bene o al male mi pare sia frutto di un equivoco causato da una predisposizone ad osservare il genere umano sbagliata. Non esiste un corpo unico “umanità”, se non per uso linguistico, di conseguenza non è attribuibile alla totalità dei soggetti umani nessun aspetto predefinito. Allo stesso modo la definizione “il buon selvaggio” non descrive nulla, non esplicitando “buono” rispetto a cosa e chi è “il selvaggio” in questione. Si incappa spesso nel procedere nei ragionamenti per approssimazione collettiva eppure io penso che tale attegiamento sia fonte di fraintendimento; se nello stato primordiale coloro che chiamiamo uomo e donna, nel loro insieme, hanno lasciato il campo alla corsa folle della civiltà tecno-industriale non significa che dobbiamo farcene una qualche ragione. Sarebbe come sostenere e in un certo senso giustificare tutte le brutture che conosciamo, attribuendole come responsabilità a tutti indistintamente. Sarebbe come dire che lo specismo sia iscritto dentro di noi e che solo ora si tratta di realizzarlo. Dare valore all’esperienza corrisponde anche ad una predisposizione d’animo personale, ciò non serve però a svalutare chi come l’infante, ad esempio, non se ne può avvalere. Perchè temere ogni singolo bambino in quanto potenzialmente crudele, come membro della specie padrona che inevitabilmente tende alla sopraffazione? Secondo tale tesi non potremmo scappare dal ricorso al controllo sociale quando venisse a mancare l’educazione (non utilizzo a cso il termine che ha valenza negativa) culturale?
    Altre argomentazioni, a mio umile avviso, servono per smontare la convinzione che confidare nella gestione dell’uomo sul resto del mondo vivente sia tanto imprescindibile nell’esigenza presente, quanto inadatto a conseguire armoniosa convivenza tra le specie.
    Se fosse vero che unica missione di ogni specie fosse l’autoconservazioni mi sa che avremmo cannato l’obiettivo della nostra lotta. Spero di non essere sembrato troppo idealista, non era questo lo scopo.

  7. Caro Lidio,

    Tu affermi:

    Per concludere credo che salvaguardare la cultura umana sviluppatasi (si fa per dire) in un tempo paragonabile ad un battito di ciglia all’interno del percorso evolutivo del pianeta, significhi rimanere COMUNQUE ancorati ad una visione dell’uomo che tende a renderlo degno di proseguire la permanenza in questo mondo.

    Lasciatemi nel dubbio che non sia giusto permetterglielo.

    Sicuramente il tuo dubbio è legittimo, ma lascia il beneficio del dubbio anche a chi, come me, crede che in fin dei conti forse qualcosa di salvabile nella storia terrena della nostra specie vi sia.
    Ciò non significa che si lotti per perpetuare atteggiamenti da parte nostra paragonabili ad una patologia nei confronti della Terra, ma semplicemente potrebbe significare che dopo tutto questo macello, sarebbe opportuno che qualcuno di noi si prendesse la briga – io preferisco chiamarlo però OBBLIGO MORALE – di tentare perlomeno di vivere un presente in modo eticamente accettabile, e di immaginare un futuro forse irrealizzabile dove la snostra specie possa avere a propria disposizione degli strumenti sufficienti e necessari per condurre la propria esistenza terrena senza provocare tutte le sciagure e le sofferenze che ha causato sino ad oggi. Se ciò avrà una probabilità di realizzarsi, avremo lavorato per qualcosa di utile per tutti. Se rimarrà solo un sogno, perlomeno avremo tentato.

  8. Apprezzo molto le parole di Davide e le ritengo molto utili.
    Giustamente come lui dice sarebbe opportuno affrontare anche il nodo primitivista per cercare di capirne le potenzialità. Un’analisi superficiale è quanto di più dannoso vi possa essere, sono completamente d’accordo.
    Chiedo a Davide, ed a chi legge, di avanzare delle ipotesi di lavoro anche sul primitivismo, perché potrebbe essere un dibattito interessante.

    Una frase dell’intervento di Davide mi piace sottolineare:

    azione culturale come mezzo e non come fine ultimo

    Dici bene. L’azione culturale fine a se stessa non servirebbe a molto, l’azione culturale come espressione di lotta invece, potrebbe avere molti frutti. In questa chiave si potrebbe parlare di azione personale e collettiva. Un riappropriamento della vita collettiva a partire dal personale.

  9. Caro Davide,

    La mia è ovviamente solo una visione del tutto personale del problema, ammetto che – come tu dici – il numero di variabili e di casualità è talmente alto che non si può con certezza definire da cosa sia dovuto il cambiamento che nella nostra storia di esseri umani ci ha condotto a quello che siamo oggi.
    Io però non escluderei affatto ciò che tu chiami “peccato originale”, ma non per voler mantenere una visione fatalista della questione, ma solamente perché credo che in quanto animali, siamo depositari di una serie di caratteristiche tipiche della nostra specie molto diverse tra di loro. Utilizzando una sorta di metodo induttivo, possiamo fare un esempio personale per poi tentare una generalizzazione: ciascuno di noi, in quanto appartenenti alla specie umana, è dotato di una vasta gamma di pulsioni e sentimenti, alcuni che la nostra morale universalmente reputa positivi, altri negativi. Ciò deriva dalla nostra natura ed è il substrato su cui interviene la cultura “civilizzatrice” che sin dalla tenera età ci plasma per creare un nuovi membri pronti ad aderire alla società umana. Se Un bimbo crescesse per assurdo in una società che ha bandito dalle proprie usanze e dalla propria etica la violenza, sarebbe indotto a sviluppare alcune sue caratteristiche a discapito di altre, quindi ad esempio sarebbe indotto a controllare le proprie reazioni, a tollerare gli altri etc.. Se per contro crescesse in un a società violenta e prevaricatrice, sarebbe ovviamente indotto a sviluppare altre sue tendenze, il tutto sempre e comunque per poter aderire ed omologarsi alla società in cui è entrato a far parte.
    Ecco perché reputo che il “buon selvaggio” (tralasciando le questioni relative ai concetti di buono e di selvaggio, ma riferendosi solo al concetto di buon selvaggio) in assoluto non possa esistere. Sicuramente sarebbe meno dannoso di noi, ma potenzialmente rimarrebbe il depositario di caratteristiche, sentimenti e pulsioni tipici della nostra specie, ed in generale delle specie animali. E questa non è una condanna, non è una visione pessimistica e senza speranza, ma solamente una presa d’atto. Una constatazione che l’avanzamento della civiltà umana, di questa civiltà umana, ha fortissimamente contribuito allo sviluppo del peggio che c’è in noi. Quindi non è necessario pensare che lo specismo sia inscritto nel nostro DNA, ma c’è di sicuro tutta la volontà della nostra specie di sopravvivere, il problema non risiede in questo, ma nel modo in cui la civiltà umana si è evoluta (o involuta a seconda dei punto di vista), e nel modo in cui ci ha “insegnato” a vivere a discapito degli altri.

    Perchè temere ogni singolo bambino in quanto potenzialmente crudele, come membro della specie padrona che inevitabilmente tende alla sopraffazione?

    Non si tratta affatto di temere un bambino in quanto potenzialmente crudele, si tratta di capire che il processo educativo che viene imposto al medesimo bambino può farlo diventare una persona sensibile e solidale, o una persona insensibile e crudele. L’intero discorso serve per comprendere quanto sia importante e basilare la cultura, l’ambiente con cui si interagisce, l’informazione, l’approccio alla quotidianità per la formazione di una persona, e quanto tutto ciò incida sulle sue scelte future e sui suoi comportamenti.
    Dal punto di vista biologico temo non si scappi dall’ottica della conservazione della specie, ma non la interpreterei come una connotazione negativa, mi limiterei a dire che l’obiettivo della nostra lotta è quello di tentare di correggere una rotta sbagliata sin dal principio. Pertanto non invertirla per tornare indietro, ma semplicemente prendendone un’altra, solo in questo modo anche l’aspetto della conservazione della specie non avrà più del patologico, ma sarà un asperto del tutto naturale ed in sintonia con le altre specie.

  10. rispondo brevemente che se si è disponibili ad aprire una sezione sul primitivismo mi fa enormemente piacere; mi sembra più confacente alla sede in cui ci troviamo a discutere partire dalla confutazione dell’assunto “progresso = cultura = ugualianza” con un testo che apra con una critica generica alla civilizzazione. Cercare una strada insieme per me è di grande stimolo e aiuto, oltre a non monopolizzare il tema “cos’è l’antispecismo?” che offre molti spunti già di per sè. Faccio pervenire nei prossimi giorni una proposta.

  11. Sicuramente il tuo dubbio è legittimo, ma lascia il beneficio del dubbio anche a chi, come me, crede che in fin dei conti forse qualcosa di salvabile nella storia terrena della nostra specie vi sia.

    Certamente! Ci mancherebbe altro. Solo chi ha dubbi può concretamente realizzare un obiettivo.
    Ognuno è libero di esprimere i propri dubbi, oppure di comuncare le proprie granitiche certezze.
    Non farei ciò che faccio se non credessi anch’io, in fondo, che forse qualcosa di salvabile ci sia (sottolineo forse).
    Ma non lo faccio “per” me. Non lo faccio “per” l’uomo.
    Il “qualcosa di salvabile” ritengo sia la vita degli animali non umani.

    Lasciando l’analisi comunicativa e tornando al contenuto, permettimi di insistere: ai fini del dibattito, la cosiddetta “storia” può essere certamente uno strumento, ma a che pro?

    Non sono certo io che posso deciderlo, ma certamente mi sento libero di formulare questa domanda: c’è veramente qualcosa di “salvabile” nella storia dell’umanità?

    Astraendoci da ciò che siamo (mi rendo conto che per alcuni può essere un problema), e ponendoci ipoteticamente in un punto dello spazio profondo dove sia possibile osservare nella sua globalità il pianeta che stiamo indebitamente “occupando” (anzichè viverci in armonia con gli altri abitanti), potremmo avere la percezione (dico “potremmo”) dello scorrere del tempo.

    Tale percezione potrebbe portarci lecitamente a stabilire che il famoso “minuto prima della mezzanotte del 31 dicembre” sia veramente ben poca cosa.

    Per approfondire ciò che intendo dire con la frase “minuto prima della mezzanotte”, vorrei qui ricordare che La Terra ha circa 4,5 miliardi di anni. Quotidianamente, presi come siamo dalla vita pratica, non riusciamo a mettere a fuoco un valore numerico come questo: siamo infatti abituati a ragionare in termini di settimane, anni, al massimo decenni.

    Il famoso paragone geologico in base al quale i 4500 milioni di anni sono resi uguali a un solo anno, restituisce una serie di valori che possono dare un’idea di quanto poco contiamo rispetto ai famosi 4,5 miliardi di anni.

    In base al paragone geologico, come è noto, se la Terra fosse “nata” a mezzanotte del primo giorno dell’anno, il ventunesimo secolo corrisponderebbe appunto a qualche secondo prima della mezzanotte del 31 dicembre.

    La tanto osannata storia dell’uomo (civiltà e manifestazioni dell’intelletto comprese), ricadrebbe – TUTTA – negli ultimi 30 secondi dell’ultimo giorno dell’anno.

    Tenendo presente che – sempre secondo il paragone geologico – il primo animale è comparso verso la fine di novembre, sarebbe abbastanza lecito aspettarsi, da parte di tutti gli umani, un certo grado di umiltà che è invece ben lungi dall’essere preso in considerazione.

    Ciò detto non sono né un a-storico, né un antistorico. Essendo infatti un umano sono, per forza di cose, costretto a riconoscere un ruolo alla storia dell’umanità.

    Chiedo solo che sia ridimensionato. Tutto qui.

    Inoltre “tentare perlomeno di vivere un presente in modo eticamente accettabile” è un imperativo categorico. Sono profondamente d’accordo su questa tua affermazione.

    Per mettere in atto tale proposito, credo però sia opportuno considerare che:
    – non è possibile affrontare il dibattito senza la consapevolezza che l’analisi “storica” non può che accanirsi solo e solamente su una “manciata di secondi”;
    – non è possibile osservare solo ciò che è stato fatto dall’uomo, pensato dall’uomo, compiuto dall’uomo;
    – non è possibile tralasciare di prendere in considerazione l’imponenza che rappresenta ciò che è “altro dall’uomo” (e non mi riferisco solo agli animali non umani);

    In questo senso ridimensionare l’importanza della storia umana credo sia il primo passo: viceversa il tema dell’antispecismo ne uscirà fuori incompleto.

  12. Davide ha perfettamente ragione ha pretendere per il primitivismo (come teoria “in divenire”) un’attenzione teorica non dissimile da quella che dedichiamo all’antispecismo – che alcuni di noi non considerano una teoria e una prassi bell’e fatta e calata dall’alto ma una realtà essa stessa “in divenire”. Detto questo, io continuerò a a criticare quelli che mi sembrano errori di Zerzan, anche se resta fermo che la sua critica radicale dell’agricoltura e dell’allevamento mi ha aperto gli occhi di fronte a fatti (prei)storici essenziali anche per comprendere lo specismo (tanto è vero avevo anche segnalato alla lista di Liberazioni un sito primitivista (http://anthropik.com/) con contributi che reputo interessanti!) :)

    Rispondo ad alcune cose che secondo me meritano di essere chiarite e forse siamo probabilmente in presenza di visioni diverse (non so quanto conciliabili):

    Mi pare che stiamo parlando della stessa questione, io la chiamo volontà di sopraffazione, tu di dominio, io parlerei di volontà di sopraffazione come causa dell’ottica del dominio, ma si possono anche invertire i termini, il senso non cambia.

    Secondo me invece cambia e su questo appoggio in pieno la posizione di Davide. Un conto è dire che la civiltà (con tutti i suoi orrori: asservimento della natura, repressione degli istinti e loro funzionalizzazione alla produzione, gerarchie di classe, sesso e specie, bellicismo, alienazione religiosa…) è semplicemente lo sviluppo di qualcosa che è iscritto nella biologia umana, un conto è dire che essa è una struttura complessa in cui intervengono fattori storici. Nel primo caso si tratta di un destino ineluttabile, nel secondo di cose che una ulteriore modificazione storica può trasformare o cancellare. Questo è un primo punto da mettere chiaro. E su questo non ci sono dubbi: la civiltà (nella sua forma attuale) è solo uno dei percorsi storici possibili e lo dimostra proprio il fatto che solo alcune società di raccolta e caccia si sono evolute in tal senso, altre vi sono state costrette dalle civiltà stanziali, altre si sono estinte (non si può ridurre l’essenza dell’H.S. a comportamenti che qualificano il 5% della sua intera storia…come osservano gli antropologi Irven Devore e Richard Lee, se ci fosse una catastrofe nucleare e degli alieni analizzassero dal punto di vista stratigrafico la crosta terrestre il punto in cui nasce l’agricoltura e l’addomesticamneto e quello dell’apocalisse atomica apparirebbero contemporanei). L’orrore della storia non è il prodotto indiscriminato dell’uomo ma di una parte dell’umanità… e proprio per questo – lo si diceva al Veganch’io – c’è la speranza che possa finire.

    Il secondo punto di dissenso riguarda il concetto di violenza/crudeltà. Tu scrivi:

    Quello che io intendo però è che sono convinto del fatto che in natura sia presente in ogni essere vivente senziente una componente di aggressività che può sfociare in crudeltà. I testi di etologia sono pieni di esempi sull’argomento.

    Ma io ho ammesso pienamente questo fatto. Il problema per me è: il concetto di crudeltà non ci permette né di spiegare (1) perché talune società si sono evolute verso la civiltà e, conseguentemente, (2) la differenza qualitativa tra l’umanità allo stadio pre-neolitico e l’umanità neolitica (cioè
    quella attuale).

    (1)
    Sul primo punto sei d’accordo anche tu, mi pare, infatti dici:

    Posso anche essere d’accordo con te e con la tua analisi sulle cause che hanno portato alla visione del dominio, però mi pare che tu ti soffermi molto sull’”evoluzione” o meglio sulle cause dell’evoluzione di questo dominio, e non sulle ragioni o sulle sue origini.

    Tu dici in sostanza: il dominio sta in una dose di violenza innata ad ogni specie e la violenza attuale si spiegherebbe col fatto che determinati “istinti” aggressivi verrebbero modificati in un modo o nell’altro dall’organizzazione sociale. Infatti scrivi:

    Credo che in generale si debba parlare di amplificazione di alcuni aspetti tipici delle specie animali causati dalla società e dalla cultura sviluppate dall’Uomo – come giustamente dici tu – è un animale sociale. Il Leone uccide per sfamarsi, noi siamo pervasi intimamente dalla stessa pulsione, ma a causa della nostra “evoluzione” sociale, culturale e della nostra storia, noi siamo portati ad uccidere anche solo per divertimento.

    Insomma, secondo te alla base di tutto c’è una pulsione distruttiva che è sempre quella. Le modalità in cui si esprime sono secondarie.

    Quindi concludendo: un uomo non nasce buono o cattivo, ma nasce semplicemente dotato di una propensione all’aggressività e al dominio come alla solidarietà e alla convivenza pacifica, questo perché semplicemente, in estrema sintesi, trattasi di un Animale. L’evoluzione ci ha permesso di aumentare a dismisura l’una e l’altra tendenza, la nostra organizzazione sociale ha contribuito significativamente al successo della visione del dominio. La struttura sociale umana pertanto non è la causa di ciò che siamo, ma la concausa e nel contempo l’effetto. La società contemporanea umana è la diretta espressione della volontà di dominio della specie umana, una nuova società aspecista potrebbe essere l’espressione della volontà di uguaglianza della nostra specie.

    Anzitutto vorrei però che si marcasse la differenza tra “dominio” e “violenza”. Il dominio è la volontà/capacità di CONTROLLARE l’altro, la violenza è l’espressione generica di una PULSIONE distruttiva (che può andare dall’autodifesa all’aggressione omicida). “Dominio” è rendere l’altro schiavo, violenza è distruggerlo. Chiarito questo, si potrebbe pure essere d’accordo dicendo che dominio e violenza sono due aspetti della stessa questione. La violenza è l’energia pulsionale distruttiva (il combustibile), il dominio è l’articolazione sociale, storica, culturale di tale energia (il motore).

    (2)
    Però qui sorge il dissidio sul secondo punto (la differenza qualitativa tra società di raccolta e società stanziali) che mostra che abbiamo probabilmente una visione differente di tutta la questione. La tua conclusione è per me solo in parte condivisibile. Il problema è che tu non mi sembri considerare uno scarto qualitativo tra l’umanità preistorica e quella storica, né dal punto di vista dei rapporti tra umani né dal punto di vista dei rapporti tra gli umani e la natura. Tu dici (mi pare) che gli umani sono aggressivi prima e dopo, che uccidono prima e dopo, che sfruttano prima e dopo. In modi diversi ma sempre di aggressività, uccisione, sfruttamento si tratta.

    a mio avviso non esiste un buon selvaggio, ma solo un essere capace di distruggere o di costruire ma ancora inconsapevole delle proprie potenzialità. Oggi siamo quindi solo degli ex selvaggi che hanno acquisito purtroppo la consapevolezza della propria forza e che la usano per dominare e distruggere.
    Credo quindi che anche le società umane dedite alla raccolta ed alla caccia fossero capaci (a modo loro) di sfruttamento e di dominio. Il fatto che fossero MENO capaci di organizzare socialmente la loro tendenza al dominio ed allo sfruttamento, non li rende migliori, li rende solo meno dannosi, infinitamente meno di quanto lo siamo oggi noi.

    Anzitutto occorre ribadire che se con “dominio” intendiamo la capacità di rendere schiavi e non un atto qualsiasi qualificabile come “violento”, si tratta di una caratteristica che va esclusa dalle società di raccolta originarie e che va attribuita in forma esclusiva alle società che divengono progressivamente stanziali. Su questo occorre assumere un’ottica STORICA per non fare di tutta un’erba un fascista. Il “dominus”, il signore, è una figura che si impone progressivamente (anche con la lotta interna) alle società umane, così come l’atteggiamento che qualifica l’uomo-signore della natura (e dunque padrone di terra e animali) non è caratteristico della società umana in quanto tale ma solo di alcune: di quelle che hanno costruito la civiltà e preso possesso del pianeta.

    Ricordiamoci che siamo partiti dalla questione dello specismo. Beh, lo specismo per me non si può capire come semplice violenza ma è (a) controllo della vita altrui (dominio) + (b) ideologia suprematistica.

    (a)
    Da questo punto di vista, il fatto che le società umane primordiali non soggiogassero il vivente ma avessero un rapporto paritario con esso fa una grossa differenza! Uccidere un animale in un incontro/scontro è una cosa, gestirne nascita/vita/morte è un’altra. I vegan OGGI non accettano più nemmeno il primo comportamento (e questo grazie alla civiltà che ci ha fatto sviluppare un’empatia e dei concetti universalistici di giustizia…su questo il mio dissidio con Zerzan è insanabile) ma non è un buon motivo per non vedere la differenza sostanziale tra la prima forma di rapporto con l’altro e la seconda.

    (b)
    In secondo luogo è fondamentale che quella che chiamiamo “cultura” non sia ridotta a fattore secondario (farselo dire da un marxista impenitente come me è il colmo! :D). Insomma, quando io ricordavo che nelle culture magico-mimetiche proprie della società di raccolta non c’è una distinzione rigida tra l’umano e il non-umano, né che l’umano viene divinizzato a scapito dell’animale (avviene semmai il contrario) volevo proprio sottolineare che la violenza ha un singificato diverso se compiuta in forma inconsapevole o addirittura giustificata da un arrogante senso di superiorità.

    Concludo dicendo che
    qui non si tratta di dire che prima c’era il paradiso e ora l’inferno, ma non si tratta nemmeno di dire che tutto è riducibile ad una mera differenza quantitativa. Direi che c’è una terza via che è quella dei SALTI QUALITATIVI. C’è un salto qualitativo tra la società nomadica e quella stanziale e c’è un salto qualitativo tra la società attuale e quella aspecista, tale che la società che noi immaginiamo non sarà UGUALE alla società nomadica originaria, ma sarà passata attraverso il travaglio della civiltà assumendone tutti i tratti positivi e scartandone gli orrori.

    Ma cominciamo col dire però che un singolo uomo che uccide un singolo animale è cosa ESSENZIALMENTE (cioè qualitativamente, non quantitativamente) diversa da un aviatore che sgancia una bomba atomica su una città. Non si tratta di una mera “amplifcazione” di violenza. La differenza tra questi due atti non si spiega con un “aumento” di crudeltà
    . Tra l’altro l’uomo che sgancia l’ordigno non è crudele/aggressivo ma al limite un insensibile/automa. Allora occorrerà spiegare com’è che si realizza questa insensibilità e la differenza fondamentale secondo me sta proprio nel concetti di DOMINIO e di CIVILTA’ (che non sono costituiti da rapporti di violenza immediata, ma mediata e dunque si spiegano in modo storico e non biologico). Secondo me non soffermarsi su queste mediazioni, su questi scarti qualitativi considerandoli elementi secondari e derivati è un errore, non solo teorico ma anche pratico…perché solo conoscendo COME si è costruita la macchina della civiltà è possibile smontarla.

    E anche stavolta mi scuso per la lunghezza! :P

    ps. come si fanno le belle citazioni con virgolette che fa Adriano?? :)

  13. A scanso di equivoci: “un singolo uomo che uccide un singolo animale” è il cacciatore paleolitico, cioè un uomo che vive in un ambiente incontaminato di cui si considera solo una parte, che è a un tempo cacciatore e preda, che chiede attraverso un rito il permesso alla natura divinizzata di poter prendere una delle sue vite che egli considera divina almeno quanto la propria…Ho letto che talvolta il cacciatore nomade crede che sia l’animale ad offrirsi a lui spontaneamente in conseguenza delle proprie preghiere e dopo averlo ucciso prega per l’anima dell’animale scusandosi o attribuendo la colpa dell’uccisione ad altri (forse per un senso di colpa ed una forma di coscienza empatica in nuce? non sappiamo…)

  14. Una veloce risposta a Davide:

    Sono disponibile ad aprire una sezione del aito alla discussione sul primitivismo e ad inserire la voce (qualora lo si reputi utile) tra gli attrezzi della “cassetta”.

    Attendo la tua proposta

  15. Lidio:

    Non farei ciò che faccio se non credessi anch’io, in fondo, che forse qualcosa di salvabile ci sia (sottolineo forse).
    Ma non lo faccio “per” me. Non lo faccio “per” l’uomo.
    Il “qualcosa di salvabile” ritengo sia la vita degli animali non umani.
    Caro Lidio,
    Non avevo dubbi su questo :=) è per tale motivo che siamo qui a discutere, altrimenti sarebbe solo una perdita di tempo. Una flebile speranza c’è sempre, è questo che io cerco di evidenziatre sempre, e fino a quando non vi sarà l’assoluta certezza che ogni sforzo è vano, io mi sento in dovere di dare il mio contributo. La vita può anche riservarci delle piacevoli sorprese… mettiamola così
    Non sono certo io che posso deciderlo, ma certamente mi sento libero di formulare questa domanda: c’è veramente qualcosa di “salvabile” nella storia dell’umanità?
    A questo ti rispondo rinviando i lettori e le lettrici alla cassetta degli attrezzi che è formata da una serie di punti rderivanti dall’esperienza umana che io ritengo positivi e pertanto “salvabili”: http://antispecismo.wordpress.com/2008/01/23/la-cassetta-degli-attrezzi/
    Chiedo solo che sia ridimensionato. Tutto qui.
    Conosco e condivido il paragone geologico con la vita della Terra che tu citi, e credo che in definitiva non si tratti SOLO di ridimensionare la presenza, l’attività e il ruolo umano sulla Terra, ma soprattutto di RIPENSARLO
    Per mettere in atto tale proposito, credo però sia opportuno considerare che:
    – non è possibile affrontare il dibattito senza la consapevolezza che l’analisi “storica” non può che accanirsi solo e solamente su una “manciata di secondi”;
    – non è possibile osservare solo ciò che è stato fatto dall’uomo, pensato dall’uomo, compiuto dall’uomo;
    – non è possibile tralasciare di prendere in considerazione l’imponenza che rappresenta ciò che è “altro dall’uomo” (e non mi riferisco solo agli animali non umani);
    Concordo pienamente
    In questo senso ridimensionare l’importanza della storia umana credo sia il primo passo: viceversa il tema dell’antispecismo ne uscirà fuori incompleto.
    E’ anche seguendo questa logica che io preferisco parlare di caratteristiche intrinseche nella specie umana in quanto specie animale

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