L’antispecismo in discussione (2003-2013)

freedom

Una serie di interventi pubblicati nell’arco di un decennio sull’antispecismo raccolti e proposti da Asinus Novus. L’elenco non è del tutto condivisibile (vi sono documenti che hanno ben poco di interessante, e l’elenco si dovrebbe ampliare anche ad altre autrici e altri autori), in ogni caso si tratta di una raccolta utile.

Fonte: http://asinusnovus.net/extra/rassegna-antispecismo/

Cos’è oggi l’antispecismo? Dieci anni di interventi, dibattiti, polemiche

 

Homeless Veggie Dinner

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Fonte Veganzetta

C’è chi considera il veganismo un grande affare economico e commerciale, e chi invece lo utilizza per uno degli scopi per cui è nato: la solidarietà e la giustizia nei confronti dei più deboli.
Homeless Veggie Dinner  è un esempio di come si dovrebbe realmente intendere la filosofia vegan.
Tutto è perfettibile (sarebbe importante che in futuro tutte le portate fossero esclusivamente vegan, questo per essere coerentemente solidali con tutti gli Animali), ma l’attività ideata e svolta da Adam e le persone del suo gruppo è ammirevole, e si spera che anche in Italia nascano progetti del genere. Di seguito una breve intervista, un video, e una galleria fotografica.

Adam, parlaci di te

Mi chiamo Dario Adamic, per gli amici Adam e sono croato di Spalato. A 19 anni sono andato a Roma per studiare biologia, e dove ho vissuto 20 bellissimi anni. Nel 2009 mi sono trasferito a Berlino dove lavoro come insegnante d’inglese e allenatore di basket. Nel tempo libero curo un’etichetta HC/Punk chiamata Goodwill Records. Nel 2010, con un gruppo di amici, ho iniziato ad organizzare a Berlino delle cene vegetariane e vegane per i senzatetto e per tutti quelli che desiderano mangiare insieme a loro. Il nostro progetto si chiamaHomeless Veggie Dinner

Come nasce il tuo progetto, e perché?

In realtà nasce per puro caso. La mia vicina di casa era attiva in un gruppo politico di stampo anarchico/comunista, e quando tale gruppo si trovò a non fare più parte dell’amministrazione locale, lo spazio che aveva in gestione rimase inutilizzato. Allora mi chiesi come poterlo trasformare in qualcosa di utile per la comunità. Chiamai un paio di amici e dissi loro dello spazio che aveva una cucina, un bar ed una sala grande con tanti tavoli e panchine. Pensai che sarebbe stato utile cucinare per le persone che hanno difficoltà a procurarsi del cibo, ovvero per i senzatetto. Ovviamente, il progetto non potevamo finanziarlo totalmente di tasca nostra, allora pensammo di invitare anche coloro che una cena se la potevano permettere, così con il contributo economico di un ospite pagante, una persona povera poteva mangiare gratuitamente. La prima cena costava 5 euro per chi se la poteva permettere, ed era gratis per chi non aveva denaro. Pochi giorni dopo il primo evento ci contattò il proprietario di un ristorante, e ci disse che voleva donare del cibo per il progetto. Cosi, abbassando di colpo le nostre spese, decidemmo di abolire il prezzo di 5 euro, e lasciare alle persone la libertà  di decidere se fare o meno un’offerta. Dopo la seconda cena ci contattò un bar-caffetteria. Sapendo del ristorante, ci offrirono gratuitamente le bevande. In questo modo dalle 60 persone al giorno delle prime cene, siamo ormai arrivati ad oltre 250 ospiti. Per tale motivo ci siamo spostati ben 3 volte, ed ora siamo da oltre 2 anni in uno spazio fornitoci dal Comune. Organizziamo le cene nella Nachbarshafthaus sulla Falckenstein strasse a Kreuzberg. Sia il ristorante che il bar-caffetteria hanno nel frattempo chiuso (un caro saluto a Andrew della New Orleans House e a M.J. e Tina di Café Hilde), così per il cibo ci arrangiamo in altri modi, e le bibite le compriamo. Le cene sono sempre gratuite mentre le offerte sono ben accette, ma mai richieste. La cosa importante è che tutte/i possano mangiare gratuitamente, a prescindere che possano o meno pagare. Noi non facciamo nessuna distinzione. Il cibo lo cuciniamo per tutte/i. Chi può e vuole aiutare il progetto, può tranquillamente lasciare anche un solo euro per aiutarci a coprire le spese, ma non deve sentirsi in obbligo. Tutto il cibo è sia vegano che vegetariano perché vogliamo offrire un’alternativa al cibo servito dalle organizzazioni che aiutano i senzatetto. In più, nel nostro spazio tutte le persone sono ospiti. Non ci sono file per il cibo, le pietanze vengono servite al tavolo come in un qualsiasi ristorante. Perché lo facciamo? Le comunità dei senzatetto, e delle persone povere in generale, sono comunità piuttosto isolate. Nella maggior parte dei casi un senzatetto ha contatti con persone nelle sue stesse condizioni, e con il personale dei servizi sociali, ma non con le persone “comuni”. Nella vita quotidiana andiamo troppo di corsa per poterci sedere un attimo e fare due chiacchiere con una persona che sta chiedendo aiuto per strada. A volte giriamo la testa fingendo di non vedere. Tanto quell’essere vuole solamente i nostri soldi, no? Invece durante queste cene abbiamo la possibilità di incontrarli, sentire le loro storie, scambiare delle opinioni o dei saluti, e magari torniamo a casa un pochino diversi. Diversi per aver impiegato del nostro tempo per delle persone dalle quali forse non avremo mai nulla, tranne il loro calore umano. Allora forse quando li rivedremo per strada, non gireremo più la testa, ma li guarderemo negli occhi, magari con un sorriso.

La risposta delle persone è positiva?

Fino ad ora abbiamo ricevuto solamente commenti positivi. Certo, ci sono sempre cose che possono migliorare, quindi le critiche sono le benvenute. Noi abbiamo imparato molto da questo progetto, e cerchiamo sempre di migliorare.

Prevedi sviluppi futuri? Come vi si può contattare?

Sta per partire una Homeless Veggie Dinner ad Amsterdam. Due ragazze si sono ispirate al nostro progetto, e si sono date da fare per farlo partire ad Amsterdam in Olanda. La data della prima cena dovrebbe essere nota a giorni. Un altro progetto in cantiere è a Varsavia. Speriamo di poter sviluppare una Homeless Veggie Dinner  anche da loro. Collaboriamo inoltre con altre organizzazioni che si occupano di problematiche simili, e nel futuro vorremmo avere un posto che potesse funzionare continuativamente, non solamente una volta al mese come accade ora. Questo ci darebbe la possibilità di aiutare molte più persone. Ma per ora va bene così.

La nostra attuale sede è a Falckenstein strasse 6, nelle vicinanze della metro Schlesisches Tor a Berlino. Ci potete trovare su internet cliccando sul link di seguito:www.facebook.com/groups/121769647855905
Per contatti diretti: commonguy@libero.it

Siete tutte/i benvenute/i!

Spot anti-elettorale

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Fonte Veganzetta

Il non-voto non deriva da inettitudine o qualunquismo, è disobbedienza civile.
Votare significa comunque accettare di far parte di un certo sistema sociale, politico ed economico. Chi accetta questo sistema, e vorrebbe solo che a governare ci fossero persone più oneste, più capaci, più interessate al bene della res-publica, fa bene ad andare a votare. Chi non accetta questo sistema – e non lo accetta radicalmente in quanto funzionale al mantenimento dello status quo che fonda essenzialmente la sua sopravvivenza nel capitalismo, e in definitiva nella riduzione dell’individuo a merce (anche il voto è merce di scambio) – dovrebbe astenersi.
Il non-voto è un rifiuto dei concetti di istituzioni – all’interno delle quali si esercita il potere sui corpi e sulle menti – e della delega. Per di più l’attuale sistema elettorale non solo consente di delegare altre/i a decidere cosa sia giusto per la collettività, ma anche di eleggere persone senza alcun merito se in grado di ottenere consenso popolare grazie all’appoggio dei media. Se ritenete che tutto ciò sia accettabile perché pensate che sia il minore dei mali possibili, fate bene a recarvi alle urne, ma non giudicate come qualunquista, inetta/o o priva/o di coscienza civica chi decide di astenersi (questo sì di qualunquismo), perché dietro al non-voto possono esserci ragioni ben precise, e non solo disaffezione o mancanza di coscienza civica.

Il non-voto spesso non è una strategia, ma appunto il rifiuto di partecipare al gioco della democrazia rappresentativa che toglie alla persona il suo diritto all’autodeterminazione, deresponsabilizzandola.
Il non-voto potrebbe essere considerato alla stessa stregua dell’essere vegan: non si tratta tanto di credere che diventare vegan possa essere una forma di protesta sufficiente ad abolire gli allevamenti, ma di esprimere pubblicamente, quindi politicamente, il proprio rifiuto di partecipare a un sistema che sfrutta l’individuo, poiché lo considera per l’appunto merce, diverso o inferiore. In quanto alla “coscienza civica”, ci son ben altre maniere di esprimerla che non attraverso il voto. Anzi, sovente il voto, proprio nell’automatismo della delega, fa sì che poi ci si astenga dal partecipare a determinate azioni collettive per risolvere determinati problemi, proprio nell’illusione che spetti alle persone elette svolgere e occuparsi di determinate problematiche.
Il non-voto è proprio il rifiuto dell’attesa che arrivino altre/i a risolvere i problemi, problemi della collettività e che quindi non possono che riguardare ogni individuo in prima persona. Coscienza civica ad esempio è attivarsi in prima persona per ridurre l’inquinamento e la devastazione del pianeta, senza attendere che lo Stato emani determinate leggi anti-inquinamento. Nel rifiuto di votare è altresì implicito il rifiuto a essere interpellati e chiamati a svolgere un ruolo all’interno di un gioco le cui regole sono però già predefinite, e che consente solo determinate mosse: votare una schieramento piuttosto che un altro sulla base di programmi e riforme che non consentono un reale cambiamento, in quanto sempre interne al sistema, incapaci, per così dire, di immaginare una società in cui realmente la libertà dell’individuo comincia non dove finisce quella dell’altro, ma dove anche quella dell’altro ha inizio; una società dove non sussistano limitazioni, prescrizioni o divieti, ma azioni sinergiche capaci di portare a compimento le potenzialità di ognuna/o di noi. Per realizzare questa che parrebbe superficialmente un’utopia, basterebbe eliminare l’ostacolo che impedisce l’acquisizione di una vera coscienza critica, e l’ostacolo è proprio l’attuale sistema basato su una scala di poteri: poteri istituzionali che avvolgono e incanalano le potenzialità individuali solo in determinate direzioni (si viene formati a essere membri di uno Stato, e non individui che vivono nel mondo insieme agli altri), poteri mediatici che obnubilano le menti impedendo l’accesso a una reale conoscenza: si subissano le persone di informazioni inutili. Si castra all’origine la messa in discussione dell’attuale stato delle cose, si “normalizza” e “naturalizza” ciò che è funzionale al mantenere la sperequazione sociale. e quindi il meccanismo che permette l’accumulo di ricchezze nelle mani di pochi grazie allo sfruttamento – psicologico e materiale – dei molti poteri di delega che, come già accennato sopra, deresponsabilizza l’individuo convincendolo che il mondo e le società siano enti astratti immodificabili nel tempo, e che non possa autodeterminarsi.
La legge del più forte è frutto di questo sistema e della società che ne deriva. Che l’Animale umano non sia capace di autorappresentarsi in maniera diretta, è frutto di una cultura millenaria in cui orizzonti altri sono stati appositamente e artificiosamente preclusi, proprio per impedire ciò e per mantenere il controllo di poche persone su molte. La prima mossa per decostruire ciò che non ci piace, è smettere di alimentare ciò che la tiene in vita. Vivere secondo principi etici e non secondo ragioni di utilitarismo economico significa anche fare una cosa in vista di un certo traguardo (l’astensione del voto, per esempio), pur sapendo che inizialmente non porterà al traguardo prefisso, ma consapevoli che si tratti di una prima mossa veramente inedita.

Rita Ciatti

Steve Best: “La mia guerra per gli animali”

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Estratto della conferenza tenuta da Steve Best a Firenze il 25 settembre 2013
Fonte Restiamo animali

Steve ha sostenuto che stiamo vivendo la sesta estinzione di massa, un’estinzione volontariamente causata dall’essere umano a tutte le altre specie. E lui usa volutamente il termine “guerra” (parla di ANIMAL WARFARE al posto di ANIMAL WELFARE) denunciando esplicitamente la “guerra” che gli umani hanno dichiarato agli animali. Secondo Steve il linguaggio deve essere più crudo possibile e parla anche di “olocausto”. Il campo di battaglia si è ampliato all’intero globo e gli strumenti sono esattamente quelli utilizzati dalle guerre: prigionia, armi, chimica, interessi economici, tasso di morte in spaventosa crescita. Un esercito di sette miliardi di consumatori richiede che nulla sia lasciato al caso e che ogni singolo animale sia asservito al sistema economico e industriale “carnista”.

Il primo stadio è quello di 50.000 anni fa quando con l’arco l’uomo cacciava i grandi mammiferi.

Il secondo risale a 10.000 anni fa quando la società umana è diventata agricola e ha costretto gli animali a trasformarsi da selvatici a domestici, usandoli per vari scopi per i propri bisogni, cominciando anche a creare svaghi attorno agli animali come ancora ne sono tracce tante sanguinarie tradizioni come quelle in Spagna.

Terzo stadio: nel 17° secolo poi sono iniziati gli esperimenti scientifici sugli animali.

Quarto stadio: nel 19° secolo abbiamo inventato i macelli-industriali.

Quinto Stadio: nella metà del 20° secolo abbiamo inventato gli allevamenti intensivi.

Sesto stadio: adesso la guerra si è intensificata e include clonazione, trapianti di organi animali, ingegneria di vario genere applicata agli animali e a spese degli animali.

L’impero umano si è dunque formato a spese loro e il mondo è pieno di allevamenti, macelli, laboratori di vivisezione, allevamenti e fabbriche di pellicce.

60 miliardi di animali di terra sono uccisi ogni anno per il cibo. Almeno 10 volte tanti sono i pesci sacrificati sempre per il cibo. 100 milioni di animali vengono uccisi nei laboratori di vivisezione. Decine di milioni per le pellicce. Con numeri del genere come possiamo usare un termine diverso da “guerra”?

L’America per venire abitata ha sacrificato i lupi, animali che prima erano sacri nel mondo latino-americano. Questa specie animale è stata letteralmente annientata con la violenza per poter insediare il bestiame a uso umano, per difendere la sacralità dell’hamburger americana. L’agenzia che ha commissionato questo olocausto si chiamava WILD LIFE AGENCY. E’ stato usato qualsiasi mezzo per annientare i lupi: trappole, veleni, fucili, pistole, elicotteri e bombardamenti. E la stessa cosa è stata fatta subire ai coyote e agli orsi bruni. La presidenza dell’IDAHO ha affermato che se il numero dei lupi non fosse stato ridotto avrebbero utilizzato i bombardamenti dall’alto, e li hanno usati, hanno usato aerei radiocomandati, i famosi DRONI, sono stati usati aerei senza pilota per sparare ai lupi e annientarli.

La stessa cosa viene fatta con i cetacei. Vengono costretti con elicotteri e bombe a rifugiarsi dentro una certa baia eppoi vengono sterminati. Come possiamo censurare la parola “guerra” con queste evidenze?

In Canada e Terranova vengono uccisi 300.000 cuccioli di foca ogni anno, a bastonate. In Africa hanno condannato a morte ilrinoceronte nero e l’elefante. In tre anni saranno estinti i rinoceronti, in vent’anni gli elefanti. Il bracconaggio (poaching) è sistematico e organizzato dalla mafia come una guerriglia. Hanno elicotteri, aerei armi, potentissime si muovono con apparecchiature sofisticate e radiocomandate. Tagliano i corni che valgono più dell’oro. Solo usando la violenza si riesce a difendere questi animali, infatti la lotta al bracconaggio implica milizie di soldati e lascia sul campo molte vittime: a volte i bracconieri, a volte gli anti-bracconieri, sempre anche gli animali ci rimettono con la vita.

A nord sud est e ovest, in tempi antichi e moderni, non importa la tradizione, il colore della pelle, lo stadio dello sviluppo, gli animali sono sotto attacco. E qual è la parola più adatta per descrivere questa carneficina sistematica e tecnologicamente organizzata? Conflitto? Lotta? Violenza? Gli umani hanno dichiarato una GUERRA TOTALE agli altri animali. La guerra è tale quando un soggetto mette a repentaglio l’altro, lo rende schiavo e lo uccide. Ci sono persone che sono favorevoli alla guerra. Negli USA molti hanno creduto giusta la guerra in Vietnam, in Iraq. La guerra è sempre competizione per le risorse, vantaggio economico. Ci sono due dinamiche: da una parte produciamo in maniera massiccia animali in allevamenti artificiali, e dall’altra li estinguiamo quando sono naturali e selvatici. Sono queste le due facce della guerra verso gli altri animali.

La guerra può essere aperta o nascosta. Quella contro i lupi è stata aperta.

Il ministro canadese ha detto apertamente “vorrei vedere sei milioni di foche uccise, vendute o distrutte, bruciate. Non mi importa cosa succede loro; se ci fosse un mercato più grande i cacciatori ne ucciderebbero di più. Quello che chiedono è il diritto di uccidere e più loro ne uccideranno e più io sarò contento”.

La guerra non dichiarata è quella silenziosa dei laboratori dove viene fatta la sperimentazione, è la “ricerca umanitaria”, o anche la carne biologica, entrambe queste situazioni rendono più accettabile la morte di decine di milioni di animali.

pacifisti contestano che io usi la parola guerra perché riproduce una divisione che non riusciremmo a ricomporre. Anche alcune femministe lo contestano. Ma se io parlo di guerra del Vietnam non sto invocando il patriarcato o il machismo, sto solo descrivendo la realtà.

Chi sono i nemici? I non vegan sono i nemici? Mia madre? Mia sorella? No, siamo tutti stati non vegani in un certo periodo della vita. Le multinazionali stanno distruggendo gli animali per profitto, sono loro i nostri nemici. Non voglio amare i nostri nemici, coloro che stanno inquinando il pianeta e massacrando miliardi di animali, stanno causando cambiamenti climatici e amano solo il potere e il denaro. Non intendo amarli. Questa discussione c’è già stata tra Malcom X e Martin Luther King. Viene detto che se vedi il tuo oppositore come un tuo nemico non potrai mai più vederlo come un tuo amico. Ma Exxon non puoi cambiarla, non puoi sensibilizzarla, non ha una morale, ha uno statuto e persegue il suo profitto.

Le grandi associazioni americane non stanno ottenendo risultati. Human Society riceve molti fondi ma alla fine non sposta molto, in pratica collabora con il nemico e ci mette il suo bollino di approvazione, loro non chiedono l’abolizione del massacro ma solo alcuni correttivi. L’ALF non coopera con queste industrie, entra nei laboratori, distrugge i dati, libera migliaia di animali, provoca danni e anche incendi, c’è gente disposta assolutamente a tutto pur di inceppare questo micidiale dispositivo di guerra, sono persone disposte ad andare in prigione, disposte a pagare qualsiasi prezzo. In questo momento questo movimento è più forte di tutti gli altri movimenti del mondo: più forte del movimento femminista, più forte del movimento per i diritti civili, più forte del movimento pacifista e contro la guerra. Dov’è oggi la voce dei pacifisti? Io non riesco a sentirla.

E più cresce la repressione verso gli animali e più cresce la lotta e i gruppi diventano sempre più radicali.
Paul Watson è stato cacciato da Greenpeace perché voleva far cessare il massacro delle foche, era disposto ad andare di persona a togliere il bastone dalle mani dei cacciatori ma Greenpeace sosteneva che non fosse quello il suo obiettivo. Così Paul Watson ha fondato Sea Shepherd.

Earth First! Nata negli anni 1980 negli USA è stato un movimento mainstream a Washington DC ma poi si accorse che tutte le grandi associazioni non volevano che soldi e potere, si erano burocratizzate, si concentravano sul loro interesse. Earth First si buttò sull’azione diretta andarono nei boschi a fermare il disboscamento, mettevano lo zucchero nei motori delle motoseghe, occupavano personalmente gli alberi, mettevano lame dentro gli alberi per ostacolare le motoseghe che si rompevano. Qualcuno non era d’accordo perché qualche operaio poteva venire ferito. Loro invece dicevano che bisognava allearsi con gli operai. Il movimento si spostò in UK nel 1990 e diventò più radicale, ELF Earth Liberation Front, usando qualsiasi tattica che potesse arrestare la distruzione delle foreste. Oggi l’abuso verso la terra e gli animali sta diventando sempre più forte e abbiamo bisogno di azioni sempre più radicali. Nel 1974 nasce l’ALF in UK e ci sono gruppi che pensano che l’ALF – che è nonviolento – faccia troppo poco.

Possiamo quindi immaginare che in futuro appaia una maggiore radicalità come sta accadendo in Africa, in Brasile (con la diga di Belomonte), in Nigeria dove gli indigeni Ogoni lottano contro le multinazionali come Shell. Il governo nigeriano ha ucciso 2000 Ogoni, hanno ucciso il leader di questo movimento, lo Stato lavora per le multinazionali. Queste lotte avvengono ovunque e in piccola scala anche in Europa. In UK abbiamo visto lotte per strada per fermare la caccia alla volpe, in Italia ci sono state sollevazioni contro le botticelle. Più l’abuso verso gli animali diventa forte e più il fronte si allarga. In Italia c’è un ottimo rapporto tra attivisti polizia e istituzioni. In UK la repressione è molto violenta, sono state scritte ben sette leggi solo per criminalizzare il movimento animalista. Si va in galera per 6-8-10 anni solo per avere liberato animali. La polizia ha distrutto il movimento animalista di azione diretta quindi si parla solo di educazione vegana e di tattiche pacifiste.

In USA dopo l’11 Settembre 2001 in un solo mese hanno fatto l’US Patriot Act e nella categoria dei DOMESTIC TERRORISTS ci sono anche le persone che interferiscono con le risorse naturali o animali. Se oggi quindi Gandhi o Martin Luther King fossero vivi sarebbero dei terroristi. Dopo l’11 settembre l’ALF è considerato il pericolo terrorista numero 1 nonostante questo movimento attacchi la proprietà di chi abusa e non chi abusa. Quindi negli Usa, un paese dove c’è pieno di movimenti fascisti, il Ku Klux Klan, Gruppi Ariani, Gruppi Antisemiti, Gruppi apertamente Nazisti nascosti nei loro rifugi nel Montana, il nemico numero 1 sono le persone che liberano gli animali come a Greenhill.

Immaginatevi di notte, state camminando in una strada buia, siete soli, avete paura, se urlaste nessuno vi sentirebbe, affrettate il passo. In fondo alla strada vedete un’ombra che vi viene incontro, un uomo che si fa sempre più vicino, sempre più minacciosamente vicino e la vostra angoscia sta salendo. Chi vorreste che fosse quest’uomo? Un nazista, uno del Ku Klux Klan o un animalista che libera gli animali?

Dopo decine di anni di avanzamenti adesso stiamo regredendo, non possiamo nascondercelo. Vinciamo le battaglie ma perdiamo la guerra. Per ogni persona vegana ci sono migliaia e migliaia di nuovi carnivori che nascono in India e Cina, paesi che non mangiavano carne e che il progresso sta rapidamente portando al modello del Mc Donald. In Cina aprono Mc Donald’s ogni giorno. Il mondo non può tollerare, a livello di risorse un secondo paese come gli USA. Negli USA ci sono 300 milioni di persone. Ma in Cina, 300 milioni di persone, sono SOLO la classe media! E questa si sta rapidamente ingigantendo. Non ci aiuta raccontarci la storiella che stiamo vincendo. Non ci aiuta nasconderci la realtà. Azioni che ieri potevano sembrare irrazionali oggi sono diventate l’unica strada. Non possiamo più considerarci MODERATI perché la situazione non lo è, la situazione è ESTREMA.

Io non voglio la PACE, voglio la lotta, voglio la guerra, voglio che la guerra sia da entrambi i lati, mentre adesso è da un lato solo e a rimetterci la vita sono gli animali. Dobbiamo combattere con qualsiasi mezzo, non possiamo ottenere riforme pacifiche perché senza giustizia non può esserci la pace.

In UK mi hanno considerato un nemico pubblico, un pericolo pubblico. Lo stato minaccia l’ordine pubblico per sostenere le multinazionali, l’allevamento, la vivisezione, la distruzione dell’ambiente naturale, il farmaceutico. Vogliamo la pace in UK e ovunque ma non al prezzo dell’ingiustizia. Senza giustizia non può esserci la pace.

La nostra guerra è difensiva, non offensiva. Non abbiamo iniziato noi la guerra, l’hanno loro la responsabilità, la loro guerra non ha alcuna giustificazione etica, mentre noi lottiamo per la liberazione animale, è un’auto-difesa, e abbiamo bisogno di mettere sul tavolo più tattiche possibili, ogni possibile tattica purchè sia intelligente e che funzioni. Non istigo alla violenza ma propongo una totale disobbedienza civile.

I nostri veri nemici al momento sono le multinazionali dell’agro-business. Noi dobbiamo coalizzarci contro l’agro business multinazionale e per farlo dobbiamo stringere patti, gettare ponti, non dividerci tra vegani e non vegani, questa è una cosa sciocca che non ci porterà lontano, noi possiamo trattare con i consumatori, con i piccoli produttori, anche con i piccoli allevatori, con le istituzioni che cercano di difenderli, e dobbiamo individuare il nostro nemico comune. Finché non faremo questo non otterremo risultati.

Riguardo alla domanda che mi fai, cosa fare rispetto all’animalismo fascista, ti dico che questa lotta comporta concetti come pace, uguaglianza, diritti, comunità aperta, democrazia, accesso, tutti ideali liberali di sinistra, tutti ideali che derivano dalla rivoluzione francese. Noi vogliamo una società inclusiva, che apra i suoi diritti anche agli altri animali senzienti che appartengono come noi a questa Terra. Non c’è spazio per il razzismo, per il sessismo, per il patriarcato, per la gerarchia, per l’elitismo, per il militarismo, per il nazionalismo… questi concetti non appartengono alla lotta di liberazione animale perché il mondo che vogliamo è un mondo di pace e libertà dove tutti abbiano accesso ai diritti, quindi in questo movimento non è tollerabile l’infiltrazione fascista e i suoi valori. Noi dobbiamogettare ponti con le realtà progressiste. Perderemo qualche conservatore ma parleremo alla massa delle persone e questo ci porterà un maggiore peso politico.

Critica della tecno-cultura e della civilizzazione: gli atti della conferenza

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Fonte Veganzetta

Di seguito il testo della conferenza tenuta da Mario Cenedese collaboratore di Veganzetta, il 13 dicembre 2013 a Treviso.
L’articolo compare nel numero 23, gennaio-febbraio 2014, del Quaderno dell’Associazione Eco-Filosofica

CRITICA DELLA TECNO-CULTURA E DELLA CIVILIZZAZIONE :  PROSPETTIVE  PER UN PARADIGMA  ANTISVILUPPISTA

(Relazione presentata al Corso di Ecologia del 13 dicembre 2013 – Scuole Martini – TV).

Si precisa che , oltre ad autori che fanno riferimento alla  Scuola di Francoforte quali Horkheimer, Adorno, Benjamin, Marcuse  e Anders, oltre a Foucault,  Debord,  Deleuze,  Ursula Le Guin, Luce Irigaray, Meillasoux, Sahlins e Clastres, Bataille, Virilio, Mumford, Freud, Heidegger, fanno da sfondo a questa dissertazione soprattutto i lavori di Enrico Manicardi ( Liberi dalla civiltà e L’ultima era, entrambi della Mimesise, in particolare, quelli di John Zerzan ( Il crepuscolo delle macchine, Nautilus). 

In primis, si sottolinea che la civilizzazione è quel processo iniziato nel Neolitico 10.000 anni fa che ha prodotto l’addomesticamento di piante e animali ( mediante l’agricoltura e l’allevamento), l’urbanizzazione, il patriarcato e la differenza di genere, il linguaggio simbolico e la scrittura, la guerra, originata dalla logica di espansione della dinamica urbana, la modernità, il produttivismo, lo sviluppismo ad oltranza, il progresso. La tecno-cultura, nozione non lontana da quella di tecno scienza, è la cultura materiale della civilizzazione,  è la pianificazione operata dalla ratio calcolante  (Heidegger), dalla ragione strumentale ( Horkheimer, Adorno), forme ‘militari’ del dominio della civilizzazione, corrisponde, quindi, per certi versi, all’apparato tecnico-scientifico (E. Severino). In breve, si tratta del paradigma del dominio della civiltà e della cultura sulla natura,  che Hobbes e altri filosofi moderni vedono come un’eterna fonte di pericoli terrificanti da sottomettere, vincere e controllare, per cui si giustifica la gerarchia fra umani e non-umani, la creazione non di rapporti di reciprocità , ma di pratiche di sottomissione e di assoggettamento. Così il vivente viene ridotto a fattore produttivo. Se, come osserva Walter Benjamin, dobbiamo scardinare  il continuum della storia, del tempo visto come omogeneo, uniforme, oggettivo, vuoto, se dobbiamo opporci al progresso storico fatto di tempo divenuto una lovecraftiana  materialità  che regola e misura, imprigiona la vita, dobbiamo liberare il tempo da queste interpretazioni per restituire le cose alla loro vera durata. Antropologi come Marshall Sahlins  sostengono che nei due milioni di anni precedenti la civilizzazione, la nostra Terra ci ha favorevolmente accolti, in un regime di sottoproduzione e di opulenza – abbondanza, quando i bisogni erano minimi, cioè naturali. Inoltre, la critica alla civilizzazione è l’asse portante della Dialettica dell’illuminismo  di  Horkheimer e Adorno , come esemplificato nell’immagine chiave di Odisseo che rimuove la voce desiderante e liberatrice dei propri impulsi libidici facendosi legare al palo della nave e reprime i propri compagni, suoi operai subalterni, impedendo loro di vedere –li benda-  e udire il canto erotico delle Sirene, tappando loro le orecchie con la cera di Circe. Giunti al punto in cui ci troviamo, come possiamo uscire dalla civiltà?

Non basta certamente definirci alternativi o antagonisti, disobbedienti :  bisogna fare dell’antagonismo  alla civilizzazione uno stile di vita. Non è sufficiente neppure adottare la fuga dalla civiltà attraverso la cosiddetta pratica dell’esodo in forme di vita comunitaria.  Infatti, è la mentalità civile che opera surrettiziamente,  non solo i burattinai dell’Establishment.

Per decostruire questo mondo civilizzato  (antropocentrico, meccanicista, sessista, tecno culturale) è necessario, perciò, decivilizzare  noi stessi,  decivilizzare il nostro immaginario, dobbiamo cominciare a far crescere dentro di noi una consapevolezza critica verso l’universo civilizzato che ci sovrasta, in modo da poter smantellare  dentro di noi la forma mentis della tecno-cultura, a partire, ad esempio, dalla falsa neutralità della tecnologia,  per renderci coscienti delle trasmutazioni dell’umano in macchina ( homo cyborg, secondo Gunther Anders,  Philip K. Dick,  Ray  Bradbury).

SCRITTURA E LINGUAGGIO SIMBOLICO

Come osserva John Zerzan ne Il crepuscolo delle macchine,  intorno al 4.500 a.C. in Medio Oriente cominciarono a comparire  gettoni di creta incisi, registrazioni delle transazioni economiche e inventari delle scorte agricole.  Cinquemila anni dopo, il perfezionamento dell’alfabeto ad opera dei greci ultimò la transizione verso i sistemi di scrittura moderni.  Oggi lo strumento simbolico del linguaggio viene largamente percepito come una prigionia che definisce ogni cosa, anche se non è sforzo da poco immaginare quale poteva essere la facoltà cognitiva degli esseri umani prima che il linguaggio e il pensiero simbolico si impadronissero di una parte così ampia della nostra coscienza, della nostra intelligenza, delle nostre capacità percettive e sensoriali :  non dimentichiamo che spesso ,  bambini che disegnano molto bene non riescono più in questa attività dopo aver imparato a leggere e a scrivere in  I^  elementare  ( deprivazione sensoriale e culturale).

La grammatica di ogni lingua –continua ancora John Zerzan, riprendendo concezioni di Benjamin Lee Worff e di Paul Karl Feyerabend – è una teoria dell’esperienza e un’ideologia. Stabilisce regole e limiti e fabbrica le lenti monodimensionali  ( H. Marcuse) attraverso cui vediamo ogni cosa :  oggi la mente umana è vista come una macchina alimentata dalla grammatica e dalla sintassi.  Già nel Settecento la natura umana era descritta come un tessuto fatto di linguaggio : il linguaggio effettua una separazione che porta a un’assenza di luogo, come per Michel Foucault, secondo il quale il discorso non è semplicemente  ciò che traduce le lotte o i sistemi di dominazione,  ma ciò per cui, attraverso cui si lotta, ricordando in questo un certo Heidegger. Le radici dell’attuale crisi spirituale affondano in una dinamica di distacco e separazione dall’immediatezza :  è questo il luogo del simbolico. Cartesio, con la famosa dualità corpo-mente, ha prodotto un metodo filosofico per la modernità, un metodo basato sulla rimozione della corporeità. Anche il cosiddetto reale viene condotto a nientificarsi,  omologato  entro  modelli-standard  creati dal linguaggio, dalla sua potenza riduzionistica. L’esistenza del periodo pre-civilizzazione è stata giudicata irrilevante e lo stile di vita degli indigeni è dovunque ridotto in trincea a causa della dilagante  sopravvalutazione del simbolico da parte della civilizzazione. La cultura simbolica si muove verso l’astrazione, richiede che rinunciamo alla nostra natura animale  a vantaggio di una natura umana fabbricata simbolicamente.  Oggi sono divenute simboliche addirittura le economie, strutture materiali par excellence secondo Marx,  sono  immateriali le transazioni finanziarie,  lo stesso denaro, non ci si sporca più le mani con i soldi nell’universo asettico delle carte di credito…. Anche il legame sociale ha assunto una natura essenzialmente linguistica-astratta. Eppure , c’è stato un tempo  – come suggerì  Freud –  in cui il mondo intero era animato. In effetti, spesso gli anziani indigeni rifiutano le registrazioni audio e video, sostenendo che quanto hanno da dire deve essere comunicato de visu.  Il linguaggio, per sua essenza, restringe, deforma, tradisce le cose che rappresenta, ne provoca una torsione che semplifica, stravolgendone il senso, zippa, possiede inoltre una qualità standardizzante che avanza di pari passo col progresso tecnologico :  la tipografia ha eliminato i dialetti, creando standard unificati per la comunicazione. Come sappiamo, l’alfabetizzazione, al servizio del progresso economico, aveva come scopo il rafforzamento della coesione socio-culturale dello stato-nazione. Il linguaggio è una forza produttiva. Come la tecnologia, non è sottoposto al controllo sociale. In definitiva, ma per non concludere, i transiti simbolici ci affidano una dimensione arida, profondamente anti-spirituale, sempre più vuota e fredda.

PATRIARCATO, CIVILIZZAZIONE, ORIGINI DELLA DIFFERENZA DI  GENERE

Fondamentalmente, dice John Zerzan, anarcoprimitivista americano di chiara origine veneta, se ci è consentito usare il termine “origine”, dato che Deleuze, Derrida, Foucault, tutti inequivocabilmente nietzscheiani antifondazionalisti non sarebbero d’accordo, la civilizzazione è la storia del dominio sulla natura e sulle donne.  Patriarcato, infatti, significa dominio sulle donne e sulla natura.

Ursula Le  Guin, l’autrice intrascendibile  de I reietti dell’altro pianeta, un libro che tutti, “prima di morire”, dovrebbero leggere, così scrive in un testo di eco-femminismo :

L’Uomo Civilizzato dice : Io sono Io, Io sono il Signore, tutto il resto è l’altro – al di fuori , al di sotto, inferiore, subordinato. Io possiedo, io uso, io esploro, io sfrutto, io controllo. Quello che faccio è ciò che conta. Quello che voglio è la ragione per cui esiste la materia. Io sono quel che sono. Il resto sono donne e natura selvatica, da usare come ritengo opportuno”.

In molti credono alle società matriarcali,  ma non c’è antropologa o archeologa che ne abbia trovato le prove.  Antropologhe come Nancy Tanner hanno corretto lo stereotipo dell’uomo caccia-raccoglitore  preistorico a favore di una donna raccoglitrice : l’80% del sostentamento proveniva dalla raccolta, solo il 20% dalla caccia! Nelle società di raccolta vi era egualitarismo tra uomo e donna, un rapporto paritario, rapporti di reciprocità, non pratiche di sottomissione e di assoggettamento.  Eppure, dal Neolitico, dalla creazione di agricoltura e allevamento (addomesticamento di piante e animali), la svalutazione della donna pare universale. Nella vita sociale esiste una divisione fondamentale secondo il genere, che produce una evidente gerarchia.  I dualismi più radicali, quelli tra soggetto e oggetto e mente-corpo, sono un riflesso della separazione  dei generi ( Jane Flax).  Si tratta di una classificazione radicata nella divisione del lavoro  lungo linee sessuali. Il genere introduce e legittima l’ineguaglianza e il dominio.  I  raccoglitori  condividevano la raccolta e la preparazione  del cibo,  così come la responsabilità  nella cura della prole.  La gerarchia nelle società agricole e di allevamento animale è inerente al rapporto di parentela  che diviene rapporto di produzione : si creano ruoli specializzati  che sono all’origine  della  disparità di genere , che sfociano in ineguaglianze,  nella privatizzazione della cura della prole.  Il genere, secondo Luce Irigaray,  è, come il sistema di parentela,  un costrutto culturale stabilito al di sopra e contro i soggetti biologici.  Circa 35000 anni fa nelle pitture rupestri erano presenti segni femminili e maschili .  L’attività veniva collegata al genere :  ruolo maschile del cacciatore,  così come gelosia sessuale  e possessività. Per i Bimin  di Papua-Nuova Guinea, l’essenza maschile è legata alla forza e alla guerra, al rituale e al controllo. L’essenza femminile, d’altra parte, è selvaggia, impulsiva, sensuale e ignora il rituale.  La presenza o assenza del rituale è fondamentale per l’assoggettamento della donna.  L’ascesa  simultanea della cultura simbolica e della vita divisa per generi  indica l’allontanamento  da una vita  non separata  e non gerarchizzata. Come sostiene l’antropologo  Meillasoux,  in natura niente spiega la divisione sessuale del lavoro, né istituzioni quali il matrimonio, la coniugalità, la filiazione paterna :  vengono tutte imposte alle donne con la coercizione, perciò  sono tutti fatti legati alla civilizzazione.

A parte i Nativi Americani che sostengono il valore intrinseco della foresta selvatica non addomesticata,  oltre il valore d’uso e di scambio di qualsiasi ente, il luogo di trasformazione  del selvaggio in forma tecno – culturale  è il domicilio, dove le donne vengono progressivamente rinchiuse. L’etimo stesso di “addomesticamento” indica la  domus,la casa, ambiente che produce lavori faticosi, diminuita robustezza fisica della donna rispetto a quando raccoglieva ( la taglia 38 è tipica dell’addomesticamento della donna in casa), figli più numerosi : sono caratteristiche delle donne del Neolitico, delle società agricole. Inizia la distinzione tra lavoro e non lavoro, perciò le donne vengono definite  passive, come la natura. L a mitologia registra la posizione degradata della donna  :  nella Grecia di Omero la terra incolta ( non addomesticata dalla coltura del grano) era considerata femminile, dimora di Calipso, di Circe, delle Sirene che indussero in tentazione Odisseo  per distoglierlo dalle fatiche della civilizzazione, per impedirgli di tornare a casa, per aiutarlo a realizzare la conoscenza suprema, il samadhi, l’unione con l’Uno-Tutto, il ritorno nel Grande Flusso. L’ultima sua possibilità, dopo la rinuncia alla discesa nel mondo infero, dopo la rinuncia a tuffarsi verso le Sirene ( come fece Bute, l’apicoltore  nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, poi “salvato” da Afrodite che ne fece un suo amante per ingelosire Adone),  è costituita dall’Antro delle Ninfe all’approdo a Itaca , che secondo Porfirio rappresenta la sede della conoscenza suprema, conoscenza delle Ninfe, secondo Platone.  La storia della civilizzazione, osservano Horkheimer e Adorno  ne la Dialettica dell’illuminismo, è la storia di una rinuncia, della repressione-rimozione degli impulsi primari libidici e della repressione esterna dei subalterni, donne in primis e natura selvaggia, oggetti del dominio maschile. Il mito tradisce pure una coscienza sporca, come nel caso di Prometeo e di Sisifo :  l’agricoltura vista come violazione, come attestato dalla prevalenza dello stupro nelle storie di Demetra, dea delle messi agricole.  Nel Genesi  la donna nasce dal corpo dell’uomo, mentre  la cacciata dall’Eden indica la fine dell’esistenza basata sulla raccolta e l’inizio del lavoro  faticoso dell’agricoltura. Sempre nel Genesi, la colpa della cacciata dall’Eden,  l’allontanamento forzoso dal periodo della raccolta, sembra sia data ironicamente alla donna :  sappiamo che l’addomesticamento si realizza per la paura e il rifiuto della natura selvaggia e della donna ( nelle società agricole), mentre il mito del Giardino addossa la colpa alla vittima di questa storia ( la donna).

ORIGINI DELLA GUERRA

La guerra è uno dei prodotti principali della civilizzazione.  Senza lo Stato non ci sono guerre. Invece, sostengono i partigiani della tecno-cultura, senza il monopolio della violenza da parte dello stato, saremmo tutti indifesi e insicuri, nello stato di natura in cui, osserva Hobbes, domina la guerra di tutti contro tutti e l’uomo è un lupo verso l’uomo. Solo dopo la metà del Novecento questa visione pessimistica della natura umana cominciò a cambiare grazie al contributo di alcuni antropologi come Marshall Sahlins e Pierre Clastres  :  prima della civilizzazione, per due milioni di anni, gli uomini hanno vissuto senza guerre,  fino a 10.000 anni fa, fino all’addomesticamento, fino alla creazione di agricoltura, allevamento, urbanesimo, linguaggio simbolico . Nelle pitture rupestri dei caccia-raccoglitori non compaiono scene di battaglia. I nativi americani della California, popolazioni di raccoglitori, sospendevano le ostilità se qualcuno rimaneva ferito. Tra i boscimani prevale l’idea che combattere è molto pericoloso, qualcuno potrebbe rimanere ucciso. Comunque, la prima testimonianza archeologica attendibile di guerra  risale a 7.500 anni fa : la Gerico fortificata di prima della Bibbia. La guerra è il frutto della cultura simbolica, astratta : il simbolico, infatti,  astrae dalla realtà, standardizza, comprime  il vivente, cancella le particolarità, riduce tutti i tratti specifici :  è più facile indirizzare la violenza, la guerra, contro un nemico senza volto, astratto, che rappresenti un male, un pericolo sociale. Il rituale è la più antica forma conosciuta di attività simbolica, che prepara la guerra. Il rituale è un modo per rispondere a carenze di coesione e solidarietà, per garantire  l’ordine sociale.  Secondo René Girard, i rituali del sacrificio sono una risposta all’aggressività e alla violenza  sociale.  Invece, osserva John  Zerzan, è l’opposto :  è proprio il rituale che legittima  la violenza.  Le culture non addomesticate, senza agricoltura, non conoscono il rituale, non conoscono il sacrificio di animali, né sacrifici umani.  I cavalli rappresentano un tipico esempio del legame tra addomesticamento e guerra :  sottratti allo  stato  selvaggio per la prima volta nel 3000 a. C. in Ucraina, sono stati trasformati in macchine  da guerra.

La spinta a ricercare nuove terre da sfruttare è la causa principale della guerra nel corso  della  civilizzazione :  l’urbanesimo ( la città, la cultura cittadina) sta all’origine della guerra . Infatti,  già le città della Mesopotamia al tempo di UR,  nel 4.500 a. C., erano sempre  in lotta tra di loro per l’atteggiamento  espansionistico della dinamica  cittadina,  perché la città ha bisogno di un surplus di produzione agricola e, con le carestie, la guerra è  inevitabile  per rubare ( prelievo forzoso) a chi ha più provviste cerealicole.  Sempre nel 4.500 a. C., si registra la presenza di una casta militare, di eserciti permanenti in Medio Oriente.  L’ideologia militare guerriera produce inoltre una ulteriore svalutazione delle donne :  la guerra assume il carattere di attività nel suo specifico maschile,  le stesse iniziazioni maschili sono connesse alla guerra. Nelle società guerriere  la poligamia da parte dei maschi  è generalizzata,  assente, invece, nelle bande di caccia-raccoglitori.  Con la formazione dello Stato, l’idoneità alla guerra divenne un requisito fondamentale per ottenere la cittadinanza, escludendo le donne dalla vita politica.  Si osserva poi che l’ordine delle formazioni militari  è standardizzato :  colonne e righe, assomiglia in modo singolare all’agricoltura e ai suoi  filari. Linee di un reticolo, controllo e disciplina  ritroviamo, dunque, sia  in agricoltura  che nell’esercito.

Per Marshall Sahlins,  la stessa cultura genera  la guerra :  il carattere simbolico,  impersonale della cultura, favorisce la guerra .  Simboli di guerra sono inoltre  le bandiere  nazionali.

LA CITTA’

Le città costituiscono un’altra realizzazione della civilizzazione.  In codeste costruzioni i cosiddetti non-luoghi sono diffusi ovunque e in forme standardizzate : centri commerciali, banche, autostrade, stazioni ferroviarie e metro, aeroporti, sale d’attesa aeroportuali ….Anche  gli ospedali, le scuole, i grattacieli sono uguali dappertutto, a New York come a Shangai e a Tokyo.

Gli abitanti delle città si vestono tutti allo stesso modo :  fenomeno di una omologazione planetaria dilagante. La città-mondo che sta crescendo, mcdonaldizzata ( il mondo sta diventando infatti un mcmondo), perfeziona la guerra contro la natura, cancellata a vantaggio  dell’artificiale, riducendo le campagne a semplici ambienti, dépendance  delle città, facendo così tornare di moda il  villaggio globale  di Marshall  McLuhan. Tutte le città sono antitetiche al territorio. Le prime città furono costruite in Mesopotamia e in Egitto e furono caratterizzate  dalla realizzazione di istituzioni burocratiche su vasta scala  e  dall’utilizzo delle eccedenze e dall’aumento dello sfruttamento delle terre in agricoltura  per il  proprio sostentamento. La realtà urbana, in cui si affermano rapidamente business, affari  e commercio, dipende esclusivamente dal lavoro delle campagne per esistere. Per garantire la sussistenza delle città, i patriarchi fecero uso sistematico della guerra : all’estero, conquista, in patria, repressione.  Le prime città-stato  sumere ( in Mesopotamia : Ur e poi Uruk)  erano in continuo stato di belligeranza tra di loro, come abbiamo già osservato,  a causa del carattere espansionistico , tipico della dinamica cittadina.

Uruk, città maggiore della Mesopotamia nel 2700 a.C., aveva un doppio anello di mura lungo nove chilometri e fortificato da novecento  torri. Del resto, Giulio Cesare definiva  oppidum (guarnigione) le città della Gallia. Nel 3000 a. C. si registrano molteplici città capitali, sedi del potere statale :  il dominio politico discende dalle città. Gli ambienti urbani diventano luoghi di incubazione-diffusione  di malattie infettive, come peste e colera, sedi in cui incendi e terremoti producono effetti devastanti.  Nella modernità, poi, il tempo stesso assume connotati cittadini, viene misurato dagli orologi delle cattedrali , scompare il tempo vissuto, sostituito dal tempo risorsa, materialità oggettivata, reificata. Alexis de Tocqueville  nota spesso che nella realtà urbana gli individui diventano solipsistici, estranei, indifferenti tra di loro , se si incontrano, non si guardano, non si salutano. Durkheim  mette in evidenza che il suicidio e la follia aumentano a dismisura nelle città. Secondo Walter Benjamin, paura, repulsione, orrore, erano i sentimenti provati, a causa della folla delle grandi città, da chi ci arrivava per la prima volta ( lo stesso effetto produceva New York allo scrittore  di Providence  Howard Phillips  Lovecraft, come riporta Michel Houellebecq).  La vita urbana non solo causa senso di solitudine e apatia sul piano emotivo, ma ossessiva puntualità, prevedibilità  e precisione compulsiva vengono imposte  agli umani dalle peculiarità delle forme di esistenza cittadine.  Anche per Karl Marx il capitalismo è “urbanizzazione della campagna”. La civilizzazione, secondo la sua radice latina, è propriamente quel che succede in città. Attualmente, il 55% della popolazione mondiale vive in città. Sono mcdonaldizzanti  tutte le città, anche gli ameni giardini pubblici urbani non cambiano il volto truculento delle città, volto estraniante e indifferente, abulico,  segnale della universale passività della vita cittadina.  Pure Max Weber sostiene che modernità e razionalità burocratica, nelle realtà urbane, sono a prova di evasione.  Ancora, John Zerzan  proclama che le città si migliorano soltanto radendole al suolo. Deprivazioni sensoriali , luce e rumore continui, monotonia esasperante, declino radicale del contatto fisico, sono aspetti che definiscono sempre più l’attuale vita cittadina. Lo spazio urbano, dunque, sembra rappresentare  la sconfitta della natura e la morte della comunità.

ESCLUSIONE DALLA PRESENZA

“Nulla esiste al di là del testo” (Jacques Derrida). E’ difficile concepire qualcosa al di là della rappresentazione. Come in Cartesio, con il linguaggio il corpo si ritira, eclissandosi. La selvatichezza è imbrigliata dal codice, come osserva uno sciamano Cherokee, “ I Bianchi, con la scrittura, è come se catturassero un animale selvaggio e lo domassero”.  Ray Bradbury, Philip K. Dick, Guy Debord  sottoscriverebbero con malinconico entusiasmo la seguente asserzione di John Zerzan : “ Un turista proveniente da un altro pianeta esclamerebbe che  la rappresentazione, oggi, è l’unica cosa esistente sulla Terra.”. Jean Baudrillard, riprendendo  la nozione di feticismo della merce di Karl Marx, la sua astrattezza-separazione dal mondo materiale della produzione sociale  nell’ambito del capitalismo, rileva che la merce corrisponde sempre più al cosiddetto valore-segno. Pure Martin Heidegger riconosce i pericoli del simbolico e della tecnologia, ma sostiene tout court  che non si può fare niente perché nella grande casa accogliente dell’essere c’è spazio anche per la tecnologia.

McMONDO, CYBERMONDO MODERNO

Dobbiamo recuperare il tempo del vissuto prima dell’addomesticamento, contro il tempo storico, misurato, oggettivato,  materializzato, che controlla e disciplina la vita . ( Walter Benjamin, Gunther Anders, Giacomo Marramao). La Modernità è massificante, standardizzante, globalizzante, ha prodotto un’espansione illimitata delle forze produttive che non ha tenuto conto della finitudine delle forze della natura.  A partire dal Neolitico, si è verificato un aumento costante della dipendenza dalla tecnologia, la cultura materiale della civilizzazione.  Come vedremo,  secondo Horkheimer e Adorno,  la storia della civilizzazione è storia di una rinuncia :  si ottiene molto meno di quello che si  immette. E’ questa la grande truffa  della tecno-cultura (calco del titolo di un film musicale dei Sex Pistols, La grande truffa del Rock and Roll). Scomparsa la preminenza del luogo, sostituita dalla cultura da aeroporto :  sradicata, urbana, omologata, la Modernità ha preso il volo e ha diffuso le proprie tracce a livello planetario.  Sul significato della Modernità, suggestiva è l’allegoria di Walter Benjamin in Angelus Novus   :

  “ ( L’angelo di Paul Klee) ha il viso rivolto al passato. Dove  ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe che accumula rovine su rovine. Una tempesta spira dal Paradiso che si impiglia nelle sue ali, così forte che non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge nel futuro a cui volge le spalle, mentre il cumulo di rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo  Il progresso è questa tempesta…” ( Tesi di Filosofia della Storia, 1940).

C’è stato un tempo in cui questa tempesta non spirava, quando la natura non era un avversario da conquistare e domare, prima della civilizzazione-  per due milioni di anni – . Ma dobbiamo viaggiare a velocità sempre maggiore, sollevando raffiche di progresso alle nostre spalle, verso un ulteriore disincanto. Non possiamo continuare ad agire  alle condizioni dettate dal nemico.   Contro l’idea postmodernista dell’impossibilità di decidere, come condizione universale, contro Heidegger che , contro la tecnica, dice che non si può far niente, non possiamo concordare con Derrida, secondo cui siamo condannati ad essere nient’altro che le modalità attraverso le quali il linguaggio progredisce autonomamente. Contro il tempo vuoto, uniforme, omogeneo  (Benjamin), bisogna dare spazio ad un presente non intercambiabile, irriducibile, fuori dai cardini del tempo- Kronos. Il progresso storico è fatto di tempo colonizzato, una mostruosa  materialità che regola e misura il vivente. Il capitale mondiale vuole sfruttare tutta la vita a disposizione ( cfr. biopotere-biopolitica in Michel Foucault) . La globalizzazione ha solo intensificato  quanto era già avviato  prima della Modernità, non è una novità. Urbanizzazione, conquista del mondo, appartengono  alla civilizzazione. Il villaggio globale  di Marshall McLuhan  è tornato di moda, stravolto : oggi stanno imponendo un solo McMondo.  Il villaggio globale, mcmondo, è diventato un luogo terrificante, pieno di epidemie di ogni tipo. In esso, la presenza dell’assenza è virtuale.Nella comunità virtuale, network, si allontanano le persone con un semplice click del mouse. I sensi, la sensibilità senso-motoria, diminuiscono rapidamente le loro facoltà. La responsabilità è sepolta nel Museo Postmoderno delle Parole Perdute ( John Zerzan).  Il contatto vivo, corporeo, relazionale, è sempre più raro. L’esperienza immediata viene sostituita da forme simulacrali . Marx ed Engels, nel Manifesto del Partito Comunista del 1848, prevedevano l’emergere di un mercato mondiale basandosi sui modelli di crescita, produzione e consumo della loro epoca. Marx, inoltre, sostiene la duplicità della tecnologia che si presta ad opposte possibilità di emancipazione e di dominazione :   il filosofo-militante antagonista si schiera dunque dalla parte della neutralità della tecnoscienza. Il Postmodernismo, sovversivo e destabilizzante solo a livello estetico, afferma che non ci sono più luoghi fondativi.  Confermando Spinoza quando diceva che viviamo in un tempo in cui prevalgono le passioni tristi,  Derrida prorompe in continui lamenti, Maurice Blanchot esprime una perenne tristezza….L’Io Smemorato della tecnologia è in difficoltà a costituire un’identità duratura. La tecno-cultura, in effetti, porta all’isolamento dell’Io , sempre più solipsistico, producendo la decostruzione di solidarietà e autonomia.

PRIMITIVISMO?

Piero Barcellona ha molto insistito, nei suoi libri, sulla rottura del legame sociale. AIDS, Ebola, Legionella, Mucca Pazza : la tecnologia è impotente a controllare tutte le sue derive. In controtendenza rispetto al Postmodernismo, di cui era stato uno dei principali ispiratori, che ritiene non sia possibile fare nulla contro la tecnologia ( come Heidegger),  Jean François Lyotard  ne l’Inumano, 2001, afferma che la perdita degli affetti è causata dall’egemonia tecno-scientifica, dalla supremazia della Ragione Strumentale, facendo il verso ad Adorno, inoltre osserva che “con le megalopoli, ciò che si chiama Occidente realizza e diffonde il proprio nichilismo. Si chiama sviluppo.”.

Oswald Spengler, nazionalista reazionario, ne Il tramonto dell’Occidente si espone contro lo sviluppo tecnologico, sottolineando la natura prometeica della tecno-cultura e del produttivismo, il loro dominio sull’ambiente fisico.  La critica della civilizzazione è lo spirito che anima la Dialettica dell’illuminismo  di Horkheimer e Adorno, in particolare nell’immagine-chiave di Odisseo che occulta e censura, come abbiamo già visto, il canto erotico delle Sirene. Ne Il disagio della civiltà, Freud sosteneva l’impossibilità di una civilizzazione non repressiva. Diversamente, si corre il rischio di ripiombare nel pericolosissimo Stato di Natura hobbesiano. E’ necessario rinunciare a libertà ed erotismo, in cambio della sicurezza. Per Freud la civilizzazione permette all’uomo di vivere in un ambiente tendenzialmente ostile e insidioso. Trionfa, perciò, il pensiero di Hobbes, secondo cui la civilizzazione è la condizione più efficace per superare i gravi rischi dello Stato di Natura. Tuttavia, a partire dagli Anni Sessanta del Novecento,come abbiamo già anticipato,  ha iniziato a manifestarsi un mutamento di paradigma : antropologi come Marshall Sahlins e Pierre Clastres, economisti come Karl Polanyi, assumono uno sguardo prospettico sulla preistoria molto diverso, alternativo rispetto al punto di vista di Hobbes. Due milioni di anni prima della civilizzazione, in quell’età aurorale, aurea  secondo Platone, la vita in società non prevedeva addomesticamento di piante e animali, non guerre, non differenza di genere (patriarcato), non tecnologia, non dominio sulla natura.  Prima del Neolitico :  bande di società di raccoglitori godevano di molto tempo libero, autonomia, parità tra i sessi, basandosi su un’etica di uguaglianza e condivisione, compiendo lunghi viaggi a partire da ottocentomila anni fa.

SCIENZA E TECNOLOGIA NON SONO NEUTRALI

I non-civilizzati hanno fatto uso di utensili, non di tecnologia.  Seguono vari esempi che distinguono nettamente gli attrezzi, gli strumenti, gli utensili, dalla tecnologia :

gli utensili non hanno mai lo scopo di conquistare elementi della natura, la tecnologia, invece, vuole dominare la natura. L’utensile è un tramite per una diretta partecipazione dei soggetti alla vita del mondo. La tecnologia è essa stessa un fine. In un mondo tecnologico non c’è bisogno di scopi, vale la tecnologia per se  stessa,quasi fosse la cosa in sé. Lo strumento sviluppa particolari abilità ( es.  :  un arco, un boomerang….). La tecnologia si sostituisce a quelle abilità ed è correlata con altre tecniche che la giustificano. Tolti dal loro contesto tecnologico, gli oggetti-dispositivi tecno-scientifici non hanno alcun senso :  un’antenna parabolica non serve a nulla senza ripetitore, un televisore senza chi trasmette è un vuoto simulacro. L’attrezzo ha sempre un significato in sé per un’attività sensoriale.

Come osserva Enrico Manicardi ( cfr. Liberi dalla civiltà L’ultima era, Mimesis), la tecnologia ha come scopo il dominio, la vittoria, la conquista della natura. L’ attrezzo viene utilizzato anche da animali :  molti uccelli si servono di bastoncini per estrarre cibo dalla corteccia degli alberi. La ghiandaia azzurra, poi, usa fogli di carta per raggiungere alimenti fuori dalla propria portata. Gli scimpanzé fabbricano spugne con foglie per pulirsi, usano stuzzicadenti, fronde per tenere lontane le mosche, mettono da parte utensili in previsione che servano per il futuro. Invece, i viventi umani sono i soli che usano la tecnologia, con il proposito di attuare una costante manipolazione della natura. Comunque, l’utensile non può essere infinitamente perfezionato, mentre la tecnologia, per sua “essenza”, non conosce limiti :  tutto è possibile alla tecnologia, lo sostiene anche Emanuele Severino, filosofo italiano che non ha bisogno di presentazioni, quando parla dell’apparato tecnico-scientifico. Lo stesso M. Heidegger sottolinea che la betulla non oltrepassa mai le sue possibilità intrinseche, e che solo la tecnica fa violenza alla Terra. La categoria dell’impossibile assurge così a nuovo paradigma per il mondo stravolto dalla tecnologia, in cui la natura , l’universo vivo, i rapporti relazionali perdono di significato, ridotti a enti impiegabili a stretto uso e consumo della tecno-cultura. La natura diventa così nella sua totalità ipoteticamente sostituibile dalla tecnologia. Ad esempio, i raggi UVA, le radiazioni ultraviolette delle lampade abbronzanti sono considerati sostitutivi del Sole. La tecnologia non ha alcun riguardo per il vivente, ci rende deresponsabilizzati, irriguardosi, irresponsabili.

La tecnologia non è mai adattabile all’individuo : è l’individuo che deve adattarsi alla tecnologia. Se le scarpe n. 42 risultano larghe, se le scarpe n.41, d’altro canto, risultano strette, è il piede che è fuori norma, è il piede che deve dunque adeguarsi. Siamo tutti potenzialmente rimodellabili e già rimodellati dalla tecnologia  : occhi con lenti a contatto azzurre o verdi o viola, cuore meccanico, microchips sottocutanee.  E’ stato ormai perduto l’uso dei piedi : esempio lampante di deprivazione fisica e sensoriale. Rimaniamo posturalmente immobili, inclinati, piegati in modo innaturale di fronte al computer, tablet, consolle, sempre seduti come nella nota poesia di Rimbaud, Les assis.  Abbiamo perso la stazione eretta, pur criticabile sul piano filosofico, anche se in modo improprio,  come rappresentazione del patriarcato  da Adriana Cavarero  nel recente  Inclinazioni, Raffaello Cortina, a partire dal mito della caverna di Platone che, secondo Cavarero,  identifica l’erigersi dei prigionieri, l’ascesi verso livelli di conoscenza e livelli ontologici superiori come un progresso e  riproduce così, con queste forme espressive legate alla verticalità, immagini della visione patriarcale …. Non si cammina più, non si dorme – i politici mainstream dormono tre ore per notte, e se ne vantano come esempio di bien vivre.  Odori, colori naturali : non li distinguiamo più, se non con il filtro del computer. Non sopportiamo più il freddo e il caldo : al di sotto dei 15 ° accendiamo il riscaldamento – crisi economica permettendo—e respiriamo l’aria del condizionatore alla temperatura atmosferica di 29°.  E pensare che fino a cento anni fa si viveva d’inverno senza il riscaldamento, fino a trenta anni fa d’estate non c’era il climatizzatore.

Si è perso il piacere di stare assieme, traccia, spia evidente di deprivazione relazionale :  non ci incontriamo più tout court, più che altro chattiamo al computer, con tablet , smartphone e phablet.

Gli stessi John Zerzan ed Enrico Manicardi ammettono che sono ormai costretti ad utilizzare il linguaggio simbolico, il computer, tablet e smartphone, internet e network, mail e posta elettronica, alimentarsi con i prodotti dell’agricoltura, seppure biologica e vegana antispecifica, costretti per comunicare le loro idee e per vivere a servirsi delle armi del nemico. Del resto, anche chi è un antagonista radicale degli inceneritori respira e ne viene intossicato dalle stesse emissioni inquinanti. Anche chi è contrario all’automobile e alle autostrade è obbligato ad utilizzarle per le enormi carenze dei treni e dei mezzi pubblici in generale.

In estrema sintesi, secondo Jacques Ellul, la tecnologia è caratterizzata da tre aspetti essenziali :  A) razionalità, B) artificiosità, C) automatismo.

A)     La razionalità astratta sottomette quella empirica : in un universo tecnologico è conoscibile solo ciò che è traducibile in formule matematiche, in algoritmi.

B)     La tecnologia produce un sistema, un ambiente artificiale.

C)     Ogni realizzazione tecnica è  quasi provvista di una vita sua propria, la rete tecnologica procede da sola.

Come osserva Gunther Anders, l’essere umano, così come ogni altro ente, viene annullato dalla tecnologia, e ridotto a macchina. Del resto, l’approccio razionale, quello della ratio calcolante, è divenuto l’unico modo di interpretare il mondo,secondo criteri di performatività ed efficienza, il pensiero unico. Secondo Umberto Galimberti,  in questo universo scompare la relazione, rimane l’interattività tecnologica, si chatta, si ricevono informazioni da un terminale, predominano solipsismo , solitudine esistenziale, depressione psichica. I simulacri sono forme dominanti. Sempre per Galimberti, in Psiche e techne, l’intelligenza creata dalla tecnologia è convergente e binaria :  convergente in quanto non critica, ma si adatta all’impostazione data al problema, non problematizza, non discute le premesse, il pre-testo nel linguaggio di Derrida ( ogni testo è un pretesto), al contrario dell’intelligenza creativa, o pensiero divergente;  binaria :  come nei test d’ingresso universitari, come nei questionari, come nei test Invalsi, in cui si deve rispondere  SI’ – NO, VERO – FALSO, fabbricati secondo modelli standardizzati  omologanti. L’intelligenza binaria è espressione del potere delle crocette, come negli esami di guida, come nel voto alle elezioni.  Questo tipo di intelligenza indotta dalla tecnologia ci rende sbrigativi, schematici, superficiali, produce l’erosione di ogni capacità umana a partire dall’intelligenza senso-motoria, l’annichilimento della corporeità.  Il corpo, cartesianamente vinto, sconfitto, può così essere separato dalla mente che, scaricata in una chiavetta USB, sopravvive in un file e raggiunge , finalmente, l’immortalità…. a  dispetto del corpo che è organicamente debole, si corrompe, puzza, sporca, suda, si ammala, incartapecorisce, invecchia, addirittura muore!  La tecnologia esprime la volontà di potenza di credersi immortale e superpotente (hybris) ,  ente superpotente come il Dio della teologia. Non si fanno più passeggiate in montagna :  si fa tristemente esercizio quotidiano al tapisroulant – mi si conceda l’espressione : che libido! La tecnologia, osserva Enrico Manicardi, rimpiazza funzioni vitali, la natura viene clonata e rimpiazzata, la voce umana rimpiazzata da voce artificiale cibernetica.  Ne L’eclisse della ragione, Max Horkheimer riporta una domanda di suo figlio :  “ Papà, la Luna è réclame  di che cosa?”.

Oggi fanno tendenza :  seno al silicone, pomodori OGM, sensibilità simulata,  cybersocialità, sessualità virtuale, vita digitale, non più tuffi, chiacchierate viso a viso, sono considerati “ fuori dal mondo” gli unici luoghi “dentro il mondo”, dove non c’è rete, dove il telefonino non prende, dove non arriva internet. La tecnologia sostituisce una realtà naturale imprevedibile, complessa, irriducibile alla ragione logica,  con un rimpiazzo tecnologico controllabile. La motorizzazione ha impedito di andare a piedi o in bici in città, se non in macchina, autobus o metro. Chi poi avesse avuto l’idea brillante di avventurarsi a piedi o in bici nelle pericolosissime rotatorie, ….probabilmente non è più tra di noi.

L’automobile è assolutamente non naturale :  emette veleno-gas di scarico, usa strade e autostrade che hanno cementificato il territorio, scavato montagne e gallerie sotterranee, impedito la comunicazione tra comunità tradizionali, rovinato il paesaggio. L’automobile inquina non solo bruciando benzina, ma con i freni, con pneumatici, consuma risorse naturali ed è pericolosa :  un milione all’anno di morti in incidenti stradali, a livello mondiale, eppure non fa paura. Se ci pensiamo, ogni volta che si sale in macchina potrebbe essere l’ultima. .. Invece abbiamo paura di dormire da soli di notte in un bosco…. Il progresso tecnologico ha assunto forme sempre più cogenti : registri elettronici a scuola, se vuoi collegarti con internet senza perderci ore devi essere sempre aggiornatissimo….Inoltre, l’inquinamento non si vede più  ;  le polveri sottili, che non si avvertono neppure con l’olfatto,  sono più pericolose della benzina verde, che era più pericolosa di quella rossa.  Anche le radiazioni nucleari non si colgono –subito – con i sensi. Il DDT sembrava compatibile con la salute dell’ambiente e degli enti umani, anche la pillola anticoncezionale, anche gli antidepressivi, anche i cortisonici, anche gli antibiotici, gli antiparassitari….Dopo ogni innovazione tecnologica, la gente ne diviene dipendente :  automobili, tablet, smartphone, internet, riscaldamento, climatizzatore,  non riusciamo più a vivere senza corrente elettrica. Abbiamo perso le nostre abilità manuali.  Le nostre percezioni, la nostra intelligenza, la nostra sensibilità vengono rimodellate dalla tecnologia. Siamo ormai abituati ad essere videocontrollati da videocamere : attraverso il nuovo Panopticon, siamo tutti potenziali delinquenti e terroristi, secondo Michel Foucault. Come abbiamo già argomentato, siamo noi che dobbiamo conformarci alla tecnologia, che va avanti per conto suo e non si adatta all’individuo : la taglia 38, omologante, stabilisce la linea trendy del corpo. Dunque, taglia 38 : magro, taglia 42 : grasso. Purtroppo, le persone modificano il proprio corpo in base alla taglia trendy. L’uomo è diventato Homo Cyborg. La malattia è ritenuta una fatalità. In realtà, la colpa è da attribuirsi alla tecnologia, al vivere malsano in un ambiente inquinato e artefatto. La bioingegneria, la biogenetica vengono sviluppate per intervenire sulle malattie della civilizzazione attraverso la sostituzione di organi del corpo con organi cyborg, tipo il  cuore artificiale, si giungerà presto alla clonazione umana. La manipolazione genetica continua ad imperversare con gli OGM. Inoltre, anche con il progresso dell’intelligenza artificiale, della memoria digitale, la tecnologia oltrepasserà definitivamente la condizione umana :  il futuro è post-human,  mentre l’ homo cyborg è già tra di noi, un’ibridazione di uomo e macchina, come avevano previsto Ray Bradbury e Philip K. Dick, che ipotizzavano il trasferimento della mente umana in contenitori cibernetici.  Attuando una cartesiana vendetta sul corpo, l’umanità post-human  è convinta di liberarsi dal dolore, dalla malattia, dall’invecchiamento, dalla morte, come abbiamo già osservato in precedenza.

DESTRUTTURARE IN NOI LE  FORME DELLA CIVILIZZAZIONE  PER LIBERARE IL MONDO DALLA CIVILIZZAZIONE

Molti pensano che l’autostrada ti porti dovunque, amplificando il senso di libertà, ma basta che venga in qualche modo bloccata, e l’autostrada diventa un universo concentrazionario, non ci esci più, con grande senso claustrofobico di angoscia e orrore. Se vogliamo superare l’insoddisfazione e il disagio della vita routinaria, manipolata, ipercontrollata, è necessario , come suggerisce  Enrico Manicardi,  non pensare più  in modo civilizzato, producendo nella nostra coscienza una rivoluzione di paradigma, un riordinamento gestaltico. Bisogna poi fare dell’antagonismo alla civilizzazione e alla tecnologia una pratica di esistenza.  Inoltre, contro il dominio della civilizzazione, che vuole vincere e conquistare la natura, trasformando il vivente in categoria produttiva, è possibile intervenire nella scuola, ultima riserva indiana in un mondo in cui prevale sempre più l’adesione acritica e omologante alle idee mainstream  delle nuove leadership  post-democratiche e in cui le minoranze illuminate vengono sempre più escluse e ridotte al silenzio. La scuola potrebbe diventare un luogo di costruzione di un sapere diffuso per creare una cittadinanza critica  e non palestra per eccellenze , non ambito di celebrazione del merito e della meritocrazia, che è espressione della mentalità di dominio civilizzatore, di chi vince. Vincere è infatti equivalente a dominare. La meritocrazia sostituisce ai rapporti di solidarietà e di pariteticità le pratiche di sottomissione gerarchica e di competizione.

Mario Cenedese

Sono NO TAV ma non parteciperò alla vostra cena

no-tav
Da Veganzetta:

Sono NO TAV ma non parteciperò alla vostra cena

Care amiche e cari amici NO TAV,

ho ricevuto l’invito a partecipare alla vostra cena.

Sono NO TAV: partecipo a manifestazioni, assemblee, presìdi, banchetti, volantinaggi, finanzio i comitati locali comprando libri, indumenti, ogni sorta di gadget ma non parteciperò alla vostra cena per ragioni etiche che vanno aldilà della solidarietà per la causa e per i compagni arrestati. Sebbene lo scopo della cena sia apprezzabile, se non addirittura doveroso, quando mi arrivano inviti enogastronomici, li declino se presentano cibi animali. Non partecipo ad alcun banchetto in cui sono mangiati animali, tantomeno lo finanzio. E’ chiaro che allevare, cacciare, pescare, macellare e mangiare animali è legale quindi non siete criticabili per avere fatto qualcosa che non va e soprattutto non critico alcuno dei commensali della cena. Sono io che mi aspetto da ogni comitato NO TAV un messaggio diverso, una scelta che lasci fuori il menù “carnivoro”, come l’avete definito voi sull’invito, per una questione di principio. Ho notato che avete proposto la scelta veg e ciò è certamente apprezzabile ma per me resta un bicchiere mezzo vuoto perché per me non è importante tutelare il diritto dei veg a trovare cibo quando mangiano fuori casa, ma è importante tutelare il diritto degli animali a non essere mangiati. Finché la scelta veg resterà una “alternativa” senza diventare una “sostituzione” di cibo e prodotti animali, l’olocausto animale non si fermerà.

E’ come se  i nostri governanti, un bel giorno sistemassero i nostri disastrosi treni locali  ma pretendessero di costruire anche il TAV per darci la “scelta TAV”. Penso proprio che non gradiremmo la “scelta” perché sappiamo bene cosa comporta il TAV. Mi viene sempre risposto che devo rispettare le scelte alimentari di chiunque ed è quello che faccio sempre, scegliendo purtroppo di non andare in parecchi luoghi, per non sentire odore di morto e per evitare il disagio a tavola perché ovunque poso la sguardo, trovo pezzi di cadaveri. Capisco che l’espressione è forte ma è davvero la sensazione che ho quando sento l’odore di animali cucinati, vedo i loro corpi a pezzi nei piatti accanto al mio e i commensali masticarli serenamente e con gusto.

Vi invito a visitare allevamenti e macelli (sul web ci sono innumerevoli video) e forse capirete meglio il senso delle mie parole.

Spesso sento parlare di anticapitalismo alle nostre assemblee e se siete anche anticapitalisti, allora mi aspetto che capiate il legame tra allevamento e capitalismo. La parola stessa “capitalismo” deriva proprio da “caput”, capo di bestiame, primo elemento di ricchezza “capitale” dell’uomo. E aggiungo che il noto signor Henry Ford, padre della catena di montaggio, in realtà non ne è proprio il padre perché essa è nata nel grande macello di Chicago nell’area di Packingtown, The Union Stock Yard, inaugurato il giorno di Natale del 1865: proprio a quello si è ispirato il signor Ford. Bisogna leggere La jungla di Upton Sinclair per rendersi conto di cosa sia quel posto e dell’eredità che purtroppo ci ha lasciato e che è difficile da abbandonare, anche tra i NO TAV.

Ho affrontato questo problema anche con associazioni di cui faccio parte o con cui condivido i principi quando mi hanno invitata a pranzi, cene, aperitivi e feste solidali e di finanziamento.

Ho declinato i loro inviti come ho declinato gli inviti dei comitati  NO TAV a feste costellate di grigliate e salamelle. L’ultima festa NO TAV a Novi Ligure è stata una sorprendente eccezione, un grande passo avanti: era una sorta di festa vegetariana, a parte la presenza del salame presso uno stand. Mi ha fatto un piacere inaspettato e alla mia richiesta di spiegazioni, mi è stato risposto che non volevano presentare “i soliti animali morti”: sentirmi rispondere con un’espressione che uso io mi ha fatto percepire una nota di cambiamento ma purtroppo quella è stata un’eccezione… che conferma la regola.

Ho visto cene di finanziamento, a cui  ovviamente non ho partecipato, con il maiale insaccato nel salame di Lerma e ridotto a “testa in cassetta” cioè frattaglie (testa, lingua, muscolo, cuore), tagliate e cotte in acqua salata, il cinghiale in salmì o ridotto a sugo per la polenta, il manzo chiamato “tuccu”. Non se ne può più di vedere cene di finanziamento (per cause assolutamente meritevoli) condite di sangue, muscoli, nervi, ossa, cioè ciò con cui gli animali vivono.

Credo che la solidarietà non sia a senso unico, quindi bisogna iniziare a guardarsi intorno, magari aprendosi a una visione più ampia della vita animale. Certamente non mi aspetto che i comitati NO TAV si occupino della questione animale perché ci sono già le associazioni competenti a farlo e non mi aspetto che tutti i compagni attivisti NO TAV siano veg, ma il messaggio dovrebbe essere dato. Difendere l’ambiente è anche questo.

In una delle ultime manifestazioni a cui ho partecipato in Valsusa c’era un banco di un’associazione di Torino che si occupa del popolo Kurdo: distribuivano cibo soltanto vegetariano e vegano (non la solita “scelta” veg). Mi ha colpito questa cosa così ho chiesto se fossero vegetariani o vegani: mi hanno risposto che alcuni lo sono e altri no, ma hanno detto che quando distribuiscono cibo, hanno scelto di non distribuire carne e pesce perché “Anche quella è una forma di persecuzione e sfruttamento”. Penso che se ci arrivano i Kurdi (perseguitati e sfruttati) ci possono arrivare anche i NO TAV.

Se la lotta NO TAV significa rispetto del territorio e del suo habitat, trasmette da anni forza e determinazione, rivendica libertà e rispetto, combatte capitalismo, logiche distruttive e di potere, mi chiedo come sia possibile che per molti compagni NO TAV le scelte alimentari non abbiano ancora assunto il peso che dovrebbero avere proprio in funzione delle argomentazioni e dei principi che muovono questa battaglia.

Il cibo non è solo cibo. Il gusto personale non giustifica il diritto di disporre di esseri senzienti, dell’ambiente come una risorsa a uso e consumo degli animali umani. Il diritto alla libertà non è una prerogativa dell’animale umano, così come la terra che gli animali umani vogliono libera non appartiene solo a loro.

Non può esserci libertà dove esiste prevaricazione e scegliere come nutrirsi è la scelta più semplice che può diventare la più rivoluzionaria.

La lotta per la libertà e la terra hanno un significato più ampio. Se vogliamo che i potenti si accorgano della nostra lotta e sentano le nostre urla, accorgiamoci della lotta per la vita che gli animali non umani fanno disperatamente tutti i giorni e ascoltiamo le loro urla dagli allevamenti, dai macelli, dalle zone di caccia, e le urla silenziose che provengono dalle acque in cui i pesci sono uccisi a quintali, non a numero.

Se il movimento NO TAV vuole difendere l’ambiente, deve anche fare i conti con il fatto che la carne e i derivati dall’allevamento non sono sostenibili, inquinando in maniera smisurata, e contribuiscono alla deforestazione per fare spazio alla coltivazione di mangimi per allevamento.

Chi si impegna nella causa di difesa della terra continuando a riempire il frigorifero con cibi animali si rende protagonista di una sorta di conflitto di interessi etici e se non lo risolve, perde di credibilità.

Ho letto l’appello dei familiari di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò che, accusati di terrorismo per avere danneggiato un compressore in un cantiere, sono stati incarcerati e  stanno pagando lo scotto di un Paese in crisi di credibilità. Sono stati trasformati in terroristi per danno d’immagine con pene pesantissime.

Simile sorte è toccata a certi attivisti dei diritti animali che hanno usato l’azione diretta per liberare animali da stabulari, allevamenti e macelli: i reati contestati sono stati invasione di proprietà privata, danneggiamento, deturpamento o imbrattamento di cose altrui, violenza privata, con le aggravanti di ogni specifico caso.

Sono solidale con ogni persona che dà un pezzo di sé stessa per salvaguardare la libertà di una comunità.

Spero di ritrovarci tutti insieme con Chiara, Mattia, Claudio e Niccolò a festeggiare la liberazione di quattro animali umani senza alcun sacrificio di animali non umani.

Con solidarietà.

Paola Re