Di mano in mano: un libro in viaggio

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Una bellissima iniziativa di Trudi Brandle che nel suo profilo social pubblica la foto di cui sopra e scrive:

Di mano in mano.
Questo è il tuo destino.
Da domani inizia il tuo viaggio.
A qualcuno interessa?
(…)

La copia di “Proposte per un Manifesto antispecista” da lei acquistata viaggerà a breve per giungere in altre mani: una lettura per l’estate ed anche gratis. Le idee sono fatte per circolare.
Grazie Trudi.

Progetto “X” e la mostra fotografica “misoteria”

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Fonte: Veganzetta

Con l’amico e attivista antispecista Alfredo Meschi abbiamo parlato molto a proposito di un suo particolare progetto che ora verrà proposto al pubblico: un lavoro sicuramente complesso e di ampio respiro che prende il nome di “X” e che viene definito, dal suo stesso ideatore, come una serie di “laboratori ed esperienze sulle strade della Liberazione“.
Una delle caratteristiche peculiari di “X” è l’aspetto temporaneo, errante – nomade se vogliamo – dei contenuti proposti: la creazione di una sorta di zona temporaneamente liberata per divulgare – per brevi periodi e in realtà territoriali, sociali e culturali diverse – un messaggio antispecista veicolato attraverso linguaggi e strumenti tra loro diversi ma sempre creativi, frutto della storia personale e professionale dei protagonisti del progetto stesso che – oltre ad Alfredo – sono la sua compagna Ilaria Farulli, il loro figlio Elia e l’inseparabile cagnolina Trudy.
Insomma una vera e propria famiglia antispecista in movimento (grazie ad un furgone appositamente attrezzato) per proporre a chi lo desidera una serie di suggestioni, d’idee, di esperienze e di messaggi in favore della lotta antispecista: “perché l’antispecismo possa diffondersi a macchia d’olio…“.
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Peter Singer: “Oh mio dio questi vegani…”


Da Veganzetta:

Proponiamo la lettura di un interessante – anche se datato – testo pubblicato da Gary L. Francione sul suo sito web. In esso si affrontano alcuni argomenti che permettono di puntualizzare dei concetti utili per una riflessione di stampo antispecista (in coda all’articolo) sul veganismo e sulla pratica vegana.

Fonte: www.abolitionistapproach.com/peter-singer-oh-my-god-these-vegans
Di Gary L. Francione

Nel dibattito in corso tra coloro che promuovono l’approccio abolizionista e coloro che propongono quello welfarista, alcuni tra i welfaristi dichiarano il proprio supporto al veganismo, così c’è in realtà poca differenza tra loro riguardo al fatto di mangiare e usare prodotti d’origine animale.
Però a proposito del supporto al veganismo da parte dei welfaristi, è importante capire che la posizione di quest’ultimi è molto diversa da quella abolizionista.
L’abolizionista vede il veganismo come una base morale non negoziabile per un movimento che sostiene l’abolizione di ogni uso degli animali, anche se il trattamento degli stessi dovesse essere “umano”. L’abolizionismo assegna ai non umani un valore intrinseco e afferma che non dovremmo mai ucciderli per mangiarli, nemmeno se allevati e uccisi “in modo umano”. Il veganismo è visto come un fine – come un’espressione del principio d’abolizione. I vegan abolizionisti non avviano campagne per riforme welfariste per rendere presumibilmente lo sfruttamento degli animali più “umano”. Certo che è “meglio” infliggere meno sofferenza, ma in primo luogo non abbiamo giustificazioni morali per far del male. E’ “meglio” non picchiare la vittima di uno stupro, ma uno strupro senza percosse non è per questo più accettabile moralmente, e non significa che dobbiamo far campagne per ottenere uno stupro “umano”.
Gli abolizionisti guardano al veganismo come un importante mezzo di cambiamento e spendono il loro tempo e le loro risorse per educare gli altri al veganismo e al contempo alla necessità di fermare l’uso degli animali, anziché tentare di convincere la gente a mangiare uova “cage-free” o carne(1) prodotta da animali reclusi in recinti più grandi.
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A proposito del cambiamento di paradigma necessario nel movimento per i diritti degli Animali

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Interessante testo francese di Pierre Sigler  sulle possibili strategie del movimento animalista. Nel testo si affrontano questioni di sicuro interesse e si suggeriscono soluzioni che vanno in direzioni chiaramente opposte a quelle percorse dalla maggior parte delle associazioni animaliste in questi anni. Con semplici esempi si dimostra quanto l’idea del veganismo a qualunque costo e per qualunque motivo, sia sbagliata e controproducente. Del resto, però, si evince dal testo un pesante limite dovuto al fatto che ancora si avanza una richiesta di abolizione dello sfruttamento animale. Il concetto di abolizione prefigura un referente istituzionale e/o politico a cui rivolgersi per chiedere un intervento abolizionista – legittimando il suo ruolo e l’attuale struttura gerarchica di controllo e governo della società umana – e un impianto legislativo da far osservare (con la forza): nulla di tutto ciò è accettabile in una prospettiva rivoluzionaria antispecista che intende cambiare profondamente la società umana. Lo sfruttamento animale non dovrebbe essere abolito per legge mediante l’intervento delle istituzioni, ma dovrebbe essere e liminato per volontà degli individui e della collettività che dovrebbero esercitare una pressione sempre maggiore sulla società fino a condurla a una crisi. La differenza tra “abolizione” e “liberazione” è marcata e sostanziale, ma ancora oggi ci si ostina a non considerarla: non si liberano gli Animali riformando la società umana attuale, ma destrutturandola. Quindi anche le strategie e di discussione pubblica proposte dal testo in questione risultano sbagliate (come del resto lo stesso concetto di “diritti degli Animali”).

Fonte: http://abolitionduveganisme.blogspot.ch/2013/03/pourlabolition-du-veganisme-pour.html – Pierre Sigler

I. Introduzione


a. Gli animali non umani sono schiavi

Attraverso Darwin sappiamo che gli esseri umani non sono gli unici animali ad avere esperienze e interessi e a provare emozioni. Tuttavia, gli individui non umani restano fattivamente e giuridicamente una proprietà nelle nostre società speciste. Considerati come risorse, sono sfruttati per il loro latte e per le loro uova, vengono uccisi per la loro pelle, per la loro carne, o sono utilizzati come materiale biologico per gli esperimenti.

b. 99,8% della schiavitù animale = Alimentazione

Il numero di animali terrestri uccisi a scopi alimentari ammonta a 60 miliardi di individui. Gli animali acquatici sono «calcolati» in termini di tonnellate (circa 150.000.000 tonnellate all’anno) e il numero delle vittime in questo caso si aggira attorno ad 1 trilione di individui. Quindi, in tutto, arriviamo a 1.060.000.000.000 di esseri senzienti uccisi in un anno.
Facendo un confronto, l’industria della pelliccia uccide 60 milioni di individui (= 0,0057% del numero di vittime per il cibo) e la sperimentazione sugli animali genera ogni anno la morte di 300 milioni di esseri senzienti (= 0,028% del numero di vittime per il cibo).

II. Quali strategie sono utilizzate per abolire la schiavitù degli animali?

Innanzi tutto, analizzeremo la strategia utilizzata da movimenti sociali per ottenere un cambiamento e poi quella praticata dagli attivisti per i diritti degli animali fino ad oggi.

a. Strategia usata da movimenti sociali (Strategia del dibattito pubblico)


aa. Macchine per fare affermazioni

I movimenti sociali mirano a rivendicare delle affermazioni o a richiedere dei cambiamenti.

  1. Essi devono esprimere una richiesta: « Si deve abolire l’apartheid!» o «Chiediamo il diritto di voto per le donne! »
  2. Poi devono rendere questa affermazione il più visibile possibile nella società civile (con eventi, azioni, petizioni, dibattiti, ecc.);
  3. Esprimendo diffusamente l’affermazione o la richiesta, nasce un dibattito pubblico nella società e allora la rivendicazione diventa una questione pubblica.

E’ importante sottolineare come in questo caso sia ancora una minoranza ad esprimere la richiesta e, solo nel corso del dibattito pubblico (che può durare decenni), più l’argomento della richiesta viene espresso e discusso, più la minoranza si amplia, fino a diventare, infine, una maggioranza. Una volta giunti alla maggioranza, con il crescere del numero di persone che iniziano a rivendicare il cambiamento, diventa più facile che anche altri si avvicinino alla stessa rivendicazione.

Questo meccanismo è ben spiegato dallo studio psicologico del professor Asch.

bb. Lo studio psicologico del professor Asch

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«Quale delle barre a destra è la stessa lunghezza di quella che si trova a sinistra?» Dipende…

In questo esperimento, vengono mostrate a 10 persone 3 aste tracciate su carta e viene chiesto quale delle tre sia uguale per dimensioni a una quarta. In realtà il vero oggetto dello studio è uno dei 10 partecipanti, in quanto 9 sono complici istruiti a dare una risposta sbagliata. Quando 9 partecipanti hanno dato la loro risposta, errata, il decimo soggetto si è comunque espresso, nella maggioranza dei casi, nella stessa maniera pensando che la maggioranza avesse ragione. Ma quando c’era almeno una persona a rompere l’unanimità dando la risposta corretta, è diventato più facile per il soggetto mettere in discussione ciò che ha detto la maggioranza e questo si è dimostrato più incline a rispondere correttamente. Se la pressione sociale generata all’unanimità è così forte per le questioni la cui soluzione può essere trovata utilizzando soltanto i nostri occhi, si può facilmente intuire come lo sia in maniera ancora maggiore per questioni di giustizia sociale, che richiedono una riflessione. Una volta che una richiesta per l’abolizione di una pratica inizia a diffondersi in una società, il consenso sulla legittimità di quella pratica si crepa e questa inizia a essere percepita come problematica. Per gli altri diventa così più facile non adeguarsi alla maggioranza e schierarsi per la sua abolizione. Pertanto, si può facilmente comprendere come nell’esprimere e rendere pubblica una affermazione o una richiesta creando dibattito pubblico, i movimenti sociali sfruttino appieno l’effetto benefico dovuto alla rottura dell’unanimità.

b. Strategia degli attivisti per i diritti degli animali (Strategia di conversione)

Abbiamo visto come lo sfruttamento degli animali per la produzione di cibo costituisca circa il 99,8% della schiavitù degli animali. Eppure, su questo tema, gli attivisti per i diritti degli animali in tutto il mondo hanno usato fino ad oggi e in molti casi, la strategia della conversione.
Tale strategia consiste nel cercare di convertire quante più persone possibile al vegetarismo/veganismo senza creare un dibattito pubblico e senza precise rivendicazioni(come ad esempio «I macelli devono chiudere!»)
La convinzione che sta dietro all’utilizzo della strategia di conversione è questa: «Noi siamo solo una minoranza, quindi prima dobbiamo convertire molte persone al veganismo e solo dopo saremo in grado di creare un dibattito pubblico e di chiusura dei macelli».

  1. Eppure, stando a quanto abbiamo visto in precedenza, tutti i movimenti sociali sono solo una piccola minoranza nell’espressione delle loro richieste, anche per quanto riguarda i movimenti per l’abolizione della schiavitù umana;
  2. La conversione al veganismo è molto più difficile se non c’è alcun dibattito pubblico, perché si scontra con una pratica universalmente accettata, difficile da contestare (Study Asch)

I movimenti sociali non hanno mai utilizzato questo tipo di unica tattica. Infatti, anche quando è stato utilizzato il mezzo del boicottaggio, (che potremmo paragonare alla pratica del veganismo in quanto rifiuto a consumare prodotti di origine animale) questo si è sempre espresso con le dovute rivendicazioni allegate.
Esempi: Gandhi ha chiesto un boicottaggio di tessuti inglesi, ma ha argomentato chiedendo che l’India fosse indipendente ; Martin Luther King ha chiesto un boicottaggio del bus “Montgomery” accompagnandolo con la forte affermazione legata all’abolizione della discriminazione razziale.
A complicare ulteriormente la questione un fatto ormai chiaro: difficilmente il veganismo viene percepito dalla società civile come un boicottaggio politico, ma come una scelta personale. (vedi sotto).
La strategia della conversione non è utilizzata nei movimenti sociali, ma nei movimenti religiosi. Ma anche l’efficacia di questi ultimi è molto limitata: dopo duemila anni di utilizzo di questa strategia dal cristianesimo, la maggioranza degli esseri umani non è ancora una religione cristiana, nonostante i mezzi piuttosto cruenti utilizzati dai cristiani in diverse epoche per la conversione.
Quante migliaia di anni possiamo aspettare affinché con questa strategia si ponga fine alla schiavitù degli animali?

III. Conseguenze della strategia di conversione

a. Inefficienza

aa. Sguardo storico

Nella storia, nessun cambiamento è stato raggiunto attraverso la strategia di conversione.  Quindi, sembra molto strano che il movimento per i diritti degli animali stia usando una strategia che non ha mai comportato alcuna trasformazione sociale invece di usarne una che ha già ripetutamente avuto successo.

bb. Sensibilità alla proporzione

Diverse ricerche dimostrano come la maggioranza delle persone preferisca tipi di interventi che assicurino una soluzione globale e non parziale. Per esempio, in uno studio pubblicato nel 2006, il professor Bartels ha constatato che un intervento che su 115 vite a rischio ne ha salvate 102, è stato giudicato più prezioso di un altro intervento che su 700 ne ha salvate 105, anche se il numero di vite salvate è più alto nel secondo caso.
Questo effetto psicologico di sensibilità alla proporzione è chiamato in inglese «proportion dominance» e Bartels ha dimostrato che il suo effetto è ancora più imponente relativamente alla conservazione delle risorse naturali o delle vite animali. Nel caso di inquinamento causato da due fabbriche, ai partecipanti allo studio è stato chiesto di scegliere tra due interventi che si escludono a vicenda. L’operazione sulla prima azienda prevedeva di impedire la morte di un totale di 245 pesci su un totale di 350 decessi previsti ed è stata considerata molto più importante di quella che avrebbe impedito la morte di 251 pesci su 980 morti previste. (1)
Immaginate che un vegano salvi la vita di 100 animali ogni anno. Considerando che il numero totale di animali uccisi ogni anno è di 1.060 miliardi, risparmiare la vita di 100 animali è considerato del tutto insignificante come risultato a causa del meccanismo in questione. Ecco perché molte persone non vogliono apportare modifiche alle loro abitudini alimentari e di consumo: sentono che la loro piccola azione individuale non cambierà le cose, non intaccherà il numero enorme di animali uccisi ogni anno.

Al contrario, se il rifiuto di consumare prodotti di origine animale venisse presentato come la partecipazione a un boicottaggio globale, parte di un movimento il cui obiettivo è quello di porre fine a tutte le 1.060 miliardi di uccisioni annuali, la gente avrebbe senza dubbio più propensione a partecipare.

cc. Canalizzazione di tempo ed energia

Il movimento per i diritti degli animali non ha un numero astronomico di attivisti e le nostre risorse sono limitate. Tuttavia, utilizziamo il nostro tempo ed energia per convertire uno per uno 6 miliardi non-vegani, senza nemmeno sapere se questa strategia avrà successo un giorno.
Se il nostro obiettivo è quello di cambiare la situazione per gli animali, dobbiamo dedicare il nostro tempo e le nostre energie alla strategia più efficace, quella che consenta di raggiungere l’abolizione dello sfruttamento animale appena possibile. In caso contrario, miliardi di animali soffriranno e moriranno per nulla.
Quindi, se vogliamo le nostre idee siano ascoltate nella società, in modo che sempre più persone boicottino i prodotti di origine animale e un giorno lo sfruttamento animale cessi di esistere, abbiamo bisogno di generare un dibattito pubblico senza passare per la strategia di conversione.

b. Questione di scelta personale

La strategia della conversione crea l’impressione, nell’opinione pubblica, che il veganismo sia una questione di scelta personale e non una questione politica: «Nello stesso modo in cui alcuni individui fra noi sono musulmani, altri sono vegani, ogni persona ha il diritto di fare quello che vuole».
Ovviamente, la decisione di non mangiare un altro individuo nel caso del veganismo non è assolutamente una questione di scelta personale. Eppure questo potrà essere compreso solo se un buon numero di persone si esprimerà affermando che l’uccisione di animali e il loro sfruttamento per il consumo devono essere aboliti.
A causa dell’uso del concetto di “veganismo” secondo lo schema che abbiamo analizzato in precedenza, questo è ciò che verrà trasmesso alla mente del pubblico: «Loro non mangiano prodotti di origine animale, perché sono vegani» , che è molto simile a : «Quest’uomo non mangia carne di maiale perché è musulmano». Solo iniziando ad utilizzare chiaramente delle affermazioni di rivendicazione politica delle istanze legate al veganismo sarà chiaro che «Loro stanno boicottando i prodotti animali perché chiedono la chiusura dei macelli / perché richiedono che lo sfruttamento degli animali sia abolito».
Se non vogliamo che la questione sia vista come una semplice scelta personale, quando qualcuno ci chiederà perché non mangiamo prodotti di origine animale, anziché rispondere «Io sono vegano», dovremmo dire: «Io boicotto questi prodotti perché sono per l’abolizione totale dello sfruttamento degli animali».

c. Rafforzamento dello specismo psicologico

L’obiettivo della strategia della conversione è convertire il maggior numero di persone al veganismo, e i mezzi che vengono utilizzati per raggiungere questo obiettivo non sono importanti. Ecco perché vengono utilizzati molti argomenti che non hanno alcun collegamento con l’oppressione e lo sfruttamento degli animali non umani. Ad esempio gli argomenti collegati alla salute sono presenti su molti volantini o siti informativi, e a volte non c’è nemmeno una parola sullo specismo.
Se vivessimo in una società dove si mangiano i bambini, chi criticherebbe questa pratica dicendo che può essere un male per la salute essere cannibali? Nessuno. Questa pratica verrebbe criticata dicendo che i bambini devono poter vivere una vita più lunga e felice possibile e che è assolutamente inaccettabile sacrificarli in nome del gusto e del piacere di alcuni. Se si utilizzasse un messaggio implicito correlato alla salute, quel che giungerebbe alle orecchie di chi ci ascolta sarebbe che gli interessi dei bambini non sono poi così importanti.
Immaginate una manifestazione contro il genocidio in Ruanda in cui i partecipanti si fossero espressi dicendo: «Questo massacro deve cessare immediatamente perché produce troppo sangue e questo inquina le acque sotterranee».
Se è immorale utilizzare argomentazioni ambientali o salutiste quando la pratica che si critica provoca l’uccisione di esseri umani, è immorale utilizzare questo tipo di argomentazioni quando ad essere uccisi sono esseri senzienti appartenenti a specie non umane.
La strategia della conversione ci mette nella condizione di utilizzare ogni argomento possibile al fine di convertire le persone al veganismo, ma quando usiamo argomenti legati alla salute o simili, in definitiva trasmettiamo l’idea che in fondo la vita degli animali non sia così importante.

IV. Cosa fare per abolire la schiavitù degli animali non umani?

a. Esempio di abolizione della schiavitù umana

Prendiamo l’esempio degli abolizionisti della schiavitù umana nel 19° secolo. Hanno cercato di convertire la popolazione verso uno stile di vita che escludesse tutti i prodotti schiavitù umana? No. Hanno espresso la pretesa che la schiavitù umana venisse abolita e hanno aperto un dibattito.  Chi si impegna per la liberazione degli animali dovrebbe operare nella medesima forma.

b. Strategia Moralmente inaccettabile

Immaginate che in questo Paese ci siano campi di concentramento in cui sono stati usati schiavi umani per la produzione di vari prodotti, quel che andrebbe detto alla gente sarebbe solo di smettere di comprare questi prodotti andrebbe espressa chiaramente la necessità che questi campi di concentramento chiudano? E’ facile capire la risposta, e che sarebbe del tutto immorale per noi accontentarsi di chiedere alle persone di cambiare le loro abitudini di consumo. Non solo la strategia di conversione è inefficace, ma rafforza inconsciamente specismo e perciò non è una posizione moralmente accettabile.

c. Strategia di movimenti sociali / dibattito pubblico

Se vogliamo abolire lo sfruttamento degli animali, dobbiamo esprimere un reclamo chiedendo la sua abolizione, affinché questa istanza sia sempre più sentita nella società e creare un dibattito pubblico su questo tema. Per esempio, quando scriviamo volantini o facciamo dichiarazioni o organizziamo eventi, invece di utilizzare frasi individualiste come «Diventa vegan!», dovremmo esprimere richieste chiare per un cambiamento nella società:  «L’uccisione di animali per il consumo deve essere abolita!». Per illustrare e comprendere appieno la differenza tra le due strategie, si possono analizzare i seguenti esempi.

La strategia di conversione

“Diventa vegan!”
“Il veganismo è un bene per il pianeta”
“Il veganismo è un bene per la salute”
“I vegani fanno meglio l’amore”
“Diventare vegan è una scelta razionale”
“Il cibo vegano è delizioso”

Strategia discussione pubblica / Movimenti Sociali

“Chiediamo l’abolizione dello stato di proprietà degli animali”
“E’ tempo di chiudere il mattatoio!”
“L’uccisione degli animali destinati al consumo deve cessare”
“Gli animali devono avere il diritto legale alla vita”
“Chiediamo il divieto di uccidere animali per il cibo”
“La società deve condannare e combattere lo specismo come combatte il razzismo e il sessismo”
“L’allevamento, la pesca e la caccia, e la vendita e il consumo di prodotti di origine animale, dovrebbero essere aboliti”

Conclusione

Quando mettiamo in atto azioni di attivismo o semplicemente parliamo di argomenti correlati allo sfruttamento dei non umani, dobbiamo fare in modo che il nostro messaggio sia inteso come una richiesta di cambiamento relativa all’intera società. Invece di aver paura e affermare semplicemente noi stessi, dobbiamo avere il coraggio di parlare per gli animali sfruttati esprimendo ciò che vogliamo veramente: “Vogliamo la fine della schiavitù animale”.

Traduzione a cura di Ada Carcione per Veganzetta


Note:

(1) Bartels, Daniel M., Proportion Dominance: The Generality and Variability of Favoring Relative Savings Over Absolute Savings (2006). Organizational Behavior and Human Decision Processes, Vol. 100, pp. 76-95, 2006.

Il pensiero antispecista giustifica l’uso di pratiche violente di lotta?

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Faq 6 – Il pensiero antispecista giustifica l’uso di pratiche violente di lotta?1

No. L’antispecismo non può accettare il principio secondo il quale, per giungere alla liberazione animale e umana, si debbano adottare le stesse metodologie che utilizza la società specista, dominatrice e violenta per mantenere lo stato delle cose. Il fine non giustifica mai i mezzi, pertanto l’utilizzo della violenza nei confronti dei viventi, se non come atto estremo di legittima difesa, non è ammissibile.
La lotta antispecista è una lotta di nonviolenza (anche se non si esclude aprioristicamente l’uso della violenza per autodifesa), intesa come spinta a un cambiamento radicale della società umana attuale, in chiave liberazionista.

La matrice nonviolenta nasce dal concetto stesso antispecista di opposizione a qualsiasi pratica di sfruttamento e di dominio: nei confronti di chi può provare dolore (vedasi il concetto di painismo), e in senso lato sugli altri esseri viventi. La volontà di non controllare e dominare gli altri esseri senzienti, colloca l’antispecismo anche su posizioni libertarie e antigerarchiche, oltre che nonviolente. Opporsi alla violenza della società specista, combattere il paradigma del “diritto del più forte” che ci viene inculcato sin dalla nascita, con le stesse metodologie e pratiche usate dalle strutture sociali che si intende abbattere, e costringendo gli altri a piegarsi al nostro volere con la forza, equivarrebbe a tradire l’ideale antispecista.
Nessun fine può giustificare mezzi, che significano percorsi esperienziali privati e pubblici, lotte e pratiche di vita, che dovrebbero formare il nucleo stesso del futuro aspecista, ma che se si connotano come pratiche di controllo e dominio, non farebbero altro che perpetuare e alimentare l’attuale modello sociale.
La pratica antispecista, dunque, è già materializzazione del fine che persegue con coerenza; ciò significa evitare l’utilizzo di metodologie che andrebbero a contrapporsi al fine prefissato: coercizione, controllo, dominio, violenza (intesa come atto fisico o psicologico diretto contro i viventi per piegarli al nostro volere), e in generale imposizioni che inneschino logiche gerarchizzanti da “vincitori e vinti”, non possono appartenere all’antispecismo.
In sintesi si può anche affermare che non si mira alla presa del potere, ma alla sua eliminazione, e ogni azione diretta è auspicabile se non causa atti violenti contro i viventi.

Note:

1) Adriano Fragano, Proposte per un Manifesto antispecista. Teoria, strategia, etica e utopia per una nuova società libera, NFC Edizioni, 2015, pp. 42-44.

Cambiare sé stessi per cambiare davvero qualcosa

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Fonte: Veganzetta

Se si vuole davvero cambiare qualcosa, bisogna cominciare a cambiare sé stessi, andare contro sé stessi fino in fondo. Il massimo impegno civile è l’auto-contestazione
Carmelo Bene, su L’Europeo, 1968

Prendendo spunto dalla frase di Carmelo Bene si può senza ombra di dubbio affermare che l’antispecismo è auto-contestazione, anzi che l’auto-contestazione, l’autocritica e l’impegno personale coerente per un cambiamento in prima persona, sono il fulcro della pratica antispecista.
Sempre più si incontrano persone che parlano di antispecismo, di veganismo etico, di cambiamenti sociali ma che, alla prova dei fatti, si rivelano più che indulgenti e permissive con se stesse, salvo poi additare e giudicare l’operato altrui.
La radicalità di una filosofia come quella antispecista riguarda principalmente noi stesse/i: siamo e dobbiamo essere una sorta di “palestra quotidiana” per le nostre idee, questo per sperare di poter raggiungere realmente un risultato significativo e per coerenza: non si può pretendere dalle altre persone ciò che noi non siamo in grado di ottenere.
Fedeli all’idea che il privato è pubblico, è necessario provare, sperimentare, verificare su di noi ogni risvolto pratico del nostro pensiero, esigere da noi stesse/i un cambio di rotta per non continuare a essere prodotti del nostro tempo, e per ri-costruirci secondo diversi criteri mediante un nuovo paradigma. Siamo il risultato vivente della società gerarchica del controllo, del dominio e dei consumi; prima di proporci all’esterno è necessaria una seria pratica di autocontrollo e autocritica. Forse è scomodo a dirsi, ma dobbiamo divenire l’esempio di ciò che intendiamo realizzare: lo dobbiamo agli Animali e in definitiva anche a noi.
La posizione di Carmelo Bene assume una valenza universale nel momento in cui “davvero cambiare qualcosa” significa tendere a giustizia, uguaglianza, libertà. Può significare nel nostro caso liberazione animale: una liberazione possibile solo se in qualità di antispeciste/i riusciremo a liberarci da ciò che ci hanno insegnato ad essere.
La lotta contro la tragedia animale richiede impegno, determinazione, coerenza e convinzione, non è più tempo di mezze misure.
Buon lavoro a tutte/i noi.

Adriano Fragano

Il Cannocchiale di Galileo

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Con piacere si segnala la pubblicazione online de “Il Cannocchiale di Galileo“, un interessante pamphlet di uno storico collaboratore di Veganzetta: Aldo Sottofattori.

Di seguito il link al documento in formato .pdf liberamente scaricabile e la presentazione a opera dell’autore che è direttamente contattabile all’indirizzo email: at44142©libero.it

Buona lettura

www.criticadelleteologieeconomiche.net/il%20cannocchiale%20di%20galileo.pdf

Presentazione

Il pamphlet costituisce la risposta al seguente enigma: per quale motivo ogni sforzo di soluzione dei problemi che attanagliano l’umanità è oggi destinato a completo fallimento? Considerando che la Terra sta diventando la casa sempre più stretta di una popolazione in crescita, la somma dei grandi problemi non risolti prefigura, entro tempi brevissimi, la più grande catastrofe della Storia e la rovina, prima ancora che dei nostri lontani discendenti, dei nostri figli e nipoti. Paradossalmente ciò accade quando l’umanità si trova a disporre di mezzi e possibilità mai possedute nel passato.

Il problema si presenta insolubile all’interno della logica che la specie umana ha posto alla base della sua evoluzione sociale e culturale: la centralità di se stessa rispetto a una natura concepita come banale insieme di quinte teatrali. Tale “centralità” ha indotto la nostra specie a immaginare di potersi elevare sopra della natura in un processo di manipolazione senza fine della materia inerte e degli altri esseri viventi. L’antropocentrismo, perché di questo si tratta, è una visione così radicata nella specie che tutti i modelli di intervento della “triste scienza”, da quelli dominanti a quelli alternativi, ne sono stati condizionati rimanendo prigionieri entro una specie di castello incantato privo di finestre verso l’esterno. Per indicare questo comune limite di visioni pur tra loro contrastanti, ho assegnato al lavoro il sottotitolo “Critica delle teologie economiche”.

La blindatura dell’umanità dentro il “castello incantato” è così inalterabile che a tutt’oggi sembra disperata la possibilità di fuoriuscirne, soprattutto prima che i processi diventino irreversibili e travolgenti. “Il Cannocchiale di Galileo”, che assume il titolo-allegoria dello strumento per “osservare” la realtà del nostro tempo (quella realtà che le élite conservatrici si rifiutano di accettare), si pone l’obiettivo di denudare una realtà a tutt’oggi oscurata da una cultura che, per rimanere in tema, potremmo chiamare “tolemaica”. Il testo è nato nel seno dell’unico ambiente che poteva generarlo: la critica dello specismo, cioè quell’ambito che, nel lungo percorso della civilizzazione, è riuscito, recentemente e per la prima volta, a porsi sistematicamente fuori dalla solitudine umana scoprendo nell’alterità delle forme di vita, prima un’etica allargata a tutto il vivente, poi la chiave per la sopravvivenza della nostra specie.

Il “Cannocchiale” non fornisce soluzioni. Indica solo alcuni faticosi passaggi che dovranno necessariamente e velocemente entrare nell’agenda di un potere diffuso e rinnovato se si vorrà dare un senso reale alla parola “umanità”. Nel passato ogni atto umano rilevante poteva scegliere tra soluzioni alternative. Oggi la lettura di fatti incontestabili traccia la via che non ammette deviazioni. L’alternativa è il baratro.