Un Manifesto?

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In questo sito web si propone un progetto introduzione generale all’antispecismo da considerarsi come stimolo per successive revisioni. Quanto esposto di seguito non deve essere considerato un testo definitivo.

Si attendono commenti, modifiche, critiche e proposte.

Revisione 13 | pubblicata nel settembre 2014

Versione PDF impaginata in formato A6 con 28 pagine e copertina a colori.
Il documento prende il titolo definitivo di Proposte per un Manifesto antispecista
La versione è anche disponibile in formato cartaceo, per informazioni e ordini contatti@manifestoantispecista.org


Copertina Proposte per un Manifesto antispecista

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NB: Per scaricare direttamente il documento senza aprirlo online e per leggerlo successivamente dal vostro computer cliccare con il tasto destro sul titolo o sulla copertina e selezionare l’opzione “salva destinazione con nome“, o “salva oggetto con nome” oppure “salva link con nome“.

Si ringraziano Antonella Canavese e Ángel Sánchez per alcune sue correzioni e modifiche recepite.

 

 

 

 

 

 

 

Versione Podcast di Proposte per un Manifesto antispecista (rev. 12/b)

La seguente versione audio è stata realizzata da Daniela Martino per Veganzetta numero 6-2012. Il numero 6 di Veganzetta è stato dedicato alla pubblicazione del testo di Proposte per un Manifesto antispecista, la versione gratuita in pdf è possibile scaricarla a questo indirizzo: www.veganzetta.org/wp-content/uploads/2012/12/veganzetta-numero-6-2012.pdf

Proposte per un Manifesto antispecista versione audio:

Indice:

Prefazione:

Definizione di antispecismo: veganzetta-6-2012-small

Considerazioni:

Altre definizioni utili:

Su specismo e lotta antispecista:

Rapporti tra individui:

Precisazioni su alcuni termini usati:

Per l’uso del testo

 


 

Download Propuestas para un Manifiesto antiespecista (español) rev. 13 – 2014 (.pdf | 1,2 Mb)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il testo di “Proposte per un Manifesto antispecista” è stato pubblicato nella versione italiana e spagnola su www.ussuu.com
http://issuu.com/manifestoantispecista


manifesto-libretto

 

Proposte per un Manifesto antispecista

rev. 13 – 2014

Prefazione

Questo testo nasce dall’esigenza sempre più urgente di fornire delle possibili definizioni utili a chiarire e delineare l’identità antispecista, e permettere migliori e più precise modalità di intervento nei rapporti intraspecifici e interspecifici umani. La definizione di antispecismo è da ritenersi quindi uno stimolo per successive implementazioni o modifiche, e non intende assolutamente essere esaustiva. Definizioni e concetti presenti in questa pubblicazione sono il frutto di confronti diretti e indiretti con numerose persone che nell’arco di molti anni liberamente hanno contribuito alla crescita della consapevolezza antispecista. Il presente testo è il risultato di un lavoro di organizzazione e redazione di tali contributi raccolti da atti di incontri pubblici, seminari, da scambi di opinioni e pubblicazioni. Pertanto quanto pubblicato è da considerarsi libero da diritti d’autore, e se ne auspica la massima divulgazione nelle modalità esplicitate in seguito. Per approfondimenti, sviluppi, contributi e critiche si prega di visitare il sito web del Manifesto antispecistawww.manifestoantispecista.org

 

Definizione di antispecismo

L’antispecismo è il movimento filosofico, politico e culturale che lotta contro lo specismo, l’antropocentrismo e l’ideologia del dominio veicolata dalla società umana. Come l’antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla presunzione dell’esistenza di razze umane, e l’antisessismo respinge la discriminazione basata sul sesso, così l’antispecismo respinge la discriminazione basata sulla specie (definita specismo) e sostiene che l’appartenenza biologica alla specie umana non giustifica moralmente o eticamente il diritto di disporre della vita, della libertà e del lavoro di un essere senziente di un’altra specie. Gli antispecisti lottano affinché le esigenze primarie degli Animali siano considerate fondamentali tanto quanto quelle degli Umani, cercando di destrutturare e ricostruire la società umana in base a criteri sensiocentrici ed ecocentrici che non causino sofferenze evitabili, alle specie viventi e al pianeta. L’approccio antispecista ritiene (considerando tutte le dovute differenze e peculiarità):

1) che le capacità di sentire (di provare piacere e dolore), di interagire con l’esterno, di manifestare una volontà, di intrattenere rapporti sociali, non siano prerogative esclusive della specie umana (in base a questi criteri l’antispecismo può essere considerato anche una filosofia individualista, sensiocentrica e painista [1]);

2) che l’esistenza di tali capacità negli Animali comporti un cambiamento essenziale del loro status etico, facendoli divenire “persone non umane”, o conferendo loro uno status equivalente qualora il concetto di persona non risultasse pienamente utilizzabile, opportuno o condivisibile;

3) che da ciò debba conseguire una trasformazione profonda dei rapporti tra persone umane e persone non umane, che prefiguri un radicale ripensamento e un conseguente cambiamento della società umana per l’ottenimento della liberazione animale.

 

Considerazioni

L’antispecismo è un movimento filosofico, politico e culturale, pertanto chi abbraccia la visione antispecista si adopera per la sua diffusione nella società. L’antispecista si propone di assumere atteggiamenti e comportamenti tali da poter influenzare la società umana (visione politica dell’antispecismo), e quindi si attiva tramite iniziative culturali, sociali e personali per il raggiungimento di uno scopo ultimo: la creazione di una nuova società umana più giusta, solidale, orizzontale, libera e compassionevole che potremmo definire aspecista (senza distinzioni e discriminazioni di specie) o, meglio ancora, società umana libera. L’attivista antispecista non può quindi considerarsi apolitico, anzi rivendica un suo ruolo politico nella società, in quanto l’azione politica è uno degli esercizi fondamentali dell’antispecismo utili al cambiamento socio-culturale.

L’antispecismo si oppone allo specismo inteso come pensiero unico dominante nell’attuale società umana concepita come verticale e gerarchica, basata sulla legge del “diritto” del più forte e sulla repressione del più debole, orientata alla difesa dell’interesse personale e del patrimonio, a discapito dei diritti, dell’uguaglianza e della solidarietà nei confronti dei più deboli tra gli Animali e gli Umani. L’antispecismo, pertanto, non è un movimento che intende semplicemente riformare la società umana, ma si prefigge come obiettivo quello di cambiarla radicalmente, eliminandone le spinte discriminatorie, liberticide, violente nei confronti dei più deboli, antidemocratiche, autoritarie e antropocentriche. In una sola parola: rivoluzionandola attraverso l’abbattimento dell’ideologia del dominio che la contraddistingue.

Come l’antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla presunzione dell’esistenza di razze umane, e l’antisessismo respinge la discriminazione basata sul sesso, l’antispecismo respinge quella basata sul concetto di specie. Le radici culturali, morali, filosofiche e politiche dell’antispecismo sono una naturale evoluzione delle lotte sociali per l’affrancamento dei più deboli tra gli Umani e il riconoscimento dei loro diritti fondamentali (pur presentando singolarità molto importanti che lo distinguono da qualsiasi altra lotta sociale, politica e culturale). L’antispecista, pertanto, non solo si batte per l’eliminazione delle discriminazioni dovute alle fittizie e strumentali barriere di specie innalzate dall’Umano per sottrarsi ai suoi doveri nei confronti della natura e delle altre specie, ma assume come elementi base il riconoscimento dei pieni diritti dell’Umano a prescindere da sesso, orientamento sessuale, condizioni fisiche e mentali, ceto, etnia, nazionalità etc. L’antispecismo deve essere considerato quindi una naturale evoluzione (e non una derivazione) del pensiero antirazzista, antisessista, antimilitarista e, pertanto, si trova in assoluta antitesi con visioni xenofobe, discriminatorie e, più in generale, con il fascismo, l’autoritarismo, e i totalitarismi di qualunque orientamento politico o natura, in quanto fautori dell’ideologia del dominio, dell’oppressione e della repressione. L’ottica antispecista pur essendo mutuata anche da quella della lotta per i diritti civili umani, presenta peculiarità e caratteristiche diverse e sostanziali: essa, infatti, non prevede concessioni ad altri (allargamento della sfera dei diritti, o della sfera morale, della polis), ma richiama al controllo delle attività proprie e della propria specie sulla base di principi di equità, giustizia e solidarietà nei riguardi degli altri Animali (ripensamento delle attività della specie umana in base ai doveri nei confronti delle altre specie viventi non più considerate inferiori, ma semplicemente altre: persone non umane, e pertanto popolazioni di persone non umane). L’apertura all’altro, il riconoscimento dell’alterità comporta quindi che l’azione antispecista si ponga come obiettivo in primis quello della tutela degli interessi degli Animali (in quanto soggetti privati di diritti elementari e naturali e di status privilegiati) e, nel contempo, il pieno riconoscimento dei diritti dei più deboli e svantaggiati tra gli Umani. L’attivista antispecista è moralmente tenuto a impegnarsi nel quotidiano contro ogni tipo di ingiustizia e di prevaricazione nei confronti dei più deboli o svantaggiati, siano essi Umani o Animali. Le attenzioni verso gli Umani, verso l’ambiente e la Terra sono da considerarsi parte integrante della lotta per la liberazione degli Animali, e viceversa. L’antispecismo quindi non può essere considerato abolizionista: non si avanzano richieste di modifiche di leggi, norme e regolamenti, bensì si aspira alla liberazione animale nella sua accezione più ampia del termine.

L’attivista antispecista pone molta importanza alla pratica personale e alla coerenza; conseguenza diretta di ciò è il tentativo di applicare i principi antispecisti alla propria vita quotidiana, soprattutto attraverso la pratica del veganismo etico, del consumo critico (inteso come metodo utile all’allontanamento definitivo dal consumismo), del boicottaggio, riciclo, riuso e riutilizzo di merci beni e servizi, nonché di tutte le altre pratiche utili al raggiungimento del minor impatto possibile sulle altre specie animali, sulla propria e sull’ambiente.

La pratica del veganismo etico è da considerarsi come un fondamentale mezzo per il raggiungimento del fine ultimo dell’antispecismo: una nuova società umana liberata e aspecista capace di rispettare e di vivere in armonia con le altre specie viventi. La pratica vegana etica quindi non è né un fine, né uno stile di vita da seguire, bensì una filosofia di vita che interessa e permea ogni attività quotidiana di chi la adotta, giungendo a modificare ogni rapporto sociale. Il raggiungimento di una società umana liberata sarà ottenibile solo attraverso la lotta per la liberazione. Ogni visione riformista, conservatrice, gerarchica, reazionaria, repressiva o tesa alla tutela della conservazione dello stato di fatto attuale della società umana basata sui privilegi dell’antropocentrismo, è da ritenersi aliena e antitetica alla visione antispecista. Ogni dottrina, filosofia, politica, religione, ideologia fondata sullo specismo e l’antropocentrismo è rifiutata e combattuta dalla nuova visione antispecista.

Il termine vegan, contrazione del vocabolo veg(etari)an che a sua volta deriva dal latino vegetus (vivo) fu coniato in Inghilterra da Donald Watson che, insieme a un gruppo di vegan, fondò la Vegan Society a Londra nel novembre del 1944. Il termine sta a indicare coloro che cercano di escludere tutte le forme di sfruttamento e crudeltà sugli Animali. In altre parole, chi è vegan non solo non mangia né carne né pesce, ma neppure latticini, uova e miele; non indossa capi in pelle, lana, seta o pelliccia; non compra animali, non partecipa ad attività che contribuiscono a sfruttare gli animali, respinge tutte le pratiche umane che prevedono sfruttamento, tortura e/o uccisione di animali quali zoo, circhi, vivisezione, caccia, pesca, feste e corse con animali, etc.

 

Altre definizioni utili

Antropocentrismo
L’antropocentrismo (termine che deriva dal greco άνθρωπος, anthropos, “essere umano”, κέντρον, kentron, “centro”) è la tendenza – che può essere derivazione di una teoria, di una religione o di una semplice opinione – a considerare l’Umano, e tutto ciò che gli è proprio, come centrale nell’Universo. Una centralità che può essere intesa secondo diversi accenti e sfumature: dalla semplice superiorità rispetto al resto del mondo animale alla preminenza ontologica su tutta la realtà.

Specismo
Lo specismo è una filosofia antropocentrica nella concezione degli Animali. Il termine fu usato per la prima volta dallo psicologo inglese Richard Ryder nel 1970 per riferirsi alla convinzione che gli Umani godano di uno status morale superiore (e quindi di maggiori diritti) rispetto agli altri Animali. L’intento di Ryder consisteva nell’evidenziare le analogie fra lo specismo e il razzismo, dimostrando che le argomentazioni filosofiche per condannare queste due posizioni sono affini. Il termine specismo viene usato comunemente nella letteratura sui diritti animali (per esempio nelle opere di Peter Singer e Tom Regan). Fra le varie giustificazioni addotte a difesa dello specismo le più comuni vertono sui seguenti fondamenti:

– la replica dei meccanismi naturali di lotta fra specie (legge della giungla, catena alimentare etc.);

– la concezione di diritto attribuibile soltanto a un Umano raziocinante;

– la non consapevolezza di tutti gli Animali della propria esistenza.

In modo del tutto arbitrario, però, lo status morale superiore umano viene esteso anche agli Umani che rientrerebbero in alcune delle categorie sopra citate (o, al contrario, agli Umani che mancano degli attributi di volta in volta strumentalmente utilizzati per giustificare, in positivo, quel particolare status)  ma tutelati in quanto appartenenti alla specie umana (per esempio neonati, handicappati mentali, malati in coma). Per i motivi di cui sopra, gli antispecisti ritengono che la morale comune, le istituzioni locali, nazionali, internazionali e sovranazionali, siano contraddistinte da una filosofia specista.

 

Su specismo e lotta antispecista

È un’idea profondamente radicata che l’Umano possa disporre a proprio piacimento di ogni altro essere vivente. Da tempo, però, è in atto una lotta affinché gli interessi primari degli Umani e degli Animali vengano posti sullo stesso piano in nome di un ideale di uguaglianza [2] tra le specie.

Coloro che si oppongono alle teorie e alle pratiche che riconoscono esclusivamente gli interessi dell’Umano, definiscono specismo l’atteggiamento di pregiudiziale negazione o disattenzione degli interessi degli altri Animali [3]. Le persone che lottano per l’abbattimento del pregiudizio antropocentrico e per un mondo in cui i rapporti tra le specie possano essere liberi e ispirati a principi di uguaglianza e solidarietà si definiscono perciò antispecisti. Il concetto di “specismo”, elaborato esplicitamente verso la fine degli anni Sessanta nell’ambito della filosofia morale anglosassone, è però il risultato di una lunga storia: ha alle spalle generazioni di animalisti che hanno cercato, a partire da tradizioni e impostazioni diverse, di denunciare la violenza della specie umana verso gli Animali. Schematizzando il più possibile, possiamo dire che nella storia occidentale [4] si sono succedute le seguenti modalità di “difesa” dell’Animale:

1) un sentimento di amore e rispetto di singoli individui (per es. Porfirio, Leonardo, Schweitzer) per gli Animali;

2) un movimento zoofilo/protezionista che, a partire dall’Ottocento, ha coltivato un interesse morale nei confronti degli Animali come “estensione” dei diritti umani (ad es. la Society for the Prevention of Cruelty to Animals, o Henry Stephens Sault che coniò il termine Animal Rights e si occupò di antivivisezionismo e vegetarismo etico);

3) un movimento liberazionista che dagli anni Settanta ha teorizzato (Richard Ryder, Peter Singer, Tom Regan) e messo in pratica (A.L.F. – Animal Liberation Front) una visione di radicale liberazione dell’Animale dal dominio umano staccandosi definitivamente da concetti legati alla zoofilia e al protezionismo animalista.

La lotta antispecista, che non condanna l’Umano come essere intrinsecamente e del tutto “malvagio” e “innaturale” (cioè negativo, da cancellare etc.), muove da due presupposti: che la società umana non sia (A) per natura e (B) necessariamente una società gerarchica e oppressiva del vivente. Il presupposto (A) ci spinge quindi a cercare di comprendere quando e come la società umana diventa specista e ciò può essere fatto tramite un’analisi storica dei rapporti tra società umana e natura. Il presupposto (B) ci permette di sostenere la possibilità di un cambiamento futuro della società umana ed elaborare una prassi in grado di porre in essere tale cambiamento.

Lo specismo non va inteso riduttivamente come visione discriminatoria, poiché esso è anche e soprattutto una prassi di dominio. In tal senso è importante definire il concetto di dominio per comprendere, come si diceva in precedenza, quando la società umana diventa, di fatto, specista. Definiamo sfruttamento il controllo (totale o parziale) del ciclo biologico di un altro essere vivente tale che questi perda la propria autonomia e venga così ridotto a risorsa. Laddove lo sfruttamento si esercita su un altro essere senziente come negazione di ogni possibilità di rapporto e come riduzione (o cancellazione) dell’identità dell’altro, parliamo di dominio. Da questo punto di vista, vanno considerate “materialmente” speciste, le società umane che praticano l’addomesticamento della vita non umana in ogni sua forma e, pertanto, tutta la storia della civiltà, fondata sull’allevamento e l’agricoltura. Ma anche lo specismo come visione discriminatoria – o ideologia – sorge con la civiltà, con la costruzione di religioni antropocentriche e spiritualiste [5], in cui l’Umano è posto come signore della natura in una posizione di privilegio ontologico e assiologico.

La storia della civiltà ci mostra, infatti, come lo specismo non sia solo una forma di discriminazione “analoga” al sessismo e al razzismo. Benché lo specismo non sia stato l’unica causa di tali sviluppi sociali, è certo però che senza lo sfruttamento materiale della natura non sarebbe stato possibile creare il differenziale di ricchezza sociale ed economica che è alla base delle società classiste, sessiste e belliciste e, dunque, dell’intera civiltà. Così com’è certo che, senza la riduzione dell’Animale a natura “inferiore”, non sarebbe stato possibile realizzare i meccanismi ideologici che riducono la donna, lo straniero o il “diverso” a esseri privi di “spirito”, dunque mera “natura”, quasi “animali”.

Le oppressioni di specie, di genere, di classe e razziali appaiono così strutturalmente connesse: la società umana stessa è tenuta insieme e definita da tali rapporti di esclusione e sfruttamento dell’altro e questo altro è regolarmente l’oggetto di una prassi di sfruttamento di cui solo alcuni beneficiano. Si comprende dunque come la lotta contro lo sfruttamento animale miri a eliminare il tassello fondamentale su cui è costruita tutta la civiltà del dominio. Non è perciò un caso il fatto che il movimento di liberazione animale in tutto il mondo abbia cominciato a maturare una consapevolezza che lo spinge ad allargare sempre più il campo etico in cui s’inscrive l’originario dibattito storico sullo specismo (benché esso abbia trovato qui le armi logiche per diffondere le proprie idee e difendersi dalle obiezioni più comuni).

La cultura anarchica si è avvicinata per prima al concetto di specismo, intendendolo non come un termine tecnico da impiegarsi in schermaglie filosofiche bensì come concetto critico che mira a un cambiamento radicale delle società umane nella loro interezza [6]. Tale consapevolezza non è però patrimonio esclusivo di alcune frange del movimento anarchico o di qualsiasi altro movimento sociale, politico o culturale anche se rivoluzionario, e in essi non deve essere identificato. L’antispecismo si pone come movimento filosofico e politico assolutamente indipendente, slegato da logiche, pratiche e politiche pregresse, che rifiuta fermamente l’uso della violenza contro ogni vivente (Umano compreso) come metodo di lotta, e che è capace di ispirare una prassi di trasformazione radicale dell’esistente: un movimento che, nel momento in cui rivoluziona i rapporti interspecifici, non può non trasformare anche i rapporti intraspecifici.

 

Rapporti tra individui

Una nuova società umana liberata potrà sussistere solo se saremo capaci di concepire un nuovo tipo di rapporto (individuale), finalmente paritario e solidale, con le altre società di senzienti e, più in generale, di viventi. Saranno quindi necessari nuovi strumenti per regolare i complessi e continui rapporti tra individui (siano essi Umani o no); per tale motivo si propone l’adozione di cinque principi utili alla creazione di nuovi criteri comportamentali basati su una reale e ampia imparzialità, intra e interspecifica, derivante da concetti di rispetto, solidarietà, empatia e compassione. Concetti, questi, da applicarsi tanto nei rapporti Umano-Animale quanto in quelli tra Umani. I cinque principi sono mutuati da una proposta del filosofo Paul W. Taylor e, se interpretati in chiave antispecista, potrebbero divenire un semplice ed efficace modello relazionale anche nell’immediato:

1) principio di autodifesa: è legittimo reagire solo ed esclusivamente se attaccati per proteggere la propria incolumità. Un atto di violenza può quindi essere concepito solo come estrema soluzione per difendere la propria vita;

2) principio della proporzionalità: in qualsiasi rapporto intra e interspecifico prevalgono sempre e solo gli interessi fondamentali[7] sugli interessi non fondamentali a prescindere dalla specie animale di appartenenza;

3) principio del minimo danno: qualora non si possa evitare in alcun modo di fare una scelta, essa deve attuarsi cercando il minimo impatto sull’altro soggetto e in generale sulle altre specie animali;

4) principio della giustizia distributiva: da utilizzare qualora i primi tre principi non fossero assolutamente applicabili. In caso di parità d’importanza di interessi tra individui o tra specie coinvolte, si deve agire per il bene della comunità di viventi terrestre, per la collettività, in modo imparziale e altruistico. Quindi, in caso di uguale peso degli interessi di una parte prevale il bene comune;

5) principio della giustizia restitutiva: qualora fosse assolutamente inevitabile arrecare un danno a un individuo o a un’altra specie per soddisfare un’esigenza fondamentale, tale individuo o specie ha diritto a un risarcimento in modo da riparare al danno arrecato.

 

NOTE

(1) “Painismo” termine che Richard Ryder coniò nel 1990, argomentando che qualsiasi essere vivente che è in grado di provare dolore, ha rilevanza morale. Il “painismo” può essere visto come una terza via rispetto alla posizione utilitarista di Peter Singer, e alla concezione deontologica dei diritti animali di Tom Regan. Il “painismo” combina la visione utilitarista secondo la quale uno status morale deriva dalla capacità di provare dolore, con l’opposizione morale – derivante dal concetto di diritto – all’utilizzo degli Animali per un nostro fine. Sostanzialmente il concetto di “painismo” di Ryder nasce come contrapposizione alla visione utilitaristica del rapporto tra Umano e Animale. Per maggiori informazioni e approfondimenti si suggerisce la lettura di:

Richard D. Ryder, Painism: a modern morality, Londra, Open Gate Press, 2001

(2) Il concetto di uguaglianza è qui lasciato volutamente in senso generico, essendo profondamente diverso il significato e la giustificazione che i protagonisti di questa lotta danno a tale concetto (uguaglianza “di interessi”, uguaglianza “giuridica”, uguaglianza “politica” etc.).

(3) Essi denunciano altresì uno specismo di secondo livello che consiste nel concedere ad alcuni Animali il privilegio di entrare in parte o in toto nell’ambito della considerazione morale umana. È il caso, per esempio, degli Animali “da compagnia”, il cui benessere è salvaguardato indirettamente perché  considerato moralmente rilevante dai loro affidatari Umani e delle Scimmie antropomorfe, che si vedono talvolta riconosciuto uno status morale in virtù della somiglianza psichica con la specie umana.

(4) Il pensiero orientale ha conosciuto filosofie e religioni (lo Jainismo per esempio) che non ammettevano né predicavano una differenza assiologica radicale tra l’Umano e gli Animali, muovendosi anzi in un orizzonte di compassione verso questi ultimi. Per tale motivo, tali tradizioni vengono oggi in parte riprese da alcuni antispecisti occidentali come possibili riferimenti di pensiero aspecista.

(5) Per quanto indubbiamente caratterizzate anch’esse da crudeltà sia in senso inter che intraspecifico, non è possibile caratterizzare come società inequivocabilmente speciste, né in senso materiale né ideologico, le società di raccolta e caccia con la loro visione animistica del vivente. E’ possibile comunque considerare che lo fossero potenzialmente.

(6) Il fine dell’azione antispecista non può essere l’isolazionismo o l’estinzionismo umani, ma il ripristino e lo sviluppo di rapporti tra le specie fondati sulla reciproca autonomia e libertà.

(7) Per interessi fondamentali si intendono quegli interessi la cui realizzazione è da ritenersi indispensabile per il mantenimento in vita di un organismo vivente, quindi da intendersi come valori primari e irrinunciabili.  Per interessi non fondamentali s’intendono quegli interessi che sono necessari per il soddisfacimento di determinati sistemi di valori, o per esigenze specie-specifiche che non sono da considerarsi vitali e non intaccano l’esistenza dell’individuo o della specie.


Precisazioni su alcuni termini usati

Umano/i”: non s‘intende utilizzare il sostantivo maschile “uomo” in quanto termine carico di significati filosofici e culturali che volutamente pongono la specie umana al di sopra delle altre specie animali, e che hanno un preciso riferimento a una visione patriarcale e maschilista della società umana.

Animale/i“: si utilizza tale sostantivo per facilitare la leggibilità del testo. Il termine “Animali” in realtà è da intendersi sostitutivo di “Animali non Umani”, o “altri Animali”, o “Non Umani”, in sintesi tutte le specie animali diverse da quella umana. Si riconosce a tale termine una valenza assolutamente positiva dell’Animalità e si utilizza la “a” iniziale maiuscola per sottolineare la dignità intrinseca e pari a quella umana di ogni Animale diverso dall’Umano.

Cane, Maiale, ecc”: si utilizzano tali sostantivi con l’iniziale maiuscola per conferire pari dignità tra le diverse specie animali.

 

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Approfondimenti:

Si suggerisce di visionare “La cassetta degli attrezzi


 

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24 Commenti

  1. Ciao a tutti,

    una piccola nota su questa frase:
    “alle altre specie viventi e al pianeta”

    Alle “altre” specie viventi, implica secondo me una cosa in cui non credo affatto, e cioè che ci sia distinzione tra gli interessi fondamentali di specie, non ché nelle cause di sofferenza.
    Per spiegarmi meglio, è come se si sostenesse che lo specismo causa sofferenza alle “altre” specie, ma non a quella umana, cosa che io non trovo affatto realistica, e in più una netta separazione di interessi.

    Io al contrario continuo a sostenere che lo specismo implica sicuramente sofferenza per le specie RITENUTE in scala evolutiva inferiori a quella umana, ma anche infinita sofferenza (diretta ed indiretta) alla specie umana che dall’apice di questa ILLUSORIA classificazione gerarchica, crede in propri interessi di specie che sono invece il risultato di una profonda alienazione, persegue obbiettivi dannosi per tutte le specie, e si ripete in comportamenti distruttivi per tutte le specie.

    Se fosse per me quindi, toglierei quell'”altre”.

    Mi rendo conto che devo approfondire ulteriormente, ma sono in un internet caffé!
    Ciao a presto
    Eva

  2. Cereal Killer Cereal Killer wrote:

    Ciao Eva,

    Assolutamente d’accordo con te sulla questione dello specismo quale causa di sofferenze intraspacifiche e interspecifiche. Nella definizione si parla di “altre specie viventi” non per intendere la separazione tra sfruttamento di specie diverse da quella umana, ma per far capire meglio a chi legge di cosa si sta parlando, infatti il contesto è il seguente:

    Gli antispecisti lottano affinché gli interessi degli animali non umani vengano considerati fondamentali tanto quanto quelli degli umani, cercando di destrutturare e ricostruire la società umana in base a criteri ecocentrici che non causino sofferenze inutili, e di per sè quindi evitabili, alle altre specie viventi e al pianeta. L’approccio antispecista ritiene (considerando tutte le dovute differenze e peculiarità)

    Si cerca di spiegare ciò che si intende fare come antispecisti e quale sia il problema attuale, e quale la soluzione: “ricostruire la società umana”.
    Se però il tutto può ingenerare dubbi come quello da te esposto, si può benissimo cambiare il testo, anzi a questo punto lo si deve fare.

  3. Cereal Killer Cereal Killer wrote:

    Modifica proposta da Eva effettuata

  4. Eva wrote:

    Ciao a tutti,

    Premetto che questa riflessione potrebbe risultare sottile, forse troppo per lo scopo finale.
    Eppure a parere mio, si tratta di una sfumatura che per le meccaniche della comunicazione, è importante.
    Grossolanamente citando infatti il comportamentismo, le dinamiche dell’apprendimento vengono ovviamente scatenate da stimoli esterni, per lo più vocaboli, i quali però possono evocare immagini più forti del vocabolo stesso ai fini dell’apprendimento.
    E’ il caso ad esempio di “animalismo”, che contenendo in sé un termine fortemente evocativo come “animali”, rimane spesso relegato dal fenomeno di dissociazione dal mondo naturale (disconoscimento dell’animalità nella specie umana) ad argomento di secondaria importanza per gli animali umani. Purtroppo non vi è dubbio infatti, che quasi sempre gli individui di specie umana negano la propria appartenenza al mondo animale e per questo, ciò che riguarda gli animali, non lo si ritiene di competenza anche umana.

    Nonostante l’effetto di questo meccanismo dia risultati spesso ridicoli (basterebbe infatti andare oltre il fenomeno evocativo ed entrare nel contensto di una analisi logica ed approfondita del vocabolo), se queste sono le più comuni e immediate meccaniche (e lo sono), è meglio cominciare a farci i conti seriamente, decidendo ovviamente fino a quale granularità, allo scopo esclusivo di trovare forme comunicative efficaci e veloci.

    In tal senso quindi mi trovo a storcere il naso ogni qualvolta si parla di “antropocentrismo”.
    Evocativamente è un vocabolo fortissimo, scatena l’immagine dell’ego (comunemente a sua volta evocativo di immagine moralmente negativa), quindi, anche senza l’auspicato uso della logica, è capace di concretizzare la critica ad un comportamento umano dipingendone chiaramente un contesto.

    In antropocentrismo, si dipinge un cerchio, o meglio una sfera, al cui centro appunto si prefigura un individuo umano, tutto intentoa creare un moto centripeto attraverso l’uso del potere di cui ha facoltà.
    Questa icona dell’uomo che circondato ovunque da altre forme viventi senzianti o semplicemente
    vegetanti, attira verso di sé ciò che gli torna utile, prefigura una critica morale per tante ragioni.

    E fin qui tutto bene. Con una sola parola (antropocentrismo) si evoca qualcosa di molto simile alla realtà, si chiarifica la propria posizione critica, si ottiene immediatamente una reazione di disagio morale, si parla di animali.

    Eppure questa evocazione non è a parere mio corretta. Forse non lo è più, forse semplicemente non lo è del tutto, sta di fatto che rischia di essere fuorviante, di non essere coerente con quello che è lo stato (magari anche definibile “stadio”, come qualcosa in divenire) attuale dello specismo.

    L’impressione è che se per secoli, forse millenni, davvero si è trattato di antropocentrismo, esplicitato da comportamenti ed ideologia di dominio, ora si sia passati ad una fase successiva, dove per rafforzare e perpetuare nel tempo l’ideologia del dominio stessa, l’immagine che comunemente
    si ha della specie umana non è più al “centro”, ma “sopra”.

    Nel caso di reale antropocentrismo, la percezione del sé di specie, avviene comunque secondo logiche di appartenenza (al centro di qualcosa, circondato da tante altre cose è implicita l’inclusione), di condivisione, di scambio, che la specie umana con la sua cultura del dominio attuale, ha abbondantemente superato.

    L’esercizio di dominio, (che è di fatto una applicazione di forza metodica e la giustificazione di questa), non implica automaticamente la negazione di appartenenza.
    Mentre allo stato attuale delle cose (stabilire da quando sarebbe anche interessante, ma non fondamentale), non si può proprio più parlare di “centrismo” data la visione a piramide stretta, su cui la cultura della specie umana basa tutta la percezione del sé e ogni considerazione sulla relazione con il mondo.

    Di questa immagine che appunto si tramette come una onda, di generazione in generazione, senza però nessun nome che la identifichi velocemente, si possono rilevare gli effetti via via sempre più devanstanti, poichè in una gerarchia piramidale appunto, l’alienazione che deriva dalla naturale distinzione tra il “supremo” (il vincente) e tutti gli altri è ancora più forte, l’abitudine all’illusione di avere una via di fuga verso l’alto è ancora più forte, la sensazione di solitudine su quella cima è ancora più forte.

    A questo punto mi chiedo dunque se non sia il caso di affiancare “antropocentrismo” con qualcosa di moggiormente coerente della attuale visione che la specie umana ha di sé e dei comportamenti coerenti che quindi ripete compulsivamente, ingabbiata come é da una simile e ridicola cartolina egizia.

    Si potrebbe pensare che quel qualcosa possa essere implicito nel termine “ideologia del dominio”, ma io non trovo sia così.
    L’ideologia del dominio è appunto un ideologia, ed in un certo senso in continuo mutuo nutrimento con la visione antropo – archica (concedetemi il termine, non lo ho ancora trovato un altro!), che è andata sostituendosi a quella antripo – centrista.

    Scusate il mio delirio, vi chiedo cosa ne pensiate.
    Ciao!

  5. Marco wrote:

    Eva,
    la distinzione che fai è davvero sottile ma non mi sembra fuori luogo. Antropoarchismo invece di antropocentrismo, suona bene! Vale la pena di approfondire non credi? ;)

    Io critico il concetto di antropocentrismo perché secondo me è un’illusione ideologica…l’uomo NON e’ affatto il centro del sistema e, ammesso che lo sia mai stato, oggi certo non lo è più. Incollo qui un passaggio di una cosa che ho scritto tempo fa:

    Che l’animale venga trattato come fine e non come mezzo, presuppone che l’uomo stesso sia trattato come fine. Si capisce allora come tanta critica all’antropocentrismo delle società Occidentali risulti, in fondo, assurda. La condanna sommaria dell’antropocentrismo dimentica troppo spesso che l’anthropos è una finzione ideologica ad uso delle classi dominanti: direttamente in Grecia e a Roma, dove solo il cives era considerato vero uomo; indirettamente nella società borghese che garantisce, proprio attraverso l’enfasi sul diritto universale dell’uomo, il privilegio e il potere particolare di pochi. […] Il capitalismo, si sa, non conosce alcun dio che non sia il denaro e in nome di questo opera la totale funzionalizzazione dell’esistente al proprio dominio. La desacralizzazione del mondo, in base a cui ogni cosa può essere comprata, sfruttata e prodotta in serie, è conseguenza di un sistema economico che non pone limiti al profitto. Anche l’uomo – formalmente unico valore assoluto riconosciuto dal sistema – è, nella realtà dei rapporti di produzione, asservito, sfruttato e prodotto in serie. Combattere l’antropocentrismo, in questo caso, è come combattere coi mulini a vento: come se il sistema attuale fosse VERAMENTE centrato sull’uomo.

    http://www.liberazioni.org/ra/ra/ma_ma/parteseconda.html

  6. Cereal Killer Cereal Killer wrote:

    Per prima cosa prometto che appena mi sarà possibile leggerò con molta attenzione la seconda parte de “critica all’ideologia animalista” di Marco, come sempre c’è moltissimo da leggere, e pochissimo tempo per farlo: è una continua rincorsa…
    Passando al post di Eva, io lo ritengo molto interessante e non credo sia un delirio, anzi, al contrario è una lucida analisi di un termine che spessissimo ci ritroviamo ad usare, ma che raramente si soffermiamo a considerare.
    Il discorso non fa una piega: viviamo quotidianamente in una società piramidale, immersi in essa, in un paradigma che prevede la vittoria sistematica del più forte sul più debole, dovremmo quindi metabolizzare l’ideologia del dominio e affrontarla con nuovi strumenti linguistici. Parlare di antropocentrismo di chi si erge sopra tutto e tutti è quindi se non un errore, quantomeno un’imprecisione.
    Quindi ben venga un neologismo come antropo-archismo quale descrizione del fenomeno di cui noi tutti siamo testimoni, e antropo-archia quale diretta conseguenza del primo. E noi come potremmo definirci? An-antropo-archici?
    Per assurdo si potrebbe recuperare addirittura il concetto di antropocentrismo come descrizione della nostra visuale rispetto agli altri viventi: essere al centro rispetto ad altri centrismi non sarebbe male: ciascuno con la propria ottica, ma tutti sullo stesso piano. Non più una visione assoluta, ma soggettiva e relativa, una visione che cambia di prospettiva a seconda dell’osservatore. Un essere umano può concepire un mondo di pari, ma sempre e solo attraverso la propria visione limitata di essere umano (antropocentrismo), che è ben diversa da quella di un serpente (erpetocentrismo), le due visioni però se inserire in una struttura orizzontale, potrebbero forse convivere, in tal caso l’antropocentrismo sarebbe di gran lunga meglio dell’antropoarchismo.

  7. davide wrote:

    una parolina cè già…con tutti i suffissi che vogliamo…: anarchici?…scusate ma me la tirate sempre fuori… :> davide

  8. Eva wrote:

    caro davide, ci ho rifletto e secondo me hai in parte ragione, ma la riflessione mi pare fosse diversa e mi vengono le seguenti riflessioni.

    cioò di cui io parlavo è il dominio su base di specie (“antropo-archia”), non il dominio (“archia”) generalizzato e di norma contestualizzato in realzioni umane.
    Ciò di cui parla adriano con “an antropo archico” è relatiivo al dominio su base di specie quindi.
    Ora, si potrebbe dire che semplificando si è “an-archici” (come sostieni tu, e fin qua ci si era arrivati da tempo, con molte più sfumature), ma l’uso di questo termine è così erroneamente percepito che la maggiorparte degli anarchici rimangono antropo-archici.
    Quindi il problema quando si parla di antispecismo è identificare il dominio gerarchico di specie, ed eventualmente il suo contrario.

    Questo potrebbe sembrare una minuzia ma a parer mio non lo é.
    Per semplificare al massimo:
    L’empatia viene sviluppata sopratutto durante l’infanzia e sopratutto a partire dalal relazione con gli animali. Senza empatia non è facile sviluppare potenzialità come la compassione. Senza compassione è improbabile sviluppare una percezione del sé che vada al di là dell’ego. Con personalità egoiostica non si realizzerà in nessuna maniera alcun tipo di an-archia, il conflitto sarà sempre regnante e la soluzione sempre violenta.
    Senza contare l’abitudine a comportamenti dominanti che nasce proprio dall’abitudine a dominare gli animali e l’habitat in cui viviamo.
    Quindi in particolare per l’assunzione di un modello anarchista è indispensabile includere l'”an antropo archia” o il modello sarà fallibile.
    Senza contare che si può benissimo parlare di “an antropo archia”, senza credere in un modello assolutamente anarchista, ce ne sarebbe da dire ;-).

    Io personalmente ci penserò ancora un po’.

  9. davide wrote:

    sono d’accordo con te e con gli interventi annessi al tuo su quasi tutto; non vorrei aver dato l’impressione di banalizzare la discussione, che , anzi, da tempo avevo in mente a modo mio di avviare.
    i rapporti gerarchici, su base di specie così come quelli innestati su qualsiasi altro tipo di relazione, sono anche in materia di prevaricazione a danno animale, per me, il fulcro dei problemi.
    la mia battuta (anarchici?) era in relazione, appunto!, alla natura del mio antispecismo e desideravo riproporla in modo semplice e un pò provocatorio; per un paio di motivi: non mi convince in pieno la parola antispecismo e mi convince in pieno la parola anarchia.
    -antispecismo: se è vero che il termine animalismo, carico come è di equivoci, vada sostituito, è anche vero che tale operazione assume un senso legittimo a causa delle accezioni improprie insite nel vocabolo stesso: sottolineare il rifiuto della catalogazione di specie (antispec-) sul piano relazionale serve ad ampliare il riferimento (animal-) alla sfera umana animale, ma il suffisso -ismo rimane e carico com’è di ambiguità a livello concettuale.
    -anarchia: ugualmente agisce attraverso una negazione, ma la pone su di un piano omnicomprensivo (potenzialità da rivelare e non accantonare).
    detto questo un altro paio di considerazioni: come dice bene Eva, e per dura esperienza personale,l’uso del termine anarchia (e non anarch-ismo che non a caso è utilizzato da un altra corrente, che non sento mia) subisce una deformazione di tipo circostanziale, simile per certi versi alla distorsione del termine animalismo, per come di norma viene inteso, quindi, in un dato momento storico come il nostro, è necessario fuoriscirne dal contesto originario per formulare una ridefinizione. succede che tale compito si generi in collaborazione tra coloro che anche in altri ambiti politici, comunisti e democratici, ne sentono l’esigenza, assolutamente comprensibile se non altro per merito della portata trasversale del messaggio di ugualianza tra le specie.
    è da vedere a che punto scuole di pensiero non libertarie possano in prospettiva portare avanti l’idea antispecista in relazione alla pratica (a partire dalla stessa netta diversità di interpretazione dell’idea di ugualianza…), a causa della incompatibilità che assicura un’ideologia di riferimento prettamente umana della società (che sia prevista un’organizzazione sociale di stampo comunista e democratico sempre di regolamentazione si tratta e in questo senso la pur enorme differenza poco importa).
    a mio avviso, invece, i pricipi anarchici lasciano spazio ad un’evoluzione dei rapporti in un’ottica paritaria anche tra le specie senza presupporre a priori un’applicazione estesa di supponenza umanista.
    si tratta, ribadisco secondo me, che gli interessati alla strenua (prima e ultima…) lotta di riappropriazione dello spirito animale da parte dell’umanità, battaglia che oggi è fisica e cilturale insieme, abbandonino con spirito di rinnovamento i relativi ambiti di provenienza e abbraccino il coincetto di antispecismo;
    il primo passo è stato sentirne l’esigenza; il secondo partorirne il significato; il terzo cominciare a battersi per esso in maniera nuova e diversa; il quarto capire di doversi fermare per conferire all’antispecismo una piattaforma teorica di riferimento;…i successivi li staremo a vedere e soprattutto a fare, ma io azzerderei una previsione a grandissime linee di alcuni passaggi:
    -non rinchiudere l’antispecimo in un ideale chiuso e predefinito, consentendogli di incentivare l’opera di persuasione e diffusione nel medesimo modo dell’antirazzismo, come dire, l’antispecismo è la somma degli antispecisti.
    -non soffocare l’antispecismo, consci del fatto che possa e, al momento debito per ognuno, debba confluire nelle tendenze politiche già esistenti (a meno che se inventi una nuova, ma non la vedo…); per cui ci sarà un anarco-antispecismo, un antispecismo democratico e un antispecismo comunista (con tendenze destroidi è inconciliabile per ovvi motivi).
    -non caricare l’antispecismo di eccessive caratterizzazioni interne, stile ‘an anantro archia’, se non in una fase analitica non divulgativa (come è fin’ora avvenuto: la mia è solo una considerazione per il futuro); andando bene a guardare, se ci spingiamo oltre un certo punto come comunque è bene che sia, certe considerazioni non possono che essere vissute come problematiche esterne in un certo qual modo all’antispecismo nel suo significato generalizzato. se poi siamo tutti innanzitutto veramente ‘anantropoarchici’ ben venga, vuol dire che siamo tutti ‘……..’, sta volta non lo dico, vi lascio immaginare…perchè se c’è una cosa che non è proprio per nulla vera è che

    si può benissimo parlare di “an antropo archia”, senza credere in un modello assolutamente anarchista,…

    …bhe, se si vuole, se ne può amabilmente parlare. ciao
    PS: sempre che non avevi calibrato a dovere ‘”…anarchista”, perchè in tal caso riconosco che ci andrebbe scritto “anarchico”.
    PS: il bello è che non potete pensare che faccio becera propaganda perchè nessun vantaggio viene a me delle vostre scelte e pensieri! :>

  10. Eva wrote:

    non sapevo bene dove mettere questo commento, (da qualche parte dovevo pur dirlo), lo infilo qui, sapendo che prima o poi qualcuno mi legge:
    non trovate che “antispecismo” sia passato velocemente di moda? Se già prima era allegramente infilato al posto di animalismo e viceversa, ora non se ne vede quasi più traccia. Tutti tornati all’animalismo, probabilmente per semplicità o meglio, per quel bisogno ancestrale di semplificare, e poiché l’antispecismo semplice non è…
    Notavo anche come, scossoni e pressioni, e lamentele, e menate varie hanno fatto abortire qualsiasi tentativo di approfondimento, questo blog tace da ben 6 mesi. Ci siamo fatti scoraggiare da pochi e agguerritissimi noti?
    Sarà un caso allora che anche in quelle che sono le attività animaliste, questo anno mi è parso molto più triste e piatto del precedente? Ai posteri l’ardua sentenza…la triste sentenza…ahimé… e oltretutto, che noia!
    Buon pro sia per aip e le altre pochissime cose che hanno funzionato, ma boh…non mi sono mai sentita più lontana di così da qualsiasi meta sognata.
    Se mi sbaglio datemi un pizzico, magari sto avendo un incubo.

    Eva

  11. Fabrizio wrote:

    Ho notato anche io il silenzio di questo sito.
    Mi sono affacciato da poco alla triste realtà del mondo e piano piano sto scoprendo idee che pensavo fossero solo mie, ma l’idea di questo sito mi sembrava buona. Che è successo?
    Per quel che riguarda la questione “antispecismo o animalismo” io trovo che se l’obiettivo è diffondere un messaggio, svegliare il mondo e frenare l’orrore, è utile che la parola che si cerca non sia conosciuta dalla “massa”. Purtroppo le prime impressioni sono quelle che contano e se un ascoltatore distratto sente le parole “animalista”, “vegetariano”, ecc.. l’interesse cadrà per pregiudizio. Su “antispecismo” nessuno può avere pregiudizi e quantomeno c’è il rischio che almeno si cerchi di capire di che si tratta. Quindi secondo me antispecismo va più che bene…

  12. Eva Melodia wrote:

    Fabrizio, sei il miracolo di natale? :D
    Concordo con te su tutta la linea, anche perché appunto, in antispecismo c’è l’etimologia che spiega l’andare molto oltre i diritti animali o la sofferenza di quella o quell’altra specie animale.
    Ci sono tanti problemi da affrontare, andrebbero messi in fila e snocciolati uno a uno. Ci si stava provando, ma a quanto pare non abbiamo fatto i conti con qualcosa che non mi aspettavo sinceramente.
    Quello che è successo secondo me, è che non si è davvero creduto e si continua a non credere, che lo specismo sia un fenomeno veramente culturale. Le poche cose in corso, chiamiamole campagne, non solo sono per lo più animaliste e non – secondo me – antispeciste, ma non mi sembrano prendere atto veramente di dover combattere un fenomeno culturale molto ampio.
    Questa è la mia impressione. Ho scritto un breve sunto di come vedo io la cosa, che spiega in breve cosa ritengo antispecista e perchè e cosa no, presto spero di dargli la botta definitiva e pubblicarlo.
    Alla fine è come se si stesse andando avanti allo sbaraglio. Ci si butta nei campi di battaglia (concedetemi il parallelismo), perché questo è attualmente l’unico modo veloce e molto semplice di sentire di avere fatto qualcosa, ma alle spalle non sembra esserci nessuna visione, alcun progetto, nessuna meta condivisa, ogniun per sé e nessuno per nessuno. Invece servirebbe un vero movimento, ma i movimenti nascono dalle ideologie, anche semplificate, ma da vere ideologie molto chiare, mentre questa sembra ancora nascosta, per nulla resa nitida da approfondimenti.
    Un movimento antispecista, a questo dovremmo puntare, senza avere paura…contiamoci e riprendiamo il cammino. Niente confusioni, non si chiama animalismo, non si chiama ecologia, non si chiama neanche Pippo Lo Cascio, si chiama antispecismo ed ha bisogno di tutte quelle cure che i grandi movimenti di tutti i tempi hanno ricevuto. Analisi, attenzione, proclami, divulgazione, propaganda, lotte specifiche, dialettica, dibattiti pubblici, organizzazione, etc…etc…etc…
    Io non mollo manco se mi gambizzano, quindi mi trovate qui anche in pensione …

  13. Fabrizio wrote:

    Concordo in tutto e mi fa piacere vedere l’intenzione alla persistenza.
    Ieri sera ho finalmente avuto il tempo di leggere tutta la discussione e ho poi ragionato sul fatto che un volantino da spargere, per cominciare, vista la possibilità magari di fare questo in ogni città in cui si riesce ad organizzare potrebbe essere una buonissima idea. Se poi si riuscisse a fare anche un sito su cui la gente, magari dopo aver letto il volantino, possa andare a cercare cose più dettagliate quali documenti, cosa accade nel mondo, libri consigliati, ecc.. e uno spazio in cui dire la propria e rendersi disponibile a diffondere il “concetto”, si inizierebbe forse a creare possibilità di “espansione”. E poi ovviamente tutto il resto, largo spazio alle idee per altre iniziative e creare un “buco” di cultura che possa piano piano far sentire un peso concreto in opposizione a quella presente.
    Il “capo” di questo sito dov’è finito? Come mai non si ragiona più sul volantino col manifesto?
    Tra l’altro cercando su google ho notato che esiste un altro sito in cui si parla di movimento antispecista (www.antispec.org), non so se l’avete già visto, che pur sembrandomi più macchinoso e forse un po’ troppo “politico”, mi sembra sia più o meno coerente con ciò che si dice qui e ricco di documenti e cose varie, ma non mi è chiaro se siano ancora attivi.
    Credo sarebbe comunque una buona idea provare a buttare giù una bozza reale di volantino, visto che il testo c’è. Se riesco ad avere un po’ di tempo magari ci provo, ma non sono molto bravo… :-)
    La cosa importante però è, davvero, non mollare, non lasciar cadere nel vuoto le buone intenzioni che si hanno. Io tutti i giorni non riesco a non pensare che qualunque cosa sto facendo, in ogni parte del mondo c’è “qualche” (virgolette più che spesse) incolpevole essere che patisce paura, dolore e morte, e prima si riesce, se si riesce, a creare un po’ di giustizia e svegliare la gente, più atrocità si risparmiano. Magari sembra retorica, ma è innegabile che le cose stiano così…

  14. Cereal Killer Cereal Killer wrote:

    Carissimi Eva e Fabrizio,

    vi ringrazio molto per aver ripreso il filo del discorso interrotto tempo fa per vari motivi indipendenti dalla mia (e di altri) volontà.
    Questo piccolo sito ogni tanto riserba delle belle sorprese, come questa.
    Appena possibile proverò a rispondere alle vostre domande e sollecitazioni in modo da poter procedere con ordine e riavviare il tutto.

    Ps: non ci sono capi in questo sito, ma solo persone che pubblicano i loro contributi ed il sottoscritto che lo gestisce.

  15. Gaspare wrote:

    Ciao a tutti! Bellissimo blog.
    Ho letto con molto piacere i pensieri sopra riportati, davvero molto interessanti e propositivi.
    Leggendo l’inizio del manifesto volevo solo appuntare circa la parola “moderna”, dove si riporta: “…contro lo specismo, l’antropocentrismo e l’ideologia del dominio veicolata dalla moderna società umana..”.
    Oggettivamente l’ideologia del dominio trova manifestazioni macroscopiche quanto capillari ai giorni nostri ma innegabilmente esiste, si radica e si consolida da millenni nella società umana.

    Grazie a tutti per il vostro impegno e dedizione.

  16. Cereal Killer Cereal Killer wrote:

    Ciao Gaspare.

    Grazie per il tuo commento molto interessante.
    Ciò che dici è assolutamente giusto e pertanto ti comunico che la proposta di manifesto è passata alla revisione n° 8 recependo le tue osservazioni.

    E’ importante che tutte le persone interessate all’antispecismo si sentano libere di contribuire alla costruzione di un suo manifesto

  17. Antonio wrote:

    Ho criticato abbastanza ferocemente, devo riconoscerlo, questo scritto in un altro blog ( laverabestia.org)credendolo un manifesto definitivo, comunque non nego niente di quello che ho scritto. Quello che a me dà più fastidio, non è chiaramente la tendenza politica che traspare abbastanza evidente dallo scritto (anch’io sono convinto che l’antispecismo sia un movimento politico, non può essere altrimenti), è la mistificazione dell’antispecismo che trova il suo apice nella parte in cui si dice”L’azione antispecista mira dunque nell’immediato alla tutela degli interessi degli animali non umani….”. Mira nell’immediato? Ma non era il fine? Io insieme a qualcun’altro, tipo Singer, l’abbiamo creduto fino a ieri.
    Un pò più avanti si dice che il fine dell’antispecismo è “una nuova società umana liberata ed a-specista capace di rispettare e di vivere in armonia con le altre specie viventi.” Di diritti animali non se ne parla e si sostituiscono con doveri dell’uomo. Io, anche se non condivido come impostazione tale visione, chiaramente la rispetto. Vorrei solo che fosse specificato, nel caso riusciste a redigere un manifesto, che questo risultato è di matrice anarco-comunista(credo di aver interpretato la vostra ideologia, non vorrei aver detto una sciocchezza) risultante da una allargamento arbitrario ed unilaterale del termine specismo e di tutto quanto era necessario per adattare l’antispecismo alla vostra ideologia.

  18. Cereal Killer Cereal Killer wrote:

    Ciao Antonio,

    Il Manifesto Antispecista come progetto aperto nasce dall’esigenza di creare una proposta di manifesto il più possibile condivisa. Non ci sono intenti assolutistici ed anzi questo sito deve essere considerato come un progetto “open source” dove chiunque può contribuire per migliorarlo.
    Ogni critica è ben accetta, e – lo potrai vedere leggendo i post passati – spesso è divenuta motivo di modifica del manifesto stesso.
    per correttezza nei confronti di chi legge pubblico di seguito il link al blog Laverabestia a cui fai riferimento: http://www.laverabestia.org/read_post.php?id=694&user=18

    Alle tue considerazioni risponde Gaspare scrivendo: “Sarebbe interessante incontrare un “”antispecista”” razzista, sessista, o sfruttatore umano…
    Affermare che l’antispecismo è evoluzione dell’animalismo (termine già specista-antropocentrico etimologicamente, come se l’uomo appartenesse ad un regno esclusivo fuori da quello animale…) è l’errore ideologico più grave.

    L’antispecismo considera la biosfera secondo un modello orizzontale: una rete di relazioni di cui l’uomo è un nodo con pari dignità rispetto a tutti gli altri. L’antispecismo porta a un’estensione del rispetto dovuto alla vita umana includendo in esso la totalità degli esseri. NON E’ ALTERNATIVO al rispetto dovuto alla vita umana. E’ SINCRONO, PARALLELO, CONCETTUALMENTE INDIVISIBILE.

    Il concetto di liberazione animale (intesa come liberazione umana e non umana) TRASCENDE la visione dei diritti animali (principale intento dell’animalismo), in quanto la concessione di “determinati diritti” PRESUPPONE il riconoscimento ad una o più specie della facoltà di concedere tali benefici ad altre specie. La liberazione animale prefigura invece degli scenari molto più complessi nei quali le specie senzienti (si parla per l’appunto di animali) siano in grado di poter esplitare le proprie vicissitudini senza danneggiare – o danneggiando il meno possibile – le altre. Pertanto dovrà essere l’Uomo che in quanto tale dovrà operare sulla propria organizzazione sociale per poter permettere la liberazione dell’individuo umano e di quello animale, essendo la società umana l’unica in grado di opprimere tutte le altre specie viventi. La liberazione animale, pertanto, conduce ad una visione rivoluzionaria che comporterebbe profondi cambiamenti sociali. Il concetto di liberazione animale assume quindi una notevole importanza nel cammino antispecista, e può considerarsi come una delle tappe fondamentali per la costruzione di una nuova società umana a-specista che sarà in grado di esistere proprio grazie ai fondamenti teorici della liberazione animale.

    Liberando noi stessi, libereremmo anche chi abbiamo schiavizzato.

    La risposta fornita è esauriente e precisa e perfettamente in linea con ciò che intende esprimere il manifesto Antispecista.

    Per quanto riguarda la tutela degli interessi degli animali nell’immediato sarebbe opportuno considerare anche il testo precedente a tale frase, quindi per intero: “L’ottica antispecista pur quindi essendo mutuata da quella della lotta per i diritti civili umani, ha peculiarità e caratteristiche diverse e sostanziali: essa non dovrebbe prevedere concessioni ad altri (allargamento della sfera dei diritti, o allargamento della sfera morale, o allargamento della polis), ma piuttosto il controllo delle proprie attività e delle attività della propria specie in relazione a principi di equità, giustizia e solidarietà nei riguardi delle altre specie (ripensamento delle attività della specie umana in base ai doveri nei confronti delle altre specie viventi non più considerate inferiori, ma semplicemente diverse: persone non umane, e pertanto popolazioni di persone non umane).
    L’azione antispecista mira dunque nell’immediato alla tutela degli interessi degli animali non umani (in quanto privi di diritti elementari e naturali e di status privilegiati), e nel contempo con il pieno riconoscimento dei diritti dei più deboli tra gli umani
    .”

    Il senso del discorso consiste nel prendere atto che una rivoluzione culturale come quella contemplata dall’idea antispecista ha bisogno di molto tempo per essere attuata, nell’immediato quindi ci si deve prendere cura degli interessi dei non umani tutelandoli, difendendoli e proteggendoli, anche quindi mediante la pratica vegana. Forse questo passo non è sufficientemente chiaro, se ti va proponi un testo alternativo.

    Diritti animali. Il fine ultimo dell’antispecismo è la costruzione di una società umana a-specista che non sfrutti più gli animali (liberazione animale). E’ fin troppo chiaro che se la società umana non cambierà radicalmente, i non umani non potranno mai essere liberati. Non si considera in un futuro antispecista il diritto degli animali: il concetto di diritti animali appartiene al versante animalista, l’antispecismo lo supera proponendo non una specie superiore che concede diritti agli inferiori, ma una specie che si assume le proprie responsabilità (ed i propri doveri, non intesi dal punto di vista giuridico, ma morale) nei confronti dei propri simili e degli altri che non sono uguali, ma sono per l’appunto “altri”, ed è questa diversità che deve essere rispettata. Molto spesso si sente parlare di fratelli animali (o fratelli minori etc…), gli animali non sono nostri fratelli, sono altre popolazioni, che come noi vivono sulla terra, sono pertanto nostri compagni.

    Il Manifesto Antispecista si basa su diverse ideologie, ne coglie molti aspetti, li fa propri e tenta di crearne una somma. Non è un tentativo anarchico o comunista di appropriazione di alcunché e sarebbe opportuno anche leggere questo articolo chiarificatore: http://antispecismo.wordpress.com/2009/09/10/lettera-aperta-della-veganzetta-al-futuro-movimento-antispecista-le-radici-comuni/

    Risulterà chiaro che l’antispecismo ha molte radici anche diverse tra di loro, ma non appartiene a nessuna ideologia in particolare, non è figlio di una particolare visione del mondo, ma è evoluzione di molte visioni rivoluzionarie. Non potrebbe essere altrimenti.

  19. Antonio wrote:

    Nell’ attuale società una delle basi del dominio dell’uomo è la gestione del diritto; minori diritti o non riconoscimento di alcuni dirirtti agli individui cosiddetti sfruttati.
    Una società a-specista nella quale ad una specie non fossero riconosciuti (dico riconosciuti e non concessi) tutti o alcuni diritti, chiaramente compatibili con la condizione degli individui appartenenti a tale specie, non sarebbe una società specista? Nella società che proponete non vi sarà più il dominio dell’uomo sull’uomo, ma rimarrà quello sul resto delle altre specie. Dominio, appunto, che si concretizza nel non riconoscere la titolarità del diritto, e quindi i diritti, agli individui di queste specie, lasciando al libero arbitrio(che chiamate responsabilità) della specie più importante il rispetto della diversità che si concretizzerebbe, in sostanza, nel prendersene cura (welfare?); ed è libero arbitrio considerando che si parla solo di doveri morali e non giuridici. Questa nuova società non sarebbe una società specista?
    Un manifesto antispecista che contiene in sè il germe dello specismo! Meglio sarebbe chiamarlo manifesto a-specista nel quale questo specismo potrebbe essere meglio assorbito .

  20. Cereal Killer Cereal Killer wrote:

    Il concetto di diritto non può esistere se non vo sono due elementi: chi lo concede (e riconosce) e chi ne usufruisce. Il concetto di diritto nella nostra società è stato ed è motivo di lotte sociali da parte di chi ne pretende, nel caso degli animali è chiaro che non sono in grado di esigerli, pertanto è assurdo parlare di diritti ma si può parlare di doveri morali. In estrema sintesi la società aspecista dovrebbe essere formata da individui consapevoli che limitano le proprie azioni per salvaguardare gli altri. Questo è il motivo per cui si preferisce non parlare di diritti. Non si tratta di libero arbitrio ma di assunzione di responsabilità. Quindi il più forte non può più esigere diritti o concederne, ma ha dei doveri morali a cui sottostare per il bene di tutti. Non può esistere alcuna società umana davvero libera se si continuerà a parlare di diritti. I diritti animali fanno partedel bagaglio culturale animalista, non vanno dimenticati o sconfessati, ma superati. E’ per questo che si parla di diritti animali nell’immediato, il futuro dovrebbe essere ben diverso. Non possiamo continuare ad immaginare il nostro futuro continuando ad analizzarlo con i criteri della società umana attuale.

  21. Rafferox wrote:

    Un manifesto viene redatto con l’intento di essere letto e di spiegare un’idea, una prospettiva. Un manifesto é un fenomeno di natura SOCIALE. Più che positivo che ciò sia elaborato collettivamente e pubblicamente, poiché la critica lo rende più “forte”, più “solido” sotto il profilo logico-filosofico. Manteniamolo così, aggiornabile, ma intanto usiamolo e divulghiamolo comunque giacché non potrà mai essere definitivo.
    Perlappunto (anche leggendo i commenti successivi alla prima elaborazione) noto la carenza di una riflessione che in prospettiva potrebbe creare contraddizione, e cioé: siamo non già “specie”, ma individui. Non é una “specie” che elabora l’idea. La più parte della “specie umana” non si cura dell’interesse di specie, ma come avviene naturalmente, e comunemente al resto del vivente, segue il proprio istinto di sopravvivenza. La classificazione scientifica in “specie” deve essere ridotta esclusivamente alla comprensione ed alla funzionalità biologica di ciascun individuo, abbia esso le mani, le corna o la coda.
    Ecco, al di là dell’interesse dell’individuo, fatta eccezione per l’estensione familiare, sono esclusivamente alcuni uomini che possono elaborare una visione altruistica del mondo. Comunque la si voglia mettere, siamo solo noi, non l’umanità, noi qui che scriviamo di tali argomenti, a preoccuparci di ciò che é “giusto” o “morale”. Il manifesto dev’essere il progetto di civiltà che indica il rispetto verso gli altri senza distinzione alcuna, ma non possiamo e non dobbiamo dimenticare che é e resta un fenomeno fatto dall’uomo per l’uomo. Il suo obiettivo sarà ineluttabilmente quello di avere, paradossalmente, un uomo meno animale, un uomo più evoluto capace di sottrarsi al giogo della propria bestialità.
    Smentitemi per favore.

  22. Cereal Killer Cereal Killer wrote:

    “Un manifesto viene redatto con l’intento di essere letto e di spiegare un’idea, una prospettiva. Un manifesto é un fenomeno di natura SOCIALE. Più che positivo che ciò sia elaborato collettivamente e pubblicamente, poiché la critica lo rende più “forte”, più “solido” sotto il profilo logico-filosofico. Manteniamolo così, aggiornabile, ma intanto usiamolo e divulghiamolo comunque giacché non potrà mai essere definitivo.”

    Come non essere d’accordo con te? E’ esattamente questo l’intento, ma come puoi vedere pare un’impresa abbastanza difficile, comunque nonostante tutto si va avanti nella speranza che risulti un lavoro utile.

    Chiaramente chi si occupa di tali argomenti rappresenta un’avanguardia e come tale ha il difficile compito di formulare pensieri ed azioni che un domani abbiano la possibilità di divenire pensiero comune. Del resto ogni tipo di organizzazione sociale umana è nata da un piccolo gruppo di persone per poi divenire cultura (nel bene e nel male). Il nostro obiettivo (contrariamente a quanto tu dici) è invece in contrario: ottenere un uomo che sia più animale, anzi che torni ad essere completamente animale e che colmi il solco culturale che ha scavato per separarsi dalle altre specie viventi: noi siamo perennemente in guerra con il resto dei viventi e con la Terra, è ora di smettere questa opera di distruzione e cominciarne un’altra di ricostruzione di rapporti e di sensi.

  23. Manifesto antispecista Manifesto antispecista wrote:

    Il sito de “Manifesto antispecista” è stato riorganizzato: è cambiato il criterio di navigazione, sono state tolte alcune pagine ed è stata introdotta una nuova grafica. La speranza è che vi piaccia.

  24. Manifesto antispecista Manifesto antispecista wrote:

    Pubblicata la nuova revisione (rev. 13) in data 6 settembre 2014 del testo di “Proposte per un Manifesto antispecista” con l’aggiunta di una nota che spiega in sitesi il concetto di “painismo”.

    (1) “Painismo” termine che Richard Ryder coniò nel 1990, argomentando che qualsiasi essere vivente che è in grado di provare dolore, ha rilevanza morale. Il “painismo” può essere visto come una terza via rispetto alla posizione utilitarista di Peter Singer, e alla concezione deontologica dei diritti animali di Tom Regan. Il “painismo” combina la visione utilitarista secondo la quale uno status morale deriva dalla capacità di provare dolore, con l’opposizione morale – derivante dal concetto di diritto – all’utilizzo degli Animali per un nostro fine. Sostanzialmente il concetto di “painismo” di Ryder nasce come contrapposizione alla visione utilitaristica del rapporto tra Umano e Animale. Per maggiori informazioni e approfondimenti si suggerisce la lettura di:

    Richard D. Ryder, Painism: a modern morality, Londra, Open Gate Press, 2001

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